Ecco #DimmiLaVerità del 17 aprile 2026. Ia capogruppo di Fdi in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri, rivela tutte le ambiguità di Giuseppe Conte.
Giuseppe Conte alla Camera dei Deputati durante l'esame della deliberazione in merito alla proposta di elevazione di un conflitto di attribuzione innanzi alla Corte Costituzionale per i reati ministeriali sul caso di Giusi Bartolozzi, Roma, 14 Aprile 2026 (Ansa)
L’«avvocato del popolo» sfida Fratelli d’Italia a discutere del caso mascherine in un’aula di tribunale ma, da due anni, si rifiuta di apparire davanti alla commissione d’inchiesta che tratta questa vicenda. Eppure un modo per farlo ci sarebbe...
Ha sfidato i deputati di Fratelli d’Italia ad andare a parlare «in tribunale» della vicenda sulle mascherine che lo riguarda evocando ipotetiche «diffamazioni» ma non intende ricorrere alla soluzione procedurale che gli consentirebbe, intanto, di parlarne in commissione Covid, dove non si presenta dal 2024.
È quantomeno singolare la reazione di Giuseppe Conte alle denunce di Fratelli d’Italia riguardo la vicenda di Luca di Donna, avvocato vicino al leader del Movimento Cinque Stelle (lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) che nelle prime fasi della pandemia si proponeva come «facilitatore» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri, in cambio di sostanziose provvigioni. Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente al governo e al ministro della Salute e l’esame di tutti i documenti esistenti e relativi ai «fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Giuseppe Conte», ha denunciato in Aula la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid, Alice Buonguerrieri. «Più imprenditori sotto giuramento sono venuti a riferire in commissione Covid dell’esistenza di quello che appare come un vero e proprio sistema - ha puntato il dito Buonguerrieri - l’avvocato Luca Di Donna, collega dell’allora Premier in carica Giuseppe Conte, incontrava imprenditori presso lo studio del professor Alpa, mentore di Giuseppe Conte e in quello studio, nel quale lo stesso Giuseppe Conte ha lavorato, chiedeva, per risolvere problemi o agevolare affari con l’amministrazione dello Stato, una percentuale sul fatturato pari a decine di milioni di euro. Noi parliamo di un giro di percentuali dalla dimensione unica nella storia della Repubblica italiana. E chi deve rispondere di queste gravi accuse ha un nome e un cognome, Giuseppe Conte», ha concluso, accusando il leader dei Cinquestelle di «usare la commissione come scudo personale».
Di Donna in effetti condivideva con Conte lo stesso indirizzo professionale a Roma, con lo stesso numero di telefono e fax dell’avvocato di Volturara Appula, prima che questi lo lasciasse per andare a Palazzo Chigi. E sono già tre gli imprenditori che hanno denunciato il medesimo sistema di «provvigioni» in cambio di un (millantato?) canale preferenziale con la presidenza del consiglio per sbloccare gli appalti sulle mascherine, mentre gli italiani morivano.
Conte ha reagito con veemenza alle accuse di Buonguerrieri: «Se avete coraggio rinunciate all’immunità, così ripetete le stesse parole e ce la vediamo in tribunale». Ma, spiegano i deputati coinvolti, «non si capisce in che senso dovremmo rinunciare all’immunità se Conte non ci ha denunciato».
E’ un fatto, intanto, che l’ex presidente del consiglio ha espressamente rifiutato di approfittare della soluzione che gli era stata offerta per fornire la sua versione dei fatti ai membri della commissione parlamentare sul covid, di cui egli stesso fa parte: per regolamento non può farlo in quanto membro (il ruolo di commissario si sovrapporrebbe a quello di «imputato» o quantomeno persona informata sui fatti), ma già a ottobre 2024 il presidente dell’organismo di indagine sulla pandemia, Marco Lisei (FdI), lo aveva invitato a ricorrere a una procedura alternativa, dimettersi pro tempore - il tempo di essere audito dai colleghi della commissione - testimoniare e poi rientrare subito dopo. «I formalismi possono essere superati», lo aveva esortato Lisei e a lui si erano accodati anche altri commissari come Francesco Filini («È una questione procedurale molto semplice») e Buonguerrieri («Non vorrei che tutto questo si traducesse in un “vorrei ma non posso”»), ma Conte era stato irremovibile: «Non intendo dimettermi». Ci teneva moltissimo, insomma, l’ex premier a restare in commissione Covid: eppure ai lavori di quell’organismo ha partecipato soltanto 8 volte su 112 e di una sua testimonianza con quella soluzione procedurale proprio non ne vuol sentir parlare. Conte infatti continua a ripetere alla stampa che lui vorrebbe testimoniare (ha dichiarato di aver scritto, nel 2024, anche ai presidenti di Camera e Senato) ma il regolamento non glielo consente, nonostante le rassicurazioni dei colleghi della commissione. Peccato perché avrebbe potuto, ad esempio, partecipare all’audizione di Giovanni Buini, imprenditore umbro ascoltato lo scorso 27 gennaio in merito alle procedure di fornitura di dispositivi di protezione e ai «contratti» proposti da De Donna nella prima fase pandemica. Nel 2020 Buini aveva stracciato l’accordo per la fornitura di mascherine, ritenendo la richiesta di provvigioni da parte dei mediatori del tutto illecita. Il leader grillino avrebbe anche potuto seguire i lavori della commissione quando recentemente, l’8 aprile, l’imprenditore di JC Electronics Dario Bianchi ha descritto nei dettagli, ai membri della commissione Covid, come funzionava quel sistema. L’occasione sarebbe stata ideale per potersi liberare delle accuse in nome della «trasparenza» che rivendica da quando è arrivato fortunosamente a Palazzo Chigi. «Questi fatti gravi sono nuovi e sono emersi grazie ai lavori della commissione Covid», ha dichiarato Buonguerrieri, mentre Lisei ha detto martedì scorso alla Verità di aspettarsi che le procure riaprano il fascicolo di Buini, che nel 2021 era stato chiuso. C’è poi un terzo caso, fotocopia dei due precedenti, quello dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, raccontato mercoledì sulla Verità da Giacomo Amadori. Di materiale per avviare nuove indagini, insomma, ce n’è in abbondanza.
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Matteo Renzi (Ansa)
L’ex Rottamatore esce allo scoperto e tira la volata al sindaco di Genova Silvia Salis alle primarie. «Va fermato Ignazio La Russa al Quirinale».
Era talmente chiara a La Verità la strategia dell’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi, che gli sono bastate poche ore per tirare giù le carte. «La disponibilità del sindaco di Genova, Silvia Salis, a correre come candidata premier se invocata da tutti i partiti del centrosinistra è una buona notizia, ma la leadership politica si conquista sul campo, misurandosi con gli altri, non attraverso un’incoronazione. Fossi in lei, mi candiderei alle primarie. Se vince, si prende Palazzo Chigi.
Se non vince, guida una lista riformista che a quel punto va oltre il 10% ed è decisiva per sconfiggere la destra». Renzi lo dice in un’intervista a La Stampa e mette sul tavolo la strategia per riconquistare uno spazio per sé senza metterci la faccia. «Spero che Salis cambi idea e vinca il pregiudizio antiprimarie», ha aggiunto, «i gazebo sono una festa di popolo, non una minaccia».
E poi, per quanto riguarda il candidato premier, aggiunge: «Io sceglierò un candidato riformista. Quindi, né Schlein, né Conte». Proprio quello che scriveva il direttore Maurizio Belpietro. «Il «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein».
Poi ammorbidisce spiegando che «è evidente che molto dipende dalle regole delle primarie e da ciò che diranno i candidati. Se al secondo turno fossi chiamato a scegliere tra Schlein e Conte, voterei Elly». Ma, precisa Renzi, se vincerà Conte alle primarie, «lo sosterrò lealmente. Questo è il bello delle primarie: chi vince ha il diritto e il dovere di governare». Sui tempi, ipotizza che le primarie si possano celebrare «tra un anno, a marzo 2027. Ma i partiti della coalizione dovrebbero firmare ora una nota congiunta e avviare il tavolo delle regole e del programma».
Ma è nel suo intervento alla kermesse «Le primarie delle idee» che chiarisce quale sia il vero obiettivo: «Sono preoccupato dal fatto che Ignazio La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica», ha dichiarato senza remore, aggiungendo che «il centrosinistra è chiamato a vincere le prossime elezioni per poter eleggere al Quirinale un presidente europeista e non sovranista». E ci vuole Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, per ricordare che «il presidente La Russa ha sempre credibilmente dichiarato di non essere minimamente interessato all’ipotesi di candidatura a presidente della Repubblica», per far capire quanto sia strumentale il suo discorso. Perché il metodo è sempre lo stesso: crea «il mostro», meglio se sovranista (che fa sempre rima con fascista), e organizza un blocco di opposizione che voti compatto e vinca le elezioni, poi poco importa se si sta insieme senza idee e progetti comuni.
Eppure Renzi mette giù scenari: «Io penso che il centrosinistra avrà ovviamente la presenza del Partito democratico, del Movimento 5 stelle, a sinistra di Avs, e nell’area più centrale riformista, una casa riformista, la chiamo io, che tenga insieme le esperienze di Italia viva e di tanti altri. Secondo me, con questo sistema a quattro gambe, una più centrista, una il Pd, una il Movimento 5 stelle e una più di sinistra come Avs, andiamo a vincere», ha aggiunto. «Ci sono persone del Pd ma anche di altri partiti, ed è bello così. Il nostro è uno spazio aperto senza simboli di partito». Per Renzi è bello così, chi c’è, c’è. Giustamente, considerato che il suo partito supera a malapena il 2%. Poi commenta la leadership del segretario del Pd, Elly Schlein: «È sicuramente un’ottima candidata, ha vinto le primarie nel suo partito qualche anno fa ed è evidente che, se ci saranno le primarie, sarà una delle candidate». Infine, infila una stoccatina a Maurizio Landini: «Se vuole correre alle primarie, cosa che lui ha già detto di non voler fare, avrebbe tutto il diritto di farlo. Ma una cosa è correre alle primarie e un’altra è consegnare il centrosinistra alla Cgil». Perché «chi come me ha altre idee, non lo farà mai: Landini è il benvenuto alle primarie come tutti, ma non si sostituisce il centrosinistra con la Cgil».
«Io sono una persona che, se vuole, può parlare del passato per ore. Non rinnego ciò che ho fatto: sono contento di aver portato Mattarella al Quirinale, Draghi a Palazzo a Chigi e di aver fatto nascere il Conte 2 quando, nell’estate del 2019, sembrava che alla guida del Paese ci dovesse andare Matteo Salvini con il mojito. Ma la questione di fondo che oggi noi abbiamo è il futuro». Più una speranza la sua mentre non risparmia le solite critiche a Giorgia Meloni. «Ci ha detto per anni di essere il ponte tra Italia e Usa e questo ponte è bruciato. Donald Trump ne combina una più di Bertoldo, quindi è evidente che quando Meloni vede che solo il 15% degli italiani approva Trump, lei prende le distanze». Commenta confermando la linea poco chiara delle opposizioni: quando Meloni va d’accordo con Trump è sottomessa e quando non lo fa, agisce per ritorno elettorale. Tutto visto, tutto detto, tutto vecchio per il Rottamatore del Pd che non ce l’ha fatta.
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Giuseppe Conte (Getty Images)
Cresce l’attivismo di Giuseppi. Dopo il pranzo con l’inviato di Donald Trump (ma le interlocuzioni sono a un livello anche più alto), lancia messaggi di apertura a Pechino e frena sul gas russo. A consigliarlo, l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che punta alla Farnesina.
In fondo, a chi è stato presidente del Consiglio prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, deve sembrare un giochetto da ragazzi andare d’accordo sia con Donald Trump che con Xi Jinping. Giuseppe Conte, il CamaleConte, ci prova: campione mondiale di cinismo politico, si lascia intervistare da Bloomberg, colosso dell’informazione globale con sede a New York, di orientamento politico pragmatico e tutto orientato al business, e rispolvera la sua mai sopita passione per il multilateralismo e in particolare la Cina: «Trump e gli Usa», sottolinea Giuseppi, «ovunque si muovono tutelano i loro interessi economici e commerciali. La formula Make America Great Again non può essere sottoscritta dagli alleati più piccoli come l’Italia. Io non posso dare il sangue al mio alleato to Make America Great Again».
E poi, a proposito della Cina: «È chiaro che un approccio multipolare è fondamentale», si barcamena Conte, «pur nel quadro di un’alleanza che in questo momento sta attraversando una fase completamente critica, che io non voglio buttare a mare. Nessuno può chiedere che i miei interessi siano rimessi nelle condizioni e nei ricatti del mio alleato maggiore che mi fa la guerra commerciale». E la Russia? Qui Conte mantiene la linea della fermezza inaugurata da qualche settimana: «È ovvio che oggi il gas russo è per noi il più conveniente», sostiene l’ex premier, «quello più a portata di mano, ma fino a quando la Russia, anche come strumento di pressione, non sottoscrive un trattato che sia onorevole per l’Ucraina, l’Ue non deve comprare gas russo».
L’intervista a Bloomberg ha almeno due significati: il primo è quello di lanciare un messaggio a Pechino, il secondo è che i media internazionali stanno puntando su di lui come sfidante di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Del resto, già all’interno dei confini nazionali nessuno scommette un centesimo su Elly Schlein: figuriamoci all’estero, dove in pochi la conoscono e praticamente nessuno ha idea di cosa abbia in mente.
La Cina, dunque: correva l’anno 2019, Conte, a capo allora del governo gialloblu, firmò, unico leader dei Paesi del G7, il memorandum d’intesa per l’ingresso dell’Italia nella Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) alla presenza del presidente Xi Jinping. Una intesa benedetta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prevedeva collaborazioni in settori strategici come logistica, infrastrutture, energia e finanza, con un potenziale di accordi per miliardi di euro. Nel 2023, il governo guidato da Giorgia Meloni è uscito dall’accordo, su preciso suggerimento (eufemismo) dell’amministrazione americana guidata all’epoca da Joe Biden. Giuseppi, ieri, ha teso di nuovo la mano a Xi Jinping.
L’attivismo di Conte, che agisce come se fosse già il candidato alla presidenza del Consiglio, è sotto gli occhi di tutti. Alla fine di marzo ha incontrato a Roma Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali. Il pranzetto ha suscitato polemiche, considerate le posizioni anti Donald sbandierate dal leader del M5s, ma chi conosce bene il mondo delle relazioni di Conte non se ne meraviglia per niente: «Conte», confida alla Verità una fonte molto bene informata, «non ha mai interrotto i rapporti con l’universo che ruota intorno a Trump. Altro che Zampolli: parliamo di relazioni dirette con Washington, certo non più a livello altissimo, ma il ponte è sempre rimasto aperto. Gli attacchi al presidente Usa? Conte è all’opposizione, è il gioco delle parti, e l’ambiguità è un terreno sul quale si trova a suo agio». Giuseppi, negli anni in cui è stato a Palazzo Chigi, ha intrecciato ovviamente una fitta rete di relazioni internazionali, che è riuscito a conservare, sia in maniera diretta che attraverso protagonisti del mondo diplomatico a lui vicini. Uno su tutti: «L’uomo da tenere d’occhio», aggiunge la nostra fonte, «è l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che è stato consigliere diplomatico di Conte a Palazzo Chigi e che l’ex premier nominò autorità delegata del governo per i servizi di sicurezza negli ultimi giorni del governo giallorosso. È lui che sta aiutando Conte sul fronte delle relazioni internazionali».
Benassi, ora in pensione, è stato un pezzo da novanta della diplomazia italiana: rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea, ambasciatore in Tunisia e in Germania, editorialista di Repubblica, negli ultimi tempi lo si è ascoltato in tv criticare aspramente le politiche del governo guidato da Giorgia Meloni. C’è chi scommette che, se Conte dovesse ritornare a Palazzo Chigi, Benassi sarebbe il suo uomo alla Farnesina.
E il Vaticano? L’antico rapporto di stima e amicizia con il segretario di Stato Pietro Parolin non si è mai incrinato, anche se in questo momento lo sguardo sulla politica italiana dalle parti della Santa Sede è concentrato su Ernesto Maria Ruffini, nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo Ernesto e fratello del giornalista Paolo, dal luglio 2018 prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.
Per il resto, a quanto apprendiamo da fonti europee, Conte può vantare un legame di amicizia personale con il presidente polacco Donald Tusk e con il presidente della Repubblica Slovacca Peter Pellegrini, che ha un bisnonno italiano. Saldi, ovviamente, i legami con i leader progressisti, in particolare la spagnola Yolanda Diaz e la greca Zoe Konstantopoulou. Cordiali ma non eccezionali i rapporti di Conte con Emmanuel Macron, mentre nessun contatto diretto con Friedrich Merz, diventato cancelliere tedesco dopo che Conte aveva lasciato Palazzo Chigi. Ma ci pensa Benassi a tenere aperti i canali di comunicazione con Berlino.
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Giuseppe Conte e Paolo Zampolli (Imagoeconomica)
L’ex premier vede a pranzo Zampolli, inviato speciale del presidente Trump. E rivendica: «Una sua richiesta». Bignami lo incalza a Montecitorio: «In piazza manifesta contro gli Usa e con i pro Pal, poi fa incontri segreti». Nella bagarre espulso il M5s Iaria.
Il «caso» è talmente anomalo che sembra quasi montato ad arte. Il pranzo tra Giuseppe Conte e Paolo Zampolli, rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali, rivelato ieri da Libero, che ha suscitato un vespaio di commenti e polemiche, è avvenuto in un ristorante nel pieno centro di Roma, il Sanlorenzo in via dei Chiavari, frequentato da politici, giornalisti, professionisti. Sarà la tendenza dei retroscenisti politici a cercare sempre una lettura dei fatti diversa da quella che appare, ma la possibilità che Conte non temesse assolutamente di essere visto non può essere esclusa, anzi. Del resto Conte, annusando la possibilità di vincere le primarie e diventare il candidato a premier del centrosinistra, si sta riposizionando in particolare sulla politica estera, il punto sul quale maggiori sono le distanze con il Pd. La Verità lo ha sottolineato lo scorso 29 marzo, riportando le giravolte di Giuseppi sull’Europa («Dovrebbe rafforzare la difesa comune») e sulla guerra in Ucraina («L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace»). Non a caso Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, ha suggerito a Elly Schlein di lasciale la candidatura a premier a Conte «che adesso con ben percettibili scostamenti dal passato (ad esempio le ultime interessanti prese di posizione di contrasto all’aggressione russa all’Ucraina) appare in grado di stabilire una miglior connessione con l’elettorato moderato». Insomma: le elezioni del 2027 sono dietro l’angolo e le piroette politiche sono all’ordine del giorno.
Ma torniamo al pranzetto: la notizia ha suscitato un certo clamore, ed è stata oggetto di un intervento alla Camera del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che ieri in aula ha chiesto un’informativa del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per sapere se «dai presidenti del Consiglio precedenti, e non farò il nome di Giuseppe Conte, sono stati disattesi gli accordi del 1954 sull’uso delle basi militari nei rapporti con l’Italia. Assistiamo a un doppio standard, si va in piazza a manifestare contro il governo degli Stati Uniti, contro Trump e contro gli Usa insieme ai pro Pal che sfasciano le vetrine, aggrediscono le forze dell’ordine e poi si va a pranzo, come è accaduto ieri», ha incalzato Bignami, «quando il signor Conte è andato con l’emissario speciale del presidente Trump, ovviamente chiuso in una stanza». La bagarre che ne è seguita ha portato all’espulsione dall’aula del deputato pentastellato Antonino Iaria.
Giuseppi, su Facebook, ha fornito la sua versione del pranzetto a base di pesce con Zampolli: «L’incontro», ha scritto l’ex premier, «è avvenuto su sua precisa richiesta, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di Special envoy of the president Trump for global partnerships. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito e, non avendo segreti di sorta, ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma. Anche al signor Zampolli ho esposto le mie posizioni e quelle del M5s in politica estera. Quindi nessun cambiamento di posizione. Anzi. Massima chiarezza: ho incaricato Zampolli di riferire al presidente Trump da parte mia», ha aggiunto Conte, «che considero questi attacchi all’Iran completamente contrari al diritto internazionale, per cui vanno fermamente condannati e, per quanto sta in me, non potranno mai avere il sostegno dell’Italia. Ho detto che mi batterò perché le nostre basi non siano messe a disposizione non solo dei bombardieri americani di passaggio ma anche per qualsiasi attività logistica di sostegno a questi attacchi illegali. Gli ho esposto la mia convinzione che questa guerra vada immediatamente terminata», ha sottolineato Conte, «anche perché costituisce un completo fallimento in quanto non c’è alcun chiaro obiettivo che possa essere raggiunto. Ho anche precisato che è folle che gli Stati Uniti si lascino trascinare dal governo di Benjamin Netanyahu e ho aggiunto che il presidente Trump, continuando in questo modo, riuscirà ad avere tutta la comunità internazionale contro e a distruggere qualsiasi principio di ordine internazionale».
Lo stesso Zampolli ha confermato: «Con Conte siamo amici da tempo», ha detto l’inviato speciale di Trump all’Adnkronos, «quindi ci siamo visti ed è stato un incontro very easy. Non ci vedevamo da un paio d’anni, ma ogni tanto ci sentiamo. Fa sempre piacere poi vedere chi è stato premier, vorrei dire che è un piacere vedere Giuseppi. Il mio ruolo non è politico, delle cose politiche si occupa l’ambasciatore Fertitta». Conte le ha espresso contrarietà alla guerra? «Guardi», ha risposto Zampolli, «anche Trump pensa che la guerra debba finire. Conte mi ha chiesto di salutargli il presidente e lo farò al più presto».
Tra i tanti commenti, spiritoso quello del senatore pd Filippo Sensi: «Non capisco la sorpresa», ha scritto Sensi su X, «per un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra». Intanto, Beppe Grillo ha fatto causa a Conte per riprendersi nome e simbolo del M5s.
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