In fondo, a chi è stato presidente del Consiglio prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, deve sembrare un giochetto da ragazzi andare d’accordo sia con Donald Trump che con Xi Jinping. Giuseppe Conte, il CamaleConte, ci prova: campione mondiale di cinismo politico, si lascia intervistare da Bloomberg, colosso dell’informazione globale con sede a New York, di orientamento politico pragmatico e tutto orientato al business, e rispolvera la sua mai sopita passione per il multilateralismo e in particolare la Cina: «Trump e gli Usa», sottolinea Giuseppi, «ovunque si muovono tutelano i loro interessi economici e commerciali. La formula Make America Great Again non può essere sottoscritta dagli alleati più piccoli come l’Italia. Io non posso dare il sangue al mio alleato to Make America Great Again».
E poi, a proposito della Cina: «È chiaro che un approccio multipolare è fondamentale», si barcamena Conte, «pur nel quadro di un’alleanza che in questo momento sta attraversando una fase completamente critica, che io non voglio buttare a mare. Nessuno può chiedere che i miei interessi siano rimessi nelle condizioni e nei ricatti del mio alleato maggiore che mi fa la guerra commerciale». E la Russia? Qui Conte mantiene la linea della fermezza inaugurata da qualche settimana: «È ovvio che oggi il gas russo è per noi il più conveniente», sostiene l’ex premier, «quello più a portata di mano, ma fino a quando la Russia, anche come strumento di pressione, non sottoscrive un trattato che sia onorevole per l’Ucraina, l’Ue non deve comprare gas russo».
L’intervista a Bloomberg ha almeno due significati: il primo è quello di lanciare un messaggio a Pechino, il secondo è che i media internazionali stanno puntando su di lui come sfidante di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Del resto, già all’interno dei confini nazionali nessuno scommette un centesimo su Elly Schlein: figuriamoci all’estero, dove in pochi la conoscono e praticamente nessuno ha idea di cosa abbia in mente.
La Cina, dunque: correva l’anno 2019, Conte, a capo allora del governo gialloblu, firmò, unico leader dei Paesi del G7, il memorandum d’intesa per l’ingresso dell’Italia nella Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) alla presenza del presidente Xi Jinping. Una intesa benedetta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prevedeva collaborazioni in settori strategici come logistica, infrastrutture, energia e finanza, con un potenziale di accordi per miliardi di euro. Nel 2023, il governo guidato da Giorgia Meloni è uscito dall’accordo, su preciso suggerimento (eufemismo) dell’amministrazione americana guidata all’epoca da Joe Biden. Giuseppi, ieri, ha teso di nuovo la mano a Xi Jinping.
L’attivismo di Conte, che agisce come se fosse già il candidato alla presidenza del Consiglio, è sotto gli occhi di tutti. Alla fine di marzo ha incontrato a Roma Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali. Il pranzetto ha suscitato polemiche, considerate le posizioni anti Donald sbandierate dal leader del M5s, ma chi conosce bene il mondo delle relazioni di Conte non se ne meraviglia per niente: «Conte», confida alla Verità una fonte molto bene informata, «non ha mai interrotto i rapporti con l’universo che ruota intorno a Trump. Altro che Zampolli: parliamo di relazioni dirette con Washington, certo non più a livello altissimo, ma il ponte è sempre rimasto aperto. Gli attacchi al presidente Usa? Conte è all’opposizione, è il gioco delle parti, e l’ambiguità è un terreno sul quale si trova a suo agio». Giuseppi, negli anni in cui è stato a Palazzo Chigi, ha intrecciato ovviamente una fitta rete di relazioni internazionali, che è riuscito a conservare, sia in maniera diretta che attraverso protagonisti del mondo diplomatico a lui vicini. Uno su tutti: «L’uomo da tenere d’occhio», aggiunge la nostra fonte, «è l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che è stato consigliere diplomatico di Conte a Palazzo Chigi e che l’ex premier nominò autorità delegata del governo per i servizi di sicurezza negli ultimi giorni del governo giallorosso. È lui che sta aiutando Conte sul fronte delle relazioni internazionali».
Benassi, ora in pensione, è stato un pezzo da novanta della diplomazia italiana: rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea, ambasciatore in Tunisia e in Germania, editorialista di Repubblica, negli ultimi tempi lo si è ascoltato in tv criticare aspramente le politiche del governo guidato da Giorgia Meloni. C’è chi scommette che, se Conte dovesse ritornare a Palazzo Chigi, Benassi sarebbe il suo uomo alla Farnesina.
E il Vaticano? L’antico rapporto di stima e amicizia con il segretario di Stato Pietro Parolin non si è mai incrinato, anche se in questo momento lo sguardo sulla politica italiana dalle parti della Santa Sede è concentrato su Ernesto Maria Ruffini, nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo Ernesto e fratello del giornalista Paolo, dal luglio 2018 prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.
Per il resto, a quanto apprendiamo da fonti europee, Conte può vantare un legame di amicizia personale con il presidente polacco Donald Tusk e con il presidente della Repubblica Slovacca Peter Pellegrini, che ha un bisnonno italiano. Saldi, ovviamente, i legami con i leader progressisti, in particolare la spagnola Yolanda Diaz e la greca Zoe Konstantopoulou. Cordiali ma non eccezionali i rapporti di Conte con Emmanuel Macron, mentre nessun contatto diretto con Friedrich Merz, diventato cancelliere tedesco dopo che Conte aveva lasciato Palazzo Chigi. Ma ci pensa Benassi a tenere aperti i canali di comunicazione con Berlino.



