Come risulta sfocata la copertina che la prestigiosa rivista Time dedicò agli «eroi in prima linea» nella lotta al coronavirus. Non tanto per il tempo trascorso, era l’aprile del 2020, ma perché altra deontologia sembra dettare il comportamento di certi camici bianchi dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, rispetto agli «angeli» in prima linea contro la pandemia.
Nella stessa struttura, otto medici dell’Infettivologia oggi risultano indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici. «Siamo abituati ad essere sotto pressione, ma non lo siamo mai stati così come lo siamo ora. I dispositivi di protezione non mancano, ovviamente però abbiamo tutti paura di essere infettati», era la testimonianza dell’allora quarantaduenne Francesco Menchise, anestesista dell’unità di terapia intensiva, la cui immagine campeggiava in prima pagina su Time.
La rivista spiegava che la scelta era stata di pubblicare «le storie di lavoratori coraggiosi che rischiano la vita per salvare la nostra». Oggi, invece, ci sono medici indagati per non aver trattato migranti con malattie come la tubercolosi, o infezioni come la scabbia, pur di non dichiararli idonei all’ingresso nei Cpr e quindi per il rimpatrio. Secondo le indagini, mettevano a rischio la vita dei cittadini e nemmeno si preoccupavano di curare i clandestini, nella foga ideologica di stilare falsi certificati.
Dalle carte sono emersi scambi di messaggi tra i medici indagati e Nicola Cocco (non indagato), referente della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Cpr. Violando pure il codice etico, secondo il giudice, perché invitava i medici a mandare i referti ai fini di una «mappatura» delle inidoneità, divulgando così dati sensibili dei pazienti. Ogni tassello che si aggiunge all’inchiesta, fornisce un quadro preoccupante di irresponsabilità sanitaria. Pensare che proprio da Ravenna, dimenticando in fretta l’umanità dei primi giorni dell’emergenza Covid, partirono accuse pesanti nei confronti di chi non voleva vaccinarsi. Nel gennaio del 2022, al giornalista del Resto del Carlino che chiedeva se le nuove misure restrittive fossero la conseguenza del comportamento di chi non si è vaccinato, il ravennate Venerino Poletti direttore del dipartimento toracico dell’Ausl Romagna e professore al Campus di Forlì e Ravenna così rispondeva: «Sì. Hanno responsabilità verso sé stessi, i propri cari, ma anche nei confronti della comunità in cui vivono. Per una scelta del tutto scellerata impediscono o rendono difficoltose le cure per i pazienti che hanno necessità urgenti e spesso complesse».
Non una parola su di tutti i tridosati che ugualmente riuscivano a infettare sconfessando politiche sanitarie, quelle sì scellerate. Nello stesso mese, su Corriere Romagna un medico dell’ospedale di Ravenna si sfogava: «Ormai i ricoverati da noi sono tutte persone non vaccinate. Quelli che in corsia vengono identificati come “gli irriducibili”, i più ostinati nonostante quadri clinici preoccupanti. E i più difficili da trattare per i camici bianchi, costretti, dopo due anni, a dover combattere oltre che con la malattia, anche con l’ideologia». Dovevano combattere anche con i vaccinati che finivano in terapia intensiva, ma guai a farlo sapere. C’erano gli untori, i non vaccinati contro il Covid, che per certi medici (e politici, vedi Pier Luigi Bersani) potevano anche essere abbandonati a sé stessi in un lazzaretto. C’erano regioni, come l’Emilia-Romagna in rivolta contro il ritorno di medici e infermieri «no vax» in corsia; e c’erano i medici di base accusati di fornire falsi green pass, come il ravennate Mauro Passarini arrestato nel novembre del 2021. L’allora sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, ritenne «inqualificabile, e doppiamente deplorevole» la condotta del medico, spiegando che gli illeciti «non si limitano a concretizzarsi nella violazione di norme e nella messa a repentaglio della salute di singoli cittadini e dell’intera collettività, cose già di per sé gravissime, ma offendono profondamente la professionalità e l’etica di tutto il personale medico e sanitario».
Però, con otto medici su undici del reparto di Infettivologia del Santa Maria delle Croci di Ravenna indagati anche per aver mandato in giro migranti infetti, oggi de Pascale nelle vesti di governatore dell’Emilia- Romagna ha il coraggio di prenderne le difese. «Per quasi nove anni sono stato sindaco della città, compresi gli anni del Covid, conosco uno per uno i reparti e i volti di quell'ospedale e so bene quali sentimenti stanno attraversando i professionisti e le professioniste del Santa Maria delle Croci. A ciascuno di loro va il mio abbraccio e la vicinanza piena».
Gli infettivologi che avrebbero firmato falsi certificati anti-rimpatrio a fronte di patologie sospette, per almeno 64 cittadini extracomunitari, secondo il gip devono rispondere del reato di falso ideologico e avrebbero infranto l’obbligo di curare i pazienti, senza disporre ulteriori accertamenti o prese in carico. Hanno agito per «forte coinvolgimento ideologico ed emotivo», calpestando deontologia e questioni di salute pubblica.
Se un medico certificava l’inidoneità al vaccino Covid, invece era denunciato all’Ordine professionale, sospeso e spesso radiato.







