
Sulla Verità di ieri mi sono ritrovato due tesi che solo in giornali indipendenti e liberi si possono leggere. La tesi di Belpietro sul dialogo con Putin per riaprire i gasdotti e la tesi più ardita di Veneziani su quali spazi politici vogliamo agire oltre l’atteggiamento di Usa e Israele.
Provo pertanto a non far cadere gli spunti in oggetto aggiungendo, assolutamente a titolo personale, un mio carico. Il direttore è convinto di due passaggi: 1) che per l’Europa sia il tempo di confrontarsi con Putin su gas e petrolio; 2) che la strategia congiunta di Trump e Netanyahu sia quella di azzerare il regime degli ayatollah o costringerli alla resa per esaurimento delle scorte militari, per lo più di quei missili con cui stanno allargando lo scenario di guerra.
Sulle ragioni dell’intesa sul gas riprendo qualche riga sotto; quanto all’attacco in Iran, speriamo che abbia ragione lui, ma poiché la storia è maestra temo che anche stavolta la Casa Bianca resterà intrappolata da ciò che uscirà dal vaso di Pandora mediorientale.
A tal proposito mi allineo con Veneziani: l’idea che un conflitto sani le ingiustizie o bonifichi le aree dai «cattivi» si scontra da un alto col cinismo e con la realtà: dall’Iraq all’Afghanistan passando per la Libia, le guerre non hanno portato classi dirigenti migliori. Perché in Iran dovrebbe andare diversamente? In Venezuela la sostituzione era già matura (anche grazie al contributo dell’intelligence) e bisognava in qualche modo «accompagnarla». A Teheran non basta l’uccisione di Khamenei per un avvicendamento «amico», tant’è che il regime non ha intenzione di mollare e si avvale ancora degli eserciti di Hamas, Hezbollah e Houthi. Non avrà più missili e sarà costretto ad alzare bandiera bianca? Forse non ha torto Steve Bannon quando afferma che l’uccisione della guida suprema basta come scalpo ma ora «leviamoci da lì». Allora proviamo a domandarci perché Trump abbia cambiato idea. Per non perdere la faccia come invece fece Obama quando indicò una linea rossa alla Siria di Assad senza dare seguito alle minacce? Certo, è una tesi importante che tuttavia non porta ad alcun cambiamento di classe dirigente. Primo, perché il regime degli ayatollah non molla la presa; secondo, perché in piazza confluiscono anime diverse che, tra l’altro, non convergono sull’obiettivo finale. Ecco perché invitare la gente a stare in piazza equivale a invitarli al massacro. Poi ci sono quelli che pensano che Netanyahu stia esercitando un potere persuasivo mai così forte, tanto che la vittoria alle prossime elezioni è un dato di fatto se la guerra continuasse; e addirittura c’è chi, nell’ambiente Maga radicale, sta connettendo i file Epstein con questo attacco: sarà materia per complottisti ma il potenziale ricattatorio di quello schifo ne legittima la voce.
Ma andiamo oltre sul perché Trump abbia cambiato idea. Su tutte, la questione Cina: dopo aver decapitato il governo Maduro, colpire l’Iran significa entrare nei gangli energetici di Pechino e ancor più disallineare quel fronte che va sotto la dicitura Brics plus, per cui Cina e Russia sono il punto di riferimento del nuovo «Sud del mondo». Ci sta, certo; ma questa è una partita altamente politica che una postura militare complica. Arriviamo così al punto che ci riguarda: la guerra è un’opzione sbagliata, soprattutto per chi credeva che Trump considerasse più forte la leva del business rispetto a quella delle armi. Ha cambiato idea per ripulire il mondo dagli autocrati? È un esercizio ai limiti dell’arroganza e Donald non aveva vinto le elezioni per essere un Dem più ruvido.
Io per esempio, come del resto aveva ben scritto Belpietro, sono convinto che dovremmo parlare con Putin perché la Russia è centrale nel mercato energetico: ma come si fa se ieri la Commissione non ha battuto ciglio di fronte al sabotaggio del gasdotto Nord Stream e oggi abbiamo deciso di sacrificare Bismarck per andar dietro a Calenda?
Le connessioni internazionali sono un po’ più complicate rispetto al gioco binario «giusto/sbagliato» o «buoni/cattivi» e il segno che Andreotti e Craxi lasciarono - a caro prezzo - nelle relazioni con il mondo arabo e palestinese lo dimostra. La domanda non è se la guerra contro il regime iraniano sia giusta (per me non lo è, e non vorrei che domani ci dovessimo pentire di questa risposta «sbagliata» non data oggi), quanto piuttosto perché stiamo rinunciando alla Politica, perché ci stiamo facendo tirare dentro dalle pulsioni degli Usa e di Israele.
L’Europa per me non ha forza politica (su questo io e Veneziani la pensiamo diversamente), quindi la questione non si pone; ma l’Italia è bene che ne abbia per centrare quell’interesse nazionale così tanto di moda.






