Saif el Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex leader libico, è stato assassinato a Zintan da un commando. Politico influente, lavorava per un progetto di riunificazione della Libia. La magistratura indaga mentre governi e milizie restano in allerta.
La morte di Saif el Islam Gheddafi, il secondogenito dell’ex leader libico Muammar, potrebbe essere deflagrante per i fragili equilibri della Libia. Il volto più politico del clan Gheddafi è stato assassinato nella sua casa di Zintan, a circa 130 chilometri da Tripoli, da un commando di almeno quattro uomini. Lo riferisce l’avvocato di famiglia Khaled al Zeidy che ha anche parlato di «atto di tradimento», perpetrato al fine di «mettere a tacere la volontà del popolo libico».
L'emittente al-Arabiya aveva inizialmente parlato di uno scontro fra milizie, ma fonti locali hanno smentito che Saif el Islam sia caduto in un combattimento fra gruppi rivali.
L’uomo aveva 53 anni e stavo lavorando da tempo ad un progetto politico che potesse radunare sia i nostalgici del regime di Gheddafi, che i tanti libici delusi dalla violenza e dall’incertezza nella quale continua a trovarsi il paese arabo. Nel 2021 Saif avrebbe voluto candidarsi alle elezioni presidenziali, ma era stato escluso per la condanna inflittagli nel 2015. Elezioni che poi non si sono mai tenute, lasciando la Libia in una situazione di pericoloso stallo politico. Nell’autunno del 2024 la formazione politica guidata dall’ex secondogenito del Rais aveva vinto alcune elezioni amministrative nella regione del Fezzan, precisamente nella municipalità di Sabha, una località dove si è concentrata la tribù Qadhādhfa, di cui fa parte il clan Gheddafi.
Questo successo elettorale aveva fatto comprendere le potenzialità di Saif che, stando ai suoi più stretti collaboratori, stava lavorando per un progetto politico che portasse alla riunificazione della nazione. Un concetto ribadito su X anche da Moussa Ibrahim, l’ultimo portavoce di Muammar Gheddafi, che ha dichiarato: «Lo hanno ucciso a tradimento. Voleva una Libia unita e sovrana, sicura per tutti i suoi cittadini. Ho parlato con lui solo due giorni fa e non ha parlato d’altro che di una Libia pacifica e della sicurezza del suo popolo.» Nessuno dei due governi che si contendono il potere ha ufficialmente reagito per il momento, ma diversi politici della Tripolitania hanno condannato con forza queste omicidio. La magistratura libica ha già aperto un’inchiesta inviando a Zintan esperti legali che possono capire la dinamica dei fatti, perché l’opinione pubblica ha subito reagito. Saif era stato condannato a morte in contumacia da una corte libica ed era ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, ma nel paese, soprattutto fra alcune tribù godeva di grande seguito.
L’avvocato francese di Gheddafi, Marcel Ceccaldi, parlando con l’agenzia France Presse ha detto di aver appreso da un suo stretto collaboratore che c’erano problemi con la sicurezza di Saif. Intanto la 444ª brigata da combattimento, che opera sotto l'autorità del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, ha diramato un comunicato per smentire tutte le voci che circolano secondo le quali il gruppo sarebbe coinvolto. Questa milizia guidata dal comandante Mohamed Hamza, è una delle più potenti della Libia occidentale e rappresenta l’alleato più forte del premier Dbeibah che li ha utilizzati per colpire tutte le milizie ribelli e per uccidere al Kikli, un capo milizia divenuto troppo ingombrante. Il governo di Tripoli dipende ormai interamente dalle milizie per la sua sopravvivenza e queste amministrano quartieri e città occupando tutti i posti chiave nell’economia nazionale. Al momento non ci sono prove che i sicari appartenessero alla Brigata 444, ma la rapida smentita ha insospettito tutti. La città di Zintan era stata scelta da Saif al Islam Gheddafi perche molte tribù e milizie locali lo appoggiavano politicamente e lui si sentiva al sicuro, anche se la sua tribù, i Qadhādhfa, aveva recentemente insistito per inviare alcuni uomini a proteggerlo. Saif aveva sempre rifiutato, sostenendo di voler restare a contatto con la gente per preparare la sua corsa alla presidenza. Con la morte di Gheddafi il governo di Tripoli vede scomparire un pericoloso avversario politico, ma la violenza ed il caos rischiano di prendere ancora una volta il sopravvento.
Il Regno di Spagna ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore del Nicaragua a Madrid, Maurizio Gelli, figlio del «venerabile» Licio, fondatore della Loggia massonica P2. Il più giovane dei figli di Licio Gelli, dopo una carriera imprenditoriale nella natia Arezzo in Toscana, dal 2009 ha iniziato la carriera diplomatica, sempre sotto la direzione del presidente nicaraguense Daniel Ortega, un ex guerrigliero riconvertito al business. Maurizio Gelli aveva cominciato come ministro consigliere presso l’ambasciata di Managua in Uruguay, un Paese dove la famiglia ha sempre fatto grandi investimenti. Dopo Montevideo la sua destinazione è stata il Canada, diventando ambasciatore ad Ottawa nel 2017, per poi arrivare in Spagna nel 2023 quando il governo del socialista Pedro Sánchez ne ha accettato l’accreditamento presso re Felipe VI. Gelli è stato poi nominato ambasciatore (non residente) in Grecia, Andorra, Slovacchia, Repubblica Ceca, Regno Unito e Francia, diventando il rappresentante del Nicaragua in mezza Europa.
Ambasciatore, a che cosa è dovuta la sua espulsione dalla Spagna, insieme a un altro diplomatico nicaraguense?
«Non c’è nessuna motivazione personale, ci tengo a sottolinearlo, perché il mio allontanamento dalla Spagna è basato sul criterio della reciprocità. Il mio governo ha espulso l’ambasciatore spagnolo pochi giorni fa e Madrid ha reagito con la stessa mossa. Ho ricevuto una lettera da parte del governo Sánchez che esprimeva rincrescimento per questa decisione, ma sono delle dinamiche che nella dialettica diplomatica internazionale accadono spesso».
I rapporti fra Spagna e Nicaragua sono pessimi da tempo, e nel 2021 erano arrivati ai minimi storici con Managua che accusava Madrid di cercare di influenzare la politica interna della nazione.
«Io per il ruolo che rivesto non posso entrare in argomenti di questa tipologia, ma rispetto le decisioni prese da due nazioni sovrane e sono già tornato in Nicaragua restando a disposizione del governo».
Il regime dittatoriale di Daniel Ortega e della moglie Rosario Murillo, associata alla presidenza, ha portato quasi all’isolamento internazionale il piccolo Stato, che attraversa una gravissima crisi economica, e la loro politica repressiva di ogni forma di opposizione ha ridotto le relazioni già pessime da tempo fra Nicaragua e Spagna.
La politica di Ortega sta distruggendo quel poco di rapporti internazionali che Nicaragua ancora aveva.
«Sono un diplomatico e non mi occupo di politica, ma io rappresento la mia nazione, della quale sono orgoglioso di aver ottenuto la cittadinanza molti anni fa, in tante nazioni europee con cui abbiamo forti legami. Il Re di Spagna Felipe IV, il presidente francese Emmanuel Macron e anche il nuovo pontefice mi hanno ricevuto accettando le mie credenziali. Questo significa che il mondo accoglie il Nicaragua. L’isolamento internazionale è solo propaganda antigovernativa».
Lei rappresenta la sua nazione in molti Paesi: potrebbe trasformarsi in ambasciatore residente in un’altra nazione europea? O potrebbe essere il turno di suo figlio, già alla rappresentanza diplomatica del Nicaragua in Uruguay?
«Queste sono decisioni che vengono prese dal governo e non dei diplomatici. Io naturalmente resto a disposizione per continuare a rappresentare il Nicaragua. Mio figlio sta facendo esperienza in una nazione importante come l’Uruguay e come me sarebbe onorato di qualsiasi incarico gli venisse conferito dal presidente Ortega».
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».





