Dopo il successo dell’operazione Absolut Resolve che ha portato l’ormai ex presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, in una prigione statunitense, non si ferma il confronto a distanza fra Donald Trump e i Paesi dell’area caraibica e latinoamericana. Il tycoon americano ha fermato la seconda ondata di attacchi prevista contro Caracas, sostenendo di non vederne attualmente la necessità, dato che Stati Uniti e Venezuela stanno lavorando bene insieme, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione del Paese.
La seconda nazione più a rischio, stando alle parole dell’inquilino della Casa Bianca, era la Colombia, dove il presidente era stato etichettato come un uomo malato che amava commerciare cocaina negli Stati Uniti. Gustavo Petro si era lasciato andare a una serie di minacce di guerriglia e resistenza a oltranza contro gli Stati Uniti, ma è già arrivata una chiamata fra Bogotà e Washington per evitare ogni tipo di escalation. Il ministro degli Interni colombiano, Armando Benedetti, ha dichiarato che nel colloquio telefonico fra i due è stata già raggiunta un’intesa per iniziare una serie di operazioni militari congiunte contro il gruppo dell’Esercito di liberazione mazionale (Eln) allo scopo per impedirgli di utilizzare il territorio venezuelano come retrovia.
Questo gruppo guerrigliero, nei giorni, scorsi aveva pubblicato una documento intitolato Solidarietà al Venezuela, condannando chi minacciava la sovranità venezuelana e facendo appello al popolo di resistere all’intervento militare e difendere l’eredità di Hugo Chávez. L’Eln è un gruppo marxista-leninista che, dalla metà degli anni Sessanta, ha causato circa 300.000 vittime. Agisce principalmente nella regione di Catatumbo, al confine fra Colombia e Venezuela, e proprio Caracas dava rifugio a questi guerriglieri che commerciano in cocaina esportandola dal porto venezuelano di Maracaibo.
L’idea scaturita dalla telefonata è quella di colpire il gruppo anche oltre confine e la richiesta di Bogotà sarebbe già stata accettata da Washington. Un indubbio tentativo di distensione fra Colombia e Stati Uniti, che sembra riguardare anche il Messico. Donald Trump ha dichiarato di aver distrutto il 97% del traffico di droga verso gli Stati Uniti che viaggia via mare e che adesso deve bloccare quello che arriva via terra attraverso il confine messicano. Nonostante il presidente Claudia Sheinbaum abbia sentito telefonicamente l’omologo brasiliano Lula esprimendo ripudio verso qualsiasi attacco alla sovranità del Venezuela e rifiutando categoricamente l’idea di una divisione del mondo in zone di influenza, il Messico ha già deciso di aumentare la collaborazione con gli Stati Uniti.
La Sheinbaum ha ribadito il concetto di collaborazione e non subordinazione, ma ha invitato Washington a proporre forme di sostegno alla lotta contro i temutissimi cartelli messicani. Trump ha detto che l’impiego via terra dei militari sarà inevitabile per combattere i potenti cartelli, intendendo sia quelli in Colombia sia in Messico, spingendo così le due nazioni a implementare la collaborazione militare con le forze armate statunitensi. Il leader statunitense ha puntato l’indice sul confine fra le due nazioni, sostenendo che è stato un disastro totale per anni. Un confine senza alcun controllo, dove chiunque poteva entrare negli Stati Uniti. Trump ha ribadito che adesso il confine è chiuso e nessuno entra e neanche ci prova.
Il presidente americano ha anche annunciato che la prossima settimana vedrà María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, dichiarandosi impaziente di incontrarla e che sarà un grande onore poter avere un confronto con lei. Questo incontro potrebbe chiarire il ruolo della Machado nel Venezuela del futuro, dopo che Trump aveva detto che non poteva governare il Paese perché non aveva un seguito popolare abbastanza importante. Intanto il cappio si stringe sempre di più intorno a Cuba. Dopo lo stop all’invio del petrolio venezuelano, un aereo delle linee aeree cubane sarebbe stato costretto a rientrare sull’isola caraibica dopo non aver ottenuto il permesso di atterrare a Caracas.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel appare sempre più isolato anche nella sua isola, dove le manifestazioni in difesa di Nicolás Maduro sono sembrate deboli e con poca partecipazione. La giovanissima popolazione cubana sente estremamente lontani i richiami politici alla rivoluzione del 1959 e non vede gli Stati Uniti come un nemico. In molti continuano a sognare di raggiungere i parenti in Florida e di poter lavorare in America. Il leader cubano ha tuonato contro l’imperialismo nella storica piazza della Rivoluzione, ma il suo discorso è sembrato fermo alla Guerra fredda e molti cubani sono davvero troppo stanchi della situazione, dimostrandolo con l’indifferenza. Tutto ciò mentre la diaspora de l’Havana che vive da decenni negli Stati Uniti, storicamente repubblicana e con un rappresentante come Marco Rubio, non aspetta altro che la spallata finale a un regime morente.
Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte messo in guardia l’Iran, ventilando un possibile intervento militare nel caso in cui il regime intervenisse con violenza contro i manifestanti che da settimane protestano contro il caro vita. Le parole di Trump non sono piaciute a Teheran che ha parlato di una linea rossa da non superare e il Maggior Generale Amir Hatami, capo delle Forze armate degli Ayatollah, ha minacciato un’azione militare preventiva contro infrastrutture americane presenti in Medio Oriente.
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
L’operazione Absolute resolve che ha portato alla cattura del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores, è soltanto la concretizzazione di una nuova fase della politica estera statunitense. Donald Trump lo ha chiaramente spiegato ripartendo dalla cosiddetta Dottrina Monroe, risalente al 1823 e che prende il nome dal presidente americano James Monroe. Questa teoria affermava che gli Stati Uniti dovevano avere una supremazia incontrastata sull’emisfero occidentale, cioè di fatto sulle Americhe.
Il tycoon ha fatto di più accettando il neologismo «Donroe», creato dal New York Post, che aveva inserito la D come firma dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump ha citato questa dottrina anche nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il documento programmatico che comunica le priorità di politica estera e di sicurezza di Washington rivedendola con l’aggiunta di un corollario Trump. Nella sua idea, il presidente statunitense considera tutta la regione come un’estensione della propria nazione ed è così autorizzato a colpire chiunque. Il Venezuela è il primo atto di questa politica, fortemente appoggiata anche dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che non ha mai nascosto le sue attenzioni verso il Centroamerica e il Sudamerica, tanto che il Washington Post lo ha già definito come il nuovo viceré del Venezuela. L’operazione vista a Caracas è stato l’atto più eclatante, ma durante l’anno non erano mancati i segni di questo nuovo passo in politica estera. A fine 2024 e inizio 2025 Donald Trump aveva dichiarato più volte che gli Stati Uniti avevano la necessità di riprendere il controllo del Canale di Panama prima che finisse in cattive mani, intendendo ovviamente quelle di Pechino. Questa vitale arteria rimane estremamente interessante per l’amministrazione americana, che da tempo accusa Panama di applicare tariffe eccessive alle navi statunitensi, ribadendo l’importanza di averne un controllo diretto.
Ma l’attenzione trumpiana si è rivolta soprattutto a Cuba e alla Colombia, assoluti protagonisti degli strali del presidente americano. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, definito come un uomo malato a cui piace fabbricare cocaina e spedirla negli Stati Uniti, è stato minacciato di guardarsi alle spalle perché il suo comportamento non sarebbe più stato tollerabile. Il leader di Bogotà aveva inviato truppe al confine con Caracas, temendo un’escalation e aveva richiesto un’immediata riunione dell’Organizzazione degli Stati americani per stabilire la legittimità dell’aggressione ai danni del Venezuela. Gustavo Petro ha un passato da guerrigliero con il gruppo socialista e bolivariano M19 e si è detto pronto a riprendere la armi per difendere la Colombia e rispondere alle minacce di un’operazione militare statunitense. «Non sono un narcotrafficante», ha dichiarato Petro, «e non sono un presidente illegittimo. Ho una grande fiducia nel popolo colombiano a cui ho chiesto di difendermi. L’ordine al nostro esercito non è sparare al popolo, ma all’invasore».
Uno scontro totale quello con Bogotà, addirittura più forte di quello con Cuba, storica antagonista di Washington nel Mar dei Caraibi. Donald Trump ha dichiarato che non sarà necessario intervenire a Cuba, perché vista la sua situazione economica il regime cadrà da solo, non potendo più contare sui flussi finanziari e sul petrolio provenienti da Caracas. La minaccia più esplicita a L’Havana è però arrivata da Marco Rubio, che ha detto che il presidente Miguel Díaz-Canel è in un mare di guai, dato che spalleggiava Maduro e gli aveva inviato le guardie del corpo. Díaz-Canel, parlando in piazza della Rivoluzione, aveva definito criminale l’aggressione al Venezuela, parlando di terrorismo di Stato e inaccettabile attacco imperialista. Trump non ha tralasciato nemmeno il Messico, in questa sua panoramica latinoamericana. Nonostante l’utilizzo di toni sempre concilianti e lusinghieri riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita una persona fantastica, il tycoon ha ammonito la nazione confinante di darsi una regolata sul fronte del narcotraffico. «Ci piacerebbe molto che il Messico facesse qualcosa, visto che la droga negli Usa arriva proprio da lì», ha sottolineato il presidente statunitense, «siamo convinti che siano in grado di farlo, ma i cartelli sono molto forti. Ho offerto più volte alla presidente Sheinbaum supporto militare, ma fino a oggi ha sempre rifiutato il nostro aiuto».
Tralasciando il cosiddetto cortile di casa, l’uomo forte di Washington ha minacciato anche l’Iran ammonendo la Repubblica islamica che nel caso di vittime fra i manifestanti che protestano per il carovita, l’America sarebbe subito intervenuta. Il Dipartimenti di Stato ha anche pubblicato sul suo sito un avvertimento in lingua farsi diretto agli Ayatollah di evitare di fare giochetti con Trump, un uomo d’azione, facendo un chiaro riferimento a ciò che è appena accaduto a Nicolás Maduro, stretto alleato di Teheran. Un autentico terremoto agli equilibri globali firmato The Donald.





