Il Perù si ritrova ancora una volta nel caos politico con la rimozione dal ruolo di presidente di Jose Enrique Jeri. Casa de Pizarro, la residenza ufficiale della presidenza delle Repubblica, dopo soli quattro mesi, ha visto la sua destituzione nonostante fosse partito con un ampio seguito popolare.
Il parlamento, riunito in seduta plenaria, ha votato per la sua censura, una forma tecnica di estromissione, con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, approvando una mozione per destituirlo aprendo così l’ennesima crisi politica del paese delle Ande. Al suo posto è stato eletto l’avvocato José Maria Balcázar, deputato del partito di sinistra Perú Libre, la stessa formazione politica dell’ex presidente Pedro Castillo. Balcazar ha sconfitto al secondo turno di votazioni la deputata María del Carmen Alva, che era considerata la grande favorita dalla stampa peruviana. La vittoria di questo outsider è arrivata soprattutto grazie al sostegno della sinistra e di altre forze parlamentari moderate che si sono coalizzate puntando sul suo nome.
La situazione economica della nazione sudamericana è particolarmente complicata con proteste da parte della cosiddetta Generazione Z che chiede un profondo rinnovamento della società peruviana. Jose Maria Balcázar, che è stato anche un magistrato, e così diventato il nono presidente in 10 anni, ma il suo mandato dovrebbe essere piuttosto breve. Il suo predecessore, entrato in carica ad ottobre dopo l’impeachment di Dina Boularte al potere dal 2022, era stato rimosso per alcuni incontri ufficiosi con sospetti uomini d’affari cinesi. A gennaio la Procura generale di Lima aveva avviato un’indagine contro Jose Enrique Jeri per un presunto traffico di influenze, che aveva fortemente minato la sua popolarità e molti deputati avevano cominciato chiederne le dimissioni. Nel novembre scorso l’ormai ex presidente aveva avuto un incontro con Zhihua Yang, un discusso uomo d’affari che aveva ottenuto una concessione per la costruzione di una centrale idroelettrica sulle Ande, cambiando molte regole ambientali. In un secondo momento al palazzo presidenziale era arrivato un altro businessman di Pechino, che però si sarebbe dovuto trovare agli arresti domiciliari, un uomo sembra legato ad alcune organizzazioni criminali cinesi e peruviane implicate nel disboscamento illegale della foresta amazzonica. Una serie di scandali che avevano riportato la gente a protestare nelle strade di Lima chiedendo la fine della corruzione e di fare qualcosa contro la criminalità che sta dilagando all’ombra delle Ande.
Il Perù è il secondo produttore mondiale di cocaina, alle spalle della Colombia, e nonostante gli sforzi governativi i narcotrafficanti dominano intere province. Nell’agosto scorso la polizia nazionale ha confiscato 1,5 tonnellate di cocaina a Puno, Ayacucho e Tacna, tre regioni a coltivazione estesa, arrestando dieci persone coinvolte nel traffico. Il carico era destinato all’Europa e sarebbe passato dall’Uruguay per raggiungere via mare il vecchio continente. Si tratta però di un evento quasi straordinario perché il Perù, nonostante i molti proclami, ha diminuito pochissimo l’area coltivata a foglie di coca del suo territorio. La disoccupazione è alle stelle e la maggioranza dei giovani sceglie ancora la via dell’emigrazione soprattutto verso gli Stati Uniti, ma anche l’Europa.
José Maria Balcázar, che è un uomo di 83 anni, dovrà cercare di riunificare un parlamento molto frammentato, così come la maggioranza che lo ha eletto a sorpresa. I tempi d’azione di questo nuovo presidente ad interim saranno comunque molto brevi perché domenica 12 aprile in Perù sono previste le elezioni generali, dove i cittadini potranno scegliere sia il nuovo capo di stato sia i rappresentanti del parlamento, che grazie a una riforma costituzionale approvata nel 2024 tornerà ad avere due camere: un Senato formato da 60 rappresentanti e una Camera dei deputati con 130 eletti.
Il nuovo presidente eletto si insedierà comunque il 28 luglio, dando a Balcazar un interim di quasi 5 mesi. Il nuovo e temporaneo presidente è deputato dal 2021 ed ha dichiarato che vuole garantire al popolo peruviano una transizione democratica ed un processo elettorale pacifico e trasparente. Ma la sua carriera è stata macchiata nel 2023 da un’inchiesta per presunta appropriazione indebita e corruzione e per questo motivo era stato allontanato dai ranghi della magistratura di Lima.
L’incubo dei cristiani in Africa non finisce mai e in queste ultime settimane rapimenti e omicidi sono cresciuti in maniera esponenziale. La Nigeria è stata l’epicentro della maggior parte delle violenze dei terroristi islamici che hanno colpito in molti stati della nazione federale africana. Abuja ha sempre avuto problemi nelle aree settentrionali a maggioranza musulmana dove Boko Haram, un’organizzazione terroristica nativa della Nigeria, colpiva indiscriminatamente con assassinii e rapimenti, soprattutto di giovani studentesse da convertire all’Islam.
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
Saif el Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex leader libico, è stato assassinato a Zintan da un commando. Politico influente, lavorava per un progetto di riunificazione della Libia. La magistratura indaga mentre governi e milizie restano in allerta.
La morte di Saif el Islam Gheddafi, il secondogenito dell’ex leader libico Muammar, potrebbe essere deflagrante per i fragili equilibri della Libia. Il volto più politico del clan Gheddafi è stato assassinato nella sua casa di Zintan, a circa 130 chilometri da Tripoli, da un commando di almeno quattro uomini. Lo riferisce l’avvocato di famiglia Khaled al Zeidy che ha anche parlato di «atto di tradimento», perpetrato al fine di «mettere a tacere la volontà del popolo libico».
L'emittente al-Arabiya aveva inizialmente parlato di uno scontro fra milizie, ma fonti locali hanno smentito che Saif el Islam sia caduto in un combattimento fra gruppi rivali.
L’uomo aveva 53 anni e stavo lavorando da tempo ad un progetto politico che potesse radunare sia i nostalgici del regime di Gheddafi, che i tanti libici delusi dalla violenza e dall’incertezza nella quale continua a trovarsi il paese arabo. Nel 2021 Saif avrebbe voluto candidarsi alle elezioni presidenziali, ma era stato escluso per la condanna inflittagli nel 2015. Elezioni che poi non si sono mai tenute, lasciando la Libia in una situazione di pericoloso stallo politico. Nell’autunno del 2024 la formazione politica guidata dall’ex secondogenito del Rais aveva vinto alcune elezioni amministrative nella regione del Fezzan, precisamente nella municipalità di Sabha, una località dove si è concentrata la tribù Qadhādhfa, di cui fa parte il clan Gheddafi.
Questo successo elettorale aveva fatto comprendere le potenzialità di Saif che, stando ai suoi più stretti collaboratori, stava lavorando per un progetto politico che portasse alla riunificazione della nazione. Un concetto ribadito su X anche da Moussa Ibrahim, l’ultimo portavoce di Muammar Gheddafi, che ha dichiarato: «Lo hanno ucciso a tradimento. Voleva una Libia unita e sovrana, sicura per tutti i suoi cittadini. Ho parlato con lui solo due giorni fa e non ha parlato d’altro che di una Libia pacifica e della sicurezza del suo popolo.» Nessuno dei due governi che si contendono il potere ha ufficialmente reagito per il momento, ma diversi politici della Tripolitania hanno condannato con forza queste omicidio. La magistratura libica ha già aperto un’inchiesta inviando a Zintan esperti legali che possono capire la dinamica dei fatti, perché l’opinione pubblica ha subito reagito. Saif era stato condannato a morte in contumacia da una corte libica ed era ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, ma nel paese, soprattutto fra alcune tribù godeva di grande seguito.
L’avvocato francese di Gheddafi, Marcel Ceccaldi, parlando con l’agenzia France Presse ha detto di aver appreso da un suo stretto collaboratore che c’erano problemi con la sicurezza di Saif. Intanto la 444ª brigata da combattimento, che opera sotto l'autorità del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, ha diramato un comunicato per smentire tutte le voci che circolano secondo le quali il gruppo sarebbe coinvolto. Questa milizia guidata dal comandante Mohamed Hamza, è una delle più potenti della Libia occidentale e rappresenta l’alleato più forte del premier Dbeibah che li ha utilizzati per colpire tutte le milizie ribelli e per uccidere al Kikli, un capo milizia divenuto troppo ingombrante. Il governo di Tripoli dipende ormai interamente dalle milizie per la sua sopravvivenza e queste amministrano quartieri e città occupando tutti i posti chiave nell’economia nazionale. Al momento non ci sono prove che i sicari appartenessero alla Brigata 444, ma la rapida smentita ha insospettito tutti. La città di Zintan era stata scelta da Saif al Islam Gheddafi perche molte tribù e milizie locali lo appoggiavano politicamente e lui si sentiva al sicuro, anche se la sua tribù, i Qadhādhfa, aveva recentemente insistito per inviare alcuni uomini a proteggerlo. Saif aveva sempre rifiutato, sostenendo di voler restare a contatto con la gente per preparare la sua corsa alla presidenza. Con la morte di Gheddafi il governo di Tripoli vede scomparire un pericoloso avversario politico, ma la violenza ed il caos rischiano di prendere ancora una volta il sopravvento.





