Un secondo soldato francese del contingente delle Nazioni Unite Unifil è deceduto in seguito alle ferite riportate dall’attacco di Hezbollah di sabato scorso. A darne notizia è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha scritto su X che il caporale-capo Anicet Girardin del 132esimo reggimento di fanteria, rimpatriato dal Libano, è morto a causa delle ferite.
Parigi conta così la seconda vittima della difficile fase che sta attraversando il Paese dei cedri, dove purtroppo le violazioni del faticoso cessate il fuoco fra Israele d il Partito di Dio sono continue.
Anche se la situazione rimane molto complicata, il tavolo della trattativa resta aperto e il presidente libanese, Joseph Aoun, ha affermato che sono in corso contatti per prolungare la tregua, in scadenza domenica, di almeno dieci giorni. Una fonte ufficiale del governo di Nawaf Salam ha anche affermato che il Libano chiederà la fine di ogni operazione di demolizione delle zone occupate dove l’esercito di Tel Aviv aveva iniziato ad abbattere gli edifici ed una tregua lunga 30 giorni.
Le operazioni delle Forse di difesa israeliane non si sono mai fermate e sono stati uccisi due individui indicati come combattenti di Hezbollah, con l’accusa di aver varcato la cosiddetta Linea gialla, stabilita da Israele nel Sud del Libano. La notizia dell’eliminazione di questi due miliziani è stata data dalla radio militare dell’Idf e poi subito rilanciata da Al Jazeera. Il portavoce del comando militare ha parlato di minaccia immediata, una locuzione utilizzata da Israele per legittimare l’azione nonostante il perdurare del cessate il fuoco. La nota ha anche aggiunto che i soldati israeliani proseguono nelle operazioni di smantellamento delle basi logistiche di Hezbollah e nel sequestro di armamenti nell’area. Sempre la televisione qatarina Al Jazeera ha riferito di una serie di attacchi congiunti dell’aviazione e dell’artiglieria di Tel Aviv nelle zone residenziali presso i centri di Bint Jbeil, Khiam e Hanin. I vertici militari di Tsahal hanno anche dichiarato che l’esercito è coinvolto in duri scontri in territorio libanese, che sta portando avanti per garantire la sicurezza dei cittadini del Nord del paese.
Il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Gideon Sa’ar, ha lanciato un invito al governo di Beirut per fare squadra con l’obiettivo di combattere insieme Hezbollah, definendolo un problema e un grave pericolo per la pace fra le due nazioni. Parlando ai diplomatici per il 78esimo anniversario dell’indipendenza di Israele, il responsabile degli esteri ha lanciato un appello a Beirut a distruggere il parastato terroristico che il movimento sciita filo iraniano ha costruito negli anni sul territorio libanese.
Hezbollah ha rivendicato il lancio di un drone contro una postazione dell’esercito israeliano nel villaggio di Bayada, nell’estremo Sud libanese. I miliziani hanno giustificato questo lancio con le violazioni alla tregua da parte di Tel Aviv. Il drone è stato intercettato dalla contraerea e non è riuscito a superare il confine.
- Trump alza la voce con l’Iran: «È un accordo equo, firmino o abbatterò ogni ponte del Paese. Basta fare il bravo ragazzo». Secondo round a Islamabad in bilico: gli ayatollah fanno sapere che non parteciperanno se il blocco di Hormuz prosegue.
- Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo. Hezbollah nega responsabilità nell’uccisione del soldato francese e chiede un’inchiesta.
Lo speciale contiene due articoli.
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
L’annuncio del cessate il fuoco di 10 giorni fra Libano e Israele è stato accolto con manifestazioni di gioia dalle centinaia di migliaia di sfollati che sono subito ripartiti dal campi profughi improvvisati per tornare alle riprove case. La maggior parte di loro proviene dalle zone dove Israele ha ordinato l’evacuazione e qui rischiano di trovare case e villaggi devastati da oltre un mese di attacchi israeliani. Questa faticosa tregua sembra però già traballare perché da entrambe le parti fioccano accuse di violazione del cessate il fuoco.
Dal campo l'esercito libanese ha infatti accusato l'Idf di aver commesso «atti di aggressione» e i media locali riferiscono della morte di un uomo nel sud del Libano, sulla strada tra Kounine e Beit Yahouna. La risposta di Tel Aviv è stata che in base ai all’accordo, Israele ha il diritto di colpire Hezbollah per prevenire attacchi pianificati, imminenti o in corso. Il movimento sciita libanese ha risposto di aver preso di mira soldati israeliani in risposta alla violazione del cessate il fuoco dell'esercito di occupazione. Donald Trump è intervenuto personalmente ribadendo che Israele non bombarderà più il Libano, perché gli Usa gli hanno vietato di farlo.
La momentanea pace libanese è stata accolta con estremo favore nel mondo arabo che si è impegnato a sostenere la fine delle ostilità a Beirut. Il governo della Siria ha definito l’accordo come un passo significativo per prevenire un'ulteriore escalation nella regione. Il ministro degli Esteri di Damasco Assad al Shibani ha affermato che Damasco si è impegnato a sostenere tutti gli sforzi volti a preservare l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale del Libano, nonché a garantire la sicurezza del suo popolo. Atman Safadi guida ormai da anni il ministero degli Esteri della Giordania ed è un diplomatico di grande esperienza. «Voglio pubblicamente elogiare il ruolo positivo e fondamentale svolto dal presidente libanese Joseph Aoun, dal primo ministro Nawaf Salam e dal presidente del Parlamento Nabih Berri nel garantire il cessate il fuoco. Queste tre anime della società libanese hanno messo da parte le loro divergenze politiche per salvare il popolo. La Giordania ribadisce il sostegno assoluto allo stato libanese nell'affermare la propria sovranità su tutto il proprio territorio, nel limitare le armi allo stato e nel ripristinare le istituzioni nazionali, il monopolio della forza deve essere esclusivamente nella mano del governo».
Anche dal Golfo arrivano commenti estremamente positivi sulla tregua. L’Arabia Saudita si è detta pronta a sostenere tutte le fasi di transizione di Beirut, sia economicamente che politicamente. Riyadh ha sottolineato che questo è il momento migliore per eliminare tutto ciò che mette in discussione la legittimità dello stato. L’Oman ha esortato tutte le parti a rispettarne i termini dell’accordo e ad evitare qualsiasi azione che possa comprometterla, il governo omanita ha poi espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per raggiungere questo accordo. Anche Il Cairo ha fatto sentire la sua voce attraverso le parole del suo responsabile degli Esteri Badr Abdelatty. «L’Egitto saluta questi 10 giorni di tregua come una necessità fondamentale per il popolo libanese. Il Cairo è stato mediatore per la pace in Medio Oriente fin dall’inizio e conosciamo bene l’estrema fragilità di questa delicata area. Questo cessate il fuoco rappresenta una grande opportunità per ridurre le tensioni e fermare le operazioni militari israeliane lungo il confine con il Libano. Noi chiediamo ad Israele di rispettare pienamente il cessate il fuoco e di interrompere tutte le azioni militari, ma sollecitiamo anche un ritiro completo delle forze israeliane dal territorio libanese e l’attuazione integrale della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu, indicata come base per il ripristino della stabilità. Gli sfollati devono tornare a casa e le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali devono poter accedere per portare aiuti ad un popolo che ha sofferto già troppo».





