- Dal 1988 la ex Birmania è in mano alle giunte militari, erosa da una guerra tribale endemica. Ma la Cina la considera punto cardine della Belt and Road Initiative per il porto di Kyaukpyu, strategico per i commerci nel Golfo del Bengala.
- Tra il 1870 e il 1885 la Birmania fu meta di tecnici e militari italiani chiamati per infrastrutture e consulenza strategica. Fu tra i primi Paesi considerati per la colonizzazione italiana prima ancora dell'Africa. Alcuni ufficiali parteciparono alla resistenza contro l'offensiva finale britannica.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
Totalmente fuori dal radar dei grandi media internazionali l’isola caraibica di Haiti rimane in una situazione drammatica, dove le gang restano padrone del paese. Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per Haiti ha annunciato che una nuova forza multinazionale per combattere le bande criminali sarà dispiegata gradualmente nei prossimi mesi.
Questa Forza di Repressione delle gang inizierà a sostituire l'attuale Missione multinazionale a supporto della polizia haitiana, con l'obiettivo di ristabilire l’ordine e soprattutto il monopolio della forza da parte del governo di Port au Prince. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un nuovo dispiegamento di 5.500 fra soldati ed agenti di polizia ed il primo contingente formato da 400 militari provenienti dal Ciad è già arrivato ad Haiti.
Il Palazzo di Vetro sembra finalmente voler fare qualcosa per aiutare la nazione caraibica, che ormai da cinque anni è in mano alla criminalità organizzata. La missione precedente, formata da poliziotti provenienti dal Kenya, non era mai stata finanziata ed attrezzata in maniera adeguata e gli agenti africani erano stati ininfluenti nella battaglia per il controllo della capitale. Dal Ciad in totale dovrebbero arrivare 1500 uomini, un contingente delle forze armate articolato in due battaglioni di fanteria. Ad Haiti le bande armate controllano circa il 75% della capitale Port-au-Prince, approfittando del collasso istituzionale seguito all’uccisione del presidente Jovenel Moïse ed al crollo dello stato. La polizia haitiana non riesce più a difendere nemmeno i quartieri governativi e vive asserragliata nelle caserme, dove subisce continui attacchi. Questa missione delle Nazioni Unite deve anche affrontare il problema di ricostruire un’entità statale che in questi anni è andata completamente persa. Le forze armate inviate potranno aiutare la popolazione, ma non saranno assolutamente sufficienti a garantire una transazione democratica per questa nazione che ha vissuto moltissime crisi nella sua travagliata storia.
Ad Haiti lo stato infatti non esiste più: da mesi i trasporti pubblici sono sospesi, i rifiuti non vengono raccolti ed i salari non vengono pagati. La maggioranza della popolazione è al limite della sopravvivenza e nel 75% dei quartieri della capitale sono le gang ad amministrare la vita quotidiana degli abitanti. Nonostante questa situazione le Nazioni Unite hanno espresso un giudizio positivo sul nuovo esecutivo guidato da Alix Didier Fils-Aimé, che sta faticosamente cercando di garantire una certa continuità dello Stato, sostenuta dal Patto nazionale per la stabilità, un accordo firmato da un grande rappresentanza della società civile. Anche il fatto che il governo abbia potuto ricominciare a riunirsi nella capitale, dopo tre anni, è visto come un fatto positivo. Le organizzazioni internazionali denunciano però una situazione umanitaria in rapido peggioramento con circa 1 milione e mezzo di persone sfollate che vivono in campi profughi o presso famiglie ospitanti, mentre si stima che entro la fine del 2026 circa 6,5 milioni di haitiani avranno bisogno di immediata assistenza umanitaria.
Stando a un recente rapporto, tra dicembre e febbraio oltre 2.400 persone sono state uccise, molte delle quali sospettate di essere membri di bande criminali, mentre la polizia sta cercando di intensificare le operazioni arruolando molti giovani disoccupati. Secondo il rapporto del BINUH (United Nations Integrated Office in Haiti), si registra un aumento del 23% degli omicidi rispetto al periodo precedente, con operazioni contro le bande criminali che hanno causato la morte di almeno 158 civili e il ferimento di oltre 100.
Lo scorso anno, più di 9.000 persone sono state uccise ad Haiti, e il paese registra un tasso di omicidi pari a 76 ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti al mondo. A dicembre dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni, ma tutto resta estremamente aleatorio. Intanto il Primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha affermato che il governo di transizione «resta pienamente impegnato ad aiutare Haiti a uscire da questa crisi» e ha sottolineato che intende aumentare il numero di agenti di polizia e soldati, ribadendo che «lo Stato sta riprendendo il posto che gli spetta di diritto ed Haiti non perirà».
- La proposta prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti e la riapertura di Hormuz. I negoziati sul nucleare inizierebbero solo in un secondo momento. La Casa Bianca non chiude ma specifica: «Linee rosse rimangono». Putin si offre di ricevere l’uranio.
- Netanyahu: «Lavoro non finito in Libano». Parole forti di Smotrich in Cisgiordania.
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Nelle ultime ore da Teheran è emerso un nuovo tentativo di riaprire il negoziato con Washington, mentre sul terreno politico, militare ed economico continuano a intrecciarsi tensioni e contraddizioni. Secondo fonti vicine alla Repubblica islamica, sarebbe allo studio un piano articolato in tre fasi con l’obiettivo di sbloccare lo stallo diplomatico e riportare le parti al tavolo. Una proposta che, nelle intenzioni iraniane, punta ad aggirare il nodo più delicato - quello nucleare - rinviandolo a una fase successiva. Il progetto, fatto filtrare anche da fonti americane, prevede in primo luogo una cessazione stabile delle ostilità su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano e con garanzie concrete per evitare una nuova escalation. Solo in una seconda fase verrebbe affrontata la questione dello Stretto di Hormuz, oggi epicentro della crisi, mentre il dossier nucleare verrebbe relegato a un terzo momento negoziale. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il cessate il fuoco potrebbe essere esteso a lungo termine o trasformarsi in una cessazione definitiva del conflitto, aprendo così la strada a negoziati più strutturati.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha convocato il suo team per la sicurezza nazionale per valutare le opzioni disponibili. Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cautela. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che «le linee rosse del presidente rispetto all’Iran sono molto chiare», senza però chiudere completamente alla proposta. «Non direi che la stiamo prendendo in considerazione, ma se ne è discusso», ha precisato, lasciando intendere che il dossier resta aperto ma senza impegni concreti. Sul piano diplomatico, Teheran prova a rafforzare il proprio posizionamento internazionale. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova in Russia, dove ha incontrato Vladimir Putin. Da San Pietroburgo ha definito la sicurezza dello Stretto di Hormuz «una questione globale di primaria importanza», ribadendo la volontà iraniana di garantire un transito sicuro «a beneficio dei Paesi vicini e del mondo intero». Nei colloqui con l’Oman, altro attore chiave nell’area, Teheran ha sottolineato la convergenza di vedute sulla necessità di mantenere aperti i canali di navigazione. Dal Cremlino arrivano segnali di sostegno politico. Putin ha rivelato di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, chiedendo ad Araghchi di trasmettere «gratitudine e i migliori auguri» e confermando l’intenzione di proseguire le relazioni strategiche tra Mosca e Teheran. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che una nuova escalation «non è nell’interesse dell’Iran, dei Paesi dello Stretto di Hormuz né dell’economia globale». Nonostante i segnali diplomatici, il clima resta estremamente teso. Araghchi ha accusato apertamente Washington di aver fatto fallire i precedenti tentativi di dialogo a causa di «richieste eccessive», mentre i colloqui avviati a Islamabad all’inizio di aprile si sono conclusi senza risultati. Sul fronte interno, la retorica iraniana resta improntata alla mobilitazione: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha parlato di «30 milioni di iraniani pronti al sacrificio», evocando una resistenza nazionale contro le pressioni esterne.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare il nodo strategico della crisi. Nelle ultime 24 ore solo sette navi hanno attraversato il passaggio, contro una media di circa 140 transiti giornalieri prima del conflitto. Il dato conferma il crollo dei traffici e l’impatto immediato sulle rotte commerciali globali. Dal 13 aprile, data di avvio del blocco, almeno 37 imbarcazioni sono state dirottate, mentre parte del petrolio iraniano continua comunque a filtrare attraverso il dispositivo di controllo. Cresce l’attivismo diplomatico internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di avviare un confronto diretto con Teheran per «affrontare il problema alla radice», indicando nella riapertura dello Stretto una condizione essenziale per stabilizzare i mercati energetici. Anche l’Italia si muove. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato la disponibilità della Marina militare a partecipare a un’eventuale missione internazionale per lo sminamento dell’area: «Siamo pronti a fare tutto ciò che serve, lavorando sia con gli iraniani sia con gli americani». Sullo sfondo si inserisce anche l’azione diplomatica di altri attori regionali, come l’Egitto e i Paesi del Golfo, impegnati in una fitta rete di contatti per favorire la de-escalation.
Dall’Europa emergono tuttavia critiche alla strategia americana. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di un intervento «privo di una linea chiara», sostenendo che Teheran si è dimostrata «più forte del previsto» e ha «umiliato» gli Stati Uniti. Più duro il giudizio degli Emirati Arabi Uniti, con il consigliere Anwar Gargash che ha definito «fallimentari» le politiche di contenimento adottate finora.
Sul tavolo resta il nodo più sensibile: il programma nucleare iraniano. Teheran si dice pronta a discuterne solo dopo la riapertura dello Stretto e la revoca del blocco, mentre Washington insiste su uno stop all’arricchimento dell’uranio per almeno dieci anni e sulla rimozione del materiale sensibile che i russi, ancora una volta, si sono offerti di ricevere dall’Iran per mediare. Intanto, Teheran ha già attivato un sistema di pedaggi sul transito nello Stretto, aprendo conti in diverse valute e trasformando il controllo dell’area in una leva economica diretta. Un segnale che conferma come, al di là delle aperture diplomatiche, la partita resti ancora tutta da giocare.
In Israele si salda l’asse anti Bibi. Hezbollah: «Torniamo ai kamikaze»
Le Forze di Difesa israeliane hanno dato il via a una serie di attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nella valle della Bekaa e nel Libano meridionale. Le Idf hanno anche reso noto che in un attacco aereo sono stati uccisi tre miliziani, vicino alla linea gialla. L’obiettivo principale è stato il quartier generale sciita del settore di Bint Jbeil, dove sono stati fatti saltare in aria anche alcuni depositi di armi leggere. Le Idf hanno dichiarato di aver distrutto oltre 50 siti di Hezbollah negli ultimi giorni, compreso un grande complesso di tunnel. Tutta la fascia dei villaggi vicino al confine ha visto una recrudescenza degli scontri ed è stato necessario l’intervento dell’Unicef per aiutare le famiglie della zona.
Naim Qassem, leader di Hezbollah, ha lanciato un appello a continuare la lotta contro Israele, per permettere a tutti i libanesi di tornare alle proprie case. «Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti», ha ribadito sull’emittente al Manar: «I sacrifici sono grandi, ma sono il prezzo della liberazione e della vita stessa, pagato dal nostro grande popolo libanese con la sua onorevole resistenza, di fronte a una scelta tra due opzioni: liberazione e orgoglio od occupazione e umiliazione». Un importante comandante militare della milizia ha dichiarato che torneranno alle tattiche degli anni Ottanta, con squadre di attentatori suicidi, al fine di evitare che Israele possa consolidare la sua presenza. Qassem ha anche chiesto di riaprire un dialogo interno con il governo di Beirut, che deve parlare con loro e non con Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha risposto al Segretario generale di Hezbollah, che l’aveva criticato per aver avviato i negoziati: «Ciò che stiamo facendo non è tradimento. Il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per servire interessi stranieri». Aoun ha anche rassicurato tutti che non accetterà mai un accordo umiliante con Israele e che sta lavorando per il bene del popolo libanese. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha invece minacciato Qassem e Aoun che non ci sarà nessun cessate il fuoco se le comunità della Galilea continueranno ad essere attaccate. L’Arabia Saudita, invece, sta tornando a giocare un ruolo da protagonista in Libano e sta lavorando per un accordo, sia politico che militare, che possa stabilizzare la nazione. Sul campo si continua a combattere, ma gli animi si stanno scaldando anche nella politica israeliana.
Gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fusione dei rispettivi partiti, Bennett 2026 e Yesh Atid, in un’unica formazione politica che si chiamerà Beyahad, cioè insieme. L’obiettivo è sconfiggere l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu come già successo nel 2021. «Io e Lapid abbiamo opinioni diverse su molte questioni e non lo nascondiamo; al contrario, ne siamo orgogliosi. Sono orgoglioso che due leader con visioni divergenti possano lottare insieme per Israele», ha dichiarato Bennett. «La nostra unità è un messaggio per tutto il popolo di Israele. L’era della divisione è finita. Quando lavoriamo insieme, vinciamo». Netanyahu, invece, ha dichiarato che i lavoro in Libano «non è finito».
Intanto ad Ariel, nella parte settentrionale della Cisgiordania, è stata posata la prima pietra di un nuovo quartiere per un insediamento di 12.000 unità abitative, che porterebbe a un totale di 80.000 abitanti questo insediamento israeliano. «Non c’è rumore più gioioso di quello dei bulldozer che stanno costruendo Israele e distruggendo l’idea dello Stato palestinese», ha dichiarato il ministro Bezalel Smotrich durante la cerimonia.




