L’eliminazione di Nemesio Osegura Cervantes, meglio conosciuto come El Mencho, il più importante narcotrafficante messicano, ha gettato il paese nel caos. La caccia al cinquantanovenne boss della droga, fondatore e leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación (Cjng), è andata avanti per settimane con una vasta operazione dell’esercito messicano, sostenuto anche dall’intelligence statunitense.
El Mencho è stato ucciso in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza locali insieme ai suoi fedelissimi, che hanno scatenato una vera e propria battaglia. Il durissimo scontro si è svolto nella cittadina di Tapalpa, nello stato di Jalisco a circa due ore di distanza dalla capitale statale Guadalajara. L’operazione militare è stata organizzata in grande stile con un attacco esteso a diverse città in otto stati federali e con addirittura il supporto dell’aviazione. Il governo del presidente Claudia Sheinbaum ha chiuso lo spazio aereo sopra queste località per consentire ai caccia di operare liberamente. L’esercito dei narcos ha combattuto strada per strada, arrivando ad interrompere il traffico sull’interstatale incendiando decine di auto con quelli che vengono chiamati «narcobloqueos». Alla morte di El Mencho, avvenuta per le gravi ferite riportate nella battaglia sull’aereo che lo stava portando a Città del Messico, i suoi uomini hanno reagito in maniera estremamente violenta. Secondo le autorità messicane hanno già provocato almeno 58 morti, compresa una giovane donna incinta. In una decina di attacchi in zone diverse, organizzati dai membri del cartello, hanno perso la vita 25 agenti della guardia nazionale, che non è ancora riuscita a riprendere il controllo della situazione. Diverse compagnie aeree, tra cui Air Canada, Delta, American Airlines e United hanno sospeso i voli negli aeroporti di Guadalajara e Puerto Valllarta, le due principali città dello stato di Jalisco. Centinaia di passeggeri hanno affermato di essere rimasti bloccati nei velivoli atterrati o in partenza, ma le autorità hanno garantito che presto tutto tornerà alla normalità. In tutta Jalisco scuole ed uffici pubblici sono stati chiusi e tutti gli eventi pubblici sono stati annullati per sicurezza. Il presidente messicana Sheinbaum ha cercato di rassicurare la popolazione dicendo che le forze dell’ordine stanno riprendendo il controllo del territorio ed ha ringraziato l’esercito per l’operazione che ha eliminato uno dei più potenti e pericolosi criminali della nazione centroamericana. Sheinbaum ha anche sottolineato che l’eliminazione di El Mencho è stata opera delle forze messicane e che non c’è stata partecipazione diretta delle forze degli Stati Uniti, ma semplicemente una collaborazione a livello di informazioni e intelligence. La leader messicana ha annunciato che le forze di polizia hanno già arrestato 27 persone, 11 per gli episodi di violenza e 14 per i saccheggi ai danni di attività commerciali e istituti di credito. In molti hanno approfittato del caos, appiccando il fuoco e attaccando i civili che restano barricati in casa. Il sottosegretario di Stato statunitense, Christopher Landau, ha dichiarato che questo è un grande sviluppo per il Messico, gli Usa, l’America Latina e tutto il mondo «che oggi è un posto migliore. Oggi i buoni sono più forti dei cattivi». Il ministero della Difesa di Città del Messico ha rivelato altri particolari, come il fatto che il temibile boss sarebbe stato individuato e ucciso grazie a un infiltrato nella cerchia di conoscenti della sua amante, che è stata stata pedinata per settimane. Con la morte di El Mencho, con un passato da agente di polizia, viene eliminato l’ultimo grande padrino del narcotraffico messicano. Prima di lui erano stati arrestati i leader del cartello di Sinaloa, Joaquín «El Chapo» Guzman e Ismael «El Mayo» Zambada, entrambi poi estradati negli Stati Uniti.
L’amministrazione di Donald Trump aveva messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di El Mencho ed aveva accusato più volte il Messico di non fare abbastanza per combattere il narcotraffico, offrendo truppe in sostegno alle forze di sicurezza messicane. Nonostante le rassicurazioni della presidenza messicana, la cittadinanza rimane chiusa in casa e anche il ministero degli Esteri italiano ha diramato un comunicato: evitare tutti gli spostamenti non essenziali e di fare attenzione nelle principali città di Jalisco e in altri sette stati messicani, dove la violenza si sta propagando. Guadalajara è inoltre una delle tre città scelte dal Messico come sede dei mondiali organizzati con Canada e Stati Uniti che inizieranno fra circa tre mesi. Nello specifico, nella capitale di Jalisco sono previsti quattro match delle fase a gironi ed anche la nazionale messicana e quella spagnola scenderanno in campo qui. Donald Trump ha già affrontato pubblicamente il problema della sicurezza in vista della Coppa del Mondo cercando di rafforzare le misure negli Stati Uniti, ma la situazione messicana appare incontrollabile. Se a Jalisco, sede del cartello della droga di El Mencho, le forze di sicurezza stanno facendo molta fatica a respingere l’esercito dei narcos, in almeno altri otto stati il governo centrale e la polizia sono quotidianamente sotto attacco della criminalità organizzata. Il Messico negli ultimi anni ha avuto una costante crescita economica, ma molto spesso è mancata la stabilità e la sicurezza per i cittadini che vivono sotto la costante minaccia dei cartelli della droga, un’entità parallela allo stato e molto spesso più forte ed organizzata.
Il Perù si ritrova ancora una volta nel caos politico con la rimozione dal ruolo di presidente di Jose Enrique Jeri. Casa de Pizarro, la residenza ufficiale della presidenza delle Repubblica, dopo soli quattro mesi, ha visto la sua destituzione nonostante fosse partito con un ampio seguito popolare.
Il parlamento, riunito in seduta plenaria, ha votato per la sua censura, una forma tecnica di estromissione, con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, approvando una mozione per destituirlo aprendo così l’ennesima crisi politica del paese delle Ande. Al suo posto è stato eletto l’avvocato José Maria Balcázar, deputato del partito di sinistra Perú Libre, la stessa formazione politica dell’ex presidente Pedro Castillo. Balcazar ha sconfitto al secondo turno di votazioni la deputata María del Carmen Alva, che era considerata la grande favorita dalla stampa peruviana. La vittoria di questo outsider è arrivata soprattutto grazie al sostegno della sinistra e di altre forze parlamentari moderate che si sono coalizzate puntando sul suo nome.
La situazione economica della nazione sudamericana è particolarmente complicata con proteste da parte della cosiddetta Generazione Z che chiede un profondo rinnovamento della società peruviana. Jose Maria Balcázar, che è stato anche un magistrato, e così diventato il nono presidente in 10 anni, ma il suo mandato dovrebbe essere piuttosto breve. Il suo predecessore, entrato in carica ad ottobre dopo l’impeachment di Dina Boularte al potere dal 2022, era stato rimosso per alcuni incontri ufficiosi con sospetti uomini d’affari cinesi. A gennaio la Procura generale di Lima aveva avviato un’indagine contro Jose Enrique Jeri per un presunto traffico di influenze, che aveva fortemente minato la sua popolarità e molti deputati avevano cominciato chiederne le dimissioni. Nel novembre scorso l’ormai ex presidente aveva avuto un incontro con Zhihua Yang, un discusso uomo d’affari che aveva ottenuto una concessione per la costruzione di una centrale idroelettrica sulle Ande, cambiando molte regole ambientali. In un secondo momento al palazzo presidenziale era arrivato un altro businessman di Pechino, che però si sarebbe dovuto trovare agli arresti domiciliari, un uomo sembra legato ad alcune organizzazioni criminali cinesi e peruviane implicate nel disboscamento illegale della foresta amazzonica. Una serie di scandali che avevano riportato la gente a protestare nelle strade di Lima chiedendo la fine della corruzione e di fare qualcosa contro la criminalità che sta dilagando all’ombra delle Ande.
Il Perù è il secondo produttore mondiale di cocaina, alle spalle della Colombia, e nonostante gli sforzi governativi i narcotrafficanti dominano intere province. Nell’agosto scorso la polizia nazionale ha confiscato 1,5 tonnellate di cocaina a Puno, Ayacucho e Tacna, tre regioni a coltivazione estesa, arrestando dieci persone coinvolte nel traffico. Il carico era destinato all’Europa e sarebbe passato dall’Uruguay per raggiungere via mare il vecchio continente. Si tratta però di un evento quasi straordinario perché il Perù, nonostante i molti proclami, ha diminuito pochissimo l’area coltivata a foglie di coca del suo territorio. La disoccupazione è alle stelle e la maggioranza dei giovani sceglie ancora la via dell’emigrazione soprattutto verso gli Stati Uniti, ma anche l’Europa.
José Maria Balcázar, che è un uomo di 83 anni, dovrà cercare di riunificare un parlamento molto frammentato, così come la maggioranza che lo ha eletto a sorpresa. I tempi d’azione di questo nuovo presidente ad interim saranno comunque molto brevi perché domenica 12 aprile in Perù sono previste le elezioni generali, dove i cittadini potranno scegliere sia il nuovo capo di stato sia i rappresentanti del parlamento, che grazie a una riforma costituzionale approvata nel 2024 tornerà ad avere due camere: un Senato formato da 60 rappresentanti e una Camera dei deputati con 130 eletti.
Il nuovo presidente eletto si insedierà comunque il 28 luglio, dando a Balcazar un interim di quasi 5 mesi. Il nuovo e temporaneo presidente è deputato dal 2021 ed ha dichiarato che vuole garantire al popolo peruviano una transizione democratica ed un processo elettorale pacifico e trasparente. Ma la sua carriera è stata macchiata nel 2023 da un’inchiesta per presunta appropriazione indebita e corruzione e per questo motivo era stato allontanato dai ranghi della magistratura di Lima.
L’incubo dei cristiani in Africa non finisce mai e in queste ultime settimane rapimenti e omicidi sono cresciuti in maniera esponenziale. La Nigeria è stata l’epicentro della maggior parte delle violenze dei terroristi islamici che hanno colpito in molti stati della nazione federale africana. Abuja ha sempre avuto problemi nelle aree settentrionali a maggioranza musulmana dove Boko Haram, un’organizzazione terroristica nativa della Nigeria, colpiva indiscriminatamente con assassinii e rapimenti, soprattutto di giovani studentesse da convertire all’Islam.
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.





