- Colloqui la prossima settimana in seguito alle richieste del Paese dei cedri e al pressing Usa su Benjamin Netanyahu. Sul tavolo il disarmo di Hezbollah e l’avvio di relazioni pacifiche. Israele sugli spari contro i soldati italiani: «Loro azione non coordinata con noi».
- Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri: «Più militari nella capitale. Anche il Pakistan ci è vicino».
Lo speciale contiene due articoli
Ultimi fuochi libanesi, i più pericolosi. Quelli che possono spegnere l’incendio ma anche riattizzarlo. Mentre continuano i raid israeliani nel Paese dei cedri, il presidente americano Donald Trump ha chiesto con una telefonata a Benjamin Netanyahu di «ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan» (fonte Nbc).
Messaggio ricevuto perché a stretto giro il premier di Tel Aviv ha ceduto alle pressioni e ha annunciato: «Ho ordinato di aprire al più presto negoziati diretti con il Libano sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche con Beirut». I negoziati cominciano la prossima settimana a Washington, guidati dall’ambasciatore americano in Libano, Michael Issa.
Qualche certezza dopo 48 ore di giochi delle tre carte nella polveriera di Beirut, che può far stracciare ogni accordo, richiudere lo stretto di Hormuz, far ripartire i raid, incendiare di nuovo il mondo. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha precisato: «Sta all’Iran decidere se far saltare la tregua a causa del Libano. Gli iraniani devono fare il passo successivo, altrimenti possiamo tornare in guerra. Pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto questa promessa». Subito dopo ha aggiunto una frase che suona da memento all’alleato bellicoso: «Israele ha proposto di astenersi da attacchi in Libano finché saranno in corso i negoziati tra Stati Uniti e Iran».
Un colpo al cerchio e uno alla botte mentre la tensione rimane altissima, come si evince dalle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «L’incursione in Libano rappresenta una palese violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Il proseguimento di queste azioni renderà inutili i negoziati. L’Iran non abbandonerà mai i suoi fratelli e sorelle libanesi. Il nostro dito rimane sul grilletto». Il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi aggiunge un particolare: «I pasdaran volevano già rispondere ma il Pakistan - garante degli accordi - li ha fermati. Le prossime ore saranno cruciali».
La tensione a mille non preoccupa le cinque divisioni israeliane che continuano l’operazione «regolamento di conti» con i terroristi di Hezbollah. È stato lo stesso Netanyahu ad annunciare l’uccisione di Ali Youssef Kharshi, consigliere personale e nipote del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, «una delle persone a lui più vicine», mentre in giornata alcune fonti confermano la morte dello stesso Qassem. La risposta è stata il lancio di 30 razzi sulle città dell’alta Galilea, intercettati dalle forze di difesa.
La decapitazione dell’idra del terrore è il vero scopo del colpo di coda israeliano e Netanyahu ha aggiunto: «Israele continuerà a colpire Hezbollah ovunque sia necessario con forza, precisione e determinazione. Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro i civili israeliani verrà colpito». A conferma di ciò, ieri l’Idf ha circondato la città di Bint Jbeil, nel sud del Libano, roccaforte del radicalismo islamico a cinque km dal confine, famoso per una violenta battaglia tra le due parti nel 2006. E il ministro della Difesa, Israel Katz, ha riassunto la portata dell’operazione Eternal Darkness: «Più di 200 terroristi sono stati eliminati, il bilancio di questa campagna è di 1.400; Hezbollah è sbalordito dalla portata del colpo, per questo desidera ardentemente il cessate il fuoco».
Come Trump, anche l’Europa spinge perché tacciano pure i fucili mitragliatori dell’Idf. Ieri sono intervenuti i paesi leader. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha dichiarato che «l’accordo Ue-Israele potrebbe essere ridiscusso alla luce della gravità di quanto accade in Libano, con bombardamenti sproporzionati». Il premier tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che «la violenza della campagna israeliana potrebbe compromettere le trattative di pace e questo non può essere permesso. Non vogliamo che questa guerra metta ulteriormente a dura prova le relazioni fra Usa e partner europei. Invece vogliamo che venga ripristinata la libera navigazione nello stretto di Hormuz».
«Giorgia Meloni accoglie con soddisfazione e sostiene con forza la notizia dell’avvio di negoziati diretti. In questo quadro, l’Italia continuerà a sostenere il rafforzamento dello Stato libanese e delle sue istituzioni», ha fatto sapere ieri Chigi. La pressione internazionale è forte e comincia lo stillicidio di denunce di episodi opachi nei confronti di peacekeeper. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha stigmatizzato la «violenza fisica» dei militari ai danni di un attivista cooperante di un convoglio che portava aiuti, fermato e trattenuto per un’ora. La rappresentante Ue Kaja Kallas ha denunciato che «gli attacchi rendono difficile sostenere che si tratti di azioni proporzionate e l’escalation nel disprezzo del diritto internazionale sta mettendo a dura prova gli sforzi diplomatici. Il cessate il fuoco deve comprendere anche il Libano».
Risposta del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «La stragrande maggioranza delle vittime erano terroristi di Hezbollah. Nessun altro esercito al mondo è in grado di colpire con tale precisione e con un numero minimo di vittime civili». Orgoglio di parte che si scontra con il Lince italiano della missione Unifil danneggiato dal cannoneggiamento random dell’Idf. L’episodio si aggiunge ad altri, come denuncia l’Unifil: «A nome di 60 paesi condanniamo i persistenti attacchi israeliani alla nostra missione di pace, costata la morte a tre caschi blu indonesiani». Sulla vicenda italiana, costata la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore, la sede diplomatica di Israele a Roma ha spiegato che «le forze Unifil non sono oggetto di attacchi deliberati» mentre lo Stato maggiore dell’Idf (fonte agenzia Nova) ha accusato apertamente gli italiani. «Sono entrati in modo piuttosto aggressivo in una zona di guerra attiva senza coordinarsi con le forze militari israeliane. I militari italiani hanno tentato di sfondare una barriera nonostante l’Idf avesse chiesto loro ripetutamente di fermarsi. Quando si è in una zona di guerra attiva è molto importante coordinarsi». Un graffio a un blindato, ma poteva finire molto peggio.
Piano di Beirut per tutelare i civili. «Le bombe Idf crimini di guerra»
Il primo giorno di tregua fra Iran e Stati Uniti ha visto uno dei più violenti attacchi israeliani su Beirut. La capitale del Libano è stata pesantemente bombardata dall’aviazione di Tel Aviv e secondo la protezione civile ci sono state 254 vittime e 1.164 feriti, alcuni dei quali in modo grave. Israele ha colpito alcune delle zone più popolose di Beirut, compresi i principali quartieri residenziali. La corniche Mazraa, arteria vitale del centro della capitale, ha visto palazzi sventrati e in fiamme, trasformandosi in un cumulo di macerie.
La nazione affacciata sul Mediterraneo, per Israele e Stati Uniti non rientra negli accordi, anche se il capo negoziazione iraniano Mohammad Ghalibaf ha ribadito che gli attacchi di Tel Aviv violano gli accordi che includevano anche il fronte del Libano. Nabih Berri è lo storico presidente dell’Assemblea nazionale libanese, il parlamento locale. Appartenente agli sciiti, che per costituzione hanno diritto a questa figura istituzionale, guida il Blocco di Liberazione e dello Sviluppo, dominato da Amal, formazione politica legata all’Iran e spesso alleata di Hezbollah.
«Gli attacchi di Israele contro le aree più densamente popolate di Beirut sono un autentico crimine di guerra - racconta il politico di lungo corso alla Verità - questo crimine arriva dopo l’accordo di cessate il fuoco nella regione, che Israele non ha voluto rispettare. Per noi libanesi questa è una prova lampante a disposizione della comunità internazionale che sfida tutte le leggi esistenti, calpestando i diritti del nostro popolo. Tel Aviv viola quotidianamente ogni legge e lo fa uccidendo i libanesi. Possiamo però imparare, dalla tragedia che stiamo vivendo, a diventare un popolo unito, un popolo che vuole glorificare i martiri uccisi nei bombardamenti. Ci auguriamo che Dio abbia pietà dei martiri, conceda una pronta guarigione ai feriti e protegga il nostro Libano».
Il governo del Paese dei cedri sta cercando una mediazione internazionale e allo stesso tempo lavora per garantire la sicurezza dei propri cittadini. È stata però smentita la notizia che l’esecutivo volesse dichiarare Beirut come zona libera da Hezbollah, ma sarebbe pronto un piano per mettere in sicurezza gli abitanti della capitale. «Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto all’esercito e alle forze di sicurezza di intensificare il loro dispiegamento a Beirut per estendere il controllo nella capitale e garantire il monopolio statale sulle armi in città - ha continuato Berri - e ha presentato una protesta urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite contro le azioni di Israele. Abbiamo già ricevuto la solidarietà di nazioni amiche come il Qatar che ha condannato l’attacco definendolo una brutale aggressione e una violazione della sovranità della sorella Repubblica libanese. Doha ha subito invitato la comunità internazionale a costringere le autorità di occupazione israeliane a porre fine ai loro barbari massacri e ai ripetuti attacchi contro il Libano.
Anche il Cairo ha definito questi avvenimenti come un intento premeditato volto a minare gli sforzi regionali ed internazionali per ridurre l’escalation, un palese tentativo da parte di Tel Aviv di gettare la regione nel caos totale». Nonostante il suo passato politico molto vicino ad Assad, Berri ha cercato di aprire canali di contatto anche con il nuovo governo siriano che non ha fatto mancare la sua immediata solidarietà. «La Siria vuole un cessate il fuoco immediato e soprattutto la piena attuazione delle risoluzioni delle Nazioni unite per garantire la protezione dei civili e il rispetto della sovranità del Libano, che i siriani considerano come un fratello minore.
Persino il Pakistan, la nazione che sta mediando per arrivare alla pace, ha detto che questi bombardamenti stanno creando un’atmosfera molto negativa e che tutte le parti devono rispettare l’accordo di cessate il fuoco. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in una dichiarazione ufficiale su X, aveva esplicitamente menzionato il Libano come parte della tregua».
Il blocco del passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz sta provocando una serie di conseguenze sempre più gravi per una lunga lista di nazioni. Il problema maggiore potrebbe non essere il continuo aumento del costo del carburante, ma la sua carenza.
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
- I due Paesi sono strettamente legati alla Cina in funzione anti-vietnamita. La Cambogia, cresciuta in vari settori tra cui l'agricoltura e il turismo, è lo Stato asiatico più colpito dai dazi Usa (49%). Il Laos ha beneficiato di forti investimenti di Pechino nelle infrastrutture.
- Il martirio dei preti cattolici cambogiani sotto il terrore comunista di Pol Pot. Oggi per 34 di loro è nelle fasi finali la causa di beatificazione.
Lo speciale contiene due articoli.
Laos e Cambogia sono due nazioni storicamente legate alla Francia e all’Indocina francese, ma sono anche due realtà vivaci e produttive. Questi due paesi, che nella loro storia hanno spesso vissuto all’ombra del più grande ed importante Vietnam, hanno storie diverse anche se con alcuni punti in comune, soprattutto dopo la guerra del Vietnam. Il Laos resta ancora oggi una Repubblica socialista monopartitica dominata dal Partito Rivoluzionario del Popolo Lao che soltanto dalla metà degli anni 2000 ha cominciato ad aprire agli investimenti stranieri, soprattutto da Cina e dalla confinante Thailandia. Più complicata la storia della piccola Cambogia che ha vissuto negli anni ’70 l’incubo del regime sanguinario dei khmer rossi. Questi pseudo-rivoluzionari hanno massacrato un terzo della popolazione con l’idea della creazione dell’uomo nuovo, fino all’intervento vietnamita che rovesciò il regno del terrore del leader dei khmer rossi di Pol Pot. Dopo anni di una specie di protettorato politico del Vietnam nel 1993 la Cambogia, con un referendum, è tornata ad essere un regno rimettendo sul trono Norodom Sihanouk che aveva già regnato dal 1941 al 1955. Ancora oggi Phnom Penh rimane una monarchia elettiva e da oltre 20 anni è stato scelto come sovrano il figlio di Sihanouk Norodom Sihamoni.
Oggi la Cambogia è una nazione che punta sul turismo, quasi 7 milioni di visitatori nel 2024, e sugli investimenti stranieri grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Thailandia. La crescita di Phnom Penh è stata costante con una media di 6,88% tra il 1994 ed il 2024, dati che gli hanno permesso di diventare una delle economie più dinamiche dell’intero sud-est asiatico. Negli anni la Cambogia è diventata una nazione a reddito medio-basso, lasciando la fascia inferiore grazie, oltre che al turismo, ai settori del tessile e dell’edilizia. Sia il Laos che la Cambogia sono sempre stati guardati con particolare attenzione dalla Cina, anche in funzione anti-vietnamita. I rapporti Pechino-Hanoi sono complicati da decenni e l’avvicinamento agli Stati Uniti del Vietnam ha cambiato gli equilibri geopolitici regionali.
L’interesse cinese appare più forte in Laos dove la ferrovia China-Laos Railway rappresenta un progetto da 5,9 miliardi di dollari, al 70% dei quali finanziati da Pechino e i rimanenti pagati da Vientiane sotto forma di debito con la Cina. Questa infrastruttura dal 2021 ha trasportato oltre 15 milioni di tonnellate di merci per la maggior parte frutta cresciuta del 60%, che ha migliorato le esportazioni agricole laotiane. Pechino si interessa al Laos per la sua posizione nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, ma anche per le possibilità di crescita della nazione che prevede di superare il 5% nel periodo che va dal 2026 al 2030. Secondo Pechino il paese ha grandi potenzialità che porterebbero il Pil pro capite a 2980 dollari entro il 2030. La Cambogia è stato lo stato più colpito dai dazi di Trump, che l’accusa di fungere da punto di transito per prodotti cinesi da immettere nel mercato. Washington aveva deciso di imporre una tassazione del 49%, la seconda più alta al mondo dopo il Lesotho arrivato al 50%, che andava a colpire le esportazioni cambogiane di abbigliamento e calzature negli Stati Uniti. Come per Vientiane anche per Phnom Penh la Cina è un partner chiave e soprattutto il principale creditore, detenendo oltre il 40% del suo debito estero, stimato in circa 10 miliardi di dollari. Nel regno indocinese Pechino ha costruito un canale fluviale che collega la capitale con la costa della provincia cambogiana di Kep, nel sud del paese, con un costo di circa 1,7 miliardi di dollari e che permetterebbe l’accesso al Mar Cinese Meridionale. In cambio la Cambogia ha ceduto la base navale di Ream, nella provincia di Sihanoukville, alla marina cinese, una struttura in posizione strategica verso territori insulari contesi a Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei. Due piccole tigri asiatiche che vogliono imitare la crescita vista negli anni scorsi in Malesia e Thailandia, ma che sono legate a doppio filo alla Cina che ha già preso il controllo delle loro vivaci economie.
Il calvario dei missionari e dei preti cattolici nella Cambogia dei Khmer rossi (1972-1979)
Era il 17 aprile 1975 quando i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La data funesta diede inizio ad un lungo periodo di terrore guidato dalla cieca ideologia maoista che portò al genocidio di circa un quarto della popolazione cambogiana. Il Paese, ex colonia dell’Indocina francese fino al 1953, era stato in seguito retto da un regime autoritario che si era dichiarato neutrale durante la guerra del Vietnam ma aveva ospitato i Vietcong ed aveva subito i bombardamenti americani. Nel 1970 un colpo di Stato guidato dal generale Lon Nol rovesciò il sovrano Sihanouk in accordo con gli Stati Uniti, ma il paese sprofondò nella guerra civile contro i Khmer rossi di Pol Pot appoggiati dalla Cina e dai nordvietnamiti, che ebbero alla fine successo.
Il folle programma di Pol Pot prevedeva la trasformazione della Cambogia in un Paese esclusivamente rurale gestito integralmente dallo Stato (Phnom Penh fu forzatamente spopolata per questo motivo), mentre ogni differenza di classe (anche intellettuale) fu nel mirino dei Khmer rossi, che operarono esecuzioni di massa anche per i più piccoli sospetti. Le banche e il denaro furono aboliti e i funzionari del precedente regno massacrati. Le religioni, che furono bandite integralmente, non fecero eccezione, a partire da quella maggioritaria, il buddhismo. I cattolici erano una minoranza, presenti dai tempi della colonizzazione portoghese con l’opera dei missionari e facevano capo al vicariato della capitale. Erano relativamente pochi, circa 60.000 su un totale di 15 milioni di abitanti, quasi tutti vietnamiti scappati dal Paese in guerra per finire nel braciere della Cambogia. Già dal 1970, per i fedeli e i preti cattolici iniziò il calvario nelle zone già controllate dai Khmer di Pol Pot. Il 24 febbraio 1972 nella provincia di Kampong Chan sulle rive del fiume Mekong il prete cattolico francese Pierre Rapin, già confinato al domicilio coatto dai guerriglieri comunisti, fu fatto oggetto di un attentato. Ferito nell’esplosione di un ordigno, fu trasferito dagli stessi Khmer in ospedale e ritornato cadavere. Le sue ultime parole piene di fede, scritte al vicario che lo supplicava di lasciare la Cambogia, furono: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere. Rimango. Sia fatta la volontà di Dio. Rimarrò finché ci sarà anche uno solo di voi». Assieme a lui perse la vita anche il sacerdote vietnamita Pam Van Than.
Padre Joseph Chhmar Salas tornò in Cambogia nel tragico 1975 dopo un periodo di studi canonici in Francia, chiamato dal vicario di Phnom Penh monsignor Yves Ramousse. L’entrata imminente dei Khmer rossi suggeriva al vicariato apostolico di nominare un cambogiano alla guida della Chiesa cattolica. Fu inviato nella provincia dove morì padre Rapin, dove il prete si offrì volontario per i lavori forzati imposti dagli uomini di Pol Pot nella speranza di organizzare una forma di unione e resistenza tra i cattolici della regione. Morirà di fame e di stenti in una pagoda-ospedale dopo aver passato due anni all’inferno. La sorella, superstite del terrore, racconterà delle messe clandestine celebrate nelle capanne del campo di lavoro dal martire della furia comunista.
Tra le vittime cattoliche del regime di Pol Pot, anche missionari laici tra cui Joseph Ros En, docente universitario a Phnom Penh e Pierre Chhum Somchay, padre di 12 figli tutti uccisi dall’odio Khmer assieme al padre. Tra loro anche due religiose, le suore cambogiane Lydie Nou Savan e Jacqueline Kim Son.
La Chiesa cattolica cambogiana, azzerata dalla ferocia del regime di Pol Pot, rinascerà soltanto negli anni Novanta a piccoli passi, ma determinati. Fondamentale l’apporto dei missionari, tra cui gli italiani Luca Bolelli , Mario Ghezzi, Gianluca Tavola e Antonio Bergamin (scomparso nel 2021) tutti del Pime, il Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Si occupano oggi di una comunità di fedeli che oggi conta circa 20.000 persone, tra cui molti giovani.
Nel 2015 Papa Francesco ha istituito la causa di beatificazione di 12 martiri della Chiesa Cambogiana, tra cui Joseph Chhmar Salas. Dopo la raccolta per oltre un decennio di testimonianze di chi conobbe i religiosi in vita, la parte cambogiana del processo si è conclusa il 18 marzo 2026 sotto la guida del vicario apostolico in Cambogia, monsignor Olivier Schmitthaeusler.




