Il candidato conservatore conquista il ballottaggio contro Ivan Cepeda e promette tolleranza zero contro narcotraffico e guerriglia. La sinistra contesta il risultato, chiede il riconteggio e nelle principali città scoppiano scontri e disordini.
Abelardo de la Espriella è il nuovo presidente della Repubblica di Colombia. L’esponente della destra ha vinto al ballottaggio contro Ivan Cepeda, il filosofo marxista sostenuto dal presidente uscente Gustavo Pedro. «El Tigre», questo il soprannome del nuovo presidente, ha festeggiato dalla città di Barranquilla parlando dell’inizio di una nuova era. L’amministrazione precedente era stata la prima di sinistra della storia colombiana e aveva totalmente fallito il cosiddetto piano di riconciliazione nazionale, concedendo il perdono a guerriglieri comunisti e a narcotrafficanti in cambio di una presunta pacificazione.
Oggi Bogotá si trova in una situazione peggiore rispetto a cinque anni fa e lo scioglimento dei gruppi insurrezionalisti ha funzionato soltanto sulla carta, perché sono rinati ricostituendosi con nomi diversi, ma sempre armati e pericolosi. De la Espriella ha basato il suo programma su una lotta dura contro terroristi e narcotrafficanti, senza nessuna possibilità di accordo ed ha pubblicamente dichiarato dopo la vittoria che «perseguiterà senza sosta i criminali, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica». Stando ai risultati preliminari il candidato della destra avrebbe vinto con il 49,7% dei voti, contro il 48,7% di Cepeda, ma la sinistra ha chiesto il riconteggio di 33mila verbali e il Ministero dell’Interno ha raccolto circa 3mila denunce. Proprio i movimenti e i partiti di sinistra hanno invitato le persone a scendere in strada a protestare ed in molte città si contano violenti scontri con la polizia. Le manifestazioni hanno preso una piega antiamericana e a Cali, terza città più grande del paese, sono state bruciate diverse bandiere statunitensi e al momento si conta già almeno un morto. Nella capitale Bogotá, dove ha prevalso il candidato Ivan Cepeda, gruppi di persone armati di bottiglie incendiarie ed armi improvvisate ha assaltato le stazioni di polizia dei distretti di Usme e Kennedy, per poi saccheggiare negozi e centri commerciali nel quartiere La Marichuela. Le forze dell’ordine stanno conducendo operazioni nel quartiere per contenere la situazione e mantenere l'ordine pubblico. Intanto sono stati istituite alcune commissioni responsabili della revisione del lavoro svolto dagli scrutatori, anche a seguito delle denunce presentate. Altre fonti parlano invece di violenza nei seggi perpetrata da gruppi guerriglieri che avrebbero obbligato i contadini ad andare a votare per il candidato della sinistra.
Con la vittoria di De la Espriella, la Colombia vira decisamente a destra, allineandosi ad Argentina, Cile ed Ecuador ed isolando sempre di più il Brasile di Lula. I leader delle altre nazioni sudamericane si sono subito congratulati con il nuovo presidente colombiano, così come il segretario di Stato americano Marco Rubio che su X ha parlato di una futura collaborazione in materia di sicurezza e per porre fine all'immigrazione clandestina verso gli Stati Uniti. Anche Donald Trump, ha espresso la sua soddisfazione per la vittoria di De la Espriella, scrivendo sui social che ha vinto largamente. Uno dei primi messaggi di felicitazioni è arrivato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha scritto su X «Congratulazioni ad Abelardo de la Espriella, nuovo Presidente eletto della Repubblica di Colombia. Forte del suo già profondo rapporto personale con l’Italia, sono pronta a collaborare insieme per sviluppare ancora di più le nostre già solide relazioni bilaterali». Il nuovo uomo forte di Bogotá ha infatti un rapporto molto profondo con l’Italia, in passato ha vissuto a Firenze ed è un grande appassionato di opera lirica, che alcuni dei suoi più stretti collaboratori hanno ammesso che si diletterebbe a cantare.
L’attacco all’aeroporto internazionale Diori Hamani della capitale del Niger è stato rivendicato dal gruppo Jnim (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani), il rappresentante di al Qaeda nel Sahel, che ha diramato un comunicato pubblicato su Chirpwire dalla sua fondazione di propaganda Az-Zallaqa.
Questa operazione, respinta con grande fatica dalle forze speciali nigerine, assistite dai mercenari russi dell’Africa Corps, ha visto la morte di 13 persone, 11 membri delle forze armate e due civili, mentre altre 4 persone sono rimaste ferite in maniera grave. Il generale Salifou Mody, attuale ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che 23 islamisti sono stati uccisi e che un’imponente caccia all’uomo sarebbe ancora in atto, mentre una ventina di persone sono già state arrestate. I militari da ieri stanno perlustrando tutta l'area intorno all'aeroporto e alla base aerea militare della capitale, e hanno provveduto a demolire una serie di insediamenti abusivi. Le polizia nigerina è alla ricerca di militanti che durante la fuga sarebbero stati nascosti dalla popolazione locale, che il governo accusa di praticare una forma di fiancheggiamento ai terroristi. Intanto gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dell’attacco che ha visto arrivare gli aggressori a bordo di due veicoli bianchi, anche se un testimone ha raccontato di un terzo possibile arrivo con un taxi, portando a tre le auto giunte nel perimetro che sarebbe dovuto essere irraggiungibile. Un’altra fonte della sicurezza interna ha raccontato che un gruppo di aggressori era nascosto dalla sera precedente in un edificio della dogana dell'aeroporto e sono stati loro ad uccidere quattro agenti di sicurezza.
Questo farebbe pensare a un basista all’interno del Diori Hamani che avrebbe facilitato l’assalto dei terroristi. L’operazione contro l’aeroporto e le sue basi era inserita in un quadro molto più ampio che il giorno precedente aveva visto due attacchi coordinati contro le basi militari di Banibangou e Inates situate nella regione occidentale di Tillaberi. A Banibangou sono stati uccisi 10 soldati dell’esercito nigerino e altri 40 feriti gravemente, mentre a Inates i militari hanno addirittura abbandonato la loro base che sarebbe adesso in mano ai jihadisti. L'aeroporto internazionale di Niamey e le basi militari ospitate restano da sempre l’obiettivo primario delle forze islamiste, che vogliono rovesciare la giunta militare al potere dal 2023. Qui ha sede il quartier generale dei mercenari russi dell’Africa Corps, le forze dell’Alleanza del Sahel (AES), formate da soldati provenienti da Mali e Burkina Faso e anche il contingente italiano, in Niger per addestrare i paracadutisti. In un deposito dell’aeroporto sono anche accatastate 1000 tonnellate di uranio che è stato sequestrato a un’azienda francese, dopo la rottura con Parigi, ed è destinato a Mosca e che potrebbe essere il vero obiettivo degli islamisti.
Il presidente della giunta Abdourahamane Tchiani ha rassicurato la popolazione dichiarando che la situazione era tornata sotto controllo e che l’esercito nazionale aveva respinto gli aggressori, ma il Niger appare sempre più fragile. Nel gennaio scorso era invece stato lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) erede dello Stato Islamico del Grande Sahara, branca locale dell'Isis, a rivendicare un attacco al complesso aeroportuale, dove erano rimasti uccisi venti combattenti e quattro soldati regolari. Tutto il Sahel è ormai da anni sottoposto alla pressione dei due network del terrorismo internazionale che si sono radicati in questa area vitale per raggiungere il Mediterraneo. I due gruppi di JNIM e ISSP sono arrivati a combattersi fra di loto per aumentare la propria influenza nella regione, scontrandosi per la prima volta in Niger nell’aprile scorso. La rivalità e la competizione di lunga data per il predominio regionale stanno alimentando attacchi sempre più frequenti e di grande impatto contro obiettivi strategici per dimostrare la debolezza dei governi africani ed espandere la propria influenza.
La pace in Etiopia, faticosamente raggiunta dopo due anni di guerra, sembra davvero appesa a un filo. Da alcuni giorni un gruppo secessionista del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT), il movimento che ha combattuto l’esercito federale, ma che aveva accettato la pace, ha deciso di riprendere le armi.
Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.





