Venezuela tra aperture e diffidenze: il vertice Trump–Machado divide sul futuro del Paese
L’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Maria Corina Machado riaccende i riflettori sul Venezuela. Tra gesti simbolici, dichiarazioni incrociate, accuse al regime e divisioni nell’opposizione, mentre il fronte bolivariano difende Delcy Rodríguez, il quadro politico resta complesso e aperto.
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
Dopo il successo dell’operazione Absolut Resolve che ha portato l’ormai ex presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, in una prigione statunitense, non si ferma il confronto a distanza fra Donald Trump e i Paesi dell’area caraibica e latinoamericana. Il tycoon americano ha fermato la seconda ondata di attacchi prevista contro Caracas, sostenendo di non vederne attualmente la necessità, dato che Stati Uniti e Venezuela stanno lavorando bene insieme, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione del Paese.
La seconda nazione più a rischio, stando alle parole dell’inquilino della Casa Bianca, era la Colombia, dove il presidente era stato etichettato come un uomo malato che amava commerciare cocaina negli Stati Uniti. Gustavo Petro si era lasciato andare a una serie di minacce di guerriglia e resistenza a oltranza contro gli Stati Uniti, ma è già arrivata una chiamata fra Bogotà e Washington per evitare ogni tipo di escalation. Il ministro degli Interni colombiano, Armando Benedetti, ha dichiarato che nel colloquio telefonico fra i due è stata già raggiunta un’intesa per iniziare una serie di operazioni militari congiunte contro il gruppo dell’Esercito di liberazione mazionale (Eln) allo scopo per impedirgli di utilizzare il territorio venezuelano come retrovia.
Questo gruppo guerrigliero, nei giorni, scorsi aveva pubblicato una documento intitolato Solidarietà al Venezuela, condannando chi minacciava la sovranità venezuelana e facendo appello al popolo di resistere all’intervento militare e difendere l’eredità di Hugo Chávez. L’Eln è un gruppo marxista-leninista che, dalla metà degli anni Sessanta, ha causato circa 300.000 vittime. Agisce principalmente nella regione di Catatumbo, al confine fra Colombia e Venezuela, e proprio Caracas dava rifugio a questi guerriglieri che commerciano in cocaina esportandola dal porto venezuelano di Maracaibo.
L’idea scaturita dalla telefonata è quella di colpire il gruppo anche oltre confine e la richiesta di Bogotà sarebbe già stata accettata da Washington. Un indubbio tentativo di distensione fra Colombia e Stati Uniti, che sembra riguardare anche il Messico. Donald Trump ha dichiarato di aver distrutto il 97% del traffico di droga verso gli Stati Uniti che viaggia via mare e che adesso deve bloccare quello che arriva via terra attraverso il confine messicano. Nonostante il presidente Claudia Sheinbaum abbia sentito telefonicamente l’omologo brasiliano Lula esprimendo ripudio verso qualsiasi attacco alla sovranità del Venezuela e rifiutando categoricamente l’idea di una divisione del mondo in zone di influenza, il Messico ha già deciso di aumentare la collaborazione con gli Stati Uniti.
La Sheinbaum ha ribadito il concetto di collaborazione e non subordinazione, ma ha invitato Washington a proporre forme di sostegno alla lotta contro i temutissimi cartelli messicani. Trump ha detto che l’impiego via terra dei militari sarà inevitabile per combattere i potenti cartelli, intendendo sia quelli in Colombia sia in Messico, spingendo così le due nazioni a implementare la collaborazione militare con le forze armate statunitensi. Il leader statunitense ha puntato l’indice sul confine fra le due nazioni, sostenendo che è stato un disastro totale per anni. Un confine senza alcun controllo, dove chiunque poteva entrare negli Stati Uniti. Trump ha ribadito che adesso il confine è chiuso e nessuno entra e neanche ci prova.
Il presidente americano ha anche annunciato che la prossima settimana vedrà María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, dichiarandosi impaziente di incontrarla e che sarà un grande onore poter avere un confronto con lei. Questo incontro potrebbe chiarire il ruolo della Machado nel Venezuela del futuro, dopo che Trump aveva detto che non poteva governare il Paese perché non aveva un seguito popolare abbastanza importante. Intanto il cappio si stringe sempre di più intorno a Cuba. Dopo lo stop all’invio del petrolio venezuelano, un aereo delle linee aeree cubane sarebbe stato costretto a rientrare sull’isola caraibica dopo non aver ottenuto il permesso di atterrare a Caracas.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel appare sempre più isolato anche nella sua isola, dove le manifestazioni in difesa di Nicolás Maduro sono sembrate deboli e con poca partecipazione. La giovanissima popolazione cubana sente estremamente lontani i richiami politici alla rivoluzione del 1959 e non vede gli Stati Uniti come un nemico. In molti continuano a sognare di raggiungere i parenti in Florida e di poter lavorare in America. Il leader cubano ha tuonato contro l’imperialismo nella storica piazza della Rivoluzione, ma il suo discorso è sembrato fermo alla Guerra fredda e molti cubani sono davvero troppo stanchi della situazione, dimostrandolo con l’indifferenza. Tutto ciò mentre la diaspora de l’Havana che vive da decenni negli Stati Uniti, storicamente repubblicana e con un rappresentante come Marco Rubio, non aspetta altro che la spallata finale a un regime morente.





