- Vance tratta con Ghalibaf e Araghchi. Al Jazeera: «Progressi». Il Financial Times: «È stallo» Verso un secondo round. Teheran nega il blitz nello Stretto: «Il nemico è fuggito».
- Hezbollah boicotta il vertice con Netanyahu. Alla Verità, il capogruppo parlamentare del Partito di Dio spiega che i colloqui con Tel Aviv «violano la Costituzione». E gli islamisti minacciano rivolte in Libano.
Lo speciale contiene due articoli.
Prova a prendere slancio l’iniziativa diplomatica americana per porre fine al conflitto iraniano. Ieri, il team negoziale di Washington si è incontrato a Islamabad con quello di Teheran alla presenza di alti funzionari pakistani. In particolare, la squadra americana era composta da JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre quella della Repubblica islamica era capitanata dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, nonché dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Per Islamabad era invece presente il capo delle Forze di difesa pakistane, il generale Asim Munir.
Ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, gli incontri non si erano ancora conclusi. Secondo l’agenzia iraniana (legata ai pasdaran) Tasnim, i colloqui erano tuttavia entrati nella fase tecnica. La stessa testata, nel pomeriggio italiano, riferiva che le discussioni avrebbero potuto protrarsi per un’altra giornata. In questo quadro, Al Jazeera, in serata, riferiva che, nel corso delle prime ore di trattativa, sarebbero stati «compiuti alcuni progressi sulle questioni degli attacchi israeliani in Libano, dello sblocco dei beni di cui l’Iran ha disperatamente bisogno, dello Stretto di Hormuz e di altre cose ancora». Poco dopo, il Financial Times parlava tuttavia di una fase di «stallo» proprio sulla questione di Hormuz: una circostanza, questa, confermata da Tasnim, che ha parlato di un «grave disaccordo» sul tema dello Stretto, accusando inoltre Washington di avanzare delle «richieste eccessive».
«L’alta delegazione iraniana presente in Pakistan tutela con tutto il cuore gli interessi dell’Iran e negozierà con coraggio», ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Donald Trump, dal canto suo, ha ammesso di «non avere idea» di come si sarebbero conclusi i colloqui, specificando al contempo di voler capire se gli iraniani avrebbero negoziato in buona fede. Come noto, i nodi sul tavolo sono molteplici. Washington vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, limiti il proprio programma missilistico, liberi i cittadini statunitensi detenuti, apra lo Stretto di Hormuz e cessi di finanziare i suoi pericolosi proxy regionali. Il regime khomeinista, dal canto suo, esige che gli Usa sblocchino gli asset iraniani congelati e revochino le sanzioni.
Poco prima che i colloqui iniziassero, una fonte di Teheran aveva affermato che Washington avrebbe acconsentito a scongelare i fondi della Repubblica islamica bloccati in banche estere: una circostanza che, secondo la Cbs, è stata tuttavia smentita poco dopo da un funzionario statunitense. Non solo. Sempre ieri, Axios ha riferito che alcune navi della Marina statunitense, per la prima volta dall’inizio del conflitto, avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz in una mossa non coordinata con l’Iran. «Si è trattato di un’operazione incentrata sulla libertà di navigazione nelle acque internazionali», ha dichiarato a tal proposito un funzionario statunitense.
Nelle stesse ore, Trump, su Truth, sosteneva che le forze americane avevano iniziato le operazioni di sminamento nello Stretto, dichiarando: «Stiamo iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri». Tutto questo, mentre l’Iran ha negato che le navi statunitensi avessero attraversato Hormuz, per poi aggiungere che una di esse sarebbe addirittura tornata indietro dopo una minaccia di attacco da parte della Repubblica islamica. Dal canto suo, Centcom ha tuttavia confermato il passaggio di due cacciatorpediniere statunitensi per condurre attività di sminamento nell’area.
Nel frattempo, temendo di ritrovarsi ulteriormente marginalizzato, Emmanuel Macron ha cercato di acquisire un qualche ruolo nel processo diplomatico mediorientale. Ieri, l’inquilino dell’Eliseo si è infatti sentito sia con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sia con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Con entrambi, il leader francese ha affermato di auspicare non solo il cessate il fuoco in Libano ma anche il ripristino della libera navigazione a Hormuz. Un tema, quello di Hormuz, di cui Macron ha successivamente parlato anche con Pezeshkian. Al contempo, mentre gli incontri di Islamabad erano in corso, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la campagna contro l’Iran «non è finita», tornando così de facto a mostrare scetticismo per l’approccio diplomatico attualmente promosso dalla Casa Bianca. «Li abbiamo colpiti, ma dobbiamo ancora fare di più», ha proseguito il premier israeliano.
In tutto questo, i colloqui di ieri certificano ulteriormente il crescente peso del Pakistan. È da maggio dell’anno scorso che Islamabad e Washington si sono notevolmente avvicinate. In particolare, Trump sta rafforzando sempre più la sponda con Munir, da lui definito a ottobre il suo «feldmaresciallo preferito». Si tratta di una svolta con cui l’inquilino della Casa Bianca mira a conseguire vari obiettivi. Innanzitutto punta a controbilanciare l’Inda: un Paese con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, Trump sta cercando di indebolire i rapporti tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non meno importante, la Casa Bianca guarda con interesse alle risorse minerarie del Pakistan: un Pakistan che, l’anno scorso, aveva candidato Trump al Nobel per la Pace. Islamabad, dal canto suo, ha interesse sia a ricucire i rapporti con Washington dopo anni difficili sia, più nell’immediato, a sbloccare Hormuz. Il Pakistan importa infatti gran parte del greggio e del gas proprio dal Medio Oriente.
Hezbollah boicotta il vertice con Netanyahu
I colloqui per il cessate il fuoco fra Israele e Libano, che si apriranno martedì a Washington, rischiano di non ottenere nessun risultato concreto. Tel Aviv si è infatti rifiutata di trattare con Hezbollah, il movimento sciita fedele all’Iran che domina il Sud e suoi rappresentanti parlamentari stanno già cercando di boicottare le trattative.
Il Partito di Dio ha pubblicamente dichiarato che continuerà a combattere finché Israele non sarà sconfitto, che nessun accordo preso dal governo del premier Nawaf Salam sarà ritenuto vincolante e che continueranno gli attacchi in tutto il Nord israeliano. Venerdì, alcune decine di sostenitori di Hezbollah, sventolando la bandiera del gruppo e quella dell’Iran, hanno manifestato davanti alla sede del governo per protestare contro l’imminente summit.
Intanto le incursioni israeliane hanno raggiunto dodici diverse località, provocando il crollo di un edificio la morte di tre persone all’interno del distretto di Nabatiyeh. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che gli ultimi raid hanno provocato la morte di dieci persone nel Sud del paese: le vittime dall’inizio della guerra sono 1.940. Lo stesso ministero ha affermato che tra esse figurano un membro della Protezione civile e due paramedici del Comitato sanitario islamico, associazione affiliata a Hezbollah, che Tel Aviv accusa di nascondere nelle ambulanze miliziano armati per facilitarne gli spostamenti.
A Washington, Beirut chiederà il ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese, mentre Israele ha presentato i colloqui come un passo verso la formalizzazione della pace con il Libano, con il quale è tecnicamente in stato di guerra da decenni.
Hassan Fadlallah è il capogruppo dei deputati di Hezbollah nel Parlamento libanese e vanta una lunga esperienza anche come giornalista, avendo diretto al Manar la tv del Partito di Dio. «Rifiutiamo con forza i negoziati che si stanno per aprire tra Israele e Libano», dice alla Verità. «Questa decisione di avviare colloqui diretti rappresenta una palese violazione del Patto nazionale, della Costituzione e delle leggi libanesi. La decisione del governo aumenta le divisioni interne in un momento in cui il Libano ha estremo bisogno di solidarietà e unità interna per affrontare l’aggressione israeliana e preservare la pace civile. Il primo ministro Salam non è riuscito a proteggere il proprio popolo e non ci si può fidare che tuteli la sovranità nazionale».
L’esercito ha messo in guardia contro qualsiasi azione che possa mettere in pericolo la stabilità, affermando che le sue forze interverranno per prevenire qualsiasi danno alla stabilità interna, una chiara minaccia riferita a Hezbollah. Fadlallah ha accusato direttamente il premier: «Salam dovrebbe sapere che ignorare il ruolo della resistenza eroica di Hezbollah esporrà il Libano a rischi irreparabili, la sua stabilità si basa esclusivamente sulla coesione tra il governo e la resistenza».
Nessun cessate il fuoco, ma uno stato di guerra, questa è la fotografia della situazione in Libano stando alle parole del generale Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. Tutto mentre continuano incessantemente le operazioni dell’esercito di Tel Aviv che ritengono il Paese confinante come il loro principale teatro operativo.
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
- Colloqui la prossima settimana in seguito alle richieste del Paese dei cedri e al pressing Usa su Benjamin Netanyahu. Sul tavolo il disarmo di Hezbollah e l’avvio di relazioni pacifiche. Israele sugli spari contro i soldati italiani: «Loro azione non coordinata con noi».
- Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri: «Più militari nella capitale. Anche il Pakistan ci è vicino».
Lo speciale contiene due articoli
Ultimi fuochi libanesi, i più pericolosi. Quelli che possono spegnere l’incendio ma anche riattizzarlo. Mentre continuano i raid israeliani nel Paese dei cedri, il presidente americano Donald Trump ha chiesto con una telefonata a Benjamin Netanyahu di «ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan» (fonte Nbc).
Messaggio ricevuto perché a stretto giro il premier di Tel Aviv ha ceduto alle pressioni e ha annunciato: «Ho ordinato di aprire al più presto negoziati diretti con il Libano sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche con Beirut». I negoziati cominciano la prossima settimana a Washington, guidati dall’ambasciatore americano in Libano, Michael Issa.
Qualche certezza dopo 48 ore di giochi delle tre carte nella polveriera di Beirut, che può far stracciare ogni accordo, richiudere lo stretto di Hormuz, far ripartire i raid, incendiare di nuovo il mondo. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha precisato: «Sta all’Iran decidere se far saltare la tregua a causa del Libano. Gli iraniani devono fare il passo successivo, altrimenti possiamo tornare in guerra. Pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto questa promessa». Subito dopo ha aggiunto una frase che suona da memento all’alleato bellicoso: «Israele ha proposto di astenersi da attacchi in Libano finché saranno in corso i negoziati tra Stati Uniti e Iran».
Un colpo al cerchio e uno alla botte mentre la tensione rimane altissima, come si evince dalle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «L’incursione in Libano rappresenta una palese violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Il proseguimento di queste azioni renderà inutili i negoziati. L’Iran non abbandonerà mai i suoi fratelli e sorelle libanesi. Il nostro dito rimane sul grilletto». Il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi aggiunge un particolare: «I pasdaran volevano già rispondere ma il Pakistan - garante degli accordi - li ha fermati. Le prossime ore saranno cruciali».
La tensione a mille non preoccupa le cinque divisioni israeliane che continuano l’operazione «regolamento di conti» con i terroristi di Hezbollah. È stato lo stesso Netanyahu ad annunciare l’uccisione di Ali Youssef Kharshi, consigliere personale e nipote del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, «una delle persone a lui più vicine», mentre in giornata alcune fonti confermano la morte dello stesso Qassem. La risposta è stata il lancio di 30 razzi sulle città dell’alta Galilea, intercettati dalle forze di difesa.
La decapitazione dell’idra del terrore è il vero scopo del colpo di coda israeliano e Netanyahu ha aggiunto: «Israele continuerà a colpire Hezbollah ovunque sia necessario con forza, precisione e determinazione. Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro i civili israeliani verrà colpito». A conferma di ciò, ieri l’Idf ha circondato la città di Bint Jbeil, nel sud del Libano, roccaforte del radicalismo islamico a cinque km dal confine, famoso per una violenta battaglia tra le due parti nel 2006. E il ministro della Difesa, Israel Katz, ha riassunto la portata dell’operazione Eternal Darkness: «Più di 200 terroristi sono stati eliminati, il bilancio di questa campagna è di 1.400; Hezbollah è sbalordito dalla portata del colpo, per questo desidera ardentemente il cessate il fuoco».
Come Trump, anche l’Europa spinge perché tacciano pure i fucili mitragliatori dell’Idf. Ieri sono intervenuti i paesi leader. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha dichiarato che «l’accordo Ue-Israele potrebbe essere ridiscusso alla luce della gravità di quanto accade in Libano, con bombardamenti sproporzionati». Il premier tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che «la violenza della campagna israeliana potrebbe compromettere le trattative di pace e questo non può essere permesso. Non vogliamo che questa guerra metta ulteriormente a dura prova le relazioni fra Usa e partner europei. Invece vogliamo che venga ripristinata la libera navigazione nello stretto di Hormuz».
«Giorgia Meloni accoglie con soddisfazione e sostiene con forza la notizia dell’avvio di negoziati diretti. In questo quadro, l’Italia continuerà a sostenere il rafforzamento dello Stato libanese e delle sue istituzioni», ha fatto sapere ieri Chigi. La pressione internazionale è forte e comincia lo stillicidio di denunce di episodi opachi nei confronti di peacekeeper. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha stigmatizzato la «violenza fisica» dei militari ai danni di un attivista cooperante di un convoglio che portava aiuti, fermato e trattenuto per un’ora. La rappresentante Ue Kaja Kallas ha denunciato che «gli attacchi rendono difficile sostenere che si tratti di azioni proporzionate e l’escalation nel disprezzo del diritto internazionale sta mettendo a dura prova gli sforzi diplomatici. Il cessate il fuoco deve comprendere anche il Libano».
Risposta del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «La stragrande maggioranza delle vittime erano terroristi di Hezbollah. Nessun altro esercito al mondo è in grado di colpire con tale precisione e con un numero minimo di vittime civili». Orgoglio di parte che si scontra con il Lince italiano della missione Unifil danneggiato dal cannoneggiamento random dell’Idf. L’episodio si aggiunge ad altri, come denuncia l’Unifil: «A nome di 60 paesi condanniamo i persistenti attacchi israeliani alla nostra missione di pace, costata la morte a tre caschi blu indonesiani». Sulla vicenda italiana, costata la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore, la sede diplomatica di Israele a Roma ha spiegato che «le forze Unifil non sono oggetto di attacchi deliberati» mentre lo Stato maggiore dell’Idf (fonte agenzia Nova) ha accusato apertamente gli italiani. «Sono entrati in modo piuttosto aggressivo in una zona di guerra attiva senza coordinarsi con le forze militari israeliane. I militari italiani hanno tentato di sfondare una barriera nonostante l’Idf avesse chiesto loro ripetutamente di fermarsi. Quando si è in una zona di guerra attiva è molto importante coordinarsi». Un graffio a un blindato, ma poteva finire molto peggio.
Piano di Beirut per tutelare i civili. «Le bombe Idf crimini di guerra»
Il primo giorno di tregua fra Iran e Stati Uniti ha visto uno dei più violenti attacchi israeliani su Beirut. La capitale del Libano è stata pesantemente bombardata dall’aviazione di Tel Aviv e secondo la protezione civile ci sono state 254 vittime e 1.164 feriti, alcuni dei quali in modo grave. Israele ha colpito alcune delle zone più popolose di Beirut, compresi i principali quartieri residenziali. La corniche Mazraa, arteria vitale del centro della capitale, ha visto palazzi sventrati e in fiamme, trasformandosi in un cumulo di macerie.
La nazione affacciata sul Mediterraneo, per Israele e Stati Uniti non rientra negli accordi, anche se il capo negoziazione iraniano Mohammad Ghalibaf ha ribadito che gli attacchi di Tel Aviv violano gli accordi che includevano anche il fronte del Libano. Nabih Berri è lo storico presidente dell’Assemblea nazionale libanese, il parlamento locale. Appartenente agli sciiti, che per costituzione hanno diritto a questa figura istituzionale, guida il Blocco di Liberazione e dello Sviluppo, dominato da Amal, formazione politica legata all’Iran e spesso alleata di Hezbollah.
«Gli attacchi di Israele contro le aree più densamente popolate di Beirut sono un autentico crimine di guerra - racconta il politico di lungo corso alla Verità - questo crimine arriva dopo l’accordo di cessate il fuoco nella regione, che Israele non ha voluto rispettare. Per noi libanesi questa è una prova lampante a disposizione della comunità internazionale che sfida tutte le leggi esistenti, calpestando i diritti del nostro popolo. Tel Aviv viola quotidianamente ogni legge e lo fa uccidendo i libanesi. Possiamo però imparare, dalla tragedia che stiamo vivendo, a diventare un popolo unito, un popolo che vuole glorificare i martiri uccisi nei bombardamenti. Ci auguriamo che Dio abbia pietà dei martiri, conceda una pronta guarigione ai feriti e protegga il nostro Libano».
Il governo del Paese dei cedri sta cercando una mediazione internazionale e allo stesso tempo lavora per garantire la sicurezza dei propri cittadini. È stata però smentita la notizia che l’esecutivo volesse dichiarare Beirut come zona libera da Hezbollah, ma sarebbe pronto un piano per mettere in sicurezza gli abitanti della capitale. «Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto all’esercito e alle forze di sicurezza di intensificare il loro dispiegamento a Beirut per estendere il controllo nella capitale e garantire il monopolio statale sulle armi in città - ha continuato Berri - e ha presentato una protesta urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite contro le azioni di Israele. Abbiamo già ricevuto la solidarietà di nazioni amiche come il Qatar che ha condannato l’attacco definendolo una brutale aggressione e una violazione della sovranità della sorella Repubblica libanese. Doha ha subito invitato la comunità internazionale a costringere le autorità di occupazione israeliane a porre fine ai loro barbari massacri e ai ripetuti attacchi contro il Libano.
Anche il Cairo ha definito questi avvenimenti come un intento premeditato volto a minare gli sforzi regionali ed internazionali per ridurre l’escalation, un palese tentativo da parte di Tel Aviv di gettare la regione nel caos totale». Nonostante il suo passato politico molto vicino ad Assad, Berri ha cercato di aprire canali di contatto anche con il nuovo governo siriano che non ha fatto mancare la sua immediata solidarietà. «La Siria vuole un cessate il fuoco immediato e soprattutto la piena attuazione delle risoluzioni delle Nazioni unite per garantire la protezione dei civili e il rispetto della sovranità del Libano, che i siriani considerano come un fratello minore.
Persino il Pakistan, la nazione che sta mediando per arrivare alla pace, ha detto che questi bombardamenti stanno creando un’atmosfera molto negativa e che tutte le parti devono rispettare l’accordo di cessate il fuoco. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in una dichiarazione ufficiale su X, aveva esplicitamente menzionato il Libano come parte della tregua».





