- Trump alza la voce con l’Iran: «È un accordo equo, firmino o abbatterò ogni ponte del Paese. Basta fare il bravo ragazzo». Secondo round a Islamabad in bilico: gli ayatollah fanno sapere che non parteciperanno se il blocco di Hormuz prosegue.
- Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo. Hezbollah nega responsabilità nell’uccisione del soldato francese e chiede un’inchiesta.
Lo speciale contiene due articoli.
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
L’annuncio del cessate il fuoco di 10 giorni fra Libano e Israele è stato accolto con manifestazioni di gioia dalle centinaia di migliaia di sfollati che sono subito ripartiti dal campi profughi improvvisati per tornare alle riprove case. La maggior parte di loro proviene dalle zone dove Israele ha ordinato l’evacuazione e qui rischiano di trovare case e villaggi devastati da oltre un mese di attacchi israeliani. Questa faticosa tregua sembra però già traballare perché da entrambe le parti fioccano accuse di violazione del cessate il fuoco.
Dal campo l'esercito libanese ha infatti accusato l'Idf di aver commesso «atti di aggressione» e i media locali riferiscono della morte di un uomo nel sud del Libano, sulla strada tra Kounine e Beit Yahouna. La risposta di Tel Aviv è stata che in base ai all’accordo, Israele ha il diritto di colpire Hezbollah per prevenire attacchi pianificati, imminenti o in corso. Il movimento sciita libanese ha risposto di aver preso di mira soldati israeliani in risposta alla violazione del cessate il fuoco dell'esercito di occupazione. Donald Trump è intervenuto personalmente ribadendo che Israele non bombarderà più il Libano, perché gli Usa gli hanno vietato di farlo.
La momentanea pace libanese è stata accolta con estremo favore nel mondo arabo che si è impegnato a sostenere la fine delle ostilità a Beirut. Il governo della Siria ha definito l’accordo come un passo significativo per prevenire un'ulteriore escalation nella regione. Il ministro degli Esteri di Damasco Assad al Shibani ha affermato che Damasco si è impegnato a sostenere tutti gli sforzi volti a preservare l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale del Libano, nonché a garantire la sicurezza del suo popolo. Atman Safadi guida ormai da anni il ministero degli Esteri della Giordania ed è un diplomatico di grande esperienza. «Voglio pubblicamente elogiare il ruolo positivo e fondamentale svolto dal presidente libanese Joseph Aoun, dal primo ministro Nawaf Salam e dal presidente del Parlamento Nabih Berri nel garantire il cessate il fuoco. Queste tre anime della società libanese hanno messo da parte le loro divergenze politiche per salvare il popolo. La Giordania ribadisce il sostegno assoluto allo stato libanese nell'affermare la propria sovranità su tutto il proprio territorio, nel limitare le armi allo stato e nel ripristinare le istituzioni nazionali, il monopolio della forza deve essere esclusivamente nella mano del governo».
Anche dal Golfo arrivano commenti estremamente positivi sulla tregua. L’Arabia Saudita si è detta pronta a sostenere tutte le fasi di transizione di Beirut, sia economicamente che politicamente. Riyadh ha sottolineato che questo è il momento migliore per eliminare tutto ciò che mette in discussione la legittimità dello stato. L’Oman ha esortato tutte le parti a rispettarne i termini dell’accordo e ad evitare qualsiasi azione che possa comprometterla, il governo omanita ha poi espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per raggiungere questo accordo. Anche Il Cairo ha fatto sentire la sua voce attraverso le parole del suo responsabile degli Esteri Badr Abdelatty. «L’Egitto saluta questi 10 giorni di tregua come una necessità fondamentale per il popolo libanese. Il Cairo è stato mediatore per la pace in Medio Oriente fin dall’inizio e conosciamo bene l’estrema fragilità di questa delicata area. Questo cessate il fuoco rappresenta una grande opportunità per ridurre le tensioni e fermare le operazioni militari israeliane lungo il confine con il Libano. Noi chiediamo ad Israele di rispettare pienamente il cessate il fuoco e di interrompere tutte le azioni militari, ma sollecitiamo anche un ritiro completo delle forze israeliane dal territorio libanese e l’attuazione integrale della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu, indicata come base per il ripristino della stabilità. Gli sfollati devono tornare a casa e le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali devono poter accedere per portare aiuti ad un popolo che ha sofferto già troppo».
- Il presidente Usa: «Pechino ha accettato di non inviare armi ai pasdaran». Il capo dell’esercito pakistano vola a Teheran per pianificare il secondo round di negoziati.
- Milano quasi invariata, giù Londra e Parigi. Borse prudenti in attesa della diplomazia.
- Colloqui «costruttivi» a Washington, ma l’Idf per ora smentisce lo stop ai combattimenti contro Hezbollah e annuncia nuovi piani di battaglia. Raid dell’aviazione pure su Gaza.
Lo speciale contiene tre articoli
La crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran».
Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».
Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni.
La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi.
Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla».
La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento».
Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza.
Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.
Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa
Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.
Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.
In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.
A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale.
Niente cessate il fuoco in Libano
Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.
Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.
Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.
Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».




