Avanti Abelardo De la Espriella, arcinemico di narcos e Farc. Ballottaggio il 21 giugno. Il premier argentino Javier Milei già esulta.
Abelardo de la Espriella, soprannominato El Tigre, vola in testa al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ottenendo il 43,7%. De la Espriella è un ammiratore di Donald Trump e si è candidato per il partito Defensores de la patria, una formazione molto di destra che non ha rappresentanti in Parlamento.
Al secondo posto, con il 40,9%, si è piazzato Ivan Cepeda del Patto storico, delfino del presidente uscente, Gustavo Petro, che si era impegnato molto per la campagna del suo erede, ma i disastri del suo governo, il primo di sinistra della storia colombiana, hanno pesato sul voto.
Cepeda è un filosofo marxista, figlio di un leader comunista, ma viene ritenuto il rappresentante di un governo fallimentare. Il candidato del Patto storico ha dichiarato che non riconoscerà i risultati delle elezioni finché non saranno chiariti i dubbi e le contestazioni in diversi seggi. Al terzo posto si è classificata Paloma Valencia, candidata della cosiddetta destra tradizionale che fa ancora capo al vecchio presidente Alvaro Uribe, che si è fermata ad un misero 7%. La Valencia ha però già deciso di indirizzare i suoi elettori verso De la Espriella, fornendo quello che potrebbe essere lo scatto decisivo.
Il programma del leader dei Defensores de la patria prevede di abolire ogni tipo di processo di pace con narcotrafficanti e terroristi, puntando a bombardamenti aerei e guerra aperta al crimine colombiano. La nazione sudamericana, dopo l’accordo di pace del 2016 con le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), un gruppo terrorista marxista, ha visto crescere la violenza e l’insicurezza. De la Espriella è un avvocato penalista con doppia cittadinanza colombiana e italiana, ama l’opera lirica e ha vissuto a Firenze per un periodo, che definisce come uno dei più belli della sua vita. È un personaggio istrionico e debordante, che ha avuto un immediato successo nella società colombiana. De la Espriella è amico personale del presidente argentino Javier Milei, che ha dichiarato su X che questo risultato riflette il desiderio del popolo colombiano di libertà e progresso e la volontà di dire basta al fallimentare modello socialista, che ha causato tanti danni. Le congratulazioni sono arrivate anche dal leader del partito spagnolo Vox e dal senatore statunitense Bernie Moreno.
La Colombia sta attraversando uno dei momenti peggiori della sua travagliata storia e anche la campagna elettorale è stata costellata di episodi violenti. Nel 2025 era stato assassinato il candidato alla presidenza Miguel Uribe Turbay e ferito un senatore. Negli ultimi anni sono almeno 300 i leader di partiti e candidati rapiti o assassinati. In un Paese allo sbando, le promesse del candidato di sinistra, che voleva portare avanti il programma del presidente uscente, non hanno avuto grande presa. De la Espriella ha puntato su un progetto che non prevede il perdono di rivoluzionari che hanno soltanto cambiato nome, continuando a terrorizzare il popolo. Il modello è quello del presidente di El Salvador, Nayib Bukele, che ha strappato il Paese al controllo della criminalità. Il candidato dei Defensores de la patria, che è anche un imprenditore di successo, punta a liberalizzare il porto d’armi, costruire nuovi carceri a prova di evasione e non ha escluso di chiedere aiuto agli Stati Uniti con un intervento militare contro i narcotrafficanti, rinnovando il vecchio Plan Colombia.
Il modello socialista di riconciliazione ha fallito in Colombia così come in Perù e in Ecuador, dove presidenti di sinistra hanno visto la situazione peggiorare drasticamente. A Bogotà si tornerà al voto per il ballottaggio il 21 giugno e ora il grande favorito appare l’outsider Abelardo de la Espriella.
Bolivia sull’orlo della bancarotta. L’ex presidente Morales incendia le piazze contro Paz
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
Si stringe ogni giorno di più il cerchio intorno a Cuba, e al largo delle coste dell’isola caraibica è apparsa la portaerei a propulsione nucleare Nimitz accompagnata dal suo gruppo d’attacco. L’annuncio dell’arrivo è stato fatto dal Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom), responsabile delle operazioni militari in America Latina e Caraibi, che in un post su X ha scritto: «Benvenuti nei Caraibi, gruppo d’attacco del Nimitz».
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».





