
Forse pensava di averle viste e sentite tutte come medico legale della polizia brasiliana, invece questo signore in vacanza a Roma con moglie e due figli minorenni se ne ripartirà con un pessimo ricordo: essere stato accerchiato nel campo nomadi di Castel Romano. Lì ci era finito nel tentativo di recuperare i suoi bagagli rubati. Accade infatti che la famiglia decida di chiudere il soggiorno romano con una visita alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, nel cui piazzale antistante parcheggia l’auto presa a noleggio con dentro i bagagli ormai pronti per andare in aeroporto. Insomma, la coppia aveva lasciato tutto in macchina, compresi i portafogli con i documenti anche dei figli.
Il tempo della visita e, tornati alla macchina, la sorpresa: tutto rubato. L’uomo va alla caserma dei carabinieri per la denuncia di rito ma è con la tecnologia che individua dov’è la roba: il suo cellulare risulta acceso. Così il medico-poliziotto decide di seguire il segnale di localizzazione che lo porta dentro il campo nomadi di Castel Romano. Dove, appunto, si trovano i dispositivi elettronici, passaporto, carte di credito e valigie. Riesce addirittura a individuare la «casa» dove la merce è nascosta. Spera di riottenere il tutto, invece nel giro di pochi minuti l’uomo si ritrova accerchiato e minacciato all’interno del campo rom.
Chiede di avere indietro almeno il passaporto per poter tornare in Brasile con la famiglia. Niente da fare. Intervengono anche gli agenti della polizia locale che presidiano il campo; anche loro chiedono rinforzi. Risultato? Niente da fare: dentro il campo comandano loro, i rom; quindi l’uomo viene portato fuori ma i bagagli, i documenti e i portafogli con le carte di credito restano dentro. «Senza mandato non possiamo entrare e perquisire il modulo abitativo», gli fanno sapere. Hanno vinto loro, i ladri.
Tutto questo lo raccontiamo per sottolineare ancora una volta come il lavoro di presidio può anche essere svolto al meglio ma il risultato finale non è quello sperato dai cittadini. Del resto lo aveva detto anche il papà del capotreno ucciso dal balordo croato alla stazione di Bologna: «Se la giustizia avesse fatto il suo dovere mio figlio sarebbe ancora vivo». Com’è noto a Marin Jelenic il prefetto di Milano aveva già formato un ordine di allontanamento il 23 dicembre scorso perché trovato con un coltello al Corvetto. Un ordine che l’uomo si è ben guardato dal rispettare o anche contestare con un ricorso. Tanto finora gli era sempre andata bene: sul suo conto c’erano già denunce per ubriachezza e per porto d'armi (sempre coltelli) a Pavia, Lodi, Reggio Emilia, Modena e Bologna; una condanna a 17 mesi (pena sospesa) per resistenza all'arresto a Vercelli nell'estate 2025; il tentato furto e i danneggiamenti in un supermercato di Udine, proprio come aveva fatto nel minimarket di Bologna Centrale, prima di uscire dalla stazione e pugnalare alle spalle il capotreno Ambrosio.
Doveva essere fuori dall’Italia anche Jamal Badawi, un clandestino siriano sul quale pendevano ben 4 ordini di espulsione mai eseguiti. Invece la sera del 20 settembre del 2020 si era intrufolato in un appartamento in zona Eur a Roma per un tentativo di furto e da lì la colluttazione con le forze dell’ordine, a seguito della quale il vicebrigadiere Emanuele Marroccella - intervenuto in difesa di un collega sul quale si era scagliato il siriano - lo ha ucciso. Ebbene per la giustizia di primo grado Emanuele è colpevole, gli hanno dato tre anni di reclusione (oltre quel che aveva chiesto la procura) e deve pure pagare immediatamente 125.000 euro ai parenti della vittima. 125.000 euro sono sei anni di lavoro. E che dire di Emilio Gabriel Valdez Velazco, peruviano di 57 anni che ha confessato di aver violentato e ucciso Aurora Livoli? Il sudamericano era già stato arrestato, espulso per la seconda volta, ma il rimpatrio non si può fare scattare perché ha il passaporto scaduto. Non solo; nemmeno nel Cpr milanese di via Corelli può stare: un medico specialista dichiara che le sue condizioni di salute sono incompatibili con la sua permanenza del centro e così viene rilasciato. Così Velazco se ne va a zonzo con numerosi precedenti penali, compresa una condanna a cinque anni di reclusione del 2019 sempre per violenza sessuale. Ma il suo casellario giudiziale risulta «pulito», nonostante tutto. Questi sono alcuni dei gravi fatti che le cronache ci hanno consegnato nel giro di pochi giorni. E allora il ministro Piantedosi può giustamente rivendicare il gran lavoro del Viminale e dati positivi nell’azione di contrasto, ma per avere una sicurezza vera non bastano le forze dell’ordine. C’è bisogno anche della magistratura e di una certa burocrazia: ma c’è un interesse a ultimare il lavoro che polizia e carabinieri portano avanti? Oppure è meglio creare le condizioni per cui la sinistra può dire che «se non c’è sicurezza è colpa del governo»? Sembra paradossale ma è così: i signori dell’accoglienza a braccia aperte, guarda caso hanno scoperto il tema della sicurezza. Ma voi affidereste la sicurezza alla Schlein, alla Boldrini, a Fratoianni e compagni vari?






