Arrestato e subito rilasciato (su cauzione). È andata così per Peter Mandelson, l’ex ministro e ambasciatore britannico negli Stati Uniti che lunedì era stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, per aver condiviso documenti riservati con il faccendiere pedofilo Jeffrey Epstein.
La stessa accusa che peraltro aveva portato all’arresto del coronato Andrea Mountbatten-Windsor, terzogenito della regina Elisabetta II e fratello dell’attuale sovrano inglese, re Carlo III (ça va sans dire, anche il principe è stato rilasciato su cauzione). «La condotta illecita nell’esercizio di una carica pubblica è un reato di Common Law, il che significa che non esiste una definizione in una legge del Parlamento», spiega Robert Hazell, professore di scienze politiche e diritto costituzionale presso l’University College di Londra.
«La pena massima è l’ergastolo. Tuttavia, nessuno è mai stato condannato a una pena detentiva così lunga. Le pene tipiche» in questi casi «vanno dai due ai cinque anni di reclusione». Dopo l’interrogatorio, il settantaduenne - già ministro durante i governi di Tony Blair e Gordon Brown, nonché ex commissario europeo per il Commercio - è stato rilasciato in attesa di ulteriori accertamenti, secondo le autorità britanniche. Nelle settimane scorse il caso Mandelson ha esercitato forte pressione sullo stesso primo ministro Keir Starmer, che lo aveva nominato ambasciatore del Regno Unito a Washington nel dicembre 2024. Il primo ministro ha ammesso di essere a conoscenza - come ampiamente riportato dai media - dei contatti tra Mandelson ed Epstein dopo l’incarcerazione di quest’ultimo nel 2008 per reati sessuali su minori, mentre il governo britannico prevede ora di iniziare a pubblicare i documenti relativi al caso.
Ma, stando a quanto riferisce il Telegraph, i documenti chiave sul dossier Mandelson potrebbero essere resi pubblici solo dopo che il premier avrà lasciato il 10 Downing Street, ossia quando il suo mandato sarà terminato. Il quotidiano britannico riferisce che, sebbene una prima tranche dei Mandelson files, circa 100.000 documenti, sia attesa all’inizio di marzo, parte delle email resterà riservata perché ancora oggetto di indagini di polizia. Il segretario capo di Downing Street, Darren Jones, ha spiegato alla Camera dei Comuni che una «sottosezione» dei documenti non può essere pubblicata finché l’inchiesta è in corso. Le email riguarderebbero tre quesiti, tra cui il motivo per cui Mandelson avrebbe mantenuto i contatti con l’ex finanziere Epstein, morto in carcere nel 2019 dopo la condanna per pedofilia e traffico sessuale. Proprio a questo proposito, la deputata repubblicana per la Carolina del Sud, Nancy Mace, ieri ha pubblicato un brevissimo ma inequivocabile post su X: «Non siamo convinti che Epstein si sia suicidato».
Per quel che riguarda il caso Andrea, lo speaker della Camera dei Comuni ha da parte sua autorizzato un dibattito pubblico in aula, oltre a quello già previsto alla commissione Commercio, malgrado la prassi in base alla quale il Parlamento non discute mai della casa reale - salvo circostanze eccezionali - per evitare pubblici conflitti fra istituzioni.
Prassi che in questo frangente non è tuttavia ritenuta valida poiché l’ex duca di York è stato escluso da ogni ruolo pubblico di rappresentanza della monarchia fin dal 2022 in seguito allo scandalo che lo implicava insieme a Epstein.
La tesi di Sallusti è semplice: dopo lo scandalo che coinvolse Palamara, esploso circa sei anni fa, tutti dissero che lo strapotere che le correnti di magistrati usano per inquinare la giustizia sarebbe finito. Ad oggi, però, non c’è stato nessun cambiamento. «Ci annunciarono che via Palamara la magistratura era diventata una roba seria», ha spiegato. Ma il sistema delle correnti «è vivo e vegeto» e continua a incidere sul funzionamento della giustizia e, di riflesso, sulla democrazia. Belpietro è poi intervenuto sul tema delle sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati, citando le decisioni della sezione disciplinare del Csm. «La maggior parte delle accuse si conclude con assoluzioni», ha affermato, mentre nei casi di condanna le sanzioni consisterebbero spesso in lievi penalizzazioni di anzianità. Secondo il direttore, anche di fronte a errori gravi, come ritardi pluriennali nel deposito delle motivazioni o casi di ingiusta detenzione, le conseguenze sarebbero limitate. Nel dibattito viene richiamato il caso del magistrato Fabio De Pasquale, coinvolto nell’inchiesta Eni-Nigeria. Sallusti ha ricordato la condanna a otto mesi per occultamento di prove, sottolineando come, nonostante la sentenza di primo e secondo grado, il magistrato continui a svolgere le sue funzioni. Belpietro ha osservato che una condanna di questo tipo non comporta automaticamente l’esclusione dalla magistratura. Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’ingiusta detenzione. Sallusti ha parlato di «mille italiani ogni anno» che finiscono in carcere senza essere poi processati, cui si è aggiunta la precisazione del direttore, il quale ha ricordato che lo Stato versa circa 27 milioni di euro ogni anno per risarcire cittadini italiani innocenti toccati da questa sciagura.
Belpietro ha poi rammentato una delle vicende più clamorose di questa piaga: il caso di Beniamino Zuncheddu, rimasto in carcere per 33 anni prima del riconoscimento dell’innocenza. Il confronto si è poi spostato sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, con riferimento a casi di cronaca recenti, non ultimo l’omicidio di Aurora Livoli, uccisa a Milano lo scorso 29 dicembre da un clandestino. Borgonovo ha posto una domanda sul contrasto tra la severità mostrata in alcuni procedimenti e la libertà concessa a soggetti con numerosi precedenti penali. È come se esistessero «due codici», uno per gli italiani e uno per gli stranieri, dice Sallusti, richiamando il ruolo attribuito da alcune correnti della magistratura a una funzione di «cuscinetto sociale». Belpietro ha ricordato le intercettazioni che portarono al caso Palamara, in particolare quelle legate all’indagine su Matteo Salvini, sostenendo che la magistratura debba limitarsi ad applicare la legge. La puntata è visibile su tutti i canali social della Verità, e soprattutto sul canale YouTube Tv Verità.
Nella notte gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco su larga scala contro il Venezuela. Il segretario di Stato Marco Rubio: «Nicolás Maduro sarà processato per accuse penali negli Usa». Dura la reazione delle cancellerie di Russia e Colombia.
Alle 2 del mattino ora locale (erano le 7 di questa mattina in Italia) gli Stati Uniti hanno colpito il Venezuela con un «attacco su larga scala» e hanno dichiarato che il presidente Nicolás Maduro è stato catturato e portato fuori dal Paese dopo mesi di pressioni crescenti da parte di Washington - una «straordinaria operazione notturna» annunciata dal presidente Donald Trump sui social media poche ore dopo l’attacco.
Numerose esplosioni hanno risuonato e aerei a bassa quota hanno sorvolato Caracas, la capitale, mentre il governo di Maduro ha immediatamente accusato gli Stati Uniti di aver attaccato installazioni civili e militari. Il governo venezuelano ha definito l’azione un «attacco imperialista» e ha invitato i cittadini a scendere in piazza.
Trump ha annunciato gli sviluppi su Truth poco dopo le 4.30 del mattino (ora della costa orientale degli Usa) e ha detto che terrà una conferenza stampa alle 11. Questi gli ultimi aggiornamenti:
Il senatore Mike Lee, repubblicano dello Utah, ha scritto su X di aver parlato con il segretario di Stato Marco Rubio, che lo ha informato sull’attacco. Rubio ha detto a Lee che Maduro «è stato arrestato da personale statunitense per essere processato per accuse penali negli Stati Uniti».
La Casa Bianca non ha risposto immediatamente alle richieste su dove Maduro e sua moglie siano stati trasferiti. Maduro era stato incriminato nel marzo 2020 per cospirazione di «narco-terrorismo» presso il Distretto Sud di New York.
Il presidente della Colombia Gustavo Petro, uno dei più accesi critici di Trump, ha dichiarato che il governo colombiano ha convocato una riunione di sicurezza nazionale prima dell’alba di sabato e ha inviato forze di sicurezza al confine in preparazione a un possibile «massiccio afflusso di rifugiati» dal vicino Venezuela. Ha riferito che chiederà anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu di esaminare «l’aggressione contro la sovranità del Venezuela e dell’America Latina». «Senza sovranità, non c’è nazione», ha scritto Petro sui social media.
Il ministero degli Esteri russo Sergej Lavrov ha condannato quella che ha definito un’«azione di aggressione armata» degli Stati Uniti contro il Venezuela in una dichiarazione pubblicata sabato sul proprio canale Telegram. «Al Venezuela deve essere garantito il diritto di determinare il proprio destino senza alcuna interferenza esterna distruttiva, tantomeno militare», afferma la nota. Il ministero ha chiesto il dialogo per prevenire un’ulteriore escalation e ha ribadito la propria «solidarietà» con il popolo e il governo venezuelani, aggiungendo che la Russia sostiene le richieste di una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Il dipartimento di Stato ha diramato all’alba di sabato un nuovo avviso di viaggio, avvertendo gli americani in Venezuela di «restare al riparo» a causa della situazione. «L’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá è a conoscenza di notizie di esplosioni a Caracas e nei dintorni, in Venezuela», si legge senza ulteriori dettagli. «L’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá, in Colombia, avverte i cittadini statunitensi di non viaggiare in Venezuela. I cittadini statunitensi in Venezuela dovrebbero restare al riparo». L’ambasciata a Bogotá è chiusa dal marzo 2019 ma opera da remoto.
Il vicepresidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha dichiarato: «Non conosciamo l’ubicazione del presidente Maduro e della first lady Cilia Flores». E ha aggiunto: «Esigiamo una prova di vita».
Le esplosioni a Caracas, capitale del Venezuela, nelle prime ore del terzo giorno del 2026 - almeno sette detonazioni - hanno spinto le persone a riversarsi in strada, mentre altri hanno riferito sui social media di aver udito e visto le deflagrazioni. Non era immediatamente chiaro se ci fossero vittime. L’attacco apparente è durato meno di 30 minuti, ma non è chiaro se siano previste ulteriori azioni, anche se Trump ha scritto nel suo post che i raid sono stati condotti «con successo».





