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2025-12-24
E meno male che Leone XIV c’è: mostra l’eterno dentro un presepe
Papa Leone XIV (Ansa)
Non si è contrapposto a nessuno, non ha smentito l’opera di papa Francesco, suo predecessore, ma con dolcezza e determinazione ne sta correggendo il tiro, riequilibrando le sorti e gli assetti della Chiesa. Sta puntando all’unità della Chiesa e dei cattolici, come purtroppo non fece il suo predecessore che si schierò con il versante progressista penalizzando il versante conservatore e tradizionale, spaccando la Chiesa in due tronconi. Leone non vuole capovolgere gli equilibri ma ricucire quella frattura, senza escludere nessuno. E anche nel dialogo interreligioso è partito, come è sacrosanto, dai fratelli separati più vicini, gli ortodossi della chiesa greco-russa, a 1.700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico dei cristiani e soprattutto in vista del bimillenario della morte di Cristo, il 2033, per il quale si prevede un Anno Santo speciale.
Nella Chiesa cattolica ha riammesso la messa in latino, i simboli e la liturgia della tradizione, perché le vie che portano al Signore sono infinite e non si possono ridurre solo a una; possono convivere gli innovatori e i tradizionalisti e trovar posto nella Chiesa, senza emarginare o allontanare gli uni o gli altri. Sul piano politico nessun fedele si sente escluso nel suo pontificato, ma compreso ecumenicamente nell’abbraccio pastorale.
In Palestina ha invocato la pace e la fine dei massacri mentre l’Occidente taceva sulla carneficina quotidiana a Gaza, e invoca la pace e il negoziato in Ucraina mentre l’Europa continua a chiamare alle armi, col proposito sciagurato di estendere e prolungare la guerra, trasformandola in un pericoloso conflitto mondiale tra Europa e Russia. Inoltre, papa Leone non si è mai distratto sui massacri dei cristiani nel mondo, ne ha denunciato le persecuzioni e le stragi, nel silenzio generale dei mass media.
Sul piano dottrinario, da agostiniano, papa Leone XIV è ripartito da Sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, dalla tradizione più antica, e si avvertono i segni che lascia al suo passaggio. Predica anche lui la misericordia e la carità verso i poveri, come il suo predecessore, ma senza trasformare la vicinanza ai poveri in pauperismo e in sindacalismo clericale. Nell’esortazione apostolica Dilexi te ha sottolineato l’amore di Cristo nei poveri, la condanna della schiavitù, la difesa delle donne e il diritto all’istruzione, senza trasformare il magistero della Chiesa in agenzia di assistenza sociale. Ha espresso amore e premura verso i migranti ma senza ridurre la Chiesa a una Ong per traghettare i migranti di tutto il mondo, a partire dagli islamici.
Coerentemente con la scelta del suo nome pontificale, che richiama Leone XIII, il Papa della dottrina sociale, Leone XIV ha condannato il consumismo e il turbo-capitalismo ma non ha buttato via il bambino con l’acqua sporca: difende la civiltà cristiana, i suoi principi e i suoi riti, la sua storia e la sua dottrina, vuol risvegliare la sua forza morale, evangelica e spirituale, non sposa il terzomondismo. Dialoga con tutti, ma a partire dai cristiani, e non privilegiando gli atei, scendendo sul loro terreno. E non soffre di protagonismo, è sobrio e discreto (l’unico trauma per me è stato scoprirmi coetaneo del Papa, ti fa sentire senex, per dirla in linguaggio ecclesiastico).
Ma alla vigilia di Natale, vorrei porre l’accento sulla sua accorata apologia del presepe. Nel presepe, Leone vede un inno alla nascita, quindi alla maternità e alla famiglia, a cominciare dai bambini, in una linea di continuità tra natalità naturale e natività soprannaturale. Nel presepe ha colto l’apoteosi della comunità che si stringe intorno a Gesù Bambino e alla sua Famiglia; e ha posto l’accento sull’avvento della Luce nel mondo, speranza di salvezza. Da tempo il presepe è osteggiato dai suoi detrattori e stravolto da alcuni cristiani che vogliono trasformarlo in una specie di congresso interrazziale, una specie di Onu dell’antichità, con un messaggio di integrazione e accoglienza che svilisce il significato universale ed evangelico per farlo diventare il solito teatrino dell’inclusione e dei diritti civili. Per la verità anche Bergoglio in una lettera apostolica di qualche anno fa, Admirabile Signum, aveva sottolineato il valore spirituale e religioso del presepe, anche in relazione alla nascita e alla famiglia, oltre che la predilezione francescana verso i poveri di tutto il mondo. Ma alla fine il messaggio prevalente durante il suo pontificato era fondato sulla pervasiva retorica dell’accoglienza e dell’inclusione, oscurando ogni altro significato; mentre fuori dalla Chiesa serpeggia l’ostilità verso il presepe, ritenuto addirittura offensivo verso i non credenti e i fedeli di altre religioni. In realtà, il presepe non è solo il culmine della visione cristiana, la rappresentazione più viva e concreta di un mondo in cammino verso Cristo ma proviene da un fondo rituale e spirituale precristiano: coincide col mito solare del Bambino divino partorito in una grotta da una Madre Vergine. Cito a tale proposito due precedenti: ad Alessandria in Egitto, la notte del 24 dicembre un bambino fasciato che raffigurava Horus, figlio divino di Iside, era portato in processione mentre i sacerdoti annunciavano il parto della Vergine e il Sole tornato a splendere nel cielo. Nella Quarta Egloga, Virgilio annunziava la nascita imminente del puer miracoloso, in un linguaggio criptico che echeggiava i culti orientali. La cristianità non è dunque l’avvento del Nuovo e la rottura con ogni precedente, ma è l’espressione, o per i suoi credenti il culmine, di una tradizione nel segno della luce, dell’inizio e della nascita che viene da più lontano. Basterebbe, del resto, vedere il presepe napoletano, fiorito in epoca barocca, per rendersi conto del sostrato pagano che riaffiora nella cristianità, nei suoi culti e nei suoi santi; si legga a tale proposito Il presepe popolare napoletano di Roberto de Simone (edizione Einaudi).
Papa Leone XIV sta riportando il presepe a casa e si rivolge al mondo non mettendo tra parentesi la fede e la religione per inseguire coloro che non saranno mai cristiani, ma lo fa nel nome dalla fede e dalla cristianità e a partire da esse. L’impresa è difficile, assai impervia, ma qualunque sia l’esito potrà dire con San Paolo: «Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi». Ho combattuto la buona battaglia, ho consumato il mio cammino, ho conservato la fede.
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Il Papa riesce a tenere nella Chiesa conservatori e innovatori. E non si vergogna del Bambinello, oggi svilito pure dai preti.Grazie a Dio, l’uomo dell’anno è un testimone dell’Eterno. Si chiama Robert Francis Prevost ma è più riconoscibile con la criniera di Leone XIV, Pontefice venuto dagli Stati Uniti, addirittura da Chicago. Il primo Papa statunitense, quasi in contemporanea con Donald Trump alla Casa Bianca. È salito al soglio di Pietro nell’anno che sta finendo ed è la novità più consolante che sia apparsa a Roma e non solo. I messaggi più sensati, quest’anno, li ha mandati lui, non solo sul piano della fede e della cristianità, ma anche del buon senso, della vita sociale e della pace tra i popoli. Non si è contrapposto a nessuno, non ha smentito l’opera di papa Francesco, suo predecessore, ma con dolcezza e determinazione ne sta correggendo il tiro, riequilibrando le sorti e gli assetti della Chiesa. Sta puntando all’unità della Chiesa e dei cattolici, come purtroppo non fece il suo predecessore che si schierò con il versante progressista penalizzando il versante conservatore e tradizionale, spaccando la Chiesa in due tronconi. Leone non vuole capovolgere gli equilibri ma ricucire quella frattura, senza escludere nessuno. E anche nel dialogo interreligioso è partito, come è sacrosanto, dai fratelli separati più vicini, gli ortodossi della chiesa greco-russa, a 1.700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico dei cristiani e soprattutto in vista del bimillenario della morte di Cristo, il 2033, per il quale si prevede un Anno Santo speciale.Nella Chiesa cattolica ha riammesso la messa in latino, i simboli e la liturgia della tradizione, perché le vie che portano al Signore sono infinite e non si possono ridurre solo a una; possono convivere gli innovatori e i tradizionalisti e trovar posto nella Chiesa, senza emarginare o allontanare gli uni o gli altri. Sul piano politico nessun fedele si sente escluso nel suo pontificato, ma compreso ecumenicamente nell’abbraccio pastorale. In Palestina ha invocato la pace e la fine dei massacri mentre l’Occidente taceva sulla carneficina quotidiana a Gaza, e invoca la pace e il negoziato in Ucraina mentre l’Europa continua a chiamare alle armi, col proposito sciagurato di estendere e prolungare la guerra, trasformandola in un pericoloso conflitto mondiale tra Europa e Russia. Inoltre, papa Leone non si è mai distratto sui massacri dei cristiani nel mondo, ne ha denunciato le persecuzioni e le stragi, nel silenzio generale dei mass media. Sul piano dottrinario, da agostiniano, papa Leone XIV è ripartito da Sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, dalla tradizione più antica, e si avvertono i segni che lascia al suo passaggio. Predica anche lui la misericordia e la carità verso i poveri, come il suo predecessore, ma senza trasformare la vicinanza ai poveri in pauperismo e in sindacalismo clericale. Nell’esortazione apostolica Dilexi te ha sottolineato l’amore di Cristo nei poveri, la condanna della schiavitù, la difesa delle donne e il diritto all’istruzione, senza trasformare il magistero della Chiesa in agenzia di assistenza sociale. Ha espresso amore e premura verso i migranti ma senza ridurre la Chiesa a una Ong per traghettare i migranti di tutto il mondo, a partire dagli islamici.Coerentemente con la scelta del suo nome pontificale, che richiama Leone XIII, il Papa della dottrina sociale, Leone XIV ha condannato il consumismo e il turbo-capitalismo ma non ha buttato via il bambino con l’acqua sporca: difende la civiltà cristiana, i suoi principi e i suoi riti, la sua storia e la sua dottrina, vuol risvegliare la sua forza morale, evangelica e spirituale, non sposa il terzomondismo. Dialoga con tutti, ma a partire dai cristiani, e non privilegiando gli atei, scendendo sul loro terreno. E non soffre di protagonismo, è sobrio e discreto (l’unico trauma per me è stato scoprirmi coetaneo del Papa, ti fa sentire senex, per dirla in linguaggio ecclesiastico).Ma alla vigilia di Natale, vorrei porre l’accento sulla sua accorata apologia del presepe. Nel presepe, Leone vede un inno alla nascita, quindi alla maternità e alla famiglia, a cominciare dai bambini, in una linea di continuità tra natalità naturale e natività soprannaturale. Nel presepe ha colto l’apoteosi della comunità che si stringe intorno a Gesù Bambino e alla sua Famiglia; e ha posto l’accento sull’avvento della Luce nel mondo, speranza di salvezza. Da tempo il presepe è osteggiato dai suoi detrattori e stravolto da alcuni cristiani che vogliono trasformarlo in una specie di congresso interrazziale, una specie di Onu dell’antichità, con un messaggio di integrazione e accoglienza che svilisce il significato universale ed evangelico per farlo diventare il solito teatrino dell’inclusione e dei diritti civili. Per la verità anche Bergoglio in una lettera apostolica di qualche anno fa, Admirabile Signum, aveva sottolineato il valore spirituale e religioso del presepe, anche in relazione alla nascita e alla famiglia, oltre che la predilezione francescana verso i poveri di tutto il mondo. Ma alla fine il messaggio prevalente durante il suo pontificato era fondato sulla pervasiva retorica dell’accoglienza e dell’inclusione, oscurando ogni altro significato; mentre fuori dalla Chiesa serpeggia l’ostilità verso il presepe, ritenuto addirittura offensivo verso i non credenti e i fedeli di altre religioni. In realtà, il presepe non è solo il culmine della visione cristiana, la rappresentazione più viva e concreta di un mondo in cammino verso Cristo ma proviene da un fondo rituale e spirituale precristiano: coincide col mito solare del Bambino divino partorito in una grotta da una Madre Vergine. Cito a tale proposito due precedenti: ad Alessandria in Egitto, la notte del 24 dicembre un bambino fasciato che raffigurava Horus, figlio divino di Iside, era portato in processione mentre i sacerdoti annunciavano il parto della Vergine e il Sole tornato a splendere nel cielo. Nella Quarta Egloga, Virgilio annunziava la nascita imminente del puer miracoloso, in un linguaggio criptico che echeggiava i culti orientali. La cristianità non è dunque l’avvento del Nuovo e la rottura con ogni precedente, ma è l’espressione, o per i suoi credenti il culmine, di una tradizione nel segno della luce, dell’inizio e della nascita che viene da più lontano. Basterebbe, del resto, vedere il presepe napoletano, fiorito in epoca barocca, per rendersi conto del sostrato pagano che riaffiora nella cristianità, nei suoi culti e nei suoi santi; si legga a tale proposito Il presepe popolare napoletano di Roberto de Simone (edizione Einaudi). Papa Leone XIV sta riportando il presepe a casa e si rivolge al mondo non mettendo tra parentesi la fede e la religione per inseguire coloro che non saranno mai cristiani, ma lo fa nel nome dalla fede e dalla cristianità e a partire da esse. L’impresa è difficile, assai impervia, ma qualunque sia l’esito potrà dire con San Paolo: «Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi». Ho combattuto la buona battaglia, ho consumato il mio cammino, ho conservato la fede.
Ecco #DimmiLaVerità del 23 marzo 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo la vittoria del No al referendum sulla giustizia.
L’attivista Martin Sellner spiega cos’è la remigrazione, descrivendola come un progetto politico che non punta solo a espellere gli immigrati regolari, ma un insieme di misure legali, economiche e culturali per invertire l’immigrazione di massa, così da mantenere la continuità culturale delle nazioni europee. Sellner racconta di come, proprio per le sue idee, continui a subire pressioni e tentativi di censura, nonostante alcuni governi europei inizino a riconoscere i problemi legati all’immigrazione.
Persone attendono a una fermata dell'autobus durante un'interruzione di corrente all'Avana (Ansa)
Cuba sembra sempre più vicina al collasso definitivo, un eventualità che Donald Trump aveva previsto, sostenendo che il regime comunista sarebbe crollato da solo. L’isola caraibica, dall’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, non ha più ricevuto rifornimento petroliferi e la situazione per la popolazione è davvero complicata.
Le proteste serpeggiano da alcune settimane, ma negli ultimi giorni il popolo cubano ormai esasperato ha assaltato la sede del partito comunista, visto come il simbolo di tutti i problemi. I fatti sono avvenuti a Moron, una cittadina di 70.000 abitanti nella zona centrale dell’isola, che per 30 ore consecutive era rimasta senza elettricità. Alcune decine di persone, infuriate perché ormai manca praticamente tutto, hanno preso d’assalto l’edificio e la polizia cubana avrebbe già individuato gli autori e cinque arresti sarebbero già stati effettuati. Ma quello di Moron è soltanto il sintomo di una malattia che sta divorando Cuba dal suo interno. A L'Avana manca acqua potabile, carburante e molti generi di prima necessità. I prezzi del cibo sono schizzati alle stelle e davvero proibitivi per chi non è in possesso di dollari americani. Il presidente comunista Miguel Diaz-Canel continua a fare appelli alla rivoluzione e alla resistenza, ma le piazze sono vuote da tempo come le pance dei cubani. Nonostante l’apparenza il regime comunista sarebbe disposto a fare alcune concessioni a Trump e sta già liberando decine di prigionieri politici.
La trattativa appare difficile, perché il partito comunista non vuole un cambio di regime, ma pensa di aprire un canale anche con i cubani all’estero, concedendo la possibilità di avere proprietà nell’isola. Queste concessioni però non sembrano bastare ai cubani che, stando ai dati raccolti da un’organizzazione non governativa, sarebbero già scesi in piazza a protestare contro il governo 130 volte nella prima metà di marzo, contro le 60 di febbraio e le 30 di gennaio. Il presidente Diaz-Canel ha dichiarato di comprendere la frustrazione, ma che nessun atto violento sarà tollerato. Il leader cubano ha cercato di scaricare tutte le colpe sul cosiddetto blocco energetico imposto dagli Usa, che da tre mesi non permette a nessuna imbarcazione di combustibile di arrivare. Diaz-Canel ha anche lanciato un monito a Washington dicendo che qualsiasi aggressione esterna si scontrerà con una resistenza inespugnabile e accusando Trump di minacciare quasi quotidianamente di rovesciare l’ordine costituzionale a Cuba. Ma è il Partito Comunista, il suo apparato e anche le forze armate il bersaglio della gente che sa benissimo che sono questi soggetti che tengono le redini della barcollante economia nazionale.
Cuba potrebbe scivolare lentamente, ma non troppo, verso una guerra civile che abbatta il regime dall’interno, come aveva diagnosticato il presidente statunitense. L'insofferenza della popolazione verso il governo ha raggiunto i livelli massimi, tanto da spingere anche i media statali, notoriamente imbavagliati dal Partito Comunista, a dare le notizie delle manifestazioni e del malcontento crescente. Per ora davanti alle abitazioni e lungo le strade buie centinaia di persone sbattono pentole e padelle, a significare che non hanno nulla da mangiare, ma stanno iniziando gli sconti con la polizia e ci sono già alcune auto date alle fiamme. Il Messico ed il Canada che si erano offerti di aiutare Cuba, ma per il momento non sono intervenuti se non per cibo e medicinali. Intanto dall’aeroporto di Roma è partito un volo con la delegazione italiana dell’European Convoy for Cuba promosso da Aicec (Agenzia per l'interscambio culturale ed economico con Cuba) nell'ambito della campagna Let Cuba Breathe. Questo gruppo riunisce persone provenienti da 19 nazioni che si vuole unire alla Flotilla Nuestra America con destinazione Cuba. Sono presenti anche quattro delegazioni europarlamentari, con Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, che porteranno con loro cinque tonnellate di medicinali.
Tutto mentre il tycoon alla Casa Bianca ha appena dichiarato che «Cuba in questo momento è in pessimo stato e faremo qualcosa molto presto. Penso che avrò l’onore di prendere l’isola». Ma intanto i dati di tracciamento marittimo darebbero una petroliera russa in arrivo a L’Avana. La Anatoly Kolodkin, soggetta a sanzioni, ha caricato 730.000 barili di greggio nel porto russo di Primorsk l'8 marzo e sta procedendo molto lentamente. La nave ha dichiarato una non meglio specificata destinazione nell’Atlantico, ma sarebbe invece diretta a Cuba, secondo quanto riportato dalla società di analisi marittima Kpler. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov non ha confermato né smentito i legami di Mosca con la Kolodkin o con altre navi che trasportavano petrolio russo nell'Atlantico e ha lasciato intendere che Mosca stesse cercando modi per offrire aiuto a Cuba. Il suo arrivo era previsto per il 23 marzo, ma è stato ritardato di qualche giorno e dovrebbe scaricare il carico presso il terminal petrolifero di Matanzas, sempre che Washington non decida di intervenire.
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