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2025-12-24
E meno male che Leone XIV c’è: mostra l’eterno dentro un presepe
Papa Leone XIV (Ansa)
Non si è contrapposto a nessuno, non ha smentito l’opera di papa Francesco, suo predecessore, ma con dolcezza e determinazione ne sta correggendo il tiro, riequilibrando le sorti e gli assetti della Chiesa. Sta puntando all’unità della Chiesa e dei cattolici, come purtroppo non fece il suo predecessore che si schierò con il versante progressista penalizzando il versante conservatore e tradizionale, spaccando la Chiesa in due tronconi. Leone non vuole capovolgere gli equilibri ma ricucire quella frattura, senza escludere nessuno. E anche nel dialogo interreligioso è partito, come è sacrosanto, dai fratelli separati più vicini, gli ortodossi della chiesa greco-russa, a 1.700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico dei cristiani e soprattutto in vista del bimillenario della morte di Cristo, il 2033, per il quale si prevede un Anno Santo speciale.
Nella Chiesa cattolica ha riammesso la messa in latino, i simboli e la liturgia della tradizione, perché le vie che portano al Signore sono infinite e non si possono ridurre solo a una; possono convivere gli innovatori e i tradizionalisti e trovar posto nella Chiesa, senza emarginare o allontanare gli uni o gli altri. Sul piano politico nessun fedele si sente escluso nel suo pontificato, ma compreso ecumenicamente nell’abbraccio pastorale.
In Palestina ha invocato la pace e la fine dei massacri mentre l’Occidente taceva sulla carneficina quotidiana a Gaza, e invoca la pace e il negoziato in Ucraina mentre l’Europa continua a chiamare alle armi, col proposito sciagurato di estendere e prolungare la guerra, trasformandola in un pericoloso conflitto mondiale tra Europa e Russia. Inoltre, papa Leone non si è mai distratto sui massacri dei cristiani nel mondo, ne ha denunciato le persecuzioni e le stragi, nel silenzio generale dei mass media.
Sul piano dottrinario, da agostiniano, papa Leone XIV è ripartito da Sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, dalla tradizione più antica, e si avvertono i segni che lascia al suo passaggio. Predica anche lui la misericordia e la carità verso i poveri, come il suo predecessore, ma senza trasformare la vicinanza ai poveri in pauperismo e in sindacalismo clericale. Nell’esortazione apostolica Dilexi te ha sottolineato l’amore di Cristo nei poveri, la condanna della schiavitù, la difesa delle donne e il diritto all’istruzione, senza trasformare il magistero della Chiesa in agenzia di assistenza sociale. Ha espresso amore e premura verso i migranti ma senza ridurre la Chiesa a una Ong per traghettare i migranti di tutto il mondo, a partire dagli islamici.
Coerentemente con la scelta del suo nome pontificale, che richiama Leone XIII, il Papa della dottrina sociale, Leone XIV ha condannato il consumismo e il turbo-capitalismo ma non ha buttato via il bambino con l’acqua sporca: difende la civiltà cristiana, i suoi principi e i suoi riti, la sua storia e la sua dottrina, vuol risvegliare la sua forza morale, evangelica e spirituale, non sposa il terzomondismo. Dialoga con tutti, ma a partire dai cristiani, e non privilegiando gli atei, scendendo sul loro terreno. E non soffre di protagonismo, è sobrio e discreto (l’unico trauma per me è stato scoprirmi coetaneo del Papa, ti fa sentire senex, per dirla in linguaggio ecclesiastico).
Ma alla vigilia di Natale, vorrei porre l’accento sulla sua accorata apologia del presepe. Nel presepe, Leone vede un inno alla nascita, quindi alla maternità e alla famiglia, a cominciare dai bambini, in una linea di continuità tra natalità naturale e natività soprannaturale. Nel presepe ha colto l’apoteosi della comunità che si stringe intorno a Gesù Bambino e alla sua Famiglia; e ha posto l’accento sull’avvento della Luce nel mondo, speranza di salvezza. Da tempo il presepe è osteggiato dai suoi detrattori e stravolto da alcuni cristiani che vogliono trasformarlo in una specie di congresso interrazziale, una specie di Onu dell’antichità, con un messaggio di integrazione e accoglienza che svilisce il significato universale ed evangelico per farlo diventare il solito teatrino dell’inclusione e dei diritti civili. Per la verità anche Bergoglio in una lettera apostolica di qualche anno fa, Admirabile Signum, aveva sottolineato il valore spirituale e religioso del presepe, anche in relazione alla nascita e alla famiglia, oltre che la predilezione francescana verso i poveri di tutto il mondo. Ma alla fine il messaggio prevalente durante il suo pontificato era fondato sulla pervasiva retorica dell’accoglienza e dell’inclusione, oscurando ogni altro significato; mentre fuori dalla Chiesa serpeggia l’ostilità verso il presepe, ritenuto addirittura offensivo verso i non credenti e i fedeli di altre religioni. In realtà, il presepe non è solo il culmine della visione cristiana, la rappresentazione più viva e concreta di un mondo in cammino verso Cristo ma proviene da un fondo rituale e spirituale precristiano: coincide col mito solare del Bambino divino partorito in una grotta da una Madre Vergine. Cito a tale proposito due precedenti: ad Alessandria in Egitto, la notte del 24 dicembre un bambino fasciato che raffigurava Horus, figlio divino di Iside, era portato in processione mentre i sacerdoti annunciavano il parto della Vergine e il Sole tornato a splendere nel cielo. Nella Quarta Egloga, Virgilio annunziava la nascita imminente del puer miracoloso, in un linguaggio criptico che echeggiava i culti orientali. La cristianità non è dunque l’avvento del Nuovo e la rottura con ogni precedente, ma è l’espressione, o per i suoi credenti il culmine, di una tradizione nel segno della luce, dell’inizio e della nascita che viene da più lontano. Basterebbe, del resto, vedere il presepe napoletano, fiorito in epoca barocca, per rendersi conto del sostrato pagano che riaffiora nella cristianità, nei suoi culti e nei suoi santi; si legga a tale proposito Il presepe popolare napoletano di Roberto de Simone (edizione Einaudi).
Papa Leone XIV sta riportando il presepe a casa e si rivolge al mondo non mettendo tra parentesi la fede e la religione per inseguire coloro che non saranno mai cristiani, ma lo fa nel nome dalla fede e dalla cristianità e a partire da esse. L’impresa è difficile, assai impervia, ma qualunque sia l’esito potrà dire con San Paolo: «Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi». Ho combattuto la buona battaglia, ho consumato il mio cammino, ho conservato la fede.
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Il Papa riesce a tenere nella Chiesa conservatori e innovatori. E non si vergogna del Bambinello, oggi svilito pure dai preti.Grazie a Dio, l’uomo dell’anno è un testimone dell’Eterno. Si chiama Robert Francis Prevost ma è più riconoscibile con la criniera di Leone XIV, Pontefice venuto dagli Stati Uniti, addirittura da Chicago. Il primo Papa statunitense, quasi in contemporanea con Donald Trump alla Casa Bianca. È salito al soglio di Pietro nell’anno che sta finendo ed è la novità più consolante che sia apparsa a Roma e non solo. I messaggi più sensati, quest’anno, li ha mandati lui, non solo sul piano della fede e della cristianità, ma anche del buon senso, della vita sociale e della pace tra i popoli. Non si è contrapposto a nessuno, non ha smentito l’opera di papa Francesco, suo predecessore, ma con dolcezza e determinazione ne sta correggendo il tiro, riequilibrando le sorti e gli assetti della Chiesa. Sta puntando all’unità della Chiesa e dei cattolici, come purtroppo non fece il suo predecessore che si schierò con il versante progressista penalizzando il versante conservatore e tradizionale, spaccando la Chiesa in due tronconi. Leone non vuole capovolgere gli equilibri ma ricucire quella frattura, senza escludere nessuno. E anche nel dialogo interreligioso è partito, come è sacrosanto, dai fratelli separati più vicini, gli ortodossi della chiesa greco-russa, a 1.700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico dei cristiani e soprattutto in vista del bimillenario della morte di Cristo, il 2033, per il quale si prevede un Anno Santo speciale.Nella Chiesa cattolica ha riammesso la messa in latino, i simboli e la liturgia della tradizione, perché le vie che portano al Signore sono infinite e non si possono ridurre solo a una; possono convivere gli innovatori e i tradizionalisti e trovar posto nella Chiesa, senza emarginare o allontanare gli uni o gli altri. Sul piano politico nessun fedele si sente escluso nel suo pontificato, ma compreso ecumenicamente nell’abbraccio pastorale. In Palestina ha invocato la pace e la fine dei massacri mentre l’Occidente taceva sulla carneficina quotidiana a Gaza, e invoca la pace e il negoziato in Ucraina mentre l’Europa continua a chiamare alle armi, col proposito sciagurato di estendere e prolungare la guerra, trasformandola in un pericoloso conflitto mondiale tra Europa e Russia. Inoltre, papa Leone non si è mai distratto sui massacri dei cristiani nel mondo, ne ha denunciato le persecuzioni e le stragi, nel silenzio generale dei mass media. Sul piano dottrinario, da agostiniano, papa Leone XIV è ripartito da Sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, dalla tradizione più antica, e si avvertono i segni che lascia al suo passaggio. Predica anche lui la misericordia e la carità verso i poveri, come il suo predecessore, ma senza trasformare la vicinanza ai poveri in pauperismo e in sindacalismo clericale. Nell’esortazione apostolica Dilexi te ha sottolineato l’amore di Cristo nei poveri, la condanna della schiavitù, la difesa delle donne e il diritto all’istruzione, senza trasformare il magistero della Chiesa in agenzia di assistenza sociale. Ha espresso amore e premura verso i migranti ma senza ridurre la Chiesa a una Ong per traghettare i migranti di tutto il mondo, a partire dagli islamici.Coerentemente con la scelta del suo nome pontificale, che richiama Leone XIII, il Papa della dottrina sociale, Leone XIV ha condannato il consumismo e il turbo-capitalismo ma non ha buttato via il bambino con l’acqua sporca: difende la civiltà cristiana, i suoi principi e i suoi riti, la sua storia e la sua dottrina, vuol risvegliare la sua forza morale, evangelica e spirituale, non sposa il terzomondismo. Dialoga con tutti, ma a partire dai cristiani, e non privilegiando gli atei, scendendo sul loro terreno. E non soffre di protagonismo, è sobrio e discreto (l’unico trauma per me è stato scoprirmi coetaneo del Papa, ti fa sentire senex, per dirla in linguaggio ecclesiastico).Ma alla vigilia di Natale, vorrei porre l’accento sulla sua accorata apologia del presepe. Nel presepe, Leone vede un inno alla nascita, quindi alla maternità e alla famiglia, a cominciare dai bambini, in una linea di continuità tra natalità naturale e natività soprannaturale. Nel presepe ha colto l’apoteosi della comunità che si stringe intorno a Gesù Bambino e alla sua Famiglia; e ha posto l’accento sull’avvento della Luce nel mondo, speranza di salvezza. Da tempo il presepe è osteggiato dai suoi detrattori e stravolto da alcuni cristiani che vogliono trasformarlo in una specie di congresso interrazziale, una specie di Onu dell’antichità, con un messaggio di integrazione e accoglienza che svilisce il significato universale ed evangelico per farlo diventare il solito teatrino dell’inclusione e dei diritti civili. Per la verità anche Bergoglio in una lettera apostolica di qualche anno fa, Admirabile Signum, aveva sottolineato il valore spirituale e religioso del presepe, anche in relazione alla nascita e alla famiglia, oltre che la predilezione francescana verso i poveri di tutto il mondo. Ma alla fine il messaggio prevalente durante il suo pontificato era fondato sulla pervasiva retorica dell’accoglienza e dell’inclusione, oscurando ogni altro significato; mentre fuori dalla Chiesa serpeggia l’ostilità verso il presepe, ritenuto addirittura offensivo verso i non credenti e i fedeli di altre religioni. In realtà, il presepe non è solo il culmine della visione cristiana, la rappresentazione più viva e concreta di un mondo in cammino verso Cristo ma proviene da un fondo rituale e spirituale precristiano: coincide col mito solare del Bambino divino partorito in una grotta da una Madre Vergine. Cito a tale proposito due precedenti: ad Alessandria in Egitto, la notte del 24 dicembre un bambino fasciato che raffigurava Horus, figlio divino di Iside, era portato in processione mentre i sacerdoti annunciavano il parto della Vergine e il Sole tornato a splendere nel cielo. Nella Quarta Egloga, Virgilio annunziava la nascita imminente del puer miracoloso, in un linguaggio criptico che echeggiava i culti orientali. La cristianità non è dunque l’avvento del Nuovo e la rottura con ogni precedente, ma è l’espressione, o per i suoi credenti il culmine, di una tradizione nel segno della luce, dell’inizio e della nascita che viene da più lontano. Basterebbe, del resto, vedere il presepe napoletano, fiorito in epoca barocca, per rendersi conto del sostrato pagano che riaffiora nella cristianità, nei suoi culti e nei suoi santi; si legga a tale proposito Il presepe popolare napoletano di Roberto de Simone (edizione Einaudi). Papa Leone XIV sta riportando il presepe a casa e si rivolge al mondo non mettendo tra parentesi la fede e la religione per inseguire coloro che non saranno mai cristiani, ma lo fa nel nome dalla fede e dalla cristianità e a partire da esse. L’impresa è difficile, assai impervia, ma qualunque sia l’esito potrà dire con San Paolo: «Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi». Ho combattuto la buona battaglia, ho consumato il mio cammino, ho conservato la fede.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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