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2025-12-24
«La Verità» non ha padroni né padrini. Perciò non fa sconti nemmeno agli amici
Alessandro Giuli (Ansa)
La passione per le notizie, il desiderio di poter esprimere un’opinione anche quando questa rischia di suscitare polemiche perché contro corrente, sono gli stessi del 20 settembre 2016. Mi piace ricordare che, mentre tutti di fronte al crollo del ponte Morandi tacevano sul nome dei proprietari di Autostrade, noi non abbiamo esitato a farlo. Mentre altri si piegavano ai voleri dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, La Verità non ha dubitato un istante, pubblicando tutto ciò che i suoi cronisti erano in grado di documentare. Così come non ci siamo tirati indietro quando si è trattato di mandare in stampa il cosiddetto dossier Viganò, che alzava il velo sulle responsabilità di alti prelati in squallide vicende di pedofilia, senza tacere neppure le critiche mosse dall’ex nunzio in America nei confronti di papa Francesco. Non starò a ricordare tutte le inchieste, gli scoop, le prese di posizione che in questi anni ci hanno distinto. Però credo che sia d’obbligo non dimenticare la battaglia condotta contro i lockdown e, soprattutto, contro l’obbligo vaccinale e l’introduzione di un tesserino per poter lavorare, per poter viaggiare e perfino per recarsi al bar. Fu quello uno dei periodi più bui per il nostro Paese e non soltanto per i morti di Covid, ma anche per la limitazione delle libertà costituzionali, come il diritto di poter lavorare e di potersi spostare senza divieti. Nonostante si stesse creando un vulnus assai pericoloso per la nostra democrazia, solo noi della Verità, anche a costo di essere accusati delle peggiori nefandezze (c’è chi ci rimproverò di avere sulla coscienza i morti di coronavirus, chi ci insultò, mentre altri semplicemente invocarono il bavaglio) tenemmo il punto, criticando il governo dell’epoca, presieduto da Mario Draghi.
Più di recente, sempre in solitudine, abbiamo denunciato la sostituzione di due professori nominati dal ministro della Salute nella commissione per la valutazione dei vaccini: i colleghi non li volevano seduti allo stesso tavolo perché non allineati con il pensiero unico delle grandi aziende farmaceutiche. Un mese fa invece abbiamo scoperchiato le trame di uno dei principali collaboratori di Sergio Mattarella. Ossia di un ex parlamentare del Pd che, una volta perso lo scranno, ha trovato posto come segretario del Consiglio supremo di Difesa, ma nei tempi morti sogna provvidenziali scossoni per cambiare l’assetto politico che, guarda caso, in questo momento è presidiato da una maggioranza di centrodestra. E la settimana scorsa, grazie ai nostri articoli, la riforma dei condomini che rischiava di caricare altri costi sul bilancio già magro delle famiglie, oltre ad aprire la strada ai fornitori per rivalersi sui condomini onesti in caso di morosità di qualche vicino, è stata ritirata.
Ho ripercorso alcune delle nostre battaglie non per cercare l’applauso di voi lettori, ma solo per ricordare che La Verità in questi anni non ha risparmiato nessuno, né Renzi, né Conte, né Draghi e nemmeno l’attuale maggioranza. Se pensiamo che qualcosa sia sbagliato lo diciamo senza alcun imbarazzo e se scoviamo una notizia degna di nota la pubblichiamo, a prescindere da chi stia al governo. Perché scrivo tutto ciò? Perché mi ha disturbato la polemica contro Marcello Veneziani, ovvero uno dei nostri più importanti editorialisti. Autore di molti libri e di lucide quanto indipendenti riflessioni, Marcello ha scritto un articolo per dire che, nonostante il centrodestra sia al potere da tre anni, per gli italiani non è cambiato molto. Si può essere d’accordo oppure no, ma il ragionamento non può certo essere scambiato per un insulto. Eppure, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha reagito in maniera sgarbata, rimproverando a Veneziani di far parte di coloro che rosicano e anche di essere invidioso per non aver ricevuto incarichi di prestigio. Essendo un dei pochi intellettuali di destra, mi risulta che Marcello sia stato a lungo corteggiato da esponenti di governo. Ma non è questo il punto. Ciò che stupisce è l’idea che, se aderisci a un’area culturale e politica, non puoi permetterti di criticare quella stessa area. Non si è traditori se su certi argomenti la si pensa in modo diverso da chi governa, anche se si proviene dallo stesso mondo. Non si è voltagabbana e nemmeno si è rosiconi se sulla riforma dei condomini si critica, sebbene sia di centrodestra, chi l’ha presentata. Se si ha un giudizio diverso e non si fanno sconti neppure agli amici si è semplicemente liberi. È l’indipendenza, da padroni e padrini, che ci consente di dire quello che pensiamo e di scrivere ciò che vogliamo. Come ho spiegato di recente, se non ci fermano le denunce di chi pensa di tapparci la bocca rivolgendosi ai giudici, figuratevi se ci facciamo imbavagliare da chi ci accusa di avere la pelle esausta e la bile nera dei rancorosi. Il problema è che non siamo in cerca di premi, non siamo a caccia di posti, e non lo saremo mai. Sia che governi la sinistra, sia che a Palazzo Chigi ci sia la destra.
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Stupiscono le critiche di Alessandro Giuli a Marcello Veneziani. Aderire a un’area culturale non impedisce di biasimare il governo quando sbaglia.Sono trascorsi quasi dieci anni da quando insieme con un pugno di giornalisti ho dato vita alla Verità. Allora a spingerci a fondare un nuovo quotidiano, mentre gran parte della stampa incontrava difficoltà a far quadrare i bilanci, fu la voglia di indipendenza. Molti di noi avevano un posto di lavoro sicuro, mentre altri non avrebbero fatto fatica a trovarlo se appena avessero avuto intenzione di cercarlo. Invece scelsero di partecipare a un’avventura, con uno spirito pionieristico, per non avere né padroni né padrini, per non dover rendere conto a nessuno se non ai lettori, pochi o tanti che fossero. Credo di poter dire che in quasi dieci anni, ovvero nelle oltre 3.300 edizioni della Verità, non siamo mai venuti meno ai propositi dei primi giorni. La passione per le notizie, il desiderio di poter esprimere un’opinione anche quando questa rischia di suscitare polemiche perché contro corrente, sono gli stessi del 20 settembre 2016. Mi piace ricordare che, mentre tutti di fronte al crollo del ponte Morandi tacevano sul nome dei proprietari di Autostrade, noi non abbiamo esitato a farlo. Mentre altri si piegavano ai voleri dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, La Verità non ha dubitato un istante, pubblicando tutto ciò che i suoi cronisti erano in grado di documentare. Così come non ci siamo tirati indietro quando si è trattato di mandare in stampa il cosiddetto dossier Viganò, che alzava il velo sulle responsabilità di alti prelati in squallide vicende di pedofilia, senza tacere neppure le critiche mosse dall’ex nunzio in America nei confronti di papa Francesco. Non starò a ricordare tutte le inchieste, gli scoop, le prese di posizione che in questi anni ci hanno distinto. Però credo che sia d’obbligo non dimenticare la battaglia condotta contro i lockdown e, soprattutto, contro l’obbligo vaccinale e l’introduzione di un tesserino per poter lavorare, per poter viaggiare e perfino per recarsi al bar. Fu quello uno dei periodi più bui per il nostro Paese e non soltanto per i morti di Covid, ma anche per la limitazione delle libertà costituzionali, come il diritto di poter lavorare e di potersi spostare senza divieti. Nonostante si stesse creando un vulnus assai pericoloso per la nostra democrazia, solo noi della Verità, anche a costo di essere accusati delle peggiori nefandezze (c’è chi ci rimproverò di avere sulla coscienza i morti di coronavirus, chi ci insultò, mentre altri semplicemente invocarono il bavaglio) tenemmo il punto, criticando il governo dell’epoca, presieduto da Mario Draghi.Più di recente, sempre in solitudine, abbiamo denunciato la sostituzione di due professori nominati dal ministro della Salute nella commissione per la valutazione dei vaccini: i colleghi non li volevano seduti allo stesso tavolo perché non allineati con il pensiero unico delle grandi aziende farmaceutiche. Un mese fa invece abbiamo scoperchiato le trame di uno dei principali collaboratori di Sergio Mattarella. Ossia di un ex parlamentare del Pd che, una volta perso lo scranno, ha trovato posto come segretario del Consiglio supremo di Difesa, ma nei tempi morti sogna provvidenziali scossoni per cambiare l’assetto politico che, guarda caso, in questo momento è presidiato da una maggioranza di centrodestra. E la settimana scorsa, grazie ai nostri articoli, la riforma dei condomini che rischiava di caricare altri costi sul bilancio già magro delle famiglie, oltre ad aprire la strada ai fornitori per rivalersi sui condomini onesti in caso di morosità di qualche vicino, è stata ritirata.Ho ripercorso alcune delle nostre battaglie non per cercare l’applauso di voi lettori, ma solo per ricordare che La Verità in questi anni non ha risparmiato nessuno, né Renzi, né Conte, né Draghi e nemmeno l’attuale maggioranza. Se pensiamo che qualcosa sia sbagliato lo diciamo senza alcun imbarazzo e se scoviamo una notizia degna di nota la pubblichiamo, a prescindere da chi stia al governo. Perché scrivo tutto ciò? Perché mi ha disturbato la polemica contro Marcello Veneziani, ovvero uno dei nostri più importanti editorialisti. Autore di molti libri e di lucide quanto indipendenti riflessioni, Marcello ha scritto un articolo per dire che, nonostante il centrodestra sia al potere da tre anni, per gli italiani non è cambiato molto. Si può essere d’accordo oppure no, ma il ragionamento non può certo essere scambiato per un insulto. Eppure, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha reagito in maniera sgarbata, rimproverando a Veneziani di far parte di coloro che rosicano e anche di essere invidioso per non aver ricevuto incarichi di prestigio. Essendo un dei pochi intellettuali di destra, mi risulta che Marcello sia stato a lungo corteggiato da esponenti di governo. Ma non è questo il punto. Ciò che stupisce è l’idea che, se aderisci a un’area culturale e politica, non puoi permetterti di criticare quella stessa area. Non si è traditori se su certi argomenti la si pensa in modo diverso da chi governa, anche se si proviene dallo stesso mondo. Non si è voltagabbana e nemmeno si è rosiconi se sulla riforma dei condomini si critica, sebbene sia di centrodestra, chi l’ha presentata. Se si ha un giudizio diverso e non si fanno sconti neppure agli amici si è semplicemente liberi. È l’indipendenza, da padroni e padrini, che ci consente di dire quello che pensiamo e di scrivere ciò che vogliamo. Come ho spiegato di recente, se non ci fermano le denunce di chi pensa di tapparci la bocca rivolgendosi ai giudici, figuratevi se ci facciamo imbavagliare da chi ci accusa di avere la pelle esausta e la bile nera dei rancorosi. Il problema è che non siamo in cerca di premi, non siamo a caccia di posti, e non lo saremo mai. Sia che governi la sinistra, sia che a Palazzo Chigi ci sia la destra.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.