Zangrillo: «I cattivi maestri della sinistra stanno alimentando il clima di violenza in piazza»

Se lo tirano per la giacca, lui abbottona il doppiopetto e non si scompone più di tanto. Le giacche cult del presidente Silvio Berlusconi gli piacciono parecchio. Paolo Zangrillo, ministro di Forza Italia, uomo della Pubblica amministrazione, più dei suoi doppiopetto ama altre cose: le istituzioni, la famiglia, le persone, le idee liberali di Forza Italia, il lavoro, il Genoa, il gioco di squadra, spegnere la luce anche quando lascia il suo ufficio ministeriale.
Ministro Zangrillo, partiamo dalla sua Torino e dal decreto approvato due giorni fa dal Consiglio dei ministri. Le ripetute devastazioni nelle strade torinesi, i feriti e gli agenti presi a pugni, calci e martellate sono drammatici episodi che potranno essere almeno arginati con l’entrata in vigore del decreto Sicurezza?
«Assolutamente sì. Lo ha già spiegato il mio collega Matteo Piantedosi, prima in Consiglio dei ministri e poi pubblicamente. Mi faccia solo aggiungere una cosa…».
Poi torniamo a quel decreto tanto sofferto…
«Certo, prima vorrei solo ribadire lo straordinario lavoro che sta facendo Piantedosi. Ecco, quando penso a un leale servitore della Stato penso a Matteo. E credo che i suoi agenti rispecchino quel sentimento di dedizione ai valori della nostra democrazia che anima il ministro degli Interni. È un sentimento che abita in tutte le nostre forze dell’ordine ed è qualcosa che gli italiani riconoscono ogni giorno».
Torniamo al decreto Sicurezza?
«Sì, è uno strumento essenziale per arginare un’ondata di violenza che si vuole far crescere, alimentata da quelli che ai miei tempi venivano definiti cattivi maestri».
In che modo interviene il decreto?
«Penso alla possibilità di fermare prima delle manifestazioni i soggetti già coinvolti in precedenti episodi di violenza o gli elementi trovati in possesso di strumenti atti a offendere. E qui c’è un punto che mi incuriosisce».
Quale?
«Alcuni elementi dell’opposizione sostengono che gli scontri siano causati solo da piccole frange di violenti, infiltrati tra migliaia di manifestanti pacifici. Allora, se questa è la loro tesi, perché contrastare questo provvedimento? Non ha proprio il merito di prevedere che queste frange violente vengano “filtrate” prima di unirsi al corteo? Perché permettergli di infettare l’intera manifestazione? Ecco, queste sono quelle strumentalizzazioni che fanno male al Paese, quel vuoto di contenuti che impedisce il dialogo».
In realtà è l’accusa che la sinistra ha mosso al centrodestra dopo le ultime violenze a Torino. Sareste voi, i fomentatori. In particolare ce l’hanno con Forza Italia e con lei, ha notato?
«Quando ascolto certe cose mi viene in mente il titolo di un film, Non ci resta che piangere. Non comprendono neppure la sostanziale differenza tra strumentalizzare e ricordare».
Faccia così: provi lei a rinfrescargli la memoria.
«Io, come segretario piemontese, così come i miei amici di Forza Italia, abbiamo sempre chiesto al sindaco di Torino Lo Russo e al Pd di dialogare con la politica, senza cercare compromessi con Askatasuna. Bene, per anni hanno fatto esattamente il contrario. Personalmente, credo così tanto nel dialogo che l’estate scorsa ho accettato l’invito del Pd a partecipare a un dibattito alla Festa dell’Unità di Torino. Doveva essere un confronto tra idee su molti temi differenti. Appena ho cercato di parlare del problema Askatasuna sono stato aggredito al grido “fascista, fascista”. Inveivano contro di me, mentre nessuno dei responsabili faceva nulla per evitare toni sempre più minacciosi, con elementi del centro sociale che avanzavano, con il dito puntato, ai piedi del palco, fino a quando non mi hanno obbligato a lasciare la loro festa. Sotto quel tendone hanno dato del distributore di olio di ricino a un liberale viscerale come me. No, davvero, non ce la fanno a dialogare».
Brutto clima.
«Orribile, ma con il conforto di almeno un paio di antidoti: l’impegno costante del governo e la certezza che noi italiani amiamo la democrazia, la violenza non vincerà».
Un altro suo collega, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha detto (in sintesi) che questo decreto impedirà il ritorno di un clima da Brigate Rosse. Condivide?
«Gli interventi in Consiglio dei ministri di Nordio e Piantedosi sono stati eccezionali, puntuali, lucidi, partecipati, lo dico senza nessuna retorica. Le analisi fatte dai miei colleghi devono essere ascoltate con la massima attenzione. Per quanto riguarda la mia esperienza ribadisco che si respira lo stesso clima che vivevo ai tempi del liceo a Monza, quando idee liberali come le mie dovevano essere difese dalla violenza degli estremisti. Ci sono altre analogie».
Per esempio?
«Mi ha colpito molto una frase del nostro segretario Antonio Tajani. A Torino eravamo insieme anche dopo i primi scontri di piazza, quelli successivi allo sgombero di Askatasuna. Antonio ha detto: “Sono i figli di papà che picchiano i figli del popolo”. Grande verità».
Parafrasando un articolo di Pier Paolo Pasolini, non esattamente un intellettuale di centrodestra.
«Che cosa c’entra? Pasolini era un intellettuale ed è proprio quello che dicevamo prima: con l’intelletto puoi dialogare, con l’ideologia no».
Veniamo al dialogo interno al suo partito. Vediamo acque piuttosto agitate, che sta succedendo?
«Le acque agitate le vedono altri, non noi di Forza Italia. Tutto il partito vuole sostenere con forza e determinazione Tajani, un segretario che grazie alle sue qualità e alla sua esperienza politica ha custodito l’anima di un grande partito in un momento molto delicato del proprio percorso. E con Antonio andiamo avanti, con passione e dedizione, verso i primi due obiettivi politici che ci attendono: il referendum sulla giustizia e le prossime elezioni politiche. E al fianco di Antonio Tajani lavoreremo per far emergere quel potenziale che Forza Italia ha, ben superiore alle percentuali che i sondaggi ci attribuiscono. L’obiettivo del 20% è quello del nostro segretario ed è il nostro traguardo».
Allarghiamo il discorso al centrodestra, parliamo della scelta del generale Vannacci: non ci dica che da ministro di Forza Italia non si intromette nelle beghe della Lega.
«No, ma le dico che quella di centrodestra è una coalizione fondata su valori, principi e idee condivise. Ci sono posizioni che l’eurodeputato Vannacci non condivide, per esempio il dovere di aiutare un popolo come quello ucraino aggredito e invaso. Vannacci ha posizioni filo-Putin? Non sono quelle del centrodestra di governo, mi pare evidente che non ne voglia più far parte».
Eppure Matteo Renzi, nell’attesa di capire se voterà Sì o No al referendum, vi fa sapere che l’affaire Vannacci poterà alla vittoria del centrosinistra. Profetico?
«Vede, Renzi è camaleontico, c’è stato un tempo nel quale ha governato con le idee, oggi segue la linea di quelli che aveva guidato, i compagni del Pd: per loro si vince mettendo insieme il maggior numero di pezzi possibili, raccattando voti un po’ dove capita. Questo ha due conseguenze. La prima: quando vincevano non riuscivano a governare, perché si spaccavano subito su tutto, in un batter d’occhio. Seconda conseguenza: gli elettori lo hanno capito e allora votano il centrodestra».
Abbiamo parlato di Renzi, tocca parlare anche di Carlo Calenda e del flirt con voi di Forza Italia. Come finirà?
«Come finirà lo deciderà Calenda e noi del partito. Quello che penso di lui credo di averlo già detto l’estate scorsa: Calenda ha molte idee che condivide con Forza Italia, credo sia un eccellente punto di partenza. Personalmente lo stimo. Altri in Forza Italia non la pensano così? Bene, sono anche loro esponenti e militanti che vogliono solo il bene del partito, Forza Italia ama il confronto e arriverà una sintesi condivisa».
Un’ultima cosa, non ha scampo: cosa vede nel futuro di Paolo Zangrillo?
«Ho giurato davanti al presidente della Repubblica di svolgere il mio ruolo di ministro nell’interesse esclusivo della nazione, e ciò che insieme alla mia squadra stiamo facendo mi dà molta soddisfazione, spero la dia anche ai nostri utenti, cittadini e imprese, altrimenti avrei fallito. Io arrivo dal privato, dove il futuro di ciascuno non è disegnato solo dalle aspettative individuali, ma si deve coniugare con le caratteristiche che gli altri ti riconoscono. Se ci sarà la possibilità di coniugare le due cose, evviva, possiamo essere tutti utili. Questo vale anche in politica».






