In occasione della Cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina, il fotografo Massimo Sestini ha sorvolato lo stadio San Siro a bordo di un elicottero della polizia di Stato. Le immagini del volo.
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Jeffrey Epstein e Bill Gates (Ansa)
- Nei nuovi file desecretati si colgono i passi con cui i magnati costruirono l’infrastruttura che governò le nostre vite dal 2020 in poi: dal «fare i soldi coi vaccini» (2011) ai fondi per svilupparli, dalla preparazione alla pandemia (2015) fino alle simulazioni (2017 e 2019).
- Il consigliere di Tony Blair è indagato per aver passato informazioni riservate al pedofilo.
Lo speciale contiene due articoli
«Ho pensato molto alla domanda che hai fatto a Bill Gates, “come possiamo liberarci di tutti questi poveri” e avrei una risposta per te», scriveva un mittente non identificato a Jeffrey Epstein esattamente 15 anni fa, a febbraio 2011. Con la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ), emerge qualcosa che aggiunge ulteriori elementi inquietanti alla già agghiacciante vicenda giudiziaria legata ai crimini sessuali del faccendiere pedofilo, incarcerato per la prima volta nel 2008. I documenti declassificati la scorsa settimana descrivono infatti nei dettagli una struttura integrata, costruita nel corso di anni, che avrebbe plasmato la preparazione, la gestione e persino il finanziamento delle pandemie come un vero e proprio «modello di business» organizzato, a livello finanziario, intorno a figure come Bill Gates e a istituzioni come l’Oms e la banca d’affari JP Morgan.
È nel 2011 che il predatore sessuale, morto suicida in carcere nel 2019, comincia a concentrarsi su ciò che pare interessargli ancor più del sesso: i soldi. In quel periodo, Epstein fa da intermediario tra la Bill & Melinda Gates Foundation e JP Morgan per creare il Global Health Investment Fund. L’obiettivo è fornire agli investitori l’opportunità di finanziare tecnologie sanitarie globali ma Epstein, che all’epoca era un importante cliente di JP Morgan, non ha un ruolo marginale di consulente; di fatto, è il deus ex machina del progetto finanziato da Gates.
In una mail di luglio 2011 indirizzata a James E. Staley, dirigente esecutivo di JPMorgan, il faccendiere scrive: «Sarà la più grande fondazione del mondo, l’obiettivo è fare soldi attraverso un ente di beneficenza». Negli stessi giorni, Epstein invia un’email confidenziale a Staley e a Boris Nikolic, principale consulente scientifico e tecnologico di Bill Gates: «Devi dire a Dick che gli faremo avere una presentazione completa per un Daf (Donor-Advised Fund, conto filantropico gestito da un’organizzazione no profit, che permette di versare fondi ottenendo una detrazione fiscale immediata, ndr), una proposta basata su un silo che farà guadagnare a Bill (Gates, ndr) più fondi per i vaccini». Nessun accenno alla priorità di salvare vite umane: il tema è come fare soldi con i vaccini. Ad agosto 2011, Epstein commenta lo «stato emotivo» di Gates: «Bill è terribilmente frustrato… bisognerebbe specificare nella presentazione che questo progetto consentirebbe ulteriori soldi per i vaccini». Epstein prevede nella stessa mail una struttura offshore con attenzione particolare alle iniezioni. Nei briefing successivi parla di fondi d’investimento focalizzati su farmaci e vaccini con aspettative di ritorni economici nel range del 5-7%.
Sempre nel 2011, un’email di Mary Erdoes, ad di JP Morgan Asset & Wealth Management, a Epstein - con Jes Staley in copia - include una serie di domande tecniche su come strutturare il fondo, chiedendo informazioni specifiche su come la Bill & Melinda Gates Foundation si collochi nel progetto. Più che farmaci per salvare vite umane, i vaccini per Gates e Epstein sono asset permanenti, concepiti per operare indipendentemente da epidemie o pandemie.
Le connessioni tra la Bill & Melinda Gates Foundation, le istituzioni che si occupano di salute globale ed Epstein proseguono proprio negli anni in cui Gates, a differenza di quanto dichiarato in questi giorni, lo frequenta assiduamente. È l’autorevole New York Times, in un articolo del 2019, a elencare i numerosi incontri tra i due, che ufficialmente hanno come oggetto proprio il fondo pandemico. La salute globale come strumento per mobilitare e moltiplicare denaro è il filo conduttore di quegli anni:
Una lettera datata 9 marzo 2015 - inviata da un funzionario della Gates Foundation al presidente dell’International Peace Institute - presenta una proposta per un incontro di esperti su come affrontare le pandemie. I documenti interni desecretati dal Doj mostrano che i collaboratori di Gates e gli altri esponenti delle istituzioni internazionali considerano la pandemia non come un rischio sanitario da affrontare, ma come una categoria strategica di investimento permanente su cui costruire prodotti finanziari, strutture giuridiche e narrative consolidate.
Uno scambio di email del 24 maggio 2017 tra Epstein, Bill Gates e Boris Nikolic menziona la «pandemia» (quasi tre anni prima che il Covid 19 si diffondesse), insieme con l’energia, come campo d’interesse strategico. Altre mail scambiate lo stesso anno con Gates all’indirizzo di posta elettronica del suo laboratorio (bgc3, ndr) hanno come oggetto la preparazione alla pandemia, mentre in altri iMessage partiti dal telefonino di Epstein si tracciano addirittura le opzioni di carriera in ambito pandemico: l’ufficio privato di Gates, il team vaccinale presso la Merck, la società di assicurazioni Swiss Re, il World Economic Forum (Wef) di Klaus Schwab e altre istituzioni globali. La pandemia, insomma, per Epstein e Bill Gates è uno strumento di finanziamento verticale e una bella mucca da mungere. La pandemia figura persino nella lista delle competenze professionali («Pandemie - Ho appena fatto una simulazione pandemica», scrive un collaboratore ad Epstein nel 2017)».
Se a questi elementi si aggiungono altre coincidenze verificatesi pochi mesi dopo la morte di Epstein, il quadro appare ancora più inquietante. Come l’esercitazione pandemica svoltasi a New York il 18 ottobre 2019, sei settimane prima della diffusione del Covid, che ipotizzava proprio una pandemia da Coronavirus. Nota come Event 201 e organizzata dal Johns Hopkins Center for Health Security insieme al World Economic Forum e alla Bill & Melinda Gates Foundation, includeva non soltanto simulazioni epidemiologiche, ma anche gestione dei media, strategia sulla conformità pubblica e coordinamento multinazionale delle risposte. O ancora, il fatto che nel 2015, proprio mentre la «preparazione» alla pandemia diventava di moda, Moderna avviava lo sviluppo della tecnologia a mRna per i vaccini. Decisione che poi portò, il 12 dicembre del 2019 (praticamente alla vigilia del Covid), a candidarne uno appositamente studiato contro il coronavirus per test sugli animali.
Un ecosistema finanziario e politico predisposto, insomma, per trarre profitto dalla catastrofe del secolo.
Perquisita casa di Mandelson, Starmer in bilico
Ieri Scotland Yard ha perquisito due proprietà collegate a Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti e figura chiave del New Labour di Tony Blair, nell’ambito dell’indagine sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Le perquisizioni, autorizzate dalla magistratura, hanno interessato un’abitazione nel Wiltshire e una nell’area londinese di Camden.
Secondo quanto comunicato dalla Metropolitan Police, l’operazione rientra in un’inchiesta su presunti illeciti nell’esercizio di pubbliche funzioni. Al centro dell’indagine ci sarebbero documenti e informazioni governative sensibili che Mandelson avrebbe condiviso con Epstein circa 15 anni fa, quando ricopriva incarichi ministeriali. La polizia sta verificando la natura e la portata di quei materiali, dopo che la pubblicazione negli Stati Uniti di milioni di documenti legati al caso Epstein ha riacceso l’attenzione sui rapporti tra i due.
La perquisizione segna un passaggio decisivo: dal piano politico si entra ufficialmente in quello giudiziario. E l’impatto su Downing Street è immediato. Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore nel 2024 nonostante le polemiche, si trova ora a gestire una crisi che si allarga giorno dopo giorno. Il premier ha ammesso di essere stato «ingannato», ha chiesto scusa alle vittime di Epstein e ha annunciato una revisione delle procedure di controllo e sicurezza per le nomine di alto livello.
Nel Partito laburista, però, il danno appare ormai irreparabile. Diversi parlamentari parlano apertamente di una premiership indebolita, mentre cresce il malcontento per la gestione complessiva della vicenda e per il ruolo del capo di gabinetto Morgan McSweeney, considerato da molti una figura divisiva.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte delle possibili alternative. Angela Rayner, ex vicepremier e tra i nomi più citati come possibile sfidante alla leadership, è coinvolta in un’indagine dell’agenzia delle entrate britannica (Hmrc) per una presunta irregolarità fiscale legata al mancato pagamento di un’imposta di bollo da 40.000 sterline su un immobile. Una situazione che, secondo fonti interne al Labour, potrebbe impedirle di lanciare la sua candidatura finché l’inchiesta non sarà conclusa.
Intanto Mandelson è formalmente oggetto di un’indagine penale e le perquisizioni potrebbero portare al sequestro di ulteriore materiale rilevante. Nei prossimi giorni è attesa anche la pubblicazione dei documenti relativi al processo di vetting che precedette la sua nomina, passaggio considerato cruciale per valutare le responsabilità politiche della scelta.
Per il governo britannico si apre ora una fase delicata: un’inchiesta giudiziaria in corso, tensioni interne al partito di maggioranza e un calendario politico fitto, con elezioni locali e suppletive alle porte. Starmer per ora resta al suo posto, ma il caso Mandelson ha scosso ulteriormente la sua figura già in piena crisi.
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Il commissario Ue: «Lavorare per il diritto dei giovani a restare nei luoghi di residenza».
«Nel semestre di presidenza cipriota, quindi entro giugno, presenterò in Commissione europea la strategia per le isole, siamo su un tema di attuazione dei dispositivi del trattato europeo, dell’articolo 174». Lo ha dichiarato oggi a Sassari il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto. «L’obiettivo – ha spiegato in occasione dell’apertura dell’anno accademico dell’Università – è costruire un terreno nel quale, dopo aver negli anni conquistato il diritto di muoversi, grazie alla crescita del progetto europeo, penso in questo caso al programma Erasmus ma anche a tante altre iniziative, oggi dobbiamo anche interrogarci e lavorare per un altro tipo di diritto, quello di rimanere. Cioè consentire ai giovani che vogliono rimanere nel luogo nel quale sono nati e cresciuti di poter avere questa prospettiva. Dobbiamo adeguare le politiche per integrare le disparità territoriali».
Stefano Puzzer (Ansa)
Il leader anti green pass dopo l’assoluzione dei manifestanti di Trieste: «Difendevamo il nostro posto di lavoro con in mano un rosario, dissero che eravamo le nuove Br. Qualcuno adesso chieda scusa».
Anche in tribunale aveva sostenuto i cinque manifestanti, a processo per i fatti accaduti al varco 4 del porto di Trieste nell’ottobre del 2021 durante le vergognose operazioni di sgombero del piazzale. Stefano Puzzer, ex portuale, all’epoca leader delle proteste contro il green pass (benché vaccinato) tanto da essere licenziato e non ancora reintegrato, non ha mai smesso di combattere la sua civilissima battaglia in difesa dei diritti. Dopo la sentenza non appellabile del Tribunale di Trieste si dice «finalmente sereno».
Tutti gli imputati sono stati assolti dall’accusa di oltraggio e resistenza alle forze dell’ordine perché «il fatto non sussiste» (per due di loro), o perché «il fatto non costituisce reato» (per gli altri tre).
L’avvocato Pierumberto Starace dice alla Verità: «Quando conosceremo le motivazioni, rischia di essere una sentenza storica perché il giudice può avere ritenuto arbitraria l’azione delle forze dell’ordine».
La prima reazione di Puzzer è stato un post sui social: «La gente come noi non molla mai», dichiara con fierezza.
Lei era stato prosciolto, diversi imputati preferirono patteggiare, due vennero assolti nell’udienza preliminare. Per i cinque che decisero di affrontare il processo, finalmente una sentenza giusta.
«Assolti con formula piena, e voglio sottolineare che non erano cinque portuali ma cinque cittadini di Trieste che manifestavano pacificamente contro il green pass che impediva di lavorare. Hanno accettato di andare a giudizio, senza patteggiare pene, perché convinti di essere totalmente innocenti».
Nell’udienza dello scorso novembre lei era stato sentito per le vicende del 18 ottobre 2021.
«Ho testimoniato che nessuno degli imputati aveva aggredito la polizia, nemmeno l’aveva oltraggiata. E che nessuno si era permesso di opporre resistenza mentre venivano malmenati. Le forze dell’ordine cercarono in tutti i modi di provocarci, ma noi non abbiamo mai usato violenza. La causa contro queste persone oggi assolte era totalmente ingiusta. Ho chiesto al giudice perché io non fossi imputato, e gli altri sì. Forse mediaticamente sarebbe stato più imbarazzante? Non mi ha risposto».
Che cosa ha pensato guardando i manifestanti per Askatasuna a Torino, che armati di pietre, bottiglie, tombini, martelli aggredivano con estrema violenza i poliziotti?
«Noi a Trieste eravamo in strada per difendere il nostro diritto al lavoro e avevamo diritto di protestare. Di fronte alla polizia che ci caricava, seduti a terra o inginocchiati abbiamo guardato in alto, al Cielo, e abbiamo preso in mano il rosario. Mai avremmo risposto facendo del male, perché il male porta male».
Purtroppo c’è chi trova attenuanti anche per le brutali aggressioni cui abbiamo assistito. Altro che resistenza a pubblico ufficiale. E i tre incarcerati sono già fuori, uno solo agli arresti domiciliari.
«Qualche politico difende i manifestanti di Torino, per la nostra vicenda nessuna difesa si era levata. Anzi, siamo stati definiti terroristi proprio perché volevano montare il caso contro di noi. Dovevamo figurare come gli aggressori, invece questa sentenza lo dice chiaramente: non andavamo contro nessuno».
Adesso che cosa si aspetta?
«Sono doverose le scuse da parte delle forze dell’ordine e dei politici che allora ci tacciarono di terrorismo. Il sindaco di Trieste arrivò a dire che eravamo le nuove Brigate Rosse».
L’ex consigliere comunale Ugo Rossi, uno dei cinque assolti, in un post sui social ha scritto: «Il pm aveva chiesto sei mesi di carcere per il sottoscritto. In quel caso fu la polizia ad aggredire i manifestanti [...] Tutto per non aver abbassato la testa durante la dittatura sanitaria dal marzo 2020».
«Se ci sono dei diritti sacrosanti, sanciti dalla nostra Costituzione, vanno difesi fino in fondo. Nei confronti dei cittadini di Trieste le forze dell’ordine non hanno dato un buon esempio. Poliziotti in tenuta antisommossa usarono lacrimogeni e idranti contro manifestanti pacifici, inventandosi oltraggi, resistenze e addirittura aggressioni. Non hanno chiesto scusa, e almeno tre funzionari sono stati nel frattempo promossi».
Parliamo del suo reintegro. Lo scorso anno aveva vinto il ricorso in Cassazione: non poteva essere licenziato dall’Agenzia per il lavoro portuale di Trieste (Altp) per mancata esibizione della carta verde. È tornato al lavoro?
«Macché. Bisogna aspettare la ratifica da parte della Corte d’Appello di Venezia, che aveva ritenuto legittimo il mio licenziamento. Speravo che l’udienza fosse a gennaio di quest’anno invece è stata fissata per il prossimo 1 ottobre. La Corte è vincolata al pronunciamento della Cassazione, ma i tempi sono questi. Quando l’ho saputo, prima di Natale, credevo di non riuscire più a sollevarmi. Cinque gradi di giudizio per una causa di lavoro e nemmeno il giudice di ultima istanza ha rimesso a posto le cose in tempi rapidi».
Adesso che cosa fa?
«Mi hanno assunto come magazziniere in una farmacia di Trieste. Finalmente a casa, nella mia città. Ho girato ovunque per trovare lavoro. Mi sono improvvisato pescatore, ho fatto il guardiano di un campeggio, l’aiuto cuoco, l’addetto ai facchinaggi e molto altro. Nel frattempo, cinque anni di ricorsi, anche per daspo ingiusti e assurdi del tipo che volevo assaltare un ospedale. Tutti poi annullati dal Tar. Pazienza, cerco di restare sereno e dico grazie a mia moglie».
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2026-02-07
Zangrillo: «I cattivi maestri della sinistra stanno alimentando il clima di violenza in piazza»
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
Il ministro di Fi plaude al decreto Sicurezza ma mette in guardia: «Periodo da Brigate Rosse, anch’io minacciato dai compagni».
Se lo tirano per la giacca, lui abbottona il doppiopetto e non si scompone più di tanto. Le giacche cult del presidente Silvio Berlusconi gli piacciono parecchio. Paolo Zangrillo, ministro di Forza Italia, uomo della Pubblica amministrazione, più dei suoi doppiopetto ama altre cose: le istituzioni, la famiglia, le persone, le idee liberali di Forza Italia, il lavoro, il Genoa, il gioco di squadra, spegnere la luce anche quando lascia il suo ufficio ministeriale.
Ministro Zangrillo, partiamo dalla sua Torino e dal decreto approvato due giorni fa dal Consiglio dei ministri. Le ripetute devastazioni nelle strade torinesi, i feriti e gli agenti presi a pugni, calci e martellate sono drammatici episodi che potranno essere almeno arginati con l’entrata in vigore del decreto Sicurezza?
«Assolutamente sì. Lo ha già spiegato il mio collega Matteo Piantedosi, prima in Consiglio dei ministri e poi pubblicamente. Mi faccia solo aggiungere una cosa…».
Poi torniamo a quel decreto tanto sofferto…
«Certo, prima vorrei solo ribadire lo straordinario lavoro che sta facendo Piantedosi. Ecco, quando penso a un leale servitore della Stato penso a Matteo. E credo che i suoi agenti rispecchino quel sentimento di dedizione ai valori della nostra democrazia che anima il ministro degli Interni. È un sentimento che abita in tutte le nostre forze dell’ordine ed è qualcosa che gli italiani riconoscono ogni giorno».
Torniamo al decreto Sicurezza?
«Sì, è uno strumento essenziale per arginare un’ondata di violenza che si vuole far crescere, alimentata da quelli che ai miei tempi venivano definiti cattivi maestri».
In che modo interviene il decreto?
«Penso alla possibilità di fermare prima delle manifestazioni i soggetti già coinvolti in precedenti episodi di violenza o gli elementi trovati in possesso di strumenti atti a offendere. E qui c’è un punto che mi incuriosisce».
Quale?
«Alcuni elementi dell’opposizione sostengono che gli scontri siano causati solo da piccole frange di violenti, infiltrati tra migliaia di manifestanti pacifici. Allora, se questa è la loro tesi, perché contrastare questo provvedimento? Non ha proprio il merito di prevedere che queste frange violente vengano “filtrate” prima di unirsi al corteo? Perché permettergli di infettare l’intera manifestazione? Ecco, queste sono quelle strumentalizzazioni che fanno male al Paese, quel vuoto di contenuti che impedisce il dialogo».
In realtà è l’accusa che la sinistra ha mosso al centrodestra dopo le ultime violenze a Torino. Sareste voi, i fomentatori. In particolare ce l’hanno con Forza Italia e con lei, ha notato?
«Quando ascolto certe cose mi viene in mente il titolo di un film, Non ci resta che piangere. Non comprendono neppure la sostanziale differenza tra strumentalizzare e ricordare».
Faccia così: provi lei a rinfrescargli la memoria.
«Io, come segretario piemontese, così come i miei amici di Forza Italia, abbiamo sempre chiesto al sindaco di Torino Lo Russo e al Pd di dialogare con la politica, senza cercare compromessi con Askatasuna. Bene, per anni hanno fatto esattamente il contrario. Personalmente, credo così tanto nel dialogo che l’estate scorsa ho accettato l’invito del Pd a partecipare a un dibattito alla Festa dell’Unità di Torino. Doveva essere un confronto tra idee su molti temi differenti. Appena ho cercato di parlare del problema Askatasuna sono stato aggredito al grido “fascista, fascista”. Inveivano contro di me, mentre nessuno dei responsabili faceva nulla per evitare toni sempre più minacciosi, con elementi del centro sociale che avanzavano, con il dito puntato, ai piedi del palco, fino a quando non mi hanno obbligato a lasciare la loro festa. Sotto quel tendone hanno dato del distributore di olio di ricino a un liberale viscerale come me. No, davvero, non ce la fanno a dialogare».
Brutto clima.
«Orribile, ma con il conforto di almeno un paio di antidoti: l’impegno costante del governo e la certezza che noi italiani amiamo la democrazia, la violenza non vincerà».
Un altro suo collega, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha detto (in sintesi) che questo decreto impedirà il ritorno di un clima da Brigate Rosse. Condivide?
«Gli interventi in Consiglio dei ministri di Nordio e Piantedosi sono stati eccezionali, puntuali, lucidi, partecipati, lo dico senza nessuna retorica. Le analisi fatte dai miei colleghi devono essere ascoltate con la massima attenzione. Per quanto riguarda la mia esperienza ribadisco che si respira lo stesso clima che vivevo ai tempi del liceo a Monza, quando idee liberali come le mie dovevano essere difese dalla violenza degli estremisti. Ci sono altre analogie».
Per esempio?
«Mi ha colpito molto una frase del nostro segretario Antonio Tajani. A Torino eravamo insieme anche dopo i primi scontri di piazza, quelli successivi allo sgombero di Askatasuna. Antonio ha detto: “Sono i figli di papà che picchiano i figli del popolo”. Grande verità».
Parafrasando un articolo di Pier Paolo Pasolini, non esattamente un intellettuale di centrodestra.
«Che cosa c’entra? Pasolini era un intellettuale ed è proprio quello che dicevamo prima: con l’intelletto puoi dialogare, con l’ideologia no».
Veniamo al dialogo interno al suo partito. Vediamo acque piuttosto agitate, che sta succedendo?
«Le acque agitate le vedono altri, non noi di Forza Italia. Tutto il partito vuole sostenere con forza e determinazione Tajani, un segretario che grazie alle sue qualità e alla sua esperienza politica ha custodito l’anima di un grande partito in un momento molto delicato del proprio percorso. E con Antonio andiamo avanti, con passione e dedizione, verso i primi due obiettivi politici che ci attendono: il referendum sulla giustizia e le prossime elezioni politiche. E al fianco di Antonio Tajani lavoreremo per far emergere quel potenziale che Forza Italia ha, ben superiore alle percentuali che i sondaggi ci attribuiscono. L’obiettivo del 20% è quello del nostro segretario ed è il nostro traguardo».
Allarghiamo il discorso al centrodestra, parliamo della scelta del generale Vannacci: non ci dica che da ministro di Forza Italia non si intromette nelle beghe della Lega.
«No, ma le dico che quella di centrodestra è una coalizione fondata su valori, principi e idee condivise. Ci sono posizioni che l’eurodeputato Vannacci non condivide, per esempio il dovere di aiutare un popolo come quello ucraino aggredito e invaso. Vannacci ha posizioni filo-Putin? Non sono quelle del centrodestra di governo, mi pare evidente che non ne voglia più far parte».
Eppure Matteo Renzi, nell’attesa di capire se voterà Sì o No al referendum, vi fa sapere che l’affaire Vannacci poterà alla vittoria del centrosinistra. Profetico?
«Vede, Renzi è camaleontico, c’è stato un tempo nel quale ha governato con le idee, oggi segue la linea di quelli che aveva guidato, i compagni del Pd: per loro si vince mettendo insieme il maggior numero di pezzi possibili, raccattando voti un po’ dove capita. Questo ha due conseguenze. La prima: quando vincevano non riuscivano a governare, perché si spaccavano subito su tutto, in un batter d’occhio. Seconda conseguenza: gli elettori lo hanno capito e allora votano il centrodestra».
Abbiamo parlato di Renzi, tocca parlare anche di Carlo Calenda e del flirt con voi di Forza Italia. Come finirà?
«Come finirà lo deciderà Calenda e noi del partito. Quello che penso di lui credo di averlo già detto l’estate scorsa: Calenda ha molte idee che condivide con Forza Italia, credo sia un eccellente punto di partenza. Personalmente lo stimo. Altri in Forza Italia non la pensano così? Bene, sono anche loro esponenti e militanti che vogliono solo il bene del partito, Forza Italia ama il confronto e arriverà una sintesi condivisa».
Un’ultima cosa, non ha scampo: cosa vede nel futuro di Paolo Zangrillo?
«Ho giurato davanti al presidente della Repubblica di svolgere il mio ruolo di ministro nell’interesse esclusivo della nazione, e ciò che insieme alla mia squadra stiamo facendo mi dà molta soddisfazione, spero la dia anche ai nostri utenti, cittadini e imprese, altrimenti avrei fallito. Io arrivo dal privato, dove il futuro di ciascuno non è disegnato solo dalle aspettative individuali, ma si deve coniugare con le caratteristiche che gli altri ti riconoscono. Se ci sarà la possibilità di coniugare le due cose, evviva, possiamo essere tutti utili. Questo vale anche in politica».
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