Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
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Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
È stato condannato in primo grado a tre anni il carabiniere della radiomobile di Roma che, nel settembre del 2020, mentre sventava un furto, aveva ucciso Jamal Badawi, delinquente siriano di 56 anni che doveva essere espulso già nel 2020. La Procura aveva chiesto due anni e sei mesi, ma per il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma la pena andava inasprita. Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, si sarebbe reso colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». Ancora una volta, un appartenente alle forze dell’ordine subisce un processo ingiusto e una condanna eccessiva.
Il 20 settembre del 2020, poco dopo le 4 del mattino tre pattuglie nel nucleo radiomobile avevano risposto alla segnalazione di un possibile furto in un condominio della Capitale, in via Paolo di Dono, zona Eur. Il custode aveva dato l’allarme, riferendo di due persone con il volto coperto che avevano scavalcato il muro di cinta.
Nello stabile entrano Marroccella assieme al collega Lorenzo Grasso, gli altri carabinieri restano fuori. Vedono una persona correre giù dalle scale «con le braccia chiuse a protezione del busto, come un pugile che tiene la guardia alta», dirà durante l’interrogatorio Marroccella. Il vice brigadiere gli intima due volte «Fermo, carabinieri», ma l’uomo tenta di scappare e colpisce Grasso che urla «mi ha accoltellato».
In realtà era stato colpito da un grosso cacciavite che il malvivente aveva continuato a impugnare con la mano destra, malgrado fosse caduto perdendo l’equilibrio. Subito si era rialzato riprendendo a correre ma non in posizione eretta, come dimostrarono i video delle telecamere di sorveglianza.
Il carabiniere esplode due colpi «forse per via dell’adrenalina non sono riuscito a trattenere il dito sul grilletto», dirà, ma i rilievi dei Ris hanno dimostrato che la traiettoria del proiettile che aveva colpito Badawi era rivolta verso il basso. Quindi il carabiniere aveva puntato alle gambe per bloccarlo, non al busto. «Non era mia intenzione ucciderlo», ha ripetuto più volte.
Non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi, come ha stabilito il giudice del Tribunale penale di Roma. Il vicebrigadiere si era mosso dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante» e la reazione «pur risultata, ex post, mortale», è stata «proporzionata e necessaria, secondo la percezione dell’operatore delle forze dell’ordine al momento dell’azione», si legge nella memoria difensiva presentata dagli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo, legali di Marroccella.
Per il giudice sarebbe stata «una reazione non proporzionata», ma la proporzionalità va misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico. La stessa Corte di Cassazione ha affermato con sentenza del febbraio 2011 che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Spiega l’avvocato Gallinelli che ricorrerà in appello: «La reazione fu proporzionata e l’uso dell’arma costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta, dopo aver svolto per anni in Siria la carriera militare «che gli aveva conferito specifiche competenze nell’uso delle armi e nelle tecniche di combattimento facendo di lui un soggetto altamente addestrato», era emerso dagli atti come sottolineato dalla difesa.
Incarcerato più volte, nei suoi confronti erano stati emessi diversi decreti di espulsione: dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e nuovamente l’8 giugno 2024; in precedenza, dal prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento.
Pochi giorni prima della sua morte, Jamal Badawi in data 4 agosto 2020 era stato fermato e trasferito al commissariato Borgo, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Si scopre che avrebbe già dovuto essere espulso dall’Italia, viene verificata la disponibilità di posti presso un Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) «ma ricevuta risposta negativa gli agenti di polizia di Stato rimettevano in libertà il Badawi», spiegano gli avvocati della difesa. Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, eppure uno dei cinque figli si è costituito parte civile per ottenere il risarcimento. «Punire penalmente chi ha reagito per fermare una minaccia concreta significa capovolgere il principio stesso di tutela della sicurezza», interviene Antonio Nicolosi, segretario generale Unarma, associazione sindacale carabinieri. «Questa sentenza rischia di diventare un precedente gravissimo: chi indossa una divisa capisce che, anche agendo per difendere un collega e adempiere al proprio dovere, può finire condannato come un criminale. È un messaggio devastante che alimenta l’inerzia operativa e la paura di intervenire, con conseguenze dirette sulla sicurezza dei cittadini».
Il vice premier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato sui social: «La mia totale vicinanza e solidarietà al carabiniere condannato per aver fatto il suo dovere e aver difeso un collega. A temere una condanna devono essere i criminali, non forze dell’ordine e cittadini perbene».
Dopo la moschea Miriam di via Padova a Milano, anche quella di Piacenza sulla strada Caorsana aveva legami con l’Abspp, l’associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese accusata di essere uno strumento per raccogliere fondi per Hamas. Elemento ancora più inquietante è che stiamo parlando della comunità che fa capo al piacentino di adozione Yassine Baradai, neo eletto presidente dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii).
Un video ne mostra il collegamento, così come la promozione degli aiuti a Gaza lo scorso settembre ha rivelato i legami con l’Abspp dello storico centro islamico di via Padova. «I volontari dell’Associazione orfani di Gaza, con il sostegno della moschea Mariam di Milano, stanno preparando pasti caldi da distribuire agli orfani e alle famiglie più bisognose. Questo è il cuore del Progetto pasti caldi Gaza: trasformare la solidarietà di Milano in speranza concreta per chi ogni giorno lotta per sopravvivere. Ogni donazione è il filo che unisce Milano a Gaza», si leggeva sui social nell’invito ad aderire.
Accanto al logo dell’associazione islamica di Milano c’era quello di Abspp, fondata da Mohammad Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia finito in manette con l’accusa a vario titolo di finanziamento all’organizzazione terroristica legata ad Hamas. Ma anche a Piacenza si erano raccolti fondi pro Gaza attraverso Abspp.
L’ha scoperto Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega. In un video del 12 aprile 2023, la comunità islamica informava: «Le donazioni e le raccolte della moschea di Piacenza sono giunti ai bisognosi della città di Gaza in Palestina. Ringraziamo l’associazione Abspp onlus per la loro preziosa collaborazione e di averci dato la possibilità di poter trasmettere la nostra solidarietà ai cittadini della martoriata Gaza».
Secondo gli inquirenti, il denaro raccolto attraverso diverse organizzazioni benefiche, ufficialmente destinate a scopi umanitari ma in realtà destinato all’organizzazione terroristica responsabile della strage del 7 ottobre per le proprie esigenze strategico-militari, proveniva anche da iniziative come «pasti caldi». Il periodo della raccolta fondi cui fa riferimento il video è lo stesso in cui, secondo le carte dell’inchiesta, risultano gli ultimi bonifici verso presunte organizzazioni benefiche palestinesi.
«Quanto alle uscite, nel periodo dal 2/1/2017 al 6/9/2023 (data dell’ultimo bonifico rilevato su questi conti), sono stati disposti n. 168 bonifici verso organismi stranieri per complessivi 1.558.557,43 euro, di cui 738.644,56 euro sono stati inviati a n. 16 entità aventi iban palestinesi dichiarate come associazioni caritatevoli con finalità di beneficenza (con causali pagamento adozione a distanza orfani, pacchi viveri, progetto Ramadan 2018 pasti caldi, sostegno famiglia, progetto cartella scolastica ecc.), la maggior parte delle quali alla luce delle emergenze delle indagini, risultano essere legate ad Hamas», si legge nell’ordinanza del gip che aveva disposto la custodia cautelare in carcere di Hannoun e di altre otto persone.
Oggi, tra l’altro, scade il termine ultimo per la formalizzazione da parte della difesa della richiesta di annullamento o, in subordine, di attenuazione delle misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari.
«Dopo Milano, il filo conduttore islamista ci porta a Piacenza, proprio nella città del nuovo presidente dell’Ucoii, allargando pericolosamente una rete che intreccia estrema sinistra e organizzazioni filo-Hamas e che trova il suo fulcro nella Fratellanza Musulmana e nel suo braccio operativo nel nostro Paese: l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia», tuona Cisint. Aggiunge: «Punti che si collegano in una vera e propria ragnatela. Ritornano sempre gli stessi nomi, le stesse associazioni e gli stessi imam. Un esercito religioso e silenzioso che lavora sottotraccia per rafforzare la propria influenza e che mira a entrare nelle nostre istituzioni facendo leva sulla propria ideologia islamista e sulle alleanze politiche nella sinistra, per conquistarci, annullarci e poi governarci. Strutture che trovano basi operative in alcune moschee, dove vengono formati, indottrinati ed educati a odiare l’Occidente e ad applicare la sharia».
Ieri Baradai ha lamentato sul quotidiano Libertà che «una parte marginale dell’informazione tende a rappresentare le comunità musulmane come un fenomeno estraneo». Secondo il presidente Ucoii «si tende ad associare in modo sistematico l’islam a estremismo, radicalismo o terrorismo, anche in assenza di nessi verificabili».
Sicuramente le indagini faranno luce sulle reali finalità delle donazioni, anche se le perquisizioni stanno già confermando l’impianto accusatorio. Nel corso degli anni sarebbero stati raccolti e trasferiti fondi per diversi milioni di euro attraverso associazioni formalmente benefiche, in favore di organismi dichiarati illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas, o direttamente a favore di esponenti di Hamas e di sostegno di familiari dei terroristi.
Cisint invita anche a mantenere alta l’attenzione su Islamic Relief (Ir) Italia, network internazionale impegnato nella cooperazione umanitaria, che avrebbe legami con i Fratelli musulmani e forse con Hamas. Iniziative fatte con Islamic Relief sono state promosse dalla moschea Mariam di Milano e da quella di Piacenza in un «Tour per gli orfani di Gaza», lo scorso novembre.




