«Abbiamo valutato che è meglio essere strutturati per fare tutti da soli. Le opere sul territorio, da Roma, si fa fatica a farle. Il modello è da ripensare». Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, si scopre più autonomista di Roberto Calderoli sul fronte della sicurezza territoriale e della Protezione civile e lancia messaggi «fai da te», che troverebbero grande consenso nell’elettorato leghista.
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
Comportamento responsabile, autosufficienza economica, conoscenza della cultura e della società svedese. Sono alcuni dei requisiti, più rigorosi, che gli stranieri devono dimostrare di possedere per ottenere la cittadinanza svedese, in base alle nuove norme approvate dal Parlamento.
Entrate in vigore dal 6 giugno, festa nazionale nel Paese scandinavo, fanno piazza pulita dell’illusione che sia una mera formalità entrarne a far parte in pieno titolo. «Le nuove norme vengono introdotte senza disposizioni transitorie», ha fatto sapere l’Ufficio svedese per l’immigrazione, avvertendo che le richieste non completate entro quella data seguiranno le nuove regole.
A stretto giro, lunedì è stata approvata anche una legge, voluta dal ministro dell’Immigrazione Johan Forssell, che consentirà alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati non soltanto in caso di reati, ma anche sulla base di comportamenti ritenuti incompatibili con la permanenza nel Paese. La volontà è chiara, ridurre gli ingressi, verificare la volontà di integrazione e semplificare le misure per togliere la cittadinanza ai non meritevoli.
Partiamo dai nuovi requisiti deliberati al Riksdag, sede del Parlamento a Stoccolma. Viene innalzata da cinque a otto anni la durata minima di residenza in Svezia, per poter chiedere la cittadinanza, e l’autosufficienza economica diventa requisito indispensabile (non per i minori, ovviamente). Questo significa avere un reddito annuo pari ad almeno tre importi base di reddito di circa 20.000 corone svedesi (l’equivalente di 1.839 euro) al mese, al lordo delle imposte; avere un reddito fisso derivante da lavoro o attività imprenditoriale e non aver usufruito di sussidi di sostegno al reddito per un periodo complessivo superiore a sei mesi negli ultimi tre anni. Tutto il contrario di quello che vuole la sinistra italiana per gli immigrati che chiedono la cittadinanza. La legge svedese contempla delle eccezioni, in caso di pensionati, di invalidi, di studenti impegnati in corsi universitari. Fondamentale è dimostrare di conoscere la lingua e la cultura civica svedese e questi nuovi paletti per gli immigrati dai 16 ai 66 anni la dicono lunga sulla volontà del governo di Stoccolma di controllare l’effettiva integrazione.
Si parte ad agosto, il giorno 15, con i test di conoscenza della società svedese (circa 60 domande per iscritto, nella solo lingua ufficiale del Paese) all’interno di un esame approntato dal Consiglio svedese per l’istruzione superiore (Uhr). Il materiale didattico sul quale prepararsi e che sarà oggetto della prova riguarda la storia della Svezia, il suo ordinamento politico, legge e giustizia, diritti umani, tradizioni, festività e molto altro. Per i test di conoscenza della lingua, ancora non è stata fissata una data.
Per quanto riguarda la legge appena approvata in materia di permessi di soggiorno, che consente una più facile espulsione degli immigrati che si comportano male ed entrerà in vigore il prossimo 13 luglio, tra i comportamenti che ora possono comportare il rifiuto o la revoca di un permesso figurano debiti non pagati, lavoro nero, incapacità di provvedere al proprio sostentamento, infrazioni minori ripetute o legami con organizzazioni estremiste.
Il governo svedese sottolinea «che la limitata possibilità, prevista dalle norme attuali, di valutare anche condotte illecite diverse da quelle criminali non appare giustificata e ritiene che non debba essere necessario che uno straniero abbia commesso un reato affinché altre condotte illecite vengano prese in considerazione». Forssell l’aveva annunciato, presentando la riforma di legge: «Chi non si impegna a fare la cosa giusta non dovrebbe poter contare sul fatto di restare nel Paese». Chi trasgredisce va fermato, non giustificato come fa la sinistra che continuerebbe a spalancare le braccia all’immigrazione irregolare, facendo credere che l’accoglienza illimitata sia dimostrazione di progresso e umanità.
E anche l’Ue si muove. Dopo il via libera della commissione Libertà civili del Parlamento europeo all’accordo sul regolamento rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, oggi alle 12.30 è infatti previsto il voto in plenaria. Malgrado posizioni a volte divergenti tra i rappresentanti del centrodestra, l’Italia oggi voterà compatta, portando a compimento un lungo lavoro svolto dal governo Meloni. Un lavoro «made in Italy», per costruire a Bruxelles una maggioranza sui temi migratori. Tra le nuove regole, dovrebbe essere autorizzato il trattenimento fino a 24 mesi, prorogabile in casi specifici, e la possibilità di utilizzare «hub di rimpatrio» situati in Paesi terzi al di fuori dell’Ue.
A tal proposito, Germania e Italia starebbero spingendo affinché il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue 2028-2034 includa la possibilità di finanziare le strutture in Paesi terzi destinati ai richiedenti asilo respinti, che non possono essere rimpatriati nei Paesi d’origine.
Intanto, ieri la Camera con 147 sì, 93 no e 3 astenuti ha dato il via libera alla legge sui rimpatri volontari assistiti. La norma ha corretto l’emendamento inizialmente proposto al dl Sicurezza. Nel nuovo testo, il contributo di 615 euro viene destinato all’avvocato a «conclusione del procedimento», non vincolandolo alla partenza dello straniero.
Farà discutere, nel frattempo, la presa di posizione di papa Leone XIV. Uscendo da Castel Gandolfo e rispondendo ad una domanda sulla remigrazione, ha detto: «Semplicemente dire questo lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana».
«Il mondo è cambiato profondamente dall’ultima volta che i leader si sono incontrati qui. È più frammentato. Più competitivo. Più incerto», osservava ieri su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, poche ore prima dell’inizio dei lavori del G7 a Évian-les-Bains.
Malgrado i propositi di compiere scelte che «invieranno un segnale chiaro sulla nostra volontà di agire, di cooperare e di difendere i principi che sono alla base della stabilità globale», enunciati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, tra i protagonisti del summit non c’è unità di intenti e di interessi nell’elaborare risposte di fronte alle urgenti sfide globali. In un clima di forti tensioni, sia internazionali sia locali, dopo gli scontri scoppiati domenica a Ginevra fra manifestanti anti G7 e polizia, le questioni aperte sono tante, non solo belliche.
«Gli squilibri globali sono un tema centrale di questo vertice», ha dichiarato Von der Leyen. Con un riferimento esplicito a Pechino: «Se guardiamo al 2025, questo anno verrà ricordato come quello in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina». Per la Ue si parla di 360 miliardi di euro. «Naturalmente questo non è sostenibile», ha commentato la presidente, ribadendo la strategia Ue del derisking che si concentra sulla mitigazione dei rischi e sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, allo scopo di ridurre l’esposizione verso un singolo mercato.
Nella località termale dell’Alta Savoia, incastonata tra le montagne da un lato e il lago di Ginevra e il confine svizzero dall’altro, fino al 17 giugno Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito discuteranno assieme all’Unione europea di Medio Oriente, di Ucraina, di squilibri economici globali, di dazi, di partenariati e solidarietà internazionali ma anche di intelligenza artificiale. La presidenza francese ha inoltre invitato i leader di diversi Paesi quali India, Brasile, Egitto Qatar e Emirati Arabi Uniti a partecipare ad alcune sessioni di lavoro.
Tra imponenti misure di sicurezza, il vertice ha preso il via nella serata di lunedì, dopo l’arrivo all’Evian Resort (che comprende l’hotel a 5 stelle Le Royal, dove alloggeranno i leader e le loro delegazioni) dei big internazionali che hanno preso parte a una cena di lavoro dal tema: «Affrontare insieme le grandi sfide internazionali». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato l’ultimo ad arrivare a Ginevra, poco dopo la premier Giorgia Meloni accompagnata dalla figlia Ginevra. Alla bimba, il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, ha regalato una confezione da 80 matite Caran d’Ache. Dall’aeroporto tutti i leader hanno proseguito il viaggio in elicottero, verso la vicina città francese.
L’ospite più atteso era ovviamente il neo ottantenne Donald Trump. Prima di atterrare in Svizzera lunedì pomeriggio con l’Air Force One, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva lanciato sul suo social Truth l’ennesima provocazione. «Purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo», ha scritto il presidente.
Il primo incontro l’ha avuto con Emmanuel Macron, che aveva dichiarato di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con l’inquilino della Casa Bianca, il quale, prima del vertice, aveva minacciato di imporre dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la tassa sui servizi digitali. Al termine del bilaterale, Trump ha annunciato che, ora che la situazione in Medio Oriente si è calmata, si concentrerà «sulla guerra in Ucraina».
Prima del vertice, a Roma si è svolto il bilaterale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. Sostenere gli investimenti reciproci, aprire i rispettivi mercati, far crescere l’interscambio è l’obiettivo che si danno i due Paesi. Tra le nuove iniziative annunciate, un dialogo bilaterale strutturato per costruire sinergie tra il piano Mattei italiano e la Tokyo International Conference on African Developoment (Ticad), che promuove le relazioni con i governi in Africa.
Così pure una collaborazione sull’Artico,«che è uno chiaramente dei quadranti strategici del presente e del futuro», ha sottolineato Meloni; la cooperazione spaziale e altre sinergie. Per il 2027 è prevista una nuova riunione dell’Italy Japan Business Group. Takaichi si è augurata che il progetto del ponte sullo stretto di Messina «possa realizzarsi al più presto», facendo leva «su know-how ed esperienze del Giappone».
Il premier nipponico «è una leader pragmatica e concreta, convinta come me che Italia e Giappone siano alleati strategici», ha dichiarato Meloni. «Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi».
E c’è anche chi preme perché sia finalizzato l’Accordo pandemico dell’Oms adottato un anno fa. In una lettera aperta congiunta, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva hanno esortato i leader del G7 a finalizzare il trattato sulle pandemie. «L’umanità ha promesso di non affrontare mai più una sfida simile impreparata», ripetendo l’ennesimo allarme: «Un virus lasciato libero di diffondersi in un luogo finirà per raggiungere tutti».





