Domenica, l’Ungheria è alla prova del voto e Péter Magyar viene dato sempre in netto vantaggio su Viktor Orbán, il premier che dopo quattro vittorie consecutive per la prima volta dal 2010 si vede prospettare una sconfitta alle urne. Secondo il sondaggio Idea pubblicato dal quotidiano Nepszava, il 39% della popolazione adulta ungherese sostiene Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà) di Magyar, superando nettamente il partito al governo Fidesz Kndp (30%), alleanza dei conservatori e cristiano democratici.
L’ultima proiezione dell’istituto Medián attribuisce a Tisza tra i 138 e i 143 seggi, ben al di sopra dei 133 necessari. «Ora o mai più», nelle ultime settimane semplicemente «Ora!», è stato il grido di battaglia di questo avvocato di 45 anni, fino a febbraio 2024 esponente di primo piano di Fidesz e marito di Judit Varga, ex ministro della Giustizia di Orbán, dalla quale si separa nello stesso periodo in cui rompe con il governo.
Di famiglia conservatrice (la nonna materna, Teréz Mádl, era la sorella di Ferenc Mádl, presidente della Repubblica dal 2000 al 2005; il nonno materno era l’ex giudice conservatore della Corte Suprema, Pál Eross), compie studi di giurisprudenza a Budapest e Amburgo. Si fa notare come persona molto patriottica e cristiana, odia il partito socialista (Mszp) e il mondo dell’allora premier Ferenc Gyurcsány, il «miliardario rosso». Come aspirante avvocato, fornisce assistenza legale gratuita alle vittime degli abusi della polizia durante le proteste del 2006.
Nel 2009 si trasferisce a Bruxelles con l’allora moglie Varga, assistente di János Áder ex politico di Fidesz e in seguito europarlamentare. Nella prima metà del 2011, durante la presidenza ungherese dell’Ue diviene uno dei diplomatici specializzati del ministero degli Affari esteri. Dal 2015 all’autunno del 2018 si occupa di mantenere i rapporti tra il governo Orbán e il Parlamento europeo, comprese le questioni legali, finanziarie e dei mercati dei capitali, di bilancio, commerciali e di politica di sviluppo. Nel 2018 rientra a Budapest per seguire la moglie nominata nel frattempo segretario di Stato per le relazioni con l’Ue.
Magyar lavora nel settore legale internazionale, dove assiste società multinazionali nei loro investimenti in Ungheria, ma in lui cresce sempre di più l’insofferenza verso l’orbanismo. La rottura avviene nel febbraio 2024 quando appare in diretta su un canale Youtube filo opposizione chiamato Partizán. L’allora presidente Katalin Novák, che aveva graziato uno dei pedofili condannati nel caso Bicske ed era una fedelissima di Orbán, si era appena dimessa e anche Varga, in qualità di ministro della Giustizia, aveva annunciato il suo ritiro dalla vita pubblica.
In quel lungo intervento, Magyar espresse tutta la sua indignazione verso il sistema di corruzione e concentrazione del potere. «Posso dirvi che il Fidesz che vediamo oggi è molto, molto diverso da quello a cui mi sono iscritto nel 2002», dichiarò. L’intervista genera oltre 2,5 milioni di visualizzazioni e da quel momento cresce l’interesse per il personaggio Magyar. Il 15 marzo 2024, anniversario della fallita rivoluzione ungherese del 1848, in un comizio a Budapest annuncia la fondazione del suo nuovo partito.
Si presenta come volto del cambiamento, contro la corruzione, l’uso distorto dei fondi pubblici, propone limiti ai mandati, controlli sugli appalti, regole più stringenti sull’uso dei fondi europei. L’esordio elettorale è arrivato alle Europee del giugno 2024 quando il neonato partito Tisza ottiene circa il 30% dei voti. Anche in questa campagna elettorale si oppone al carovita e al clientelismo, promette che in Ungheria torneranno ordine, pace, sicurezza e sviluppo. Negli ultimi comizi ripete che «domenica scriveremo la storia e cambieremo il sistema». Evita di farsi coinvolgere nel dibattito sul sostegno internazionale all’Ucraina.
«L’apparizione di Tisza non solo ha completamente ridisegnato lo spazio dell’opposizione – a parte l’estrema destra di Mi Hazánk, ha praticamente appiattito l’intera ala liberale e di sinistra – ma Péter Magyar è anche riuscito ad attrarre molti degli elettori filogovernativi», osserva Nepszava.
Per colpire l’avversario, Orbán si è servito pure di un fumetto dal titolo Io, Due Facce realizzato dall’influencer ungherese di estrema destra Áron Ambrózy. Le illustrazioni, create con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, mostrano un Magyar inaffidabile: indossa abiti tradizionali ungheresi ma mezzo volto è dipinto con i colori della bandiera europea. Viene raffigurato in atteggiamento servile nei confronti della Ue, delle grandi banche straniere e vicino al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al quale avrebbe chiesto aiuto per vincere le elezioni.
Per danneggiarlo sono stati affissi manifesti elettorali di un Péter Magyar imbianchino, simpatizzante di Fidesz. L’ex moglie Varga lo ha accusato di abusi, che lui ha negato. «Finora, nessuna delle accuse e delle frecciate rivolte a Péter Magyar ha attecchito», fa notare la Bbc.
Restare lontani dalla madre e al di fuori del nucleo famigliare «mantiene attiva la risposta traumatica nei minori e configura un fattore di rischio clinicamente rilevante per l’insorgenza di ulteriori e documentabili danni alla salute mentale dei bimbi».
I tempi della giustizia (la pronuncia della Corte di appello dell’Aquila è prevista il 21 aprile) e le modalità imposte per gli incontri con i genitori fanno soffrire i piccoli Trevallion, lo ribadiscono in un nuovo parere tecnico depositato ieri al Tribunale per i minorenni dell’Aquila lo psichiatra Tonino Cantelmi, associato di psicopatologia all’Università Gregoriana di Roma, componente del comitato nazionale di bioetica, e la psicologa-psicoterapeuta Martina Aiello.
Soprattutto, i consulenti tecnici di parte chiedono che le visite di Catherine avvengano «in un luogo idoneo e neutro […] in quanto risponde a una precisa esigenza di tutela del benessere emotivo del minore». La mamma aveva potuto vedere i suoi tre figli solo l’1 aprile, dopo l’allontanamento dalla casa famiglia di Vasto imposto lo scorso 6 marzo dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Durante quei 25 giorni le erano state concesse unicamente videochiamate «durante le quali sono emersi segnali chiari e documentati di sofferenza psicologica significativa nei minori», rilevano Cantelmi e Aiello. Mercoledì 1 aprile, il sospirato incontro con i piccoli è stato ancora una volta oggetto di critiche. Catherine Birmingham si sarebbe fermata circa cinque ore, anziché l’ora e mezza stabilita, mantenendo un atteggiamento ostile. Addirittura, si dice che avrebbe invitato altri ospiti della struttura a «reagire».
Mentre attendiamo di conoscere che cosa scriveranno questa volta i servizi sociali nella loro relazione, già si sono viste le conseguenze di quell’incontro valutato non positivamente. Ieri, infatti, la mamma non ha potuto abbracciare i suoi bambini malgrado fosse stato fissato un altro colloquio in struttura. Sarebbe stato sospeso per evitare ulteriori atteggiamenti della donna ritenuti «ostili». Invece, è la struttura a essere non un ambiente neutro ma ostile.
Dell’equilibrio psico fisico di questa mamma non sembra importare alle assistenti sociali e ancor meno al tribunale, che le ha sottratto i figli lo scorso 20 novembre. Un mese fa l’hanno allontanata con brutalità dalla casa famiglia, non le hanno permesso di trascorrere la Pasqua con i piccoli (solo papà Nathan ha potuto pranzare assieme ai figli, Catherine è rimasta da sola nel casolare di Palmoli); l’hanno «scannerizzata» durante il suo primo reincontro con i bimbi per spiare ogni traccia di emozione scambiata per insofferenza e ostilità.
Ancora una volta, è così scattata la punizione di questa madre privata della possibilità di incontrare le sue creature. A sbagliare, invece, sono stati i servizi sociali. «È stato disposto un incontro in presenza madre-figli in assenza di una adeguata preparazione psicologica delle parti coinvolte e senza la predisposizione di una cornice tecnica di contenimento», fanno presente i consulenti di parte, nella loro valutazione di quanto accaduto il primo aprile.
La scelta, scrivono, «appare metodologicamente errata alla luce delle consolidate conoscenze in ambito di psicotraumatologia infantile e di teoria dell’attaccamento, secondo cui il riavvicinamento alla figura di attaccamento dopo una separazione forzata costituisce un momento di particolare vulnerabilità emotiva per i minori, soprattutto quando il trauma è recente, non elaborato e inserito in una sequenza di eventi caratterizzati da imprevedibilità, discontinuità relazionale e perdita di riferimenti affettivi stabili».
I piccoli Trevallion, traumatizzati dal distacco dalla famiglia, sono stati separati pure dalla madre e l’hanno vista per settimane solo attraverso videochiamate. Bastava osservare i bambini, durante quei video in diretta, per capire quanto stanno male. «Espressioni facciali marcatamente spente, sguardi fissi o poco reattivi, riduzione dell’espressività emotiva e un generale impoverimento dell’iniziativa relazionale, elementi clinicamente compatibili con stati di ipoattivazione, freezing e ritiro emotivo», spiegano Cantelmi e Aiello. Precisano: «Tali manifestazioni non possono essere interpretate come segni di adattamento o di stabilizzazione, ma rappresentano indicatori di una sofferenza intensa che, in condizioni di trauma relazionale, tende a esprimersi attraverso la riduzione delle risposte emotive visibili piuttosto che mediante l’agitazione».
Se fosse stata osservata la loro sofferenza, «evoluzione coerente di una risposta traumatica già in atto, riattivata e mantenuta dall’assenza della figura materna», non si sarebbe improvvisato un incontro «senza alcun lavoro preliminare di preparazione dei minori, finalizzato a rendere l’evento prevedibile, comprensibile e psicologicamente tollerabile, e senza alcun supporto tecnico alla madre», fanno notare i consulenti.
In una simile modalità, l’incontro con la mamma non poteva risultare «un’esperienza riparativa, ma un ulteriore fattore psicolesivo», perché si possono riattivare «vissuti intensi di perdita, abbandono, paura, speranza, aspettative ed impotenza, aggravati dalla successiva e inevitabile separazione».
Mamma Trevallion non è accusata di abusi o maltrattamenti, il trauma da allontanamento dei figli è ampiamente documentato, gli incontri da remoto e in presenza non sono facili quindi, concludono i consulenti, è urgente «il tempestivo ripristino del nucleo familiare, quale misura necessaria e prioritaria ai fini della tutela della loro salute psicologica».
La Verità è a conoscenza dell’iter logico-argomentativo che lo scorso 7 gennaio ha portato il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma a condannare a tre anni di reclusione il vicebrigadiere Emanuele Marroccella che, per difendere il collega Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato e ucciso il delinquente siriano Jamal Badawi.
Leggendo la motivazione, depositata il 27 marzo, al di là di ogni ragionevole dubbio non si può che definirla una «sentenza politica» come presto capirete. Inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, il carabiniere è stato condannato perché «per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi cagionava il decesso di Jamal Badawi». Il giudice afferma che Marroccella è colpevole in quanto «non adoperando una reazione proporzionata al tentativo di fuga del Badawi seguito alle lesioni cagionate al Grasso, da una distanza compresa tra metri 7,22 e metri 13,65, esplodeva due proiettili all’indirizzo del Badawi con la pistola d’ordinanza». Un colpo andava a vuoto, si disintegrava contro una centralina elettrica, l’altro colpiva e uccideva il siriano. La difesa chiedeva l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, o perlomeno la condanna al minimo della pena con applicazione delle attenuanti generiche e benefici di legge. Politi aveva aggravato la pena avanzata dal pm disponendo per il vicebrigadiere l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il pagamento di una provvisionale esorbitante ai parenti del Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
Solo la generosità dei cittadini, che hanno risposto alla sottoscrizione lanciata dalla Verità, ha permesso di coprire i 137.849,01 euro di provvisionale comprensivi di «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano, malgrado i familiari avessero chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Le eccedenze della sottoscrizione, che era arrivata alla cifra strabiliante di 450.000 euro, fanno parte di un fondo vincolato da destinare a casi simili ritenuti meritevoli da questo giornale. Innanzitutto, nella motivazione viene spiegato che Marroccella è finito sotto processo per il «grave evento verificatosi la sera del 20 gennaio 2020 in Roma, in danno di Badawi». Già è indicativo il modo di presentare la difesa dell’ordine del pubblico da parte di un carabiniere, o poliziotto che sia. Il siriano stava per commettere un furto, ha colpito il collega del vicebrigadiere con un’arma contundente che solo successivamente si era rivelata un grosso cacciavite. Non bastava, come reazione a una minaccia grave?
Per gli avvocati del militare dell’Arma, dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», il carabiniere aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. L’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Malgrado un materiale probatorio definito «imponente» dallo stesso giudice, il magistrato ha deciso che Marroccella è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella descrizione dei fatti avvenuti la notte del 20 settembre 2020, Politi scrive che «ben tre equipaggi» dei carabinieri erano arrivati davanti a uno stabile dell’Eur, dove era stata segnalata dal portiere un’effrazione ai danni di una società di sicurezza informatica e certificazione antifrode. Lo ripete: «Ben tre autoradio si erano dirette sul luogo loro indicato». Bisognava andare allo sbaraglio?
Solo due vice brigadieri però scavalcano il cancello, entrano nel cortile, si posizionano accanto al portone d’ingresso. Il siriano li sente, scende le scale, colpisce al torace Grasso «avvicinatosi allo scopo di bloccarlo», poi inciampa, da terra dove era caduto si rialza «agilmente» e riprende la corsa per scavalcare il muro «nel tentativo di sottrarsi alla cattura». Che cosa doveva fare Marroccella che aveva intimato «alt carabinieri»? Lasciarlo scappare dopo che Badawi aveva ferito il collega? «Mi ha dato una coltellata», aveva urlato Grasso. «Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio», dichiarò alla Verità l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Il dubbio al giudice, sul fatto che non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, doveva nascere dalle relazioni del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. «Entrambi i colpi sparati erano rivolti con traiettoria verso il basso», si dichiarava nelle perizie dei Ris. Nonostante la concitazione del momento il carabiniere puntava alle gambe del siriano, voleva solo bloccarlo perché non accoltellasse i colleghi che erano rimasti fuori.
Il giudice si è fatto tutt’altra idea e la espone nella sezione «Qualificazione giuridica della condotta del Marroccella». Esclude per fortuna l’omicidio volontario richiesto dalle parti civili ma afferma che non è possibile ritenere la risposta del vicebrigadiere un «uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale», perché poteva interrompere la fuga del malvivente con modalità diverse quali «esplosione di colpi in aria a scopo intimidatorio, o alle gambe, inseguimento nel momento del necessario rallentamento del fuggitivo per lo scavalcamento del muro di cinta, attesa dell’intervento dei colleghi rimasti all’esterno».
Non solo, ridimensiona il ferimento del collega di Marroccella. «Il Tribunale osserva che, quanto alla ferita inferta al Grasso, non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili ad una mera “contusione con ecchimosi”». Ma questo è stato accertato solo dopo in ospedale, al momento dell’aggressione sembrava un accoltellamento.
Politi scrive che si trattava di un «cacciavite a punta piatta e non certo un’arma da fuoco o di micidiale potenzialità lesiva», e che le forze dell’ordine dovrebbero essere abituate ad affrontare «situazioni di gravissima violenza perpetrata nei loro confronti da soggetti intenzionati ad evitare la cattura (si pensi, solo per fare il più recente dei possibili richiami esemplificativi, alla vicenda avvenuta il 31 gennaio 2026 in occasione dello sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino».
Dunque, carabinieri e poliziotti devono farsi accoltellare o colpire con qualsiasi oggetto «senza per ciò solo fare sempre uso dell’arma d’ordinanza», è il ragionamento del giudice. Quello che sconcerta maggiormente, però, è che la motivazione di una sentenza del 7 gennaio porti a supporto della tesi di condanna un episodio accaduto a fine gennaio «quando numerosi manifestanti accerchiarono e picchiarono un poliziotto rimasto in posizione isolata». E si limita a definirli manifestanti. Il giudice descrive come di «contenuta entità la resistenza posta in essere dal Badawi», sostiene «l’assenza di presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente perpetrata nel corso dell’intera operazione, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Doveva sparare ai carabinieri per giustificare una loro reazione?
Politi tiene a precisare che il fatto accaduto «deve essere effettuato con un giudizio “ex ante”», senza tener conto dei «precedenti penali o giudiziari del Badawi, alla legittimità della sua presenza sul territorio italiano, alla sua fede religiosa, alle condotte - talvolta illecite, talvolta addirittura solo eticamente discutibili». Per carità, che non ci permettiamo di pensare male di un extracomunitario con quattro fogli di via.
«Il Marroccella ha agito con grado elevato di colpa, le cui tragiche conseguenze hanno portato al decesso di Jamal Badawi», conclude il giudice. Aggiunge che il vicebrigadiere nemmeno è degno delle attenuanti generiche per «l’innegabile assoluta gravità del fatto», per aver commesso un «errore di proporzioni macroscopiche, tale da porsi quasi ai limiti del dolo eventuale» e perché la sua condotta ha «determinato l’aggressione al bene primario della vita della vittima».
Dopo sentenze come queste, scordiamoci che le forze dell’ordine impugnino una pistola per difenderci.




