Orazio Schillaci dispensa fragili sicurezze e smonta granitiche certezze. «La riforma della medicina generale è un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire. Io sono ottimista e sono convinto che si troverà una soluzione», ha dichiarato ieri alla Festa dell’Innovazione del Foglio, parlando di un decreto in realtà affossato.
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
Colpita da una raffica di aspre critiche, va a fondo la riforma per la medicina generale voluta dal ministro della Salute. L’ennesimo flop di Orazio Schillaci si traduce in un nulla di fatto per le oltre 1.000 Case di comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr e che devono essere a regime entro l’estate, ma ancora non si sa con quale personale.
Le parole del sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, erano state un chiaro segnale dell’affossamento: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare medici di famiglia e pediatri di libera scelta dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione, confermando l’obiettivo di rendere operative le Case di comunità, anello fondamentale per ottenere una sanità territoriale sempre più capillare e a misura di cittadino e per proseguire con forza il lavoro di riduzione delle liste d’attesa, valorizzando i buoni risultati ottenuti dal governo Meloni», aveva dichiarato a metà maggio. L’intesa tra sindacati, ministro e presidenti delle Regioni non è mai stata raggiunta e quella riforma, che avrebbe dato un senso al mandato di Schillaci (travolto più da accuse di inefficienza che da apprezzamenti), rischia invece di essere il suo più macroscopico fallimento.
Il ministro della Salute ha voluto intervenire sull’autonomia e il ruolo dei medici di famiglia, scatenando un duro confronto politico e sindacale. Sotto attacco è il cuore del provvedimento, il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. Medici di medicina generale che possono continuare a operare in convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), però con regole riviste, oppure scegliere la dipendenza pubblica fermo restando che anche i convenzionati devono garantire una presenza nelle Case di comunità, con un impegno minimo settimanale.
La disciplina convenzionale nazionale ipotizzata prevede, infatti, lo «svolgimento di una quota programmata di attività nelle Case della comunità», con una remunerazione pure riformata, rispondente alla «necessità di una tariffa nazionale per assistito e di una revisione complessiva dei criteri di remunerazione sia per i medici del ruolo unico sia per i pediatri di libera scelta, al fine di rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale». «È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa», l’ha definita Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Aveva aggiunto: «Il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia, è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti».
Snami, il sindacato nazionale autonomo medici italiani, aveva detto «no a un ruolo unico che indebolisce la convenzione e no a un modello che trasformi il medico di famiglia in un prestatore orario dentro le Case della comunità».
Erano solo alcune, delle critiche contro una riforma pensata da Schillaci d’intesa con la Conferenza delle Regioni. Ieri, Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), che aveva preannunciato uno sciopero in mancanza di intese raggiunte, ha detto che «la riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Ssn» e che «se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».
In una nota, infatti, si è fatto sentire anche il dipartimento Sanità della Lega, dichiarando di aver «sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case della comunità». La Lega aggiungeva: «Da oltre due anni abbiamo depositato al Senato un disegno di legge concreto e pragmatico che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini, ridurre drasticamente la burocrazia che grava sui professionisti e rafforzare l’assistenza territoriale di base, evitando così di intasare ulteriormente gli ospedali. Crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi che rischiano di lasciare vuote le strutture finanziate dal Pnrr».
Lo scorso mese il ministro affermava: «Dobbiamo dare ai cittadini una sanità più moderna e più vicina», dichiarandosi fiducioso in un esito positivo degli incontri con le organizzazioni sindacali. «Spero in un rapido e sereno confronto su una riforma che è attesa da tempo», si augurava Schillaci. Nulla di fatto, la riforma si è arenata. «Non è stata fatta alcuna azione di lobbying da parte della categoria», ha tenuto a precisare Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi), «semplicemente è prevalso il buonsenso». Per Onotri la posizione dei mmg è chiara: «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi».
Il disegno di legge sulla «Morte volontaria medicalmente assistita», il cosiddetto Fine vita, torna nelle commissioni Affari sociali e Giustizia per proseguire l’esame. Il Senato ieri pomeriggio ha approvato con 88 voti a favore, 59 contrari, nessun astenuto, la questione sospensiva presentata dal capogruppo di Fdi a Palazzo Madama, Lucio Malan.
«Non certamente al fine di procrastinare i tempi, ma al fine di trovare una soluzione su questa delicata materia», ha precisato Malan, «alla luce di quanto riferito» dal presidente della commissione Sanità e Affari sociali del Senato, Franco Zaffini, il quale aveva spiegato che «procede l’esame in commissione di un testo della maggioranza che riunisce tutti gli altri». Il senatore di Fratelli d’Italia aveva aggiunto: «Vogliamo fare una buona legge che dia corpo alle sentenze costituzionali senza invadere il campo dell’eutanasia o dell’omicidio del consenziente».
Da una parte rimane il testo unitario delle opposizioni, presentato dal senatore del Pd Alfredo Bazoli e sostenuto da tutto il centrosinistra; dall’altra il testo elaborato dai relatori della maggioranza, Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Il nodo principale riguarda il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale (Ssn) nella somministrazione del suicidio assistito, previsto nel testo del senatore dem Bazoli, e che invece vede nettamente contrari Fratelli d’Italia. Forza Italia continua a mediare attraverso la capogruppo azzurra Stefania Craxi, al lavoro sugli emendamenti.
Ieri, nel suo intervento ha affermato: «Fin dall’inizio abbiamo indicato il testo base, che porta la firma dei colleghi Zanettin e Zullo, come il migliore punto di partenza possibile. Il testo Bazoli, che contiene elementi per me personalmente condivisibili e che recepisce parti importanti della giurisprudenza costituzionale, è difficilmente in grado di trovare una maggioranza in quest’Aula. Suscita, infatti, non poche riserve anche nella parte più credente della stessa opposizione. Il testo Zanettin-Zullo, invece, non è ancora pronto per l’Aula».
La reazione della sinistra al rinvio del provvedimento in commissione è arrivata puntuale. «La maggioranza ha affossato la nostra proposta, di tutte le opposizioni, per una legge sul Fine vita. È appena accaduto in Senato, è gravissimo ed è la dimostrazione che questa destra non vuole una legge che garantisca un fine vita dignitoso, seguendo quello che già la Corte costituzionale ha spiegato», ha tuonato la segretaria del Pd Elly Schlein.
Per il capogruppo di Avs, Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama, il ritorno in commissione del testo è «uno scandalo. Noi continueremo a chiedere che il Senato affronti questo tema con serietà, senza pregiudizi ideologici e senza ulteriori tatticismi. Perché il fine vita non riguarda la morte, ma riguarda la libertà e la dignità».
«Questa richiesta di sospensiva non ci sorprende. Quando non vuole prendere decisioni scomode, la maggioranza prende tempo», ha commentato la senatrice del M5s e vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, sostenendo che il rinvio «sa proprio di presa in giro». Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha parlato di «ennesimo schiaffo che questa maggioranza dà a tutte quelle persone che soffrono e ai loro cari che li assistono. Come sempre la destra italiana rappresenta la retroguardia umana e legislativa».
Fortemente criticata dalle opposizioni è stata anche la memoria scritta inviata ieri mattina dal presidente del Cnr, Andrea Lenzi, chiamato in causa per stabilire se esiste un macchinario per autosomministrare il farmaco letale. «Allo stato attuale non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio con marchio Ce per l’auto somministrazione di farmaci, che siano idoneamente impiegabili nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persona immobilizzata, o comunque altrimenti impossibilitata all’autosomministrazione del farmaco letale, né risultano che siano allo studio o in fase di implementazione progetti relativi ai dispositivi richiamati», afferma il presidente.
La reazione della senatrice Pd Sandra Zampa non si è fatta attendere: «Volete dirci che oggi, nell’epoca della robotica, non è possibile mettere a disposizione delle persone che sono in queste condizioni uno strumento che consenta loro di compiere fino all’ultimo passaggio la propria volontà?».
Pensare che una legge sul fine vita già esiste in Italia, è la 219 del 2017. La persona sofferente va accompagnata e il medico «è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».





