Una santa messa celebrata da don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, una preghiera «interreligiosa», unitamente alle dure parole di alcuni vescovi. Così, sulla nave Safira, si sono ricordati i migranti morti in mare per il forte maltempo, mescolando commemorazione ad attacchi contro il governo Meloni.
«Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche - di ieri e di oggi -, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso», ha scritto all’Ong l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.
Monsignore plaude all’attività di chi porta irregolari in Italia, sbarcandoli sulle nostre coste dove saranno destinati a sottostare a tutte le regole che ogni Paese civile applica nei confronti dei clandestini (l’Italia è tra i meno duri). Lorefice ha definito la commemorazione, ma implicitamente anche l’andare contro le nostre leggi da parte di Mediterranea Saving Humans «un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità».
Benedetta umanità pro migranti dei vescovi, che è raro sentire quando stranieri aggrediscono, violentano, uccidono ma sono sempre pronti ad accogliere. Poco nelle strutture religiose, molto in centri che gravano sulle finanze delle singole amministrazioni e dove la convivenza con i cittadini è ad alto rischio. Nelle stesse ore, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli recitava in cattedrale una preghiera dedicata alle persone migranti morte e inviava un messaggio a Luca Casarini, cofondatore di Mediterranea Saving Humans. Precisamente, un’accorata preghiera per i giovani migranti «morti innocenti».
Si è alzata pure la voce dei vescovi della Calabria: «Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore», dichiarano i presuli al di là dello Stretto. L’invito a non restare indifferenti è doveroso, ma servono più onestà, maggiore determinazione nel denunciare un traffico di irregolari che va fermato. Non lo si può assecondare in nome di una falsa umanità. Vescovi che chiedono di accogliere, sempre e comunque, di «aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria», dimenticano i diritti di tanti cristiani che stanno subendo un’immigrazione pericolosa per la loro identità culturale e religiosa.
Lorefice parla di corpi restituiti dal mare che sono «una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi». E aggiunge: «Abbiamo negato loro il diritto a una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà». Ma è davvero così? L'imperativo della carità cristiana sulle differenze religiose, la generica esaltazione della solidarietà non offrono soluzioni ai problemi di sicurezza di un Paese e alle tensioni sociali provocate da irregolari che dovrebbero entrare per altre vie, legali.
Intanto Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente per l’Italia meridionale della Conferenza episcopale italiana (Cei), il monsignore che su Migranti-Press dichiarava: «Se tornassimo a vedere in ogni volto migrante il riflesso di Cristo, allora sì, quelle radici (evangeliche, ndr) diventerebbero carne, decisione, civiltà», fa scelte di impatto politico. Il prossimo 13 marzo interverrà al congresso di Magistratura democratica, capofila del fronte del No al referendum sulla giustizia. Sostiene che la sua presenza «è una forma di responsabilità civile», però non partecipa a incontri sul Sì.
Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.
Per la Procura di Ravenna, che ipotizza il reato di falso ideologico continuato in concorso, i camici bianchi farebbero parte di una rete di attivisti che ostacola l’ingresso nei Cpr per motivi ideologici. D’altra parte, già a marzo 2024 la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr e all’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, lanciavano un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». Allegata all’esortazione pubblica, c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità.
In base a quali criteri i medici dell’ospedale di Ravenna (sei donne e due uomini) abbiano scartato l’ingresso nei centri per un numero alto di irregolari, è oggetto di indagine. Certo, non ci comprende come mai «un senegalese di 25 anni arrestato dopo avere molestato e palpeggiato sette lavoratrici tra stazione e biblioteca. E un ventiseienne del Gana diventato celebre alle cronache locali dopo avere distrutto la pensilina dei bus davanti alla stazione ferroviaria e avere commesso un furto in un supermercato del centro», figurassero tra i non idonei, come riporta il Resto del Carlino. «Irregolari ma non idonei insomma: tuttavia con motivazioni ritenute dagli inquirenti assenti o arbitrarie tanto che è ora emerso che entrambi i medici che avevano vergato quei documenti sono indagati».
Nei giorni scorsi in Emilia - Romagna ci sono stati flash mob di solidarietà, con rivendicazioni dell’autonomia di cura dei dottori (mai messa in discussione, se non in epoca Covid) e cartelli contro i Cpr definiti lager. Tiziano Carradori, direttore dell’Ausl Romagna, ha difeso la correttezza degli otto sanitari affermando che «si sono attenuti a una procedura esplicita pubblicizzata sul sito aziendale e adottata in seguito al protocollo sottoscritto fra Ausl e prefettura».
C’è un’inchiesta in corso, quindi lasciamo operare i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza. Non si capisce, però, tutta questa levata di scudi in difesa della deontologia medica. La sinistra sta cavalcando il caso per partito preso. «Dichiarazioni e manifestazioni iper enfatizzate a favore degli indagati hanno investito tanto il piano politico quanto quello istituzionale, suscitando non poche perplessità sull’obiettivo che si voleva raggiungere», ha commentato su Ravenna Today Luca Cacciatore, segretario locale della Lega.
L’effetto è stato quello «di una sorta di pressione indiretta per mettere in discussione una legittima inchiesta ancora in corso, attraverso una plateale difesa d’ufficio preventiva degli indagati», ha poi aggiunto. A livello medico, poi, c’è stata una reazione spropositata. Dopo il pessimo intervento di Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, che si è sentito in dovere (in questo caso) di tuonare: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», altri camici bianchi si sentono toccati nel vivo.
«Una medicina subordinata all’ordine pubblico non protegge i cittadini. Una medicina intimidita non tutela i fragili. Una medicina delegittimata perde la propria funzione etica», scrive Antonio Ragusa, primario di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Sassuolo e presidente del Comitato etico Aogoi, in una lettera a Quotidiano sanità. Il professore si dichiara preoccupato: «È pericoloso delegittimare pubblicamente un’intera categoria prima che i fatti siano accertati».
Ma nessuno lo sta facendo, si chiede chiarezza sul comportamento tenuto da alcuni medici in tema di certificazioni di idoneità. Come mai era legittimo farlo per chi esonerava dalla vaccinazione Covid, mentre adesso sarebbe oltraggioso «dell’autonomia medica e del diritto alla salute»? Se la magistratura sta indagando, elementi dovrà avere. E non è possibile continuare ad accettare che irregolari non siano nei centri, non vengano espulsi ma diversi di loro continuino a delinquere, a commettere aggressioni nei confronti della cittadinanza.
«La detenzione amministrativa nei Cpr non è una modalità che tuteli la salute di chi vi viene rinchiuso», sostiene il direttore dell’Ausl Romagna. Ieri l’assemblea dei 106 presidenti degli Ordini territoriali Fnomceo, riunita a Roma, ha chiesto la revisione della procedura relativa al trasferimento nei centri, che «deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo». Una mossa che sarebbe dettata dalla preoccupazione: «La tutela dei soggetti fragili è obbligo deontologico e costituzionale».
Se la questione va affrontata diversamente, giusto farlo, ma non si aggira il problema dichiarando il falso e certificandolo, come ipotizza la Procura a carico degli otto medici.
L’Ue butta i nostri quattrini per integrare gli immigrati con campi di padel e murales
L’europarlamentare Silvia Sardone l’ha definito «delirio ideologico a Bruxelles». Nella miriade dei progetti finanziati dall’Unione europea, l’esponente della Lega è andata a cercare i progetti pro immigrazione, individuando almeno 10 milioni di sovvenzioni all’insegna dell’inclusione. «I fondi europei seguono sempre più spesso logiche ideologiche che generano enormi sprechi», protesta l’eurodeputata. «Iniziative discutibili e dagli obiettivi poco chiari».
Uno studio da oltre 2 milioni di euro e dal titolo Foodcircuits dovrebbe fornire «un nuovo modo di vedere le connessioni sociali tra migranti e società, attraverso la bellezza, la brutalità e la necessità del cibo […] Tracciando asparagi, arance e fragole attraverso la loro circolazione», si legge sul portale Ue. A coordinarlo è l’Università di Barcellona, che figura come unico partecipante.
Nel settore digitale, Bruxelles ha stanziato 1,5 milioni di euro per analizzare come i social network possano aumentare la vulnerabilità economica dei migranti «creando deficit di benessere sociale». Il progetto Shadow, coordinato dall’Università di Utrecht (Paesi Bassi) «colma la lacuna nella comprensione sociologica» e aiuterà «a progettare interventi politici più efficaci, volti a migliorare la posizione economica dei migranti in Europa».
Altri soldi dei contribuenti, 810.000 euro, finanziano Digimi, progetto di storytelling digitale dedicato all’integrazione: «I cittadini di Paesi terzi recentemente arrivati possono scambiare, confrontare e combinare le loro storie con quelle dei migranti di lunga data e delle popolazioni locali». Tra i Paesi partner c’è l’Italia con Cesie, centro europeo di studi e iniziative di Palermo, che ha ottenuto 79. 880 euro.
All’Università Ca’ Foscari di Venezia sono riconosciuti 183.473 euro per Rewrite, il cui obiettivo principale «è esplorare il processo di trasformazione delle identità delle donne migranti, esplorando l’auto-riflessività nelle scrittrici migranti attraverso un’analisi critica del discorso, sostenendo il cambiamento sociale, cruciale per una nuova comprensione dei limiti della politica».
Miped, progetto dell’Università di Oslo, riceve 267.000 euro per studiare il ruolo dei lavoratori migranti nelle politiche di decarbonizzazione energetica, «una questione poco esplorata in letteratura». Si concentrerà su quattro casi spagnoli per verificare «come queste esperienze vengono prese in considerazione dalle organizzazioni di attivisti che si mobilitano per la decarbonizzazione energetica».
Pass è il progetto che con 200.000 euro vuole promuovere la partecipazione dei migranti alla vita sociale e culturale tramite la street art. Se ne occupa Connect, Ong belga che organizzerà tre festival sul tema in Macedonia del Nord, Slovenia e Serbia. Quasi 2 milioni finanziano Afriscreenworlds, progetto «dal sapore woke», come lo definisce Sardone, e che ha la pretesa di contribuire «a decolonizzare gli studi cinematografici e dello schermo». Con 2,5 milioni di euro, Prime punta invece a individuare le migliori strategie per «politiche realizzabili e sostenibili sui migranti irregolari». Coordina il progetto l’Istituto universitario europeo, ente di studio e di ricerca finanziato dall’Ue con sede a Fiesole.
Sono solo alcuni dei contributi finanziari diretti che vengono assegnati a beneficiari terzi (organizzazioni di ricerca, enti pubblici, organizzazioni non governative e aziende private) perché si impegnano in attività a supporto delle politiche Ue. Senza dimenticare lo sport, con 60.000 euro per l’integrazione attraverso il basket promosso da Serbia, Turchia, Spagna, Grecia e Polonia. O come l’iniziativa Equal Play che ha l’obiettivo di «fornire a educatori e organizzazioni sportive strumenti e mezzi per gestire l’integrazione sociale di migranti e rifugiati nella società».
Progetto dal valore di 250.000 euro, coordinato dalla Federazione di padel dell’Irlanda che si prende la parte più cospicua delle sovvenzioni (58.000 euro), vede come partner la Lituania, la Spagna, la Turchia (che non è Paese Ue) e l’Italia con Prism. Ha sede operativa a Palermo e legale a Enna, si definisce «un’impresa sociale no profit con la missione di creare opportunità per il progresso inclusivo delle società, delle comunità e degli individui». Per la partecipazione riceve 49.000 euro.
«Riconosciamo allo sport la funzione di facilitatore dei rapporti e dell’integrazione culturale», esordisce Manfredi Cinà, project manager dell’iniziativa. «Target di Equal Play sono migranti, rifugiati, ai quali va indirizzata l’attività di allenatori e associazioni universitarie di scienze motorie che riceveranno da noi dei manuali, delle linee guida su come facilitare il contatto, con competenze che vanno dal sociale al digitale con indicatori quantitativi e qualitativi». L’obiettivo, precisa il manager di Prism, «è raggiungere almeno una cinquantina tra rifugiati, ospiti di centri di accoglienza o di associazioni che si occupano di migranti».
In quale modo, ancora non è dato sapere «perché ci stiamo lavorando, stiamo individuando i partner siciliani e pensavamo di coinvolgere anche degli psicologi dello sport», spiega. Il progetto ha preso il via lo scorso mese e terminerà a dicembre 2027. Non appaiono definite neppure le tipologie di sport che verranno proposte «oltre al calcio sto valutando gli sport da combattimento e le arti marziali», fa sapere Cinà.
Ce li vediamo, richiedenti asilo e migranti che lavorano sull’inclusione praticando Karate o Jiu Jitsu.




