La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Alessandria al sobborgo di Spinetta. La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.
Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.
Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.
Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.
I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.
«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.
Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».
Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.
A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.
Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.
Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.
Quando c’è da fornire un aiutino a un magistrato, il Csm non si tira indietro. Certo, ha respinto due volte la richiesta avanzata dalla giunta della Regione Puglia di autorizzare il collocamento dell’ex governatore, Michele Emiliano, come consigliere legislativo per lo «studio e la ricerca», però lasciando aperta una terza soluzione.
Se il nuovo presidente, Antonio Decaro, accetta di far pagare ai pugliesi non solo un incarico da 130.000 euro l’anno ma anche i contributi previdenziali, la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura darebbe il via libera all’incarico per Emiliano. L’ex governatore non vuole saperne di tornare a fare il pm, professione da lui esercitata fino al 2003 quando era diventato sindaco di Bari, carica ricoperta fino al 2014. Nel frattempo era stato segretario regionale del Pd, assessore comunale a San Severo e due volte presidente di Regione.
Per l’esattezza, sarebbe anche rientrato nei ranghi ma solo alla settima professionalità, la maggiore, come se avesse continuato ad amministrare giustizia in tribunale. «Ogni lavoratore, quando torna, chiede la ricostruzione della carriera ed è stata cosa accaduta ad altri magistrati che sono rientrati», era stata la sua giustificazione. Lo scorso dicembre aveva cambiato idea: «Non torno a fare il magistrato, anche per non mettere in imbarazzo tutti quanti, sarei una specie di orso al luna park. Io tutta quest’ansia di ricominciare a lavorare non ce l’ho», disse alla trasmissione di Radio 1, Un giorno da pecora.
C’era, però, il nodo del suo collocamento fuori ruolo dalla magistratura, considerato che Decaro in giunta non lo voleva malgrado l’impegno di Elly Schlein di offrire a Emiliano l’incarico di assessore in cambio della sua rinuncia a candidarsi Regione. Come occupare l’ex presidente, che potrebbe andare in pensione il prossimo luglio al compimento dei 67 anni, in attesa delle politiche del 2027, quando punta a entrare in Parlamento?
Il ruolo di consigliere giuridico di Decaro sembrava la soluzione ritagliata su misura per l’ex governatore-sceriffo. Una figura pensata proprio per consentire l’ingresso di Emiliano come supporto tecnico, mantenendogli una posizione centrale nelle decisioni sul suo territorio.
La Regione Puglia aveva presentato la prima richiesta di autorizzazione a gennaio, respinta dal Csm in quanto, sostanzialmente, inadeguata. La legge Severino dice che quel tipo di incarico tecnico può essere affidato a un magistrato solo se questi si mette alle dipendenze di altra amministrazione e, in ogni caso, l’incarico «fuori ruolo» prospettato per Emiliano non veniva accettato perché una consulenza politica regionale non era funzionale all’attività giudiziaria futura del magistrato, né rispondeva all’interesse dell’amministrazione giudiziaria.
Non solo, dopo la riforma Cartabia il tetto complessivo per i magistrati collocabili fuori ruolo è fissato a 180 unità per l’area ordinaria, con ulteriori limiti basati sul tipo di incarico e sull’ente di destinazione. E per un numero ridotto di posti (40) può trattarsi di collocamenti presso enti diversi da ministeri e organi costituzionali. Da Palazzo dei Marescialli era partita la richiesta di riscrivere l’istanza, rispedita ancora una volta al mittente in quanto, come nuova ipotesi, prevedeva di mettere in aspettativa retribuita l’ex governatore, garantendo il pagamento della consulenza ma non degli oneri previdenziali fondamentali ai fini pensionistici. Rigettata per incompatibilità normativa, perché il ruolo disegnato per Emiliano «non rientra in alcuno dei casi previsti dalla legge, che include anche i consiglieri giuridici ma quelli inseriti in “organi di rilevanza costituzionale”, quindi governo, Parlamento o omologhi», secondo quanto racconta Repubblica.
Se lo Stato non paga i contributi, nessun problema: ci pensa la Regione Puglia a sistemare il suo ex governatore, assumendosi anche quell’onere. Sarebbe questo, infatti, il piano ultimo che si sta predisponendo per ottenere il beneplacito del Csm. I giudici che hanno aspettato l’esito del referendum per negare l’aspettativa a Emiliano, forse per non mostrarsi troppo permissivi con il collega, non avrebbero nulla da obiettare se a sobbarcarsi del collocamento pro tempore di Emiliano fosse la Regione, ovvero i cittadini pugliesi. Con un disavanzo 2025 della sanità locale calcolato in 369 milioni di euro (quasi il triplo del deficit dell’anno precedente). Con richieste di interventi quali chiusure o accorpamenti di reparti o di interi ospedali, razionalizzazione della spesa farmaceutica e altre economie di cui doveva farsi carico la precedente amministrazione: «La Puglia è ancora in piano di rientro e, dopo anni di governo regionale di centrosinistra, non ha mai messo in campo una strategia credibile per uscirne. La verità è che non si possono chiedere sempre più risorse senza assumersi la responsabilità dei risultati», tuonava due giorni fa il gruppo regionale di Fratelli d’Italia.
Con l’ipotesi di aumentare l’addizionale Irpef per raggiungere l’obiettivo dell’equilibrio contabile, confermata dal presidente Decaro, si trovano i soldi per dare una poltrona all’ex presidente di Regione garantendogli pure i contributi perché arrivi alla pensione senza preoccupazioni di sorta.
Ne ha parlato l’insegnante di francese dal suo letto d’ospedale, prima di essere dimessa. «Un mio alunno tredicenne - confuso, trascinato e “indottrinato” dai social - mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale. Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno, “E”, anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio», scrive Chiara Mocchi nella seconda lettera aperta indirizzata al suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas e diffusa ieri.
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».





