Inutilmente Federico Gianassi, capogruppo dem in commissione giustizia della Camera, aveva cercato lo scontro durante il question time di ieri mattina. «Se ne vada anche lei signor ministro, è stato sfiduciato da 15 milioni di italiani, per i quali lei oggi è la rappresentazione allegorica della sconfitta […] rimanere attaccato a quella poltrona è accanimento terapeutico […] consenta alla giustizia italiana di ripartire».
Carlo Nordio non si è scomposto: «Non è previsto in alcun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum, tanto più che la fiducia gli è già stata confermata dal governo e in prima persona dalla presidente del Consiglio». Quando ai chiarimenti che sono stati chiesti ad Andrea Delmastro, il ministro ha precisato che il sottosegretario della Giustizia ha rassegnato le dimissioni e che «si è dichiarato disposto a darli nelle sedi opportune».
Insoddisfatta della risposta, la deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha replicato al ministro che «si deve assumere una responsabilità politica enorme rispetto a questo referendum», in quanto la riforma era «sbagliata nel metodo, nella forma e soprattutto nella sostanza». E visto che Nordio aveva citato Winston Churchill, il ministro dovrebbe seguire il suggerimento dello statista inglese «Non arrendersi mai se non davanti all’onore e al buon senso» e «fare un passo indietro».
Decisione che il Guardasigilli non intende prendere, non c’è ragione di farlo e gode sempre della fiducia dell’esecutivo come ha dovuto ripetere rispondendo ad ogni interrogazione. Tant’è che a Carmela Auriemma, del M5s, che gli poneva lo stesso quesito, alla fine è sbottato: «Ammetto che le mie risposte possono essere ripetitive, ma sono ripetitive anche le domande che mi vengono fatte». Per poi chiarire un tasto dolente: «Vorrei soltanto aggiungere che nonostante io abbia smentito almeno una cinquantina di volte quella frase sulla paramafiosità del Csm, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura di cui ho citato parola per parola la dichiarazione, quella è stata attribuita a me e costituisce un rammarico», ha tenuto a precisare Nordio.
Le interrogazioni a risposta immediata vertevano sugli stessi temi: dimissioni «tardive» di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, pressing sul ministro della Giustizia che pure dovrebbe lasciare. A Maria Elena Boschi di Italia viva che gli chiedeva «perché le dimissioni sono arrivate proprio adesso, all’indomani della sconfitta referendaria? Quali sono le vere motivazioni e soprattutto che cosa intende fare per dare una vera discontinuità al suo ministero?», Nordio si è preoccupato di difendere il lavoro del suo ex capo di gabinetto. «Bartolozzi si è dimessa e ha sempre svolto le sue funzioni con dignità e onore. Il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità e confido che cessino definitivamente le strumentali polemiche che hanno investito la sua persona e tutto il ministero. Naturalmente provvederemo quanto prima alla sua sostituzione, sempre tenendo conto che il nostro obiettivo fondamentale è quello dell’efficienza del nostro ministero e dell’attuazione del programma governativo».
Al guardasigilli è poi toccato rispondere a Nicola Fratoianni, leader di Alleanza verdi e sinistra, che gli ha dato del «disco rotto», incalzando il ministro a fornire «il suo giudizio politico sulle dimissioni “spontanee” di Bartolozzi e Delmastro». Nordio ha spiegato che «è proprio perché quelle dimissioni sono state spontanee e in un certo senso inattese, che io la mattina stessa ho detto che non si sarebbe cambiato nulla della compagine ministeriale. La decisione del pomeriggio è per questo motivo insindacabile, e non posso che riaffermare la mia gratitudine per la sensibilità istituzionale con la quale sono state date le dimissioni».
Ancora una volta ha dovuto ribadire che gli è stata confermata la fiducia «nonostante io mi sia assunto personalmente la responsabilità politica del fallimento di questo referendum». Quindi «non c’è nessuna ragione per la quale il ministro della Giustizia abbandoni il suo posto».
La risposta ha fatto avvelenare Alfonso Colucci: «Sentite il terreno franarvi sotto i piedi», ha urlato il deputato pentastellato, dopo la riforma «bocciata dai cittadini che hanno detto No a Meloni e a Nordio» in questa nuova «Primavera democratica». Il ministro non l’ha degnato di uno sguardo. E a finire il giro di interrogazioni c’era Riccardo Magi deputato di +Europa. A Nordio ha chiesto che impegni assumerà l’esecutivo su carceri e custodia cautelare.
Numeri alla mano, il ministro della Giustizia ha ricordato il piano approvato con «un investimento complessivo di circa 900 milioni di euro. L’obiettivo è ambizioso ma concreto, cioè restituire dignità alla detenzione e garantire maggiore sicurezza agli operatori». Verranno così creati «oltre 10.000 nuovi posti detentivi entro la fine del 2027». Quanto alla tempistica, per il 2025 oltre 580 posti, previsione di 4.220 per il 2026 e per il 2027 il recupero di ulteriori 5.866.
Nordio sottolinea che il piano si articola «su due binari paralleli, il recupero dell’esistente e la costruzione di nuovi spazi», con interventi distribuiti tra dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, giustizia minorile, ministero delle Infrastrutture e commissario straordinario. Ma nemmeno questo sforzo del governo ha soddisfatto l’opposizione. Per Magi, «bisogna fare entrare meno persone in carcere».
Il 52,6% si oppone alla missione internazionale, ovvero un italiano su due è contrario a un intervento del nostro Paese nello stretto di Hormuz. Il 58,1% dei cittadini vuole il rientro dei militari oggi nell’area e il 43,9% sarebbe disposto a riconsiderare l’embargo con la Russia, riallacciando i rapporti energetici.
L’ultimo sondaggio di Euromedia Research conferma che gli italiani la pensano proprio come La Verità. Dieci giorni fa, il condirettore Massimo de’ Manzoni aveva lanciato la proposta: «E se riportassimo a casa, subito, tutti i 2.500 militari italiani attualmente sparsi tra Kuwait, Iraq, Qatar, Libano, e Giordania?». Una chiara esortazione a non mettere a rischio i nostri soldati nel Golfo, «potenziali bersagli, di fronte all’evidente volontà iraniana di allargare quanto più possibile il conflitto».
L’invito di De’ Manzoni, rivolto a governo e forze politiche, secondo l’istituto di sondaggi fondato e diretto da Alessandra Ghisleri esprime la posizione della maggior parte degli italiani. I cittadini guardano con forte preoccupazione alle scelte di politica estera, al rischio sempre più concreto di un coinvolgimento nel conflitto. Nell’incertezza su tempi e allargamento dello scenario di guerra, la posizione dei nostri militari in missioni ormai inutili su diversi fronti imporrebbe scelte diverse.
Operazioni «come Aspides, che pattuglia il Mar Rosso per impedire agli Huthi di bloccare la navigazione commerciale diretta (anche) verso il nostro Paese», rifletteva il condirettore, sono strategiche; mentre a ben poco ormai servono le nostre basi in Medio Oriente, come Unifil in Libano (in un’area tra le più sensibili dello scacchiere regionale), o il contingente che a Erbil, nel Kurdistan iracheno, addestra le forze di sicurezza locali.
La vulnerabilità delle nostre infrastrutture militari deve far riflettere sull’urgenza di richiamare i soldati esposti ad attacchi sempre più mirati. Lo ha detto La Verità, lo dichiarano gli italiani che hanno risposto al sondaggio, chiedendo a gran voce (58,1%) il rientro.
Come dicevamo, Euromedia Research ha raccolto l’opinione dei connazionali anche sulla posizione da assumere nei confronti della Russia e la risposta è che la stabilità economica rappresenta una priorità. Così la pensa il 43,9% dei cittadini italiani, favorevole a riaprire al gas e al petrolio di Putin. Una percentuale elevata, non solo tra gli elettori della maggioranza (54,3%, con un picco del 62,5% del popolo della Lega), ma anche tra i partiti di opposizione (37,2%).
Nei suoi editoriali, Maurizio Belpietro aveva già indicato la via doverosa da seguire, cioè «togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia». Il direttore evidenziava come «l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore». Lo stesso presidente Donald Trump ha tolto sanzioni alla Russia per avere petrolio più a basso costo, mentre l’Unione europea dice no «perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino».
Certo, con l’enorme ricavato del prezzo del greggio l’oligarca finanzierà la guerra contro l’Ucraina, conveniva il direttore riportando le diverse perplessità etiche, ma si chiedeva se «sia una buona scelta» il rifiuto di Bruxelles di riallacciare rapporti economici con Putin: «Davvero l’Europa si vuole immolare nelle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione?». Di fronte a una guerra che potrebbe durare a lungo, il no alla Russia mette «a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie».
I cittadini sono d’accordo, basta sanzioni, pensiamo a salvare la nostra economia. Lo si leggeva anche nei commenti social al sondaggio. «La maggioranza degli italiani non è mai stata nemica della Russia», scriveva un utente. «Perché non sono corrotti come i governanti europei e usano la ragione», si faceva presente in un altro post. «L’indottrinamento di sinistra ha fallito», concludeva un follower di Euromedia Research.
In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.
Più della metà avevano così evitato i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Sono bastate poche settimane dall’avvio delle indagini e già l’aria è cambiata negli ambulatori dove si redigono i certificati. Nell’arco di 72 ore sono stati trasferiti presso i Cpr di Milano e Roma tre extracomunitari irregolari, tutti con precedenti penali. Il 16 marzo, un egiziano di 18 anni arrestato dai carabinieri di Milano Marittima con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, e poi risultato con precedenti per porto d’armi e danneggiamento, è stato è stato spedito al Cpr di Milano Corelli. La visita medica, dunque, ne aveva attestato l’idoneità.
Due giorni dopo, sempre a Milano, è finito un albanese di 68 anni. L’uomo aveva fatto richiesta di protezione internazionale, ma il suo profilo è apparso di rilevante pericolosità sociale: a suo carico, infatti, pendono precedenti per maltrattamenti in famiglia, minaccia e lesioni personali. Pure per l’albanese non sono saltati fuori storie di inidoneità. E nella stessa giornata di mercoledì, ha fatto ingresso al Cpr di Ponte Galeria di Roma un marocchino di 37 anni dal profilo socialmente pericoloso, con precedenti per furto aggravato, rapina, ricettazione ed evasione.
Se le visite mediche hanno accertato la loro idoneità a entrare nelle strutture, senza tante esitazioni, qualche sospetto sul perché della «normalizzazione» delle procedure nasce spontaneo. Prima, era quasi una gara a chi scartava più irregolari. «Altre due da Ravenna!», era il messaggio inviato nel giugno del 2024 da una dottoressa del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, ora sotto indagine.
La reazione di Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) era l’emoticon con il pollice alzato. Tre mesi dopo, la stessa dottoressa aggiornava l’elenco dei presunti falsi. «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». E in risposta le veniva mostrato il muscolo del bicipite, per celebrare il successo di un simile operato, come riportato dal Corriere Romagna.
A novembre, Cocco rispondeva: «Grande», «grandissim*». E aggiungeva: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». Da marzo 2024 la Simm, assieme alla Rete Mai più lager - No ai Cpr e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, hanno sostenuto l’appello ai medici a dichiarare l’inidoneità, con anche una bozza di modello da utilizzare.
Avviate le indagini, nei Cpr si entra senza più esenzioni.





