«Se non fosse stato per La Verità che ha fatto il lavoro che doveva svolgere la Procura, la richiesta di archiviazione presentata dal pm sarebbe stata accolta». È molto soddisfatto l’avvocato civilista Federico Bertorello, che assieme al collega del penale Salvatore Bottiglieri difende gli interessi dei genitori di Francesca Tuscano, la trentaduenne insegnante genovese colpita da Trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (Vitt) dopo la prima dose di Astrazeneca e deceduta il 4 aprile 2021.
I legali chiedevano la prosecuzione delle indagini, gli articoli e gli audio pubblicati dalla Verità erano alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata lo scorso 4 dicembre da Arianna Ciavattini della Procura di Genova nel procedimento penale a carico di ignoti per la morte di Francesca. Si trattava delle videoregistrazioni di riunioni del Cts acquisite dai carabinieri del Nas di Genova in relazione all’indagine per la morte di Camilla Canepa, la studentessa che il 15 maggio 2021 partecipò a un open day vaccinale con Astrazeneca organizzato dalla Regione Liguria e che morì il 10 giugno, pure lei per una sindrome Vitt. La Verità le pubblicò lo scorso agosto, rivelando dubbi, contrapposizioni e anche «insistenze ministeriali» dichiarate da vari componenti in merito all’utilizzo di Astrazeneca negli under 60.
«Ora auspichiamo che la Procura senza timori interroghi tutti i membri del Comitato tecnico scientifico, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, per verificare come scritto dal gip se nel marzo 2021 o addirittura prima fossero già note le conseguenze pericolose del vaccino Astrazeneca. Elementi questi portati all’attenzione anche dalle perizie mediche, compresa quella disposta dalla Procura in seguito al decesso», dichiarano i due avvocati.
Aggiunge Bertorello: «Come coordinatore del collegio difensivo che si occupa del caso, sotto il profilo dell’azione civile mi auguro che l’indagine penale ora riaperta porti nuovi elementi che consentano di chiedere il risarcimento dei danni al ministero della Salute». Sono bastate 24 ore al gip Angela Maria Nutini del tribunale di Genova per accogliere l’opposizione alla richiesta di archiviazione e ordinare la riapertura delle indagini. Nell’ordinanza di venerdì, il gip scrive a chiare lettere: «Appare necessario che il pm valuti il compimento di ulteriori attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione ed attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere causalmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Tuscano Francesca».
Il pm ha cinque mesi di tempo per effettuare nuove indagini e il messaggio del gip è chiarissimo: va accertato se nella catena di comando ministeriale ci siano state responsabilità di Speranza e dei suoi durante la fase di somministrazione dei vaccini in merito all’utilizzo di Astrazeneca. «Quantomeno nei confronti delle giovani donne in età fertile, e soprattutto che fruivano della pillola anticoncezionale come Francesca Tuscano», sottolinea Bertorello. Nel provvedimento, infatti, il giudice ricorda che prima della vaccinazione dell’insegnante, avvenuta il 22 marzo 2021 al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri, «erano già comunque emerse perplessità a livello europeo sull’opportunità della sua somministrazione alla fascia della popolazione più giovane».
L’Italia aveva precauzionalmente sospeso la somministrazione di Vaxzevria, poi Aifa aveva revocato il divieto ma per la dottoressa Nutini «occorre interrogarsi sull’eventuale necessità ed esigibilità di mantenere il divieto di utilizzo, quantomeno in presenza di fattori oggettivi predisponenti al rischio di trombosi, quali l’uso di estroprogestinici, considerato che nel caso di specie la vittima indicava nel modulo di consenso informato di assumere la pillola anticoncezionale».
Mentre nell’informativa nemmeno si accennava al concreto rischio di trombosi, e di quali fossero i casi a rischio. Il gip cita la sentenza 32423 della Cassazione, che nel 2008 affermava: «In tema di lesioni colpose provocate dalla somministrazione di farmaci, ai fini della sussistenza del consenso informato non basta comunicare al paziente il nome del prodotto che gli sarà somministrato accompagnato da generiche informazioni, occorrendo indicare gli eventuali effetti negativi della somministrazione, in modo da consentire una congrua valutazione del rapporto costi-benefici del trattamento, che tenga conto anche delle possibili conseguenze negative».
La giovane insegnante si era vaccinata il 22 marzo 2021; il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi. Francesca venne trasferita nel reparto di Rianimazione dove la mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Il riconoscimento dello Stato per i genitori della giovane donna è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «La riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio aprono uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», si augura Bertorello che intanto ringrazia il gip per un provvedimento unico in Italia. «Le richieste di archiviazione in casi di morte per vaccino Covid sono sempre state accettate».
Ringraziamenti giunti anche da Fratelli d’Italia, che in una nota ha espresso apprezzamento «per la decisione del gip di Genova Angela Nutini». «Anche la commissione Covid», si legge, «grazie all’impulso di Fratelli d’Italia, è attualmente impegnata proprio all’analisi degli effetti avversi da vaccino Covid. Il lavoro della magistratura potrebbe essere quindi prezioso per affiancare il nostro lavoro in commissione».
A Bologna, la presentazione del libro Donne si nasce (e qualche volta si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, programmata per ieri, è stata annullata. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna aveva avvisato le autrici appena 24 ore prima sostenendo: «Manca la necessaria serenità». Sulla censura è intervenuta Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità con un duro commento, in cui parla di «oscurantismo, intolleranza e intimidazione».
Per il movimento Non una di meno, invece, «la contestazione fa parte del conflitto politico. Abbiamo fatto notare che per noi quel titolo era improponibile». In poche parole, l’incontro dispiaceva al mondo Lgbtqia+. «È avvenuto quello che ormai accade troppo spesso, cioè che ci sono degli spazi che evidentemente vengono ritenuti “di proprietà”, come quelli bolognesi, per cui non c’è possibilità di un dibattito ma soltanto di occupazione da parte di alcuni. In questo caso, di una linea specifica del femminismo e non si può discutere, parlare. C’è soltanto una precisa presa di posizione», ha commentato il ministro Roccella intervistata dal vice direttore Francesco Borgonovo per Tivù Verità.
«Dicono che non è censura perché questa “prevede una disparità di potere”, ma anche questa è una condizione sbilanciata di potere», osserva Roccella, perché «se mi approprio di uno spazio e non voglio che sia aperto al confronto, l’occupazione è espressione di un potere». Il ministro ha precisato che la censura scatta quando non si accetta il confronto, quando non si vuol far parlare qualcuno. La contestazione, invece, «è quando dopo il confronto si contestano le posizioni dell’avversario».
A proposito di censura, in un comunicato le attiviste di Non una di meno lamentano che «certe cose che vengono scritte e pubblicate, che riempiono giornali, post e libri di violenze transfobiche e falsità sul movimento, sono tutt’altro che censurate, anzi, esponenti di spicco di queste teorie ricoprono oggi ruoli istituzionali e vengono costantemente “citatə” come unico femminismo “buono”».
Aggiungevano che «ci si dovrebbe fare due domande, se si diventa riferimento di partiti di destra o ultracattolici» e contestavano la scelta dell’orario alle 15 di pomeriggio, che sarebbe stata dimostrazione di non volontà del confronto perché a quell’ora «tante persone non avrebbero potuto esserci». Il ministro, che più volte ha sperimentato la contestazione, l’impossibilità di tenere un discorso perché interrotta o silenziata anche mentre presentava un libro al Salone di Torino, non ha dubbi sulle finalità di quel documento circolato sui social.
Dall’utilizzo della schwa: «Cancellando tutte le desinenze, che eliminano il femminile, è inutile mantenere la parola donna», afferma Roccella. «È difficile definirla una posizione dalla parte delle donne, anche per quell’utilizzo insultante di “terf”, termine con cui si dovrebbero indicare le donne che sarebbero transfobiche, omofobiche. La questione centrale è che il femminismo non può non partire dal riconoscimento della differenza. Allora che senso ha una legge come abbiamo fatto contro il femminicidio?», considerava il ministro.
Per Roccella il transfemminismo, oltre ad avere «connotati anche violenti», perché evita il confronto e non fa parlare chi la pensa diversamente, nega la differenza. Quindi rappresenta «proprio l’ultima maschera del patriarcato. Con l’evidente volontà di cancellare le donne, cancellare la differenza, annegare il loro corpo nell’indistinto».
Borgonovo ha osservato che il transfemminismo occupa molti posti di potere nel mondo. Non a caso, qualche giorno fa il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite il pieno riconoscimento delle transgender come donne. Purtroppo è così, ha convenuto il ministro: «È una linea che in Europa si continua a perseguire, mentre a livello internazionale è fermata da Trump».
Roccella ha spiegato di non essere mai riuscita a reintrodurre nei documenti europei «la parola maternità, che deve risulta particolarmente “odiosa”. Nemmeno si può scrivere “maternità come libera scelta”, che era una mia proposta ed era il vecchio slogan femminista, non negava la libertà delle donne di decidere se essere madre o no. Materno è ormai rifiutato, inaccettabile. Il potere del transfemminismo internazionale è assolutamente mainstream».
Nel rifiuto di far parlare due donne a Bologna c’è stata anche una brutta forma di violenza, la stessa utilizzata nello scaricare letame fuori dallo studio della presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Roccella ha concluso affermando di non credere che oggi «sia possibile essere femministe a sinistra».
Il giudice del Lavoro del Tribunale di Agrigento, Pietro Mastrorilli, ha condannato il ministero della Salute a corrispondere l’indennizzo a un cinquantottenne con il braccio paralizzato dopo due dosi di vaccino Pfizer. «La domanda va accolta sulla scorta della verosimile probabilità, quanto meno di un nesso concausale e per l’effetto», si legge nella sentenza del 15 gennaio scorso.
Qualche giudice per fortuna ci prova, a rompere il muro di gomma che rende quasi impossibile il ristoro al cittadino, stabilito per legge a carico dello Stato per motivi di solidarietà sociale, a seguito di lesioni o infermità provocate da vaccinazioni obbligatorie o raccomandate. Il ministero è stato condannato anche a rifondere le spese processuali.
È stato dunque accolto in pieno il ricorso presentato dall’avvocato Angelo Farruggia, per ottenere il riconoscimento di Parsonage-Turner (amiotrofia nevralgica) del suo assistito. Il signor Giovanni (nome di fantasia), addetto alla sicurezza in alcune aziende, aveva riportato questa infermità a causa del vaccino anti-Sars-CoV-2 Comirnaty, che gli era stato somministrato in due dosi, il 27 marzo e il 7 aprile del 2021. L’uomo, affetto da cardiopatia ipertensiva e diabete mellito di tipo 2, quindi fragile, seguendo le raccomandazioni del ministero della Salute si era vaccinato ma dopo il secondo inoculo aveva manifestato forti dolori al braccio sinistro. Tre mesi dopo, nell’agosto del 2021 la sintomatologia dolorosa prima tollerabile si acuiva. A seguito di accertamenti, la diagnosi era stata di «sospetta amiotrofia nevralgica o sindrome di Parsonage-Turner». Si tratta di una rara malattia neurologica che colpisce il plesso brachiale, una rete di nervi che controlla i muscoli e le sensazioni di spalla, braccio e mano, caratterizzata da dolore improvvisi e limitazioni fisiche.
Venne fatta segnalazione all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), la commissione aziendale dell’Asp di Agrigento dispensò il paziente dalla terza dose e il primo gennaio 2023 fu presentata la richiesta di indennizzo. Nel settembre 2023 ebbe luogo la visita davanti alla Commissione medico ospedaliera (Cmo) del dipartimento militare di medicina legale di Messina, che riconosceva la patologia «refrattaria al trattamento» e quindi ascrivibile alla categoria sesta della tabella A per danni da vaccini/trasfusioni.
La domanda era stata presentata nei termini di legge, però la Cmo negava il nesso in quanto la comparsa dell’amiotrofia nevralgica si era verificata oltre il termine dei 30 giorni e, si sosteneva, «non può essere considerata verosimile» l’associazione causale tra la somministrazione del vaccino e l’infermità, sulla scorta del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19 redatto dall’Aifa. Rapporto del 2021, quindi affatto attendibile in termini di reazioni avverse, pesantemente sottostimate da una sorveglianza attiva pressoché inesistente.
Contro il giudizio negativo della Cmo a concedere l’indennizzo, l’avvocato Farruggia il 20 ottobre 2023 presentò ricorso amministrativo al ministero della Salute che, per legge, entro tre mesi, sentito l’ufficio medico-legale, decide sul ricorso stesso con atto che è comunicato al ricorrente entro trenta giorni.
«Il ministero doveva decidere entro il 18 gennaio 2024, e comunicare il relativo esito entro il 17 febbraio 2024 invece ci fu silenzio assoluto», spiega il legale. «Così, a novembre 2024 ho depositato il ricorso giudiziale contro il ministero della Salute e l’Aifa davanti al Tribunale di Agrigento, sezione Lavoro».
Ricorso accolto. In mancanza, all’anamnesi, di ulteriori fattori di rischio e di familiarità; considerate le incertezze scientifiche che caratterizzano le reazioni avverse ai vaccini anti-Covid 19, la previsione dell’indennizzo di un evento avverso al trattamento vaccinale, a differenza del risarcimento del danno, spetta anche in presenza di un rischio imprevedibile.
Il giudice ha tenuto conto di tutti i rilievi sollevati dall’avvocato Farruggia, compreso l’interrogativo: «Il dato statistico, secondo cui l’amiotrofia nevralgica, normalmente, si manifesta entro trenta giorni dalla somministrazione del vaccino, deve risolversi in senso sfavorevole al danneggiato?». La domanda è stata accolta, il signor Giovanni riceverà a vita 1.600 euro ogni due mesi con decorrenza febbraio 2023, quando presentò la domanda.
«Il ministero/Stato ci ha sollecitato a partecipare alla campagna vaccinale, la cittadinanza ha aderito, il vaccino si è dimostrato inefficace a contrastare la diffusione. Quando si verifica un danno e non ci sono altri fattori causali, non si può ricercare la certezza scientifica del nesso, ma la verosimile probabilità scientifica. L’indennizzo, solidaristico, va riconosciuto al danneggiato proprio perché il singolo, quando si sottopone alla vaccinazione, lo fa anche per un interesse collettivo», sottolinea Farruggia.
Dal capo dello Stato in giù, era il monito declinato per esortare a porgere il braccio. Poi, però, davanti a reazioni avverse, si mostra indifferenza o le si negano. «Mi occupo di cause contro il ministero da vent’anni, seguivo i risarcimenti da trasfusioni di sangue infetto», spiega l’avvocato. «Ministero della Salute e avvocatura dello Stato non si sono mai difesi così come stanno facendo per le cause da vaccinazione Covid. A tappeto rigettano le domande, quando si fa il ricorso amministrativo non rispondono, in fase di giudizio si difendono strenuamente per negare l’indennizzo».
Atteggiamento vergognoso, verso chi soffre. E devastante, in previsione di possibili campagne vaccinali per nuove pandemie.





