I circa 200 studenti italiani coinvolti nel progetto «Ambasciatori del futuro» e bloccati a Dubai dovrebbero rientrare oggi pomeriggio con un volo di Stato, assieme ai loro accompagnatori. L’ha comunicato ieri ai genitori la World students connection, organizzatrice della settimana di simulazione diplomatica. I ragazzi, prelevati dai loro alberghi alle 7 di questa mattina (ora locale), sono scortati ad Abu Dhabi da dove un aereo li porterà a Milano Malpensa. Se non ci saranno ritardi e pregando perché non intervengano altre complicazioni, a metà pomeriggio abbracceranno mamma e papà.
Ben più complicata è la situazione per gli altri italiani, circa 30.000 connazionali «solo a Dubai e Abu Dhabi», come riferiva ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Da ieri sera Emirates ha iniziato a operare un numero limitato di voli, avvisando che la priorità è per chi aveva prenotazioni precedenti che verrà avvisato direttamente. Tutti i punti per il check‑in a Dubai rimangono infatti temporaneamente chiusi. Per la maggior parte degli italiani che intendono rientrare, lavoratori, sportivi, turisti, è tutto ancora molto difficile. Alcuni sono potuti partire da Abu Dhabi, mentre resta l’attesa per la riapertura degli scali di Doha.
Michela Marchi, 51 anni, originaria di Brescia, architetto e consulente tecnico (Ctu) presso il Tribunale di Vicenza, è tra gli oltre 500 italiani bloccati a bordo della nave da crociera che doveva toccare le principali destinazioni degli Emirati Arabi. «In linea con le indicazioni delle autorità di sicurezza nazionali e internazionali, Msc Euribia rimarrà nel porto di Dubai fino a nuovo avviso. La situazione a bordo è sotto controllo e i nostri ospiti e membri dell’equipaggio sono ben assistiti», ha dichiarato in un comunicato la compagnia leader del settore, spiegando che «le operazioni di volo nella Regione sono attualmente soggette a restrizioni e in continua evoluzione». Michela, però, non è affatto tranquilla e ha deciso di rientrare in Italia come racconta alla Verità.
Quando è arrivata a Dubai?
«Sabato 28 febbraio alle 5 del mattino. Ero partita da Roma Fiumicino venerdì sera, assieme ad alcuni amici. Avevo bisogno di una settimana di vacanza, di staccare dalle tensioni del lavoro».
Invece?
«Appena arrivati, con il bus ci hanno portato subito al porto Rashid e la cosa è sembrata strana. In genere si ha una mezza giornata libera, prima dell’imbarco e tutta questa fretta era sospetta. Però abbiamo preso alloggio in cabina e solo due ore dopo è arrivato l’annuncio del comandante».
Che cosa vi ha detto?
«“Buongiorno, vi confermo che Msc ha a cuore la sicurezza dei passeggeri”. Ci siamo guardati in faccia, non capivano il senso del messaggio. Abbiamo acceso i cellulari e letto dell’attacco all’Iran».
Come avete reagito?
«Tempestando di chiamate l’Unità di crisi della Farnesina. Non rispondeva nessuno, non era stata ancora attivata la task force».
Ma in caso di grave emergenza all’estero è raggiungibile a un numero telefonico, così legge sul sito del ministero.
«Non ci hanno mai risposto, neppure domenica. Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) non siamo riusciti a parlare con qualcuno. Impossibile comunicare con l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi o con il consolato generale a Dubai durante il fine settimana: gli uffici sono rimasti chiusi fino a lunedì mattina».
Ma c’era l’emergenza attacco all’Iran e lancio missili su Dubai!
«Ci siamo sentiti isolati, il panico aumentava. Sulla nave gli italiani sono almeno 500 su un totale di più di 6.000 passeggeri. Capisce bene che possiamo essere un obiettivo facile da colpire. Durante la notte, poi, è stato peggio».
Per i bagliori dei droni intercettati, le esplosioni, i rumori della contraerea?
«Per quello che sentivamo e perché nella notte tra sabato e domenica i cellulari sono squillati più volte, con messaggi di allarme prima in lingua araba, poi tradotti, che comunicavano l’arrivo di un missile. “Allontanatevi dalle finestre e andate in un luogo sicuro”, ci veniva detto. Ma dove potevamo andare, su una nave da crociera? Lo spavento è stato tanto, anche perché il messaggio veniva ripetuto: “Affrettatevi a raggiungere il bunker”».
Quante altre navi da crociera sono ferme a porto Rashid?
«Noi vediamo solo questa, l’Euribia. E hanno aspettato domenica sera per comunicare che la crociera era stata annullata. Il vice capitano ha detto che tutte le ambasciate hanno dato un Qr code dove registrarsi alla Msc, per sapere quali connazionali sono a bordo, l’Italia no. Vorrei sapere come fanno a mapparci».
Che cosa pensa di fare?
«A bordo non resto quattro settimane, ad aspettare che la guerra magari si intensifichi. Il comandante Paolo Benini ha detto che non ha informazioni su un nostro possibile rientro. Per fortuna sono riuscita a parlare con il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che mi ha confermato che dall’Oman ancora si può viaggiare e raggiungere Zurigo. Sono scesa dalla nave, sotto mia responsabilità, per cercare un’agenzia di viaggi e vedere se ci organizzavano un transfer con bus, ma le agenzie sono chiuse per il Ramadan».
Proprio una congiura. Niente vacanza, niente rientro, al centro di una guerra internazionale.
«Ho trovato un taxi, domani mattina (oggi per chi legge, ndr) porta me e i miei due amici in Oman, all’aeroporto Muscat. Il conducente chiede 1.000 euro, sono quattro ore di viaggio. Non è stato semplice convincerlo perché i taxi arrivano solo fino al confine».
Vi muovete solo voi?
«So che passeggeri stranieri hanno lasciato la nave e forse sono già a casa loro. Non mi risulta che altri italiani vogliano muoversi, dicono che hanno paura. L’ambasciata italiana lunedì mattina si è limitata a dire che l’Oman al momento rimane aperto e che se vogliamo possiamo raggiungerlo sotto nostra responsabilità… Certo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, poteva fermarsi a Dubai a coordinare le operazioni di rimpatrio dei tantissimi connazionali, invece di tornarsene in Italia».
«Se non fosse stato per La Verità che ha fatto il lavoro che doveva svolgere la Procura, la richiesta di archiviazione presentata dal pm sarebbe stata accolta». È molto soddisfatto l’avvocato civilista Federico Bertorello, che assieme al collega del penale Salvatore Bottiglieri difende gli interessi dei genitori di Francesca Tuscano, la trentaduenne insegnante genovese colpita da Trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (Vitt) dopo la prima dose di Astrazeneca e deceduta il 4 aprile 2021.
I legali chiedevano la prosecuzione delle indagini, gli articoli e gli audio pubblicati dalla Verità erano alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata lo scorso 4 dicembre da Arianna Ciavattini della Procura di Genova nel procedimento penale a carico di ignoti per la morte di Francesca. Si trattava delle videoregistrazioni di riunioni del Cts acquisite dai carabinieri del Nas di Genova in relazione all’indagine per la morte di Camilla Canepa, la studentessa che il 15 maggio 2021 partecipò a un open day vaccinale con Astrazeneca organizzato dalla Regione Liguria e che morì il 10 giugno, pure lei per una sindrome Vitt. La Verità le pubblicò lo scorso agosto, rivelando dubbi, contrapposizioni e anche «insistenze ministeriali» dichiarate da vari componenti in merito all’utilizzo di Astrazeneca negli under 60.
«Ora auspichiamo che la Procura senza timori interroghi tutti i membri del Comitato tecnico scientifico, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, per verificare come scritto dal gip se nel marzo 2021 o addirittura prima fossero già note le conseguenze pericolose del vaccino Astrazeneca. Elementi questi portati all’attenzione anche dalle perizie mediche, compresa quella disposta dalla Procura in seguito al decesso», dichiarano i due avvocati.
Aggiunge Bertorello: «Come coordinatore del collegio difensivo che si occupa del caso, sotto il profilo dell’azione civile mi auguro che l’indagine penale ora riaperta porti nuovi elementi che consentano di chiedere il risarcimento dei danni al ministero della Salute». Sono bastate 24 ore al gip Angela Maria Nutini del tribunale di Genova per accogliere l’opposizione alla richiesta di archiviazione e ordinare la riapertura delle indagini. Nell’ordinanza di venerdì, il gip scrive a chiare lettere: «Appare necessario che il pm valuti il compimento di ulteriori attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione ed attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere causalmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Tuscano Francesca».
Il pm ha cinque mesi di tempo per effettuare nuove indagini e il messaggio del gip è chiarissimo: va accertato se nella catena di comando ministeriale ci siano state responsabilità di Speranza e dei suoi durante la fase di somministrazione dei vaccini in merito all’utilizzo di Astrazeneca. «Quantomeno nei confronti delle giovani donne in età fertile, e soprattutto che fruivano della pillola anticoncezionale come Francesca Tuscano», sottolinea Bertorello. Nel provvedimento, infatti, il giudice ricorda che prima della vaccinazione dell’insegnante, avvenuta il 22 marzo 2021 al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri, «erano già comunque emerse perplessità a livello europeo sull’opportunità della sua somministrazione alla fascia della popolazione più giovane».
L’Italia aveva precauzionalmente sospeso la somministrazione di Vaxzevria, poi Aifa aveva revocato il divieto ma per la dottoressa Nutini «occorre interrogarsi sull’eventuale necessità ed esigibilità di mantenere il divieto di utilizzo, quantomeno in presenza di fattori oggettivi predisponenti al rischio di trombosi, quali l’uso di estroprogestinici, considerato che nel caso di specie la vittima indicava nel modulo di consenso informato di assumere la pillola anticoncezionale».
Mentre nell’informativa nemmeno si accennava al concreto rischio di trombosi, e di quali fossero i casi a rischio. Il gip cita la sentenza 32423 della Cassazione, che nel 2008 affermava: «In tema di lesioni colpose provocate dalla somministrazione di farmaci, ai fini della sussistenza del consenso informato non basta comunicare al paziente il nome del prodotto che gli sarà somministrato accompagnato da generiche informazioni, occorrendo indicare gli eventuali effetti negativi della somministrazione, in modo da consentire una congrua valutazione del rapporto costi-benefici del trattamento, che tenga conto anche delle possibili conseguenze negative».
La giovane insegnante si era vaccinata il 22 marzo 2021; il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi. Francesca venne trasferita nel reparto di Rianimazione dove la mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Il riconoscimento dello Stato per i genitori della giovane donna è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «La riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio aprono uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», si augura Bertorello che intanto ringrazia il gip per un provvedimento unico in Italia. «Le richieste di archiviazione in casi di morte per vaccino Covid sono sempre state accettate».
Ringraziamenti giunti anche da Fratelli d’Italia, che in una nota ha espresso apprezzamento «per la decisione del gip di Genova Angela Nutini». «Anche la commissione Covid», si legge, «grazie all’impulso di Fratelli d’Italia, è attualmente impegnata proprio all’analisi degli effetti avversi da vaccino Covid. Il lavoro della magistratura potrebbe essere quindi prezioso per affiancare il nostro lavoro in commissione».
A Bologna, la presentazione del libro Donne si nasce (e qualche volta si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, programmata per ieri, è stata annullata. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna aveva avvisato le autrici appena 24 ore prima sostenendo: «Manca la necessaria serenità». Sulla censura è intervenuta Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità con un duro commento, in cui parla di «oscurantismo, intolleranza e intimidazione».
Per il movimento Non una di meno, invece, «la contestazione fa parte del conflitto politico. Abbiamo fatto notare che per noi quel titolo era improponibile». In poche parole, l’incontro dispiaceva al mondo Lgbtqia+. «È avvenuto quello che ormai accade troppo spesso, cioè che ci sono degli spazi che evidentemente vengono ritenuti “di proprietà”, come quelli bolognesi, per cui non c’è possibilità di un dibattito ma soltanto di occupazione da parte di alcuni. In questo caso, di una linea specifica del femminismo e non si può discutere, parlare. C’è soltanto una precisa presa di posizione», ha commentato il ministro Roccella intervistata dal vice direttore Francesco Borgonovo per Tivù Verità.
«Dicono che non è censura perché questa “prevede una disparità di potere”, ma anche questa è una condizione sbilanciata di potere», osserva Roccella, perché «se mi approprio di uno spazio e non voglio che sia aperto al confronto, l’occupazione è espressione di un potere». Il ministro ha precisato che la censura scatta quando non si accetta il confronto, quando non si vuol far parlare qualcuno. La contestazione, invece, «è quando dopo il confronto si contestano le posizioni dell’avversario».
A proposito di censura, in un comunicato le attiviste di Non una di meno lamentano che «certe cose che vengono scritte e pubblicate, che riempiono giornali, post e libri di violenze transfobiche e falsità sul movimento, sono tutt’altro che censurate, anzi, esponenti di spicco di queste teorie ricoprono oggi ruoli istituzionali e vengono costantemente “citatə” come unico femminismo “buono”».
Aggiungevano che «ci si dovrebbe fare due domande, se si diventa riferimento di partiti di destra o ultracattolici» e contestavano la scelta dell’orario alle 15 di pomeriggio, che sarebbe stata dimostrazione di non volontà del confronto perché a quell’ora «tante persone non avrebbero potuto esserci». Il ministro, che più volte ha sperimentato la contestazione, l’impossibilità di tenere un discorso perché interrotta o silenziata anche mentre presentava un libro al Salone di Torino, non ha dubbi sulle finalità di quel documento circolato sui social.
Dall’utilizzo della schwa: «Cancellando tutte le desinenze, che eliminano il femminile, è inutile mantenere la parola donna», afferma Roccella. «È difficile definirla una posizione dalla parte delle donne, anche per quell’utilizzo insultante di “terf”, termine con cui si dovrebbero indicare le donne che sarebbero transfobiche, omofobiche. La questione centrale è che il femminismo non può non partire dal riconoscimento della differenza. Allora che senso ha una legge come abbiamo fatto contro il femminicidio?», considerava il ministro.
Per Roccella il transfemminismo, oltre ad avere «connotati anche violenti», perché evita il confronto e non fa parlare chi la pensa diversamente, nega la differenza. Quindi rappresenta «proprio l’ultima maschera del patriarcato. Con l’evidente volontà di cancellare le donne, cancellare la differenza, annegare il loro corpo nell’indistinto».
Borgonovo ha osservato che il transfemminismo occupa molti posti di potere nel mondo. Non a caso, qualche giorno fa il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite il pieno riconoscimento delle transgender come donne. Purtroppo è così, ha convenuto il ministro: «È una linea che in Europa si continua a perseguire, mentre a livello internazionale è fermata da Trump».
Roccella ha spiegato di non essere mai riuscita a reintrodurre nei documenti europei «la parola maternità, che deve risulta particolarmente “odiosa”. Nemmeno si può scrivere “maternità come libera scelta”, che era una mia proposta ed era il vecchio slogan femminista, non negava la libertà delle donne di decidere se essere madre o no. Materno è ormai rifiutato, inaccettabile. Il potere del transfemminismo internazionale è assolutamente mainstream».
Nel rifiuto di far parlare due donne a Bologna c’è stata anche una brutta forma di violenza, la stessa utilizzata nello scaricare letame fuori dallo studio della presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Roccella ha concluso affermando di non credere che oggi «sia possibile essere femministe a sinistra».





