L’accordo sul prestito da 90 miliardi di euro che serve all’Ucraina sembra più vicino e l’europeismo di Péter Magyar sarà soppesato in base al suo via libera. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, lo va ripetendo da mesi: «Onoreremo gli impegni, in un modo o nell’altro», presi con Kiev, e l’esito del voto in Ungheria fa bene sperare che il veto di Orbán si trasformi in un brutto ricordo per Bruxelles.
Al Semafor world economy summit a Washington, martedì Dombrovskis si è dichiarato molto fiducioso: «Ci sono alcune questioni rimaste in sospeso durante il precedente governo ungherese, quello del primo ministro Orbán. Speriamo di poter procedere rapidamente, ma in generale vediamo in Ungheria una svolta più filo europea».
Il neo eletto Magyar ha già detto che non bloccherà il prestito dell’Unione europea ma non parteciperà perché il suo Paese è in pessime condizioni economiche. Tanto basta a Ursula von der Leyen: ottenere la revoca del veto. Ieri, il presidente della Commissione europea ha detto di aver parlato con il vincitore delle elezioni. «Abbiamo discusso delle priorità immediate», annunciava in un post sulla piattaforma social X. «Bisogna agire rapidamente per ripristinare, riallineare e riformare. Ripristinare lo Stato di diritto. Riallinearsi ai nostri valori europei condivisi. E riformare, per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei», ha aggiunto Von der Leyen.
Al suo esecutivo interessa solo ottenere l’approvazione definitiva del sostanzioso pacchetto di aiuti promessi a Volodymyr Zelensky per il biennio 2026-2027, da fare arrivare a Kiev in due tranche da 45 miliardi di euro ciascuna. La posta in gioco è così alta per la Commissione che il suo presidente non ha esitato a blandire il neo eletto. «L’Ungheria è tornata nel cuore dell’Europa, dove ha sempre dovuto appartenere», ha scritto. «Questo è, soprattutto, un momento per il popolo ungherese. Per la sua voce, la sua dignità e il suo futuro in un’Ungheria sicura e prospera all’interno di un’Europa forte».
A Magyar «cedere» non costerà nulla (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno ottenuto l’opt-out dal prestito), anzi finalmente potrà ottenere i quasi 37 miliardi di euro congelati da Bruxelles. Come ha riassunto il Financial Times, oltre alla revoca del veto ungherese sul prestito all’Ucraina i passi fondamentali devono essere il via libera al prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza e il rimpasto ai vertici delle principali istituzioni pubbliche e imprese statali. Bruxelles, inoltre, chiede una risoluzione della controversia sulle irregolarità delle procedure di richiesta d’asilo per i migranti, che costa a Budapest una multa giornaliera di un milione di euro oggi arrivata a quasi 900 milioni.
Se è fondamentale lo sblocco dei fondi Ue per dare ossigeno all’economia ungherese e migliorarne le prospettive di crescita, importante sarà per Magyar mantenere le sue promesse elettorali, ovvero lavorare per ridurre l’imposta sul reddito personale per i redditi più bassi e aumentare le pensioni minime. Oggi alle 10, il futuro primo ministro avrà un incontro con Tamás Sulyokil, sollecitato dallo stesso presidente della Repubblica. «È nell’interesse dell’Ungheria che il passaggio di consegne e l’insediamento del nuovo governo avvengano il prima possibile», ha scritto Magyar sul suo profilo social.
Domenica sera, nel suo discorso di vittoria aveva chiesto le dimissioni di Sulyok. Ha ribadito l’argomento anche in conferenza stampa: si aspetta che il capo dello Stato convochi al più presto la sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale (ha tempo entro 30 giorni dalle elezioni, ovvero entro il 12 maggio) e che, dopo aver proposto il presidente di Tisza come primo ministro, si dimetta. Quasi il 73% degli attuali membri dell’Assemblea lascerà il proprio incarico a maggio
Prima dell’incontro di oggi, Magyar sarà a Radio Kossuth e sul canale tv M1. L’ultima apparizione del quarantacinquenne politico nella tv pubblica risaliva al 26 settembre 2024, quando accusò l’istituzione di propaganda goebbelsiana. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha detto che, una volta eletto, i media pubblici non sarebbero stati chiusi, ma i loro servizi di informazione sospesi fino a quando non fosse stata garantita una copertura giornalistica equilibrata.
Da Mosca, intanto, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha fatto sapere che c’è la volontà di proseguire un dialogo pragmatico «con il nuovo governo ungherese». Il Cremlino attende i primi passi concreti. Lunedì, Magyar aveva dichiarato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe e la volontà di fare tutto il possibile per diversificare gli acquisti di petrolio e gas «ma questo non significa che ci disinvestiremo», ha tenuto a precisare. Convenienza economica e la sicurezza dell’approvvigionamento continueranno a essere le considerazioni principali.
Si improvvisa psicosociologo, l’ex premier Giuseppe Conte, per regalare ai lettori qualche paginetta di strabiliante ricostruzione dell’epoca lockdown. Scrive: «La pandemia ci ha insegnato che uno Stato nazionale isolato e ripiegato su sé stesso non è in grado di rispondere efficacemente alle sfide più complesse che possono compromettere crescita economica e sviluppo sociale.
Le esperienze della solitudine e dell’isolamento possono essere molto pesanti per i singoli individui, ma hanno conseguenze ben più gravi per gli Stati nazionali». Poi, l’avvocato di Volturara Appula ripesca la toga da qualche baule impolverato e tenta di confutare l’accusa di aver gestito malissimo l’emergenza sanitaria da Sars-CoV-2 attaccando la commissione parlamentare d’inchiesta. Indigna, il capitoletto Pandemia del libro del leader del M5s Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio Editori. Conferma che senza un cambio di passo della magistratura e una precisa volontà politica, non si farà chiarezza su responsabilità e misfatti dell’epoca Covid.
Dunque, l’ex premier esordisce prendendo per i fondelli gli italiani che hanno subìto lunghi e ripetuti lockdown, spiegando che i problemi loro (salute, lavoro, diritti, tutti calpestati) erano nulla confronto a quello che doveva affrontare il Paese in termini di costi socio-economici. Già, ma il blocco chi l’aveva deciso se non Conte, assieme all’ex ministro della Salute Roberto Speranza e alla sua cerchia di improvvisati esperti? L’avvocato abbozza una giustificazione che invece è un clamoroso autogol. Scrive che aveva consultato «un illustre epidemiologo per avere un suo parere sulle misure da adottare» e che il luminare gli avrebbe risposto suggerendo un «perenne e totale lockdown essendo questa la misura più efficace per prevenire il contagio e proteggere la salute dei cittadini».
Il medico interpellato forse non leggeva la letteratura scientifica, fingeva di ignorare che all’isolamento prolungato della Cina aveva fatto seguito un’esplosione spaventosa di casi e taceva sui contagi ad opera dei vaccinati di casa nostra muniti di green pass. Conte cita l’opinione dell’epidemiologo per ammettere: «Alla fine è solo alla politica che spetta l’onere di assumersi la responsabilità, che non può prescindere da una valutazione complessiva degli interessi in gioco, e dal loro più oculato bilanciamento». Quindi, chiudere fu una decisione politica, non dettata da pareri scientifici. Lo dichiara, nero su bianco, forte e chiaro come mai lo si è sentito dire in audizione. I cittadini sono stati male, non si sono curati, molti sono morti, tanti ancora soffrono per un vaccino sperimentale, però l’allora premier decise la chiusura perché aveva valutato «gli interessi in gioco».
Quali e di chi? L’inopportuno sfottò di Conte prosegue dopo aver lodato le iniziative dell’Unione europea che «dopo alcune settimane di disorientamento ha compreso la gravità e la pervasività dello shock provocato dalla pandemia» e, udite udite, avrebbe risposto «in maniera efficace e per più di un verso, innovativa». Volete sapere come? «Con gli interventi della Bce e con il “patto per il vaccino”», elenca tra gli altri l’ex premier.
Il risultato, e qui la comicità rasenta il grottesco, è che simili iniziative «hanno contribuito almeno in parte a far sentire i cittadini italiani finalmente partecipi del progetto europeo, protetti da una casa comune», scrive il leader pentastellato. Sarà per questo che secondo Eurobarometro della Commissione Ue, nei mesi della pandemia la fiducia degli italiani verso le istituzioni comunitarie era crollata al 28%? E che alle Europee 2024 in Italia meno della metà degli elettori è andata a votare? Un calo storico dell’affluenza che si deve anche a una pessima gestione a livello Ue della pandemia e della campagna acquisti del vaccino Covid.
Giuseppe Conte sorvola, preferisce tratteggiarsi come «la massima istituzione del governo» che all’epoca dovette assumere decisioni impopolari sotto «pressione dell’opinione pubblica, per sua natura ondivaga». Lamenta che i media a volte chiedevano «provvedimenti più restrittivi», mentre «altre volte le stesse misure venivano giudicate troppo penalizzanti».
Pensa un po’, erano i mezzi d’informazione ad avere «oscillazioni altalenanti». Per fortuna c’era Giuseppi che con i suoi esperti ha optato «subito per una metodologia basata su evidenze scientifiche». Non è andata così, le audizioni in commissione parlamentare d’inchiesta hanno messo in luce le posizioni contrastanti di tecnici, esperti, gli inviti a soprassedere, le decisioni prese per ragioni politiche, non certo di salute pubblica. Conte fa la vittima, si rammarica che i suoi sforzi non siano stati compresi e che «molte persone hanno comunque contestato le decisioni presentando esposti e denunce alle Procure». Ma lui, mica si è lamentato, dice, mica ha cercato di «delegittimare i giudici titolari delle inchieste, alludendo a una loro presunta “politicizzazione”». Non soddisfatto dell’esito del referendum sulla riforma della giustizia, l’ex premier si mostra paladino della Costituzione ed esempio calzante di quanto sarebbe sbagliato «alterare l’equilibrio dei poteri», come ripeteva motivando il suo No.
Dunque, dichiara di essersi reso «pienamente disponibile […] non avevo nulla da nascondere […] tutte queste inchieste sono state archiviate senza alcun seguito». Accusa la commissione parlamentare di avere come scopo quello di «attaccare i nemici […] relegando sullo sfondo la tutela dell’interesse pubblico […] e la preparazione nazionale a eventuali future emergenze».
Da quale pulpito, presidente Conte.
- «Gli studi non sponsorizzati da case farmaceutiche mostrano che i casi non sono in aumento», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni. Si rischia la stigmatizzazione dei piccoli e l’abuso di farmaci.
- l neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante: «Un tempo i “Giamburrasca” iniziavano a lavorare presto, mentre oggi le scuole devono seguirli fino a 16-18 anni. Gli smartphone accentuano i problemi».
- C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi.
Lo speciale contiene tre articoli.
Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente.
In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti).
«Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit.
Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine.
Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto.
Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto.
Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato.
Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato.
Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi».
L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario.
Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?».
Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati.
Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati».
È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani.
Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.
I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.
In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.
Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.
«Sopportiamo meno gli irrequieti»
«L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».
Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?
«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».
La scuola prima ancora della famiglia?
«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».
Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?
«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».
Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?
«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».
Problemi che nascono in famiglia.
«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».
I casi sono aumentati?
«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»
La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?
«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».
Passano per Adhd senza esserlo?
«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi».
C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi
Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.
Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.
Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.
A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.
Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.
La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.





