Secondo i calcoli dell’Agenzia France press (Afp) basati sulle previsioni, almeno 193 milioni di persone in Europa ieri hanno dovuto affrontare temperature superiori ai 35 gradi. Da giorni, le aperture di quotidiani e notiziari riportano titoli allarmanti sui nuovi record che si dovrebbero superare quest’estate quanto a caldo, umidità e morti.
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
I minori stranieri non sarebbero sufficientemente tutelati, nel disegno di legge «Disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo», attualmente in discussione al Senato.
Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».
- Cardiologi concordi: l’alta temperatura da sola non è letale, ma aggrava malanni come diabete, ipertensione o miocarditi.
- Orazio Schillaci riunisce la cabina di regia. Nei prossimi giorni attenzione a eventi e concerti.
Lo speciale contiene due articoli
«Quaranta gradi all’ombra, l’umanità cerca di difendersi dall’ondata di caldo». Così, un cinegiornale dell’estate 1959 dava notizia delle alte temperature che si registravano in Italia. Nessun dato allarmistico su decessi da sbalzi climatici, solo la cronaca di giornate infuocate dalle quali è meglio difendersi stando a casa, all’ombra, in luoghi ventilati o, per chi può, cercando il refrigerio di mare e piscina.
Fotogrammi di canicola conservati dall’Istituto Luce, accompagnati da descrizioni ironiche, mai drammatiche: «Per due uova al burro basta il davanzale infuocato del balcone», spiegava la voce fuori campo. Negli ultimi anni, invece, oltre al caldo dobbiamo sopportare bollettini catastrofici sulla colonnina di mercurio che sale, sul numero di accessi al pronto soccorso e viene pure stilato l’elenco dei poveracci che muoiono.
Decessi sbattuti in prima pagina, con grande sciatteria: non si fa cenno alle patologie di cui soffrivano le persone perché quel che importa è creare la psicosi da «morto per il cambio climatico». «Il caldo di per sé non è un fattore mortale», dichiara Alessandro Capucci, professore di cardiologia all’Università Politecnica delle Marche e clinico di cardiologia a Bologna. «Ho 77 anni, ricordo “caldi” molto importanti negli anni Cinquanta e Sessanta, grandi siccità, campi arsi e crepati ma non c’era tutto questo allarmismo. Le consideravamo estati normali, stavamo attenti a non uscire sotto il solleone, a non praticare sport in qualsiasi orario come oggi mi capita di vedere. Quando c’è caldo, si esce a far jogging tra le sei e le sette del mattino, non dopo le nove. E non alla sera, perché le temperature rimangono elevate».
Una volta si parlava di accorgimenti dettati dal buon senso, per non stressare ulteriormente il fisico e avere poi problemi di salute. Oggi, ci vorrebbe la stessa attenzione, soprattutto se si soffre di patologie croniche quali ipertensione e diabete, ampiamente diffuse. Quando si parla di morte per eccessivo caldo, in realtà «il meccanismo scatenante è una patologia di base», spiega Fabio Angeli, professore di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università degli Studi dell’Insubria, direttore dei reparti di Medicina generale e della Cardiologia riabilitativa all’Irccs Maugeri di Tradate.
«I soggetti più a rischio sono chi ha avuto un problema cardiaco, chi ha malattie polmonari e chi ha una storia di insufficienza renale perché il caldo, unito ad alti tassi di umidità, crea una vasodilatazione generalizzata potentissima che può innescare eventi ischemici e con la perdita di elettroliti, soprattutto potassio, scatenare l’aritmia. Un rischio basso nel soggetto sano, ma che aumenta in modo vertiginoso nella persona con comorbilità».
Certo, si può anche morire, sotto il sole, «il caldo è un cofattore, che può facilitare anche delle complicanze cardiovascolari in soggetti che stanno facendo delle terapie e i cui parametri devono essere tenuti sotto controllo, ma questa non è una novità», afferma il cardiologo Giuseppe Barbaro, già responsabile del servizio di Cardiologia ed Ecocardiografia del Policlinico Umberto I di Roma. Porta come esempio «l’operaio che suda, perde liquidi e magari sta assumendo un farmaco antiaritmico. Si può scatenare un’aritmia, o avere un crollo della pressione tale da avere una sincope».
Avverte il professor Capucci: «Soprattutto per chi fa uso di antipertensivi, è fondamentale non stare fermi in piedi per 5-10 minuti, in un luogo caldo, bevendo un alcolico che è un vasodilatatore come il calore. La pressione può calare molto e in una crisi vasovagale il battito cardiaco rallenta al punto che si può perdere conoscenza. Chi prende farmaci, va monitorato nei mesi estivi ed è meglio che faccia qualche controllo in più».
Angeli precisa: «A pazienti che già assumono farmaci, diuretici o vasodilatatori, in estate il medico che li ha in cura dovrebbe titolare (aggiustare gradualmente, ndr) il dosaggio, per non acuire gli effetti del caldo. Purtroppo il problema si sottovaluta, non viene seguito il paziente nel tempo. Basterebbe istruire la persona, invitandola a controllare la pressione e la frequenza cardiaca prima di colazione e cena, due tre volte la settimana. Si parla tanto di “strategia di popolazione”, però nessuno la applica. Pensiamo a uno screening dell’ipertensione arteriosa, dal costo zero e che ha dei benefici a medio e lungo termine davvero significativi».
Poi ci sono persone che non hanno ancora una patologia diagnosticata e non presentano sintomi, ma con alte temperature e forte umidità la malattia subclinica si manifesta con un aggravamento apparentemente inspiegabile. «Questo vale anche per i giovani, perché non tutti sono sani al cento per cento e quelli che hanno una patologia spesso non lo sanno. Le accortezze non hanno età», dichiara Capucci.
Il cardiologo Barbaro porta l’attenzione proprio su «soggetti giovani con miocardite misconosciuta che può passare inosservata, è asintomatica nel 40% dei casi, finché non provoca aritmie gravi, scompenso cardiaco o, nei casi più estremi, morte improvvisa. Seguo ragazzi di 21, 23 anni che hanno avuto la miocardite dimostrata con la risonanza magnetica, che con il caldo hanno un aumento della frequenza cardiaca e anche aritmie».
Molti problemi al cuore sono post vaccino Covid. «Tanti, purtroppo. Ho un ragazzo di 20 anni che aveva fatto tre dosi a 16 anni e che ha una miocardite così grave, da richiedere l’impianto del defibrillatore altrimenti è a rischio di morte improvvisa», conclude Barbaro.
Il ministero della Salute rassicura. «Over 65, non c’è picco di decessi»
Una cabina di regia interistituzionale per monitorare il caldo eccezionale che sta colpendo il nostro Paese, mettere in campo azioni di prevenzione e focalizzare l’attenzione anche ai grandi eventi. Come già aveva annunciato il ministro della Salute Orazio Schillaci a fine maggio, ieri si è riunita la cabina prevista nell’ambito del Piano operativo nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo. Il Piano si attiva annualmente e quest’anno è partito già lo scorso 25 maggio con azioni specifiche di allerta, monitoraggio, sorveglianza e comunicazione alla cittadinanza. Nel corso della riunione sono stati analizzati i dati raccolti dal 15 maggio al 22 giugno in relazione ai decessi nella popolazione over 65 e agli accessi ai pronto soccorso. In diverse strutture sanitarie viene applicato il cosiddetto «codice calore», un percorso assistenziale finalizzato a garantire una presa in carico più rapida delle persone fragili e dei soggetti maggiormente esposti agli effetti delle temperature estreme. Tali flussi non registrano, al momento, picchi significativi di morti come sta accadendo invece in Francia.
Prosegue dunque il monitoraggio dei dati per le ricadute sanitarie delle ondate di calore che sarà integrato, in via sperimentale, nelle aziende sanitarie di alcune grandi città, con un sistema di sorveglianza sugli accessi ai centri salute mentale territoriali. Inoltre nella circolare emanata si parla anche della massima attenzione che sarà posta ai grandi eventi, a partire dai concerti, organizzati in molte città, in raccordo con le autorità sanitarie locali e le altre istituzioni coinvolte. Al tavolo interistituzionale di ieri erano presenti, oltre a Schillaci, il capo del Dipartimento per l’emergenza del ninistero della Salute, Mara Campitiello, il direttore generale per la prevenzione, Sergio Iavicoli, rappresentanti del ministero della Salute, della Protezione civile, dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e del Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio (Dep).
Nel frattempo, il ministero della Salute, dal 22 giugno, ha attivato il numero di pubblica utilità «1500», messo a disposizione dei cittadini per informazioni e richieste. Nei primi giorni di attività sono circa 300 le chiamate già arrivate e a contattare sono stati, in particolare, datori di lavoro, che hanno chiesto informazioni sulle ordinanze attive, anziani e figli di anziani, che chiedono approfondimenti nel 57% dei casi su problemi di carattere cardiocircolatorio e nel 37% dei casi su tematiche psicosociali. Tutti i giorni, dal 25 maggio, sono disponibili sul sito del ministero i bollettini sulle ondate di calore, con le previsioni a tre giorni sulle condizioni climatiche che possono rappresentare un rischio per la salute della popolazione. I bollettini andranno avanti fino al 20 settembre. Il ministero ha già attivato anche una campagna di comunicazione dedicata sui propri canali social e sul sito istituzionale, che sarà ulteriormente potenziata, con tutte le informazioni sugli effetti delle ondate di calore sulla salute e il decalogo con i consigli utili per proteggersi dal caldo intenso.
Sul fronte occupazionale il governo è già intervenuto con il decreto infrastrutture-Pnrr, provvedimento che introduce condizioni agevolate per l’accesso agli ammortizzatori sociali nei comparti dell’edilizia e delle attività affini, ma anche agricoltura, nel caso in cui la temperatura superi i 35 gradi o quando la temperatura percepita risulti comunque incompatibile con lo svolgimento delle attività lavorative. Parallelamente, numerose Regioni hanno adottato ordinanze che vietano i lavori più pesanti all’aperto nelle ore centrali della giornata.





