Si riaccende la guerra dei dazi tra Stati Uniti ed Europa. Il presidente Donald Trump lancia l’ennesimo ultimatum a Bruxelles: se non rispetterà l’accordo stipulato nel 2025 con gli Usa, entro il 4 luglio le tariffe aumenteranno «in maniera vertiginosa». L’inquilino della Casa Bianca ha avuto un colloquio con il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel quale sono stati toccati diversi temi. Mentre sull’Iran c’è identità di vedute, ha riferito Trump al termine della telefonata («siamo d’accordo nel ritenere che non potrà mai dotarsi di armi nucleari»), ci sono motivi di frizione in merito all’accordo commerciale. «Ho atteso pazientemente che l’Ue rispettasse i suoi obblighi derivanti dalla storica intesa siglata a Turnberry, in Scozia, la più grande di sempre», ha detto il tycoon ricordando che in quella circostanza, «è stata fatta la promessa secondo cui l’Ue avrebbe rispettato la sua parte dell’accordo e, come previsto, avrebbe azzerato le tariffe».
Per Washington, Bruxelles è inadempiente. «Ho accettato di dare tempo» all’Ue «fino al 250esimo anniversario della nascita del nostro Paese», dice Trump facendo riferimento alla data del prossimo 4 luglio. «Altrimenti», è la minaccia, «purtroppo, le tariffe saranno subito incrementate in maniera vertiginosa».
L’altolà arriva a meno di una settimana dall’annuncio di un aumento al 25% dei dazi su auto e camion prodotti nell’Unione europea. Un provvedimento annunciato il primo maggio proprio alla luce dell’inadempienza della Ue sull’accordo commerciale di Turnberry e che dovrebbe diventare operativo già in questi giorni. Il primo maggio la reazione dell’Ue è arrivata attraverso le parole di un portavoce della Commissione: «Restiamo pienamente impegnati in una relazione transatlantica prevedibile e reciprocamente vantaggiosa. Se gli Stati Uniti adotteranno misure incompatibili con la Dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le nostre opzioni per proteggere gli interessi dell’Ue».
Intanto è arrivata una nuova bocciatura dei dazi. Con una sentenza a maggioranza, i giudici della Corte per il commercio internazionale hanno stabilito che Trump ha invocato impropriamente una legge commerciale risalente a decenni fa nel momento in cui ha applicato i dazi del 10% sulla maggior parte delle importazioni negli Stati Uniti, a partire dal mese di febbraio. Un pronunciamento che è un attacco più ampio al modo di procedere della Casa Bianca, ai suoi tentativi di condurre una guerra commerciale senza l’esplicita autorizzazione del Congresso.
Il presidente Usa aveva imposto queste tariffe dopo che la Corte Suprema, a febbraio scorso, aveva invalidato la precedente serie di dazi punitivi. La Casa Bianca si era rapidamente mossa per ripristinarli, ricorrendo a una disposizione mai utilizzata prima del Trade Act del 1974, nota come Sezione 122. Questa norma consente all’amministrazione di imporre tariffe fino al 15% per un massimo di 150 giorni in risposta a «gravi e consistenti deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti» e a situazioni che presentino «problemi fondamentali nei pagamenti internazionali». Che i giudici federali, però, evidentemente non hanno ravvisato. Con ogni probabilità, la Casa Bianca farà ricorso anche contro questa decisione.
La bocciatura da parte dei giudici, anziché semplificare il quadro, in alcuni comparti amplifica l’incertezza. È questa la posizione dell’Unione italiana vini (Uiv). «Per le imprese è un danno che si aggiunge al danno. La speranza per gli imprenditori del vino è poter ridurre, per quanto possibile, l’indeterminatezza attraverso la ratifica dell’accordo di Turnberry, anche se non faremo festa per questo», ha commentato il presidente Lamberto Frescobaldi. Secondo l’Uiv, i dazi hanno indebolito l’export verso gli Usa ma anche la filiera e la rete commerciale americana, come del resto rilevato nei giorni scorsi dalla United states wine trade alliance (Uswta). Gli importatori, distributori, produttori, ristoratori ed enotecari dell’Uswta hanno sottolineato che le tariffe hanno messo in ginocchio l’economia interna del settore con un «danno reale, diffuso e sostenuto da aziende americane lungo tutta la filiera del vino, con un calo delle vendite tra il 5% e il 15% o anche superiore».
I dazi, insomma, hanno complessivamente ridotto l’offerta di questo prodotto negli Stati Uniti e questo è visibile soprattutto nella ristorazione dove, in condizioni normali i vini europei generano margini lordi del 60%. Dalle rilevazioni di Datassential emerge che i menu propongono infatti il 37% in meno di etichette di vino bianco e il 26% in meno di etichette di vino rosso. Lato Italia, l’Osservatorio Uiv mette in evidenza che il calo dell’export nel 2025 è stato del 9,2% (-178 milioni di euro) con un -23% solo nell’ultimo semestre dello scorso anno. Il primo trimestre di quest’anno si è chiuso con un gap tendenziale attorno al -20% (-105 milioni di euro): il peggiore inizio di anno dal 2022, anche se, per l’Osservatorio, dopo 9 mesi di «rosso» già ad aprile i valori delle vendite sono attesi in leggera risalita.







