Ecco #DimmiLaVerità del 25 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti analizza le ripercussioni della lite tra Trump e la Meloni, da Rutte all'Iran.
La foto generata con l'IA che darebbe ragione alle parole di Trump: «Meloni mi ha implorato per fare una foto»
Marco Pellegrini, membro del Copasir, posta un selfie di Donald Trump e Giorgia Meloni per sbeffeggiarla. Ma l’immagine è fatta con l’IA. Ira di Fdi: «Si dimetta subito e la magistratura indaghi».
A pensare che fa parte del Copasir c’è davvero da preoccuparsi. Perché delle due l’una: o il pentastellato Marco Pellegrini era in malafede - e significherebbe che ha volutamente diffuso un fake per danneggiare il presidente del Consiglio - oppure si tratta di una tale mancanza di acume che per immaginarlo a vagliare casi complessi che hanno a che fare con la sicurezza della Repubblica, sarebbe necessario - questa volta sì - un bel fotomontaggio creato a regola d’arte dalla IA.
Il caso è eclatante nella sua pochezza. Preso dal desiderio di denigrare il premier Giorgia Meloni, approfittando del volgare attacco del presidente degli Usa relativo al recente incontro al G7, l’onorevole Pellegrini - deputato M5s dal 2018, nonché membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che ha il compito di verificare la correttezza delle attività dell’apparato nazionale di intelligence - navigando nella rete di cui i pentastellati si ritengono grandi esperti, è incappato in una immagine che ritrae, dalla prospettiva di un selfie, il premier sorridente accanto a un Trump frettoloso, proprio come in uno scatto rubato.
«Ecco il selfie a cui si riferiva il presidente degli Usa parlando della foto concessa controvoglia a Meloni», avrà pensato l’arguto Pellegrini, senza domandarsi come fosse possibile averla incontrata casualmente sul web, senza vincoli né diritti. Poi, probabilmente preso dalla foga che tante volte ha portato i 5 stelle a brillare per originalità e senza notare che l’immagine in questione era stata creata con l’IA e addirittura marchiata «Andy Respiggi» (creator digitale noto per creare fotomontaggi e immagini con l’intelligenza artificiale), l’onorevole ha postato il fake sul suo profilo personale accompagnandolo con una serie di insulti: «La realtà supera sempre la fantasia. Quando pensi che Giogggia abbia toccato il fondo, lei prende la pala, scava più a fondo e ti smentisce. Inadatta, inadeguata, ridicola, servile», ha scritto a commento dell’immagine copincollata.
Seguito a ruota dai suoi commentatori che, ben lontani dal rendersi conto dell’evidente fake, hanno aggiunto offese anche gravissime contro il premier.
«Con la consueta propensione al falso e alla menzogna, per screditare Meloni, M5s usa un “deep fake”. Sembrava difficile superare in abiezione la frase delle ginocchiere, ma in pochi giorni ci sono riusciti. Sono sempre contro la verità, sempre contro l’Italia», ha commentato Lucio Malan, capogruppo Fdi al Senato. «Pellegrini ha posto in essere una condotta di grave disinformazione su una controversia internazionale, una modalità ben rodata nella “guerra ibrida” che è in questo momento tra le peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale. Che a macchiarsi di questa grave condotta sia un componente del Copasir è gravissimo», ha fatto notare Galeazzo Bignami, capogruppo Fdi alla Camera, ricordando che il Codice penale, recentemente aggiornato in relazione al tema IA, «punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque cagiona un danno ingiusto a una persona diffondendo immagini alterate con l’IA».
Dal vicepresidente di Fratelli d’Italia in Senato, Antonella Zedda, infine, è arrivata la richiesta di dimissioni: «Pellegrini si dimetta dal Copasir. Il deep fake è un reato perseguibile d’ufficio: la magistratura faccia il suo lavoro e indaghi sull’accaduto».
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In primo piano al centro dell'immagine, circondato dai cosiddetti «volenterosi», Donald Trump (Ansa)
Donald sempre più scomposto con gli alleati che non sposano la sua geopolitica. Tra i bersagli, persino il Papa: «Un debole». Picconate su Merz, Macron e Starmer.
Esiste un curioso paradosso nella politica internazionale: l’insulto di Donald Trump certifica il rango di un leader. Nel suo pantheon delle umiliazioni sono finiti Macron e Starmer, Obama e Merkel, e perfino papa Leone XIV.
Così, paradossalmente, Giorgia Meloni esce rafforzata da quest’ultima bagarre. La storia delle umiliazioni è lunga quasi un decennio. Gli episodi più memorabili riguardano sicuramente Volodymyr Zelensky e Joe Biden. Più volte il leader ucraino è stato accusato di essere un «commediante» per il mancato accordo sui minerali e sulla pace, in primis nello storico incontro dello Studio Ovale. Contro l’ex presidente americano, invece, gli epiteti più ricorrenti sono stati «Sleepy Joe» e «The worst president in history». Ancora più aspramente, il predecessore, Barack Obama, è stato rappresentato con la moglie in un video, poi rimosso, con le sembianze di gorilla.
Era il 2017 e Kim Jong-un, il presidente nordcoreano, è stato forse il primo a inaugurare la lunga tradizione del pantheon dell’insulto vedendosi etichettato prima «uomo razzo», impegnato in una «missione suicida», e poi «cucciolo malato». Un anno dopo è stata la volta del primo ministro canadese Justin Trudeau, liquidato come «molto disonesto e debole». La sua «colpa»? Aver criticato il presidente americano per non aver firmato un accordo commerciale con gli altri Paesi del G7. Nel luglio 2019 Trump fa doppietta con un unico colpo, definendo Theresa May «sciocca» e l’ambasciatore britannico a Washington «strambo» e «pomposo idiota». Entrambi sarebbero stati «colpevoli» di aver gestito la Brexit «disastrosamente», cioè ignorando i consigli del tycoon.
Nel 2020, l’ultimo canto del primo mandato presidenziale è rivolto ad Angela Merkel: «Stupida, debole e nelle tasche dei russi».
Così, balzando al 2025, il pantheon dell’insulto certifica di nuovo il valore del presidente francese Emmanuel Macron. Già nel 2018 Trump lo attaccò ricordando «un indice di gradimento molto basso in Francia, pari al 26%, e un tasso di disoccupazione di quasi il 10%». Lo scorso anno si scende sul personale: «Sua moglie lo tratta malissimo, si sta ancora rimettendo da un pugno in faccia». Inoltre, «Emmanuel si sbaglia sempre», in primis quando ha ritenuto che Trump avrebbe lasciato il vertice del G7 per tornare a Washington e lavorare alla pace tra Israele e Iran.
Nel gennaio 2026, il tycoon non vede di buon occhio gli accordi commerciali tra Pechino e il Canada, così lancia l’accusa al primo ministro Mark Carney di voler trasformare il Paese in un «porto di scarico» per le merci cinesi dirette negli Stati Uniti. Poi, ancora, nell’ultimo anno le critiche al Regno Unito per il mancato sostegno iniziale all’operazione contro l’Iran con la chiosa contro il primo ministro Keir Starmer: «non è Winston Churchill». Sullo stesso tema sono piovute le critiche anche al primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e al cancelliere tedesco Friedrich Merz che «non sa di cosa parla!». Contro il Papa, «colpevole» per aver criticato la guerra contro l’Iran e le politiche migratorie, reclama un po’ di gratitudine perché, «come tutti sanno, la sua elezione è stata una sorpresa: è stato scelto dalla Chiesa solo perché americano. Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa». Da qui la netta preferenza per il fratello Louis perché «è totalmente Maga. Lui ha capito tutto, e Leo no!». Fino agli scorsi giorni è stata la volta perfino del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In un’intervista, infatti, Trump ha ammesso di averlo insultato al telefono definendolo «fottutamente pazzo» per la gestione delle operazioni limitari in Libano.
In questa storia del pantheon delle umiliazioni, il solo a sfigurare è Giuseppe Conte, l’unico affettuosamente definito con un nomignolo («Giuseppi»), nel 2019. Così, il paradosso sembra proprio veritiero: l’insulto certifica il rango di un leader.
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