Era il 2017 e Kim Jong-un, il presidente nordcoreano, è stato forse il primo a inaugurare la lunga tradizione del pantheon dell’insulto vedendosi etichettato prima «uomo razzo», impegnato in una «missione suicida», e poi «cucciolo malato». Un anno dopo è stata la volta del primo ministro canadese Justin Trudeau, liquidato come «molto disonesto e debole». La sua «colpa»? Aver criticato il presidente americano per non aver firmato un accordo commerciale con gli altri Paesi del G7. Nel luglio 2019 Trump fa doppietta con un unico colpo, definendo Theresa May «sciocca» e l’ambasciatore britannico a Washington «strambo» e «pomposo idiota». Entrambi sarebbero stati «colpevoli» di aver gestito la Brexit «disastrosamente», cioè ignorando i consigli del tycoon.
Nel 2020, l’ultimo canto del primo mandato presidenziale è rivolto ad Angela Merkel: «Stupida, debole e nelle tasche dei russi».
Così, balzando al 2025, il pantheon dell’insulto certifica di nuovo il valore del presidente francese Emmanuel Macron. Già nel 2018 Trump lo attaccò ricordando «un indice di gradimento molto basso in Francia, pari al 26%, e un tasso di disoccupazione di quasi il 10%». Lo scorso anno si scende sul personale: «Sua moglie lo tratta malissimo, si sta ancora rimettendo da un pugno in faccia». Inoltre, «Emmanuel si sbaglia sempre», in primis quando ha ritenuto che Trump avrebbe lasciato il vertice del G7 per tornare a Washington e lavorare alla pace tra Israele e Iran.
Nel gennaio 2026, il tycoon non vede di buon occhio gli accordi commerciali tra Pechino e il Canada, così lancia l’accusa al primo ministro Mark Carney di voler trasformare il Paese in un «porto di scarico» per le merci cinesi dirette negli Stati Uniti. Poi, ancora, nell’ultimo anno le critiche al Regno Unito per il mancato sostegno iniziale all’operazione contro l’Iran con la chiosa contro il primo ministro Keir Starmer: «non è Winston Churchill». Sullo stesso tema sono piovute le critiche anche al primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e al cancelliere tedesco Friedrich Merz che «non sa di cosa parla!». Contro il Papa, «colpevole» per aver criticato la guerra contro l’Iran e le politiche migratorie, reclama un po’ di gratitudine perché, «come tutti sanno, la sua elezione è stata una sorpresa: è stato scelto dalla Chiesa solo perché americano. Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa». Da qui la netta preferenza per il fratello Louis perché «è totalmente Maga. Lui ha capito tutto, e Leo no!». Fino agli scorsi giorni è stata la volta perfino del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In un’intervista, infatti, Trump ha ammesso di averlo insultato al telefono definendolo «fottutamente pazzo» per la gestione delle operazioni limitari in Libano.
In questa storia del pantheon delle umiliazioni, il solo a sfigurare è Giuseppe Conte, l’unico affettuosamente definito con un nomignolo («Giuseppi»), nel 2019. Così, il paradosso sembra proprio veritiero: l’insulto certifica il rango di un leader.







