Più di un americano su due, secondo dei recenti sondaggi, pensa che Trump con l’avanzare dell’età sia diventato imprevedibile. E le sue ultime decisioni in politica estera e interna lo dimostrano. «Come anche il suo discorso di puro trumpismo al Congresso di un’ora e 48 minuti della scorsa settimana» aggiunge Marco Fortis, economista e direttore della Fondazione Edison, che per definire il presidente Usa utilizza un aggettivo che ci colpisce, ovvero «Trump è bizzoso».
Trump ha annunciato nuove imposte al 15%: è un bluff o succederà davvero?
«È molto difficile dirlo, il presidente Trump ci ha abituato a continui cambi di marcia e di decisioni. Con che strumento giuridico potranno essere avallati i nuovi dazi? Il presidente Usa continua imperterrito sulla sua strada e porta tutto il mondo occidentale in un territorio ignoto, generando confusione e incertezza. Si comporta in modo inedito e non si è mai visto niente di simile: un caos totale, sia negli Usa sia tra Paesi alleati commercialmente e non. Gli stessi mercati agiscono in base alle condizioni di questo contesto ormai confuso, Trump si comporta in maniera anomala, costellando il suo percorso di politica interna con continui stop and go. Non conta il numero dell’imposta, 10% o 15%. La vera domanda è: dove si andrà a parare?».
Il nuovo possibile dazio sarà la condanna per molte imprese anche italiane?
«La ripercussione sulle imprese italiane ci sarà, mi sembra evidente ormai. Come dicevo, se gli Stati Uniti introdurranno dazi in maniera definitiva, sia del 10 sia del 15%, le ripercussioni sull’export saranno notevoli. Molti prodotti continueranno a essere acquistati, penso al vino come il Barolo, o allo Champagne, o ancora alle automobili. Questo perché si tratta di un mercato unico e irripetibile al di fuori di Italia e altri Paesi europei. Si dovrà capire come gli americani decideranno di gestire questo aumento dei prezzi dei beni importati. Prevedere però quale sarà l’impatto sulle nostre produzioni è molto difficile, ma concretamente è chiaro che l’onda arriverà fin qui. Detto questo, sono fiducioso che il contraccolpo possa essere sostenuto dall’Italia e ne spiego il motivo. Un’azienda può vendere di meno negli Usa, ma vendere di più e aprire a nuovi mercati, compensando per esempio con Arabia Saudita o altri Paesi. Per quanto riguarda, invece, i settori con produttori più piccoli la penalizzazione può essere maggiore, con ripercussioni più difficili da colmare. Bisognerà valutare anche come saranno i dati della produzione nel 2026, perché nel 2025 il mercato era dopato da export anticipato per via dell’annuncio dei dazi. Mi spiego, per aggirare il problema americano sono state fatte manovre e vendite anticipate e quindi il dato reale sarà quello dell’anno corrente».
La bocciatura dei dazi originali da parte della Suprema Corte è una sconfitta per il presidente Usa?
«Sicuramente è una figuraccia universale, Trump ha inanellato una serie di brutte figure, una via l’altra. Una serie di errori che nei fatti si traduce in un comportamento ondivago e poco trasparente. La sua condotta non ha brillato, e sapete come voglio dimostrarlo? Con un inedito paragone Italia-Usa. La crescita dell’Italia è stata quest’anno dello 0,33% (il secondo Paese del G7, davanti anche a Francia, Germania, Giappone e Canada) e questo senza fare spesa pubblica. La crescita degli Stati Uniti è pari allo 0,35% (con una media che è sempre stata intorno al 2%) nell’ultimo trimestre, ma con un deficit statale di 800 miliardi di dollari a fronte, quindi, di una crescita minima. Possiamo dire che la politica economica di Trump non sta funzionando, come promesso prima e dopo la campagna elettorale. Un presidente accentratore e troppo protagonista non è un’immagine vincente. Il discorso della scorsa settimana ne è la dimostrazione».
Cosa può succedere ora concretamente dopo questa bocciatura?
«Se Trump dovesse persistere nella decisione di applicare dei dazi universali il caos avrebbe la meglio ancora una volta. Ricordiamo che prima ha minacciato India e Cina e ha continuato a farlo per tutto il 2025. Poi l’Europa. Vedremo come reagiranno le altre economie, perché anche l’Unione europea a furia di veder tirare la corda potrebbe reagire. Se riuscisse a farlo… Il mio sogno? Mettere dei dazi ai prodotti americani come reazione alla politica aggressiva di Trump e quindi dazi su carte di credito, film, ecc. Vero è anche che l’Unione europea non vuole aumentare spirali inflazionistiche interne: gli Usa pagherebbero di più perché alcuni prodotti non sono in grado di produrli. I dazi portano all’inflazione, insomma, e Trump pagherà le conseguenze di decisioni storiche le cui ripercussioni si vedranno tra 2 o 3 anni. Basta pensare alla recessione prevista per l’America. Il modello americano è in crisi: guadagnano in pochi, i tycoon. Gli americani soddisfatti della situazione economica interna sono pochi. Aumentano le diseguaglianze e muore l’american dream. Ma soprattutto il fallimento del modello americano non può essere imputato agli europei, come vuol far credere il presidente Usa, perché l’accusa è di depredamento da parte dei nostri Stati nei confronti degli Usa. Ma è una scusa bella e buona. Se noi esportiamo Ferrari è perché loro non sanno farle. Si tratta di un pretesto accusarci di “dover pagare dazio”, un falso storico perché non si può incolpare l’Europa dei malanni degli Usa. Se ci sono pochi che guadagnano cifre colossali perché hanno portato la produzione fuori dagli Usa per spendere meno e risparmiare, noi europei cosa c’entriamo? Mettere i dazi non fa rientrare la produzione della Apple dalla Cina, per intenderci, allora l’amministrazione americana dovrebbe costringere le multinazionali a produrre negli Usa, invece di mettere i dazi. Faccio un esempio: la produzione di auto americane in Messico. Gli americani hanno delocalizzato, ma la colpa di chi è, dell’Europa? O ancora, i prodotti che l’Italia vende negli Stati Uniti: vino e parmigiano sono insostituibili. Perché tassare il parmigiano? Non è prodotto in Usa e quindi il cittadino americano lo comprerà comunque, quindi è un ritorno economico fake. O meglio, una legge di prepotenza».
Ma attraverso il giudizio della Corte, Trump è stato spogliato dei suoi poteri?
«I poteri restano bilanciati, la Corte ha fatto il suo dovere: la cosa non stava in piedi. I giudici che hanno preso questa decisione, ricordiamolo, erano gli stessi nominati da Trump. Il presidente degli Usa ha un grande potere e di conseguenza anche i poteri bilancianti lo hanno, non possono essere condizionati proprio per equilibrare il suo peso. Le elezioni di midterm possono causare una perdita di parte della maggioranza, la cosiddetta anatra zoppa, e Trump rischia di esserne indebolito. Ma è inutile la sua collera, sono meccanismi previsti dalla costituzione americana, semmai è lui che non ha più il consenso. Sarà punito dalle elezioni e dovrà fare i conti con il suo operato, ma soprattutto con il suo elettorato».
L’Unione europea sta valutando delle contromosse. Cosa consiglierebbe di fare?
«Non ci sono vere risposte, forse aumentare i nostri dazi? Ma non sulle merci, semmai sui servizi. L’Ue non è animata dalla propaganda e dallo stesso spirito di Trump, che vuole picchiare i pugni sul tavolo: un giorno prendere a schiaffi Zelensky, un giorno attaccare l’Iran, un altro giorno prendersela con l’India… L’Europa è diversa. Non prende le stesse decisioni violente. Sulla scia dell’impeto. Con il rischio dell’inflazione da cui siamo appena usciti, come conseguenza del conflitto in Ucraina».
C’è chi ha invocato lo strumento anti coercizione, i Paesi membri sembrano divisi: questo è il vero problema?
«Anche con un’Europa più unita non può e non deve scattare l’inflazione. Punto. Ci vuole responsabilità. E non si può rischiare soltanto per fare la voce grossa come Trump. Di fronte a un uomo così bisogna agire con cautela».
Giorgia Meloni ha un rapporto più dialogante con Trump rispetto ad altri Paesi. Questo è un bene?
«Giorgia Meloni sta cercando di fare da ponte, non che gli altri Paesi non vogliano dialogare. Certo anche Germania e Francia lo fanno, Macron forse ora un po’ meno perché cerca di farsi vedere forte a fine mandato e con un Paese sul lastrico. Però sul piano pratico stanno facendo tutti lo stesso. Penso che alla fine avere delle posizioni differenziate, come quelle Italia-Usa, ogni tanto vada bene e infatti l’Italia non dice sempre di sì, penso al rapporto con Putin. Non è che dall’altra parte c’è il muso duro, ma una dialettica. Che è un bene con un personaggio così bizzoso».
Ma sarà possibile per l’Italia mantenere questo doppio standard?
«Dipende dal numero di guerre che Trump deciderà di fare… Scherzi a parte, per ora di fronte ai fatti il dialogo può restare aperto in questa modalità meloniana».
Trump sta sottovalutando la politica interna, in particolare l’economia, perché troppo concentrato su quella estera?
«Sicuramente in questo momento regna il caos, dentro e fuori dagli Stati Uniti, così come l’incertezza. Per esempio, l’accordo tra Usa ed Europa che fine è destinato a fare? Oltre a non cambiare le sorti dell’economia americana rischia davvero di portarla a conseguenze più gravi, come l’inflazione e in quel caso ne pagherà lui il prezzo».
- Dopo un esposto, la Procura farà accertamenti su due decessi. Tra cui una bimba che attendeva il trapianto. Parla la mamma di Domenico: «Condizioni inadeguate, facevo io le pulizie».
- Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata». Nella relazione della Regione emerge pure «comunicazione inefficace tra le équipe».
Lo speciale contiene due articoli.
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
- Dopo un alto aumento della mortalità, nel 2017 il ministero inviò gli ispettori e decise di chiudere il programma pediatrico. Ma nel 2024, malgrado l’unità fosse priva dei parametri necessari, arrivò il via libera regionale.
- Salgono a sette gli indagati per la morte del bimbo. Il legale della famiglia: «Cuore tolto prima che arrivasse quello nuovo».
Lo speciale contiene due articoli.
Il calcolo delle probabilità che un evento accada è sempre una questione di numeri, e i numeri, anche nella drammatica storia di Domenico, purtroppo non mentono mai. La cornice della catena di errori su cui indaga la Procura di Napoli non sbalordisce chi lavora tra le mura dell’ospedale Monaldi, e racconta di gravi mancanze tra i corridoi del nosocomio che proseguivano da anni. Quella che, infatti, è sempre stata una struttura di eccellenza, tanto da dare il via ai trapianti di cuore nel 1988 sotto la mano sicura del cardiochirurgo Maurizio Cotrufo, oggi è una realtà dove da tempo si sussurrava che, prima o poi, qualcosa di grave sarebbe successo.
Tutto ha inizio nel 2017 quando un brusco aumento della mortalità nel reparto di chirurgia pediatrica e non insospettisce il ministero della Salute, che decide di mandare un’ispezione e chiudere il programma di trapianto pediatrico sotto la guida di Guido Oppido, perché ritenuto «insoddisfacente». Si tratta dello stesso chirurgo a cui il 23 dicembre dello scorso anno è stato affidato il destino del piccolo Domenico. Nei 12 mesi precedenti l’ispezione ministeriale, ovvero nel 2016, infatti, di due bambini trapiantati nessuno era sopravvissuto, e per quanto riguarda il reparto adulti la situazione non era molto migliore: su 18 persone trapiantate, nove non avevano superato l’intervento. Nel 2018 il reparto viene riorganizzato e l’equipe medica rinforzata, affiancando a Oppido un altro cardiochirurgo, Andrea Petraio, che nei successivi sei anni, secondo il report ospedaliero, esegue 33 trapianti. Guido Oppido, nello stesso periodo, invece, porta a termine un solo trapianto. Poi, il cambio di rotta.
«Nel 2024 siamo rimasti tutti sotto shock», ci racconta l’avvocato Carlo Spirito di Federconsumatori. «In quell’anno, a luglio, arriva la delibera regionale che autorizza i trapianti, quindi la decisione aziendale di affidare l’intero percorso trapianti pediatrico alla Unità operativa del dottor Oppido, un chirurgo che, secondo le carte a nostra disposizione, aveva eseguito soltanto un trapianto dal precedente rinnovo del 2019». La scelta effettuata dalla direttrice generale Anna Iervolino lascia tutti sorpresi. «Le carenze sollevate della precedenti indagini ministeriali non erano state colmate», continua Spirito. E oggi l’elemento più grave di tutti sembra essere la totale assenza di un reparto pediatrico trapianti adeguato, come richiesto dal ministero della Salute.
I bambini nel post-operatorio hanno bisogno di spazi specializzati, ambienti sterili, terapie intensive dedicate che minimizzino il rischio di essere esposti a virus o batteri, perché immunodepressi. «Da anni non sussistono in pratica le condizioni per poter operare in sicurezza, manca il reparto in toto. Le linee guida prevedono, invece, aree di degenza di terapia semi-intensiva protette (biocontenimento). Come è stato possibile rinnovare l'autorizzazione senza un reparto trapianti e senza un reparto di cardiochirurgia vero e proprio e, dunque, con un livello qualitativo minimo certificato? In questo contesto si sono moltiplicate le positività batteriche da Escherichia coli (batterio orofecale, ndr) sul torace e non solo. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti», conclude Spirito. Ma soprattutto l’Unità operativa per i trapianti pediatrici di cuore non avrebbe rispettato i protocolli ministeriali, ieri come oggi. Prima di tutto perché per operare in sicurezza e poter effettuare trapianti è necessaria una soglia di almeno dieci operazioni in tre anni, secondo l’intesa Stato-Regioni, ovvero il raccordo tra Stato e Regione Campania. Inoltre, nel caso di Domenico, il trasporto del cuore in aereo da Bolzano a Napoli, da linee guida ministeriali, era responsabilità dell’equipe dell’ospedale «ricevente l’organo». Come ci spiega un ex medico della struttura che vuole rimanere anonimo, ma in attività fino a pochi mesi fa, la scelta di non avvalersi del box termico di ultima generazione da parte dell’equipe medica napoletana sarebbe dipesa dall’incapacità di utilizzarla. Nessuno dei medici in turno, infatti, avrebbe frequentato i corsi di formazione per l’utilizzo della sacca di ultima generazione e i training necessari in grado di assicurare il mantenimento dell’organo a temperatura corretta e costante. Una scelta, quella della sacca, che sarebbe poi risultata fatale per la riuscita dell’operazione del piccolo e di cui, secondo le linee ministeriali, il Monaldi era appunto responsabile.
In queste ore alcune mamme che in passato hanno vissuto l’esperienza di un ricovero dei propri figli nell’ospedale si stanno interrogando sull’efficienza delle cure ricevute e aumentano le richieste di trasferimenti dei bambini attualmente ricoverati presso altre strutture. Alcune di loro raccontano di aver dovuto pulire le stanze, assistere i bambini nel postoperatorio per mancanza di personale adeguato. Le stesse mamme che ore si stringono intorno a Patrizia, che ha perso Domenico e ha saputo di quanto successo in sala operatoria, delle condizioni del cuore prima dell’espianto, soltanto molte settimane dopo l’intervento, e attraverso la stampa.
Proprio ieri mattina una circolare interna confidenziale che siamo in grado di mostrarvi ricorda la necessità del rispetto dei percorsi ministeriali e indica l’esigenza in questo momento di affidare gli interventi urgenti di cardiochirurgia pediatrica presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un fallimento per un’istituzione storica», ripete chi, in questi anni, ha vegliato, curato e accudito tanti bambini con problemi di cuore.
I genitori di Domenico chiedono l’accusa di omicidio volontario: «Fatti insabbiati»
Salgono a sette gli indagati per la morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo il trapianto di un «cuore bruciato» eseguito nell’ospedale Monaldi di Napoli. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante, che segue le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) nella giornata di ieri ha disposto l’esame autoptico sul bimbo con incidente probatorio notificando il provvedimento agli indagati, ovvero ai dottori Mariangela Addonizio, Emma Borgonzoni, Francesca Blasi, Marisa De Feo, Gabriella Farina, Guido Oppido e Vincenzo Pagano. La difesa dei familiari del piccolo Domenico ha chiesto alla Procura di Napoli la riqualificazione del reato, contestato ai sette indagati «da omicidio colposo in omicidio volontario». Con la richiesta di incidente probatorio e l’autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai consulenti che saranno nominati e dovranno spiegare che cosa è successo dalla data del trapianto alla morte. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di «negligenze, imprudenze e imperizia» da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino. I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall’equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell’organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell’equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l’adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell’equipe dell’ospedale Mondali di Napoli, che ha eseguito il trapianto. I magistrati chiedono di chiarire se l’intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi adeguati, con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente. Sotto la lente degli inquirenti pure i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’equipe di espianto. Gli accertamenti tecnici dovranno verificare, inoltre, se fossero state possibili soluzioni alternative e in quali tempi potevano essere prese in considerazione. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del bimbo, ha presentato un’integrazione di querela, collegata alla richiesta di riqualificazione del reato. Il legale della famiglia ha spiegato che «vi è una richiesta di applicazione di misure cautelari per il dottor Oppido», il cardiochirurgo che ha realizzato il trapianto e che risulta indagato. E ha aggiunto che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’équipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non fare emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato un cuore, non potesse essere più trapiantabile e di conseguenza andare incontro all’evento morte. In questo caso con il dolo eventuale si configura, secondo parere di questa difesa, l’omicidio volontario. Stanno emergendo atti, documenti, audit e tutte le contraddizioni, non si può parlare più di poca comunicazione. Parliamo di tentativo di occultamento da parte dei soggetti indagati, perché quello è stato, un insabbiamento». Mamma Patrizia, ieri, si è recata da un notaio per costituire una Fondazione dedicata al piccolo Domenico perché «non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi». «All’ospedale - ha detto la mamma del piccolo - non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c’è fuori all’ospedale parli da sé. La giustizia sta andando avanti e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia». Patrizia Mercolino ha poi voluto ringraziare tutta Italia per il calore ricevuto. Intanto, l’avvocato Petruzzi andrà fino in fondo perché ci sono tanti aspetti da chiarire: «Vogliamo chiarire perché nella cartella clinica non vi è menzionato da nessuna parte l’ok del cuore arrivato, quindi nelle fasi dell’operazione non c’è scritto da nessuna parte che qualcuno abbia dato l’ok sulla verifica della validità e dell’integrità dell’organo».
Il legale, inoltre, insiste sul fatto che Domenico sia stato probabilmente privato del suo cuore con eccessivo anticipo, rendendo così inevitabile l’uso del nuovo organo malgrado il suo danneggiamento. Il «punto di non ritorno», quello in cui il cuore del paziente viene scollegato dall’organismo, si è registrato alle 14.18 «e per quanto riferito da varie fonti, Patrizia in primis, il cuore nuovo sarebbe arrivato solo alle 14.30». Ieri, l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi, ha «smentito con fermezza» la mancanza del diario di perfusione dalla cartella clinica del bimbo di cui ha parlato il legale. Il diario di perfusione, cioè il tracciato di circolazione extracorporea, ha precisato l’Azienda ospedaliera, «è un allegato della cartella clinica acquisito dall’autorità giudiziaria il 20 gennaio 2026 e consegnato alla famiglia il 19 febbraio 2026. I Nas hanno, il 23 febbraio, acquisito nuovamente il tracciato di circolazione extracorporea dando atto che era già inserito nella cartella clinica consegnata».





