Il generale Paolo Capitini: «La guerra ha indebolito l’opposizione agli ayatollah Netanyahu non voleva il cambio di regime, ma smembrare l’Iran».
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz». Paolo Capitini è un generale dell’esercito italiano che ha partecipato a missioni in varie guerre, dalla Somalia alla Bosnia fino al Kosovo.
Generale, in queste ore si parla di missione dei «Volenterosi» per stabilizzare il cessate fuoco tra Usa e Iran, prolungato di ulteriori 10 giorni da venerdì scorso. Di che intervento si tratterebbe?
«È una mossa politica dei Paesi colpiti dallo scacco nello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Uno slancio per tirare la palla in avanti, dopo il cessate il fuoco. Nella pratica si tratterebbe di una missione di sminamento condivisa dall’Europa. Un modo per mettere la bandiera e restare lì, in uno snodo mondiale cruciale. Però l’aspetto importante è rappresentato dal messaggio preciso che questi Paesi vogliono lanciare a chi tiene il mondo con il fiato sospeso attraverso la chiusura e riapertura dello stretto in base alla durata della tregua. Perché prima della guerra questa arma non era chiara, ora la minaccia del blocco è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Quindi è come se i Volenterosi volessero dire che l’Europa si propone come alternativa a chi ha generato questo casino. Francia e Germania faranno da garanti e chi lo sa che l’Europa possa diventare un interlocutore con l’Iran... Un’ipotesi che fa impazzire gli Usa. Anche dopo la prima guerra del Golfo ci fu lo sminamento e vi parteciparono tutti. Ma stiamo parlando di un orizzonte ancora lontano».
Netanyahu sarebbe scioccato dallo stop di Trump sul Libano. Sul campo ci sono differenze tra Israele, che non vuole cedere a ritiri immediati, e Stati Uniti che, invece, vorrebbero stabilizzare il fronte libanese per riaprire il dialogo con l’Iran. Queste due posizioni sono conciliabili?
«Quelle di Usa e Israele sono visioni opposte. Israele persegue una linea strategica ben definita ed è quella della distruzione delle realtà ancora ostili dopo aver costruito una pace con Egitto e Giordania, per esempio. A Netanyahu restavano da risolvere le questioni di Libia, Siria e Palestina: ha sciolto il problema dei palestinesi, lasciando una realtà fatta di tribù in Libano e Siria. Israele, inoltre, voleva un Iran inoffensivo, ma non per la bomba atomica. Israele punta alla distruzione dello Stato iraniano in toto, non soltanto del regime. Sa qual è il sogno della vita per Netanyahu? Un Iran smembrato in 40 staterelli. Ma Netanyahu sa che questo si può realizzare soltanto con una guerra tra l’Iran e l’America. Perché Israele da solo potrebbe reggere un conflitto al massimo per tre settimane, quindi porta avanti questa linea strategica con gli Usa. Gli Stati Uniti, invece, hanno una linea strategica opposta. Devono consolidare la loro egemonia in quell’area, addomesticando però gli Stati del Golfo. Stanno combattendo una guerra per conto terzi, con tutto quello che ciò comporta anche internamente. Penso a una parte dei repubblicani, i Maga, che non sono per niente soddisfatti. Gli Usa si trovano “masticati” tra il non potere dire di no a Israele per motivi storici e il costo che stanno pagando per questa guerra».
Cruciale lo stretto di Hormuz, sotto il controllo della Repubblica islamica. Gli americani hanno inviato altri 10.000 uomini, pronti a un possibile attacco. Sarebbero sufficienti?
«10.000 soldati sono il nulla, o meglio, per un’isoletta come quella di Karg lo sono: puoi conquistarla ma non tenerne il controllo a lungo. Operativamente un’operazione via terra con queste forze ha senso, ma tatticamente non serve a nulla. Gli iraniani sostengono di aver stimato in 270 miliardi i danni subiti. La vera richiesta emersa dai colloqui di Islamabad è: ridateci i soldi. Oppure, se non ci ridate i soldi, mettiamo un pedaggio su Hormuz. Gli americani non possono pagare e ammettere un pedaggio perché sarebbe l’ammissione di una sconfitta. In guerra paga sempre chi perde. Trump non può dare l’ok per un pedaggio perché vorrebbe dire cedere una delle più importanti vie d’acqua e non controllarla più. Gli Usa si sono messi in un collo di bottiglia ed è davvero difficile uscirne, a meno che non ammettano la sconfitta, l’errore. Ma qual è il valore che ha Hormuz in merito alle vie dell’acqua, quindi? Non soltanto la disobbedienza di uno Stato come l’Iran, ma la fine di una narrazione: quella degli Stati Uniti che dominano i mari. Basta uno sguardo al dislocamento delle basi americane nel mondo, sarebbe impensabile perdere un avamposto come Hormuz. Valeva anche per gli inglesi, un tempo, si pensi alla canzone dell’Ottocento, Britannia rules the navy…».
Quindi il problema sarebbe mantenere il controllo di quel lembo di terra?
«Le due principali vie d’acqua che collegano Mediterraneo e Atlantico sono Bab al Mandab, sotto il controllo degli Huthi, e Hormuz, oggi sotto il controllo dell’Iran. Se adesso si perde definitivamente anche il secondo, il Medio Oriente è pronto a controllare queste due vie e a tagliare fuori l’Europa. Quindi la sorveglianza delle due vie d’acqua è fondamentale».
Il piano dell’Europa, come anticipato dal Wall Street Journal, prevede la creazione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto una volta terminato il conflitto iraniano, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Sarà possibile escludere Trump?
«Senza gli Stati Uniti non è possibile, perché, come dicevamo, per loro è vitale come l’aria che il mare sia soggetto direttamente al proprio controllo. Altrimenti non spenderebbero miliardi di dollari nella marina militare, per esempio per mantenere 11 portaerei. Loro sanno che in qualsiasi parte del mondo è necessario che siano loro a rispondere. Devono essere gli americani a decidere chi passa e chi no da uno stretto. Il problema è che questa guerra ha dimostrato che una piccola potenza come l’Iran può mettere in ginocchio una grande potenza come gli Usa».
Lo stesso Trump attacca l’Italia e ora anche la Nato per non aver messo a disposizione la base di Sigonella. Si tratta di un pretesto politico oppure era un nodo militare strategico per gli Usa?
«La Nato viene costantemente attaccata da circa un anno e mezzo da Trump e quindi l’ultima uscita non mi stupisce. Ma lui è azionista di maggioranza della Nato, non è che la Nato sia una cosa nuova, un ente che non conosceva e che si è ritrovato sulla sua strada. Permettetemi di dire che è come se Trump se la prendesse con se stesso».
Gli iraniani, in questo momento, sono in vantaggio in questa guerra?
«Iniziamo con il prendere questa guerra come il secondo round di un percorso più lungo. Prima c’è stata la guerra dei 12 giorni, che è stata interrotta perché sia Usa sia Israele avevano mal calibrato le risorse. Ora è iniziato il secondo round. Ma facciamo un bilancio: il famoso regime change non c’è stato, anzi, le vecchie cariatidi al potere sono state spazzate via dalle nuove leve, ayatollah ancora più giovani che, se facciamo una stima, possono reggere tranquillamente per i prossimi 35 anni. Altro che essere cancellati come Stato… Semmai con l’intervento americano è stato fatto un grande danno a una rivoluzione interna, depotenziandola. Ora, come reazione all’ingerenza occidentale, si sono compattati tutti per battere il nemico esterno. Se qualcuno degli iraniani non fosse stato edotto sulla vecchia retorica del grande Satana e piccolo Satana… ora sicuramente ne è a conoscenza! Forse oggi chi era in dubbio sullo scendere in piazza o meno, ha cambiato idea e a causa delle bombe sopra la propria testa pensa semplicemente che avesse ragione Khamenei».
Quali sono stati gli errori degli Usa che hanno portato la guerra a un passo dall’escalation mondiale?
«La guerra non si inizia senza sapere il punto di caduta: non sai qual è l’obiettivo politico. La guerra non si fa per distruggere cose ma per cambiare sistemi. Qui qualcosa è cambiato, ma in peggio: ci pensi, Hormuz viene riaperto dall’Iran in base alla tregua in Libano. Questo è molto pericoloso anche per Trump».
Trump chiedeva l’aiuto dell’Europa. Lei, generale, ha partecipato a missioni importanti come quella in Bosnia e Kosovo. In quel caso gli Usa erano entrati in azione pur non avendo incominciato la guerra. Non è la stessa cosa ma al contrario, oggi?
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz. L’amministrazione americana ha fatto una valutazione sbagliata, o meglio il presidente degli Usa ha preso la decisione sbagliata. Come disse Eisenhower a Marshall: il comando non è gloria, è solitudine organizzata in decisioni».
«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi».
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.
Gli Stati Uniti hanno perso l’attimo, avrebbero dovuto dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei e, in qualche modo, accontentarsi per non finire impantanati. Ma Daniele Santoro, che ha vissuto per anni in Turchia, aggiunge anche una nuova pedina sulla scacchiera mediorientale. Dove ormai noi forse siamo abituati a considerare Stati Uniti, Israele e Iran attori principali in questa guerra, l’analista geopolitico di Limes attacca un tassello, quello che un tempo veniva considerato soltanto un ponte tra Oriente e Occidente e, invece, oggi conta molto di più: ovvero il Paese di Erdogan.
Trump ha rinviato di una settimana il suo ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica: è un tentativo di trovare un accordo diplomatico?
«Sicuramente sì, si tratta di provare a trovare una via diplomatica. Ma più che altro testimonia la disperazione con cui Trump sta implorando i persiani di concedergli un accordo. Lui rischia di uscire con le ossa rotte da questa guerra e ne è consapevole. Il presidente Usa è stato convinto da Netanyahu che si sarebbe trattato di una guerra facile, ora ha capito che non sarà così e sta cercando una via d’uscita. L’Iran è in vantaggio e non è detto che gli ayatollah vogliano cedere, potrebbero voler andare avanti».
In queste ore si parla molto di fine della guerra. Lei ci crede?
«No, queste guerre non finiscono mai: abbiamo visto a Gaza o in Ucraina, conflitti che si protraggono per il dilettantismo con cui vengono prima intrapresi, poi condotti. La guerra andrà avanti, seppur con delle tregue, ma ormai non ci sarà una fine vera e propria e soprattutto non ci sarà un happy ending. La verità è che Israele e Iran hanno tutto l’interesse perché la guerra continui: il loro è un tornaconto che, invece, gli Stati Uniti non hanno, soprattutto dal punto di vista economico».
Cioè mi sta dicendo che l’Iran paradossalmente rischia di uscirne rafforzato?
«L’Iran oggi è più forte e si trova in una posizione di vantaggio rispetto a prima della guerra: ha conquistato Hormuz, ha le carte in mano ed è competitivo con gli altri Paesi. Basti pensare che gli iraniani hanno provocato uno shock energetico quasi senza precedenti, un blocco che ha investito tutto il mondo, e per questo la Repubblica islamica esce rafforzata dalla guerra. Oggi, facciamo un esempio concreto, l’Iraq non può stoccare greggio, non può esportarlo via Hormuz e quindi perde capacità di commercio. Invece, con l’ok di Trump alla cancellazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran, il Paese degli ayatollah sfrutta l’opportunità commerciale e con questi dollari guadagnati potrà finanziare un’espansione in Iraq e affiliare la popolazione alla guerra contro l’Occidente. Quest’ultimo invece perde miliardi di dollari perché non può più esportare. Quello economico è un verdetto fondamentale che fa la differenza e decreta il vantaggio dell’Iran: l’Iran ha vinto perché controlla Hormuz. Trump causa uno shock petrolifero, poi piuttosto che alimentare lo shock fa entrare in circolazione il petrolio iraniano, facendo chiaramente un autogol».
Trump, in caso, potrà dichiarare «vittoria» anche senza un regime change?
«Lui ci prova e ci proverà, attraverso una narrazione che lo faccia passare per vittorioso nonostante l’esito della guerra. Però sarà difficile, al di là della questione economica di cui abbiamo parlato, far passare il concetto. Penso alle petromonarchie del Golfo (per esempio non potrà più difendere i propri alleati del Golfo, su tutti il Qatar che va incontro ad almeno 6 anni di blocco dell’esportazione di gas), che hanno la percezione di essere stati coinvolti in un conflitto che non volevano, ma soprattutto sarà difficile convincere la sua base.
Il vicepresidente J.D. Vance ha criticato aspramente Netanyahu per aver venduto agli Usa il conflitto nel Golfo come un conflitto lampo, quando invece così non è stato. Il rapporto tra gli alleati di ferro del Medio Oriente potrebbe cambiare?
«La base Maga pensa che l’America sia stata trascinata in guerra senza un reale interesse, di questo ne sono convinti dal primo minuto. Per Vance e una buona fetta del partito repubblicano, infatti, si tratta di una guerra che, anzi, va palesemente contro gli interessi americani. Una guerra dove le monarchie del Golfo, alleate degli Usa in Medio Oriente, sono diventate le principali vittime. Trump aveva promesso in campagna elettorale di interessarsi soltanto degli Usa e di non farsi carico di guerre non sue, che portassero l’America fuori dai confini. Così non è stato».
Dal costo del petrolio, al crollo di Wall Street, all’insoddisfazione della base Maga: il prezzo della guerra è diventato troppo alto per il presidente Usa?
«Trump guarda alle elezioni di Midterm ed è molto preoccupato dell’opinione pubblica statunitense. Gli iraniani, d’altra parte, potrebbero non concedergli un accordo proprio perché sanno che impantanarlo in una guerra a pochi mesi da una votazione rischierebbe di essere letale per il suo futuro da presidente. Quindi la strada diplomatica potrebbe diventare impervia in modo calcolato. E pensare che nella testa di Trump, invece, avrebbe dovuto trattarsi di una guerra per distrarre gli americani dai problemi dell’economia interna, dai files di Epstein… un grande errore di calcolo».
Secondo lei, alla fine la Casa Bianca sarà obbligata a inviare truppe sul terreno per occupare l’isola di Kharg, snodo commerciale cruciale per tutto l’Occidente?
«Questo dipende ancora una volta non dagli Stati Uniti ma dall’Iran: so che può sembrare un paradosso ma l’Iran non aspetta altro, ovvero vorrebbe un’escalation. Perché gli Usa hanno perso l’attimo. Mi spiego, oggi non hanno più possibilità di vincere la guerra: gli americani avrebbero dovuto accontentarsi di avere ucciso Khamenei e uscire dal conflitto dichiarando vittoria. L’Iran sarebbe stato azzoppato per anni, anche per via degli attacchi strategici. Adesso gli strateghi americani sanno che rispondere con una potenziale operazione di terra a Kharg potrebbe essere un rischio perché l’Iran si è preparato da anni a questa guerra. L’America fino a oggi ha voluto evitare il coinvolgimento diretto con truppe di terra (ricordiamoci Afghanistan, Iraq…) risultato sempre fallimentare. Perché il regime è detestato dalla maggior parte della popolazione iraniana. Ma il meccanismo è semplice: gli iraniani odiano vivere sotto gli ayatollah ma se il nemico diventa l’Occidente, la popolazione iraniana diventa patriottica e sotto le bombe si stringe intorno a quello che ha. Il regime prima della guerra era debole, oggetto di proteste e scontri violentissimi in piazza, ma la guerra distrae dai diritti umani e riporta l’attenzione alla mera sopravvivenza».
Il capo dell’Agenzia navale Dominguez ha dichiarato che nessuna task force militare infiltrata e nessun drone potrà rompere lo stallo di Hormuz: è d’accordo?
«Penso che se gli Usa avessero avuto la capacità di rompere il blocco di Hormuz, lo avrebbero già fatto. L’America non ha un piano. L’Iran si prepara a questa guerra da anni, sapevano che questo momento sarebbe arrivato ed erano e sono prontissimi».
Quella che lei stesso ha definito «la guerra di Trump e Netanyahu» come cambierà il Medio Ooriente?
«Questa guerra ha già cambiato il Medio Oriente, sicuramente il primo effetto è stato quello di rafforzare il regime persiano e quello israeliano. Israele però vuole staccare gli Usa dalla Turchia che resta il suo nemico numero uno. La Turchia sta accerchiando Israele. Questo attacco circoscrive l’operato della Turchia ed è una dinamica che crea attrito con gli Usa perché ne limita il raggio di azione. E poi bisogna capire cosa succederà: Netanyahu dovrà fare i conti con i suoi soldati. Israele e Iran senza la guerra, ovvero un nemico dichiarato, stanno in piedi? Come evolverà il rapporto Usa-Israele? Torniamo agli attacchi alle petromonarchie, nodo cruciale. Israele, da una parte, potrebbe garantire sicurezza a questi Stati, ma dall’altra l’Arabia saudita sta facendo asse con Turchia e Pakistan, per sfuggire al conflitto».
Lei è un esperto del mondo turco e ha detto che la Turchia uscirà come la vera vincitrice di questa guerra. Per quale motivo?
«Sicuramente nel medio e lungo periodo la Turchia è l’unica ad avere un’idea imperiale. Evidentemente Iran e Israele hanno una loro idea di Medio Oriente, mentre la Turchia ha un’idea diversa, di pace e sicuramente non bellica. Credo che sia probabile che convinca molti altri Paesi e le masse arabe a pensarla così e ad allearsi».
La Turchia è ormai un nostro vicino, visto che si è insediata in Libia. Come la dovremmo considerare? Un’amica che potrebbe servirci?
«Innanzitutto, penso che la Turchia andrebbe almeno presa in considerazione, questo sarebbe già un passo avanti: sicuramente dovremmo approcciare la Turchia come non abbiamo mai fatto perché non abbiamo le risorse mentali. L’Italia dovrebbe provare a ricomporre le fratture con i nostri partner, dalla Libia alla Francia. In Libia, per esempio, i turchi fanno fatica a controllare tutto, l’Eni potrebbe essere una pedina di scambio per recuperare influenza sul territorio, idem Cipro… Insomma la Turchia può essere una possibilità da sfruttare per noi».
Ci sta dicendo che dovrebbe essere un nostro interlocutore privilegiato?
«La Turchia non è più il ponte tra Oriente e Occidente come l’abbiamo sempre inteso, la Turchia è la Turchia. Loro non sono né occidentali né orientali, sono turchi. Una cerniera di collegamento tra Europa e Oriente, inteso come vari Orienti, dal Caucaso ai Balcani, fino al Medi Oriente. Quello che prima poteva sembrare uno strumento, invece, oggi è un attore principale. Un Paese che tiene insieme molte dimensioni culturali».





