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2026-04-26
I sei 25 aprile diversi che dividono gli italiani
Ansa
Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati.
A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo.
Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.
Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.
Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?
Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi?
Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.
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Gli antifascisti si spaccano fra moderati ecumenici, eredi del Pci e grillini terzomondisti. Ma ci sono anche tre frange critiche sulla commemorazione: i riconciliatori, i revisionisti, quelli che vogliono guardare avanti. Non è così che si unisce un Paese.A più di ottant’anni dalla Liberazione, l’Italia ha celebrato la Resistenza in sei modi diversi, a conferma di quanto la festa unisca gli italiani. A essere generosi, i sei sono ulteriormente divisi in due campi, come gli Orazi e i Curiazi. Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati. A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo. Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi? Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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