
A più di ottant’anni dalla Liberazione, l’Italia ha celebrato la Resistenza in sei modi diversi, a conferma di quanto la festa unisca gli italiani. A essere generosi, i sei sono ulteriormente divisi in due campi, come gli Orazi e i Curiazi.
Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati.
A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo.
Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.
Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.
Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?
Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi?
Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.






