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2026-04-26
I sei 25 aprile diversi che dividono gli italiani
Ansa
Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati.
A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo.
Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.
Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.
Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?
Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi?
Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.
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Gli antifascisti si spaccano fra moderati ecumenici, eredi del Pci e grillini terzomondisti. Ma ci sono anche tre frange critiche sulla commemorazione: i riconciliatori, i revisionisti, quelli che vogliono guardare avanti. Non è così che si unisce un Paese.A più di ottant’anni dalla Liberazione, l’Italia ha celebrato la Resistenza in sei modi diversi, a conferma di quanto la festa unisca gli italiani. A essere generosi, i sei sono ulteriormente divisi in due campi, come gli Orazi e i Curiazi. Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati. A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo. Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi? Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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