
Le toghe in politica, soprattutto quelle dalla carriera più longeva, sono quasi tutte a sinistra. E mentre nel Csm del post referendum tornano le tradizionali guerre di corrente per la spartizione dei seggi, una parte della magistratura, dopo il caso Palamara e dopo anni di promesse di rifondazione morale finite sostanzialmente nel nulla, prova a sfuggire al sistema affidandosi al sorteggio notarile.
Perché il punto non è il diritto di una toga a candidarsi, ma il rapporto storico, culturale, ideologico e politico tra la magistratura correntizia e il campo progressista italiano. Un rapporto che per anni è stato negato, minimizzato, nascosto dietro le formule dell’impegno civile, della legalità, del servizio alle istituzioni. Ma i fatti raccontano una storia molto diversa.
Antonio Di Pietro è il caso simbolo. Lascia il pool di Mani pulite e fonda Italia dei valori, entra nei governi di centrosinistra, diventa ministro delle Infrastrutture nel governo di Romano Prodi, costruisce una carriera politica lunga e potentissima. Per anni è stato uno dei principali alleati della sinistra democratica. Non una parentesi, né una comparsata, ma una vera leadership politica partorita dal mito giudiziario di Mani pulite. Luciano Violante ha attraversato tutti i partiti della sinistra storica italiana: dalla magistratura al Pci, poi al Pds e ai Ds, fino alla presidenza della Camera. Uno degli uomini simbolo della sinistra progressista togata. Come dimenticare Felice Casson? Magistrato simbolo delle indagini su Gladio e sul terrorismo nero, entra stabilmente nella politica di centrosinistra. Parlamentare per tre legislature, vicepresidente dei senatori del Pd, candidato sindaco a Venezia da indipendente ma sostenuto dai Democratici di sinistra. Poi è arrivato Luigi De Magistris. Pubblico ministero mediaticamente fortissimo, protagonista delle inchieste sulla corruzione e sull’ambiente in Calabria (ma anche sui suoi stessi colleghi del distretto confinante, quello lucano). Il suo indice di gradimento saliva in rapporto direttamente proporzionale ai procedimenti disciplinari che gli apriva il Csm e agli articoli di giornale che ne davano notizia. Finché non ha lasciato la magistratura ed è stato eletto al Parlamento europeo con l’Italia dei valori. Successivamente ha conquistato Napoli e ha fatto il sindaco per dieci anni. Non una meteora, ma una toga dalla carriera politica piena e costruita sul capitale simbolico accumulato da pm.
C’è una categoria speciale di toghe, però, che batte tutti i record: quella dei pm antimafia. Giuseppe Di Lello Finuoli, ex componente del pool antimafia, viene eletto in Abruzzo con i Progressisti nel 1994 e nel 1999 va in Europa con Rifondazione comunista. Giuseppe Ayala, pm al primo maxi-processo lascia la Procura di Palermo e, poco prima della strage di Capaci, approda in Parlamento con il Partito repubblicano. Dopo un passaggio per l’Unione democratica di Antonio Maccanico (che gli garantì l’elezione al Senato), in corso di legislatura transitò nei Ds, che nel 2001 lo candidarono in Basilicata, dove fu eletto nel piccolo collegio del Metapontino. È stato sottosegretario alla Giustizia dal 1996 (governo Prodi) e nei due governi di Massimo D’Alema. Nel 2006 rientra in magistratura come consigliere della Corte d’appello civile dell’Aquila.
Anche Michele Emiliano è diventato un politico senza lasciare la toga. Ex pm antimafia a Bari, è stato prima eletto sindaco della città e poi presidente della Regione Puglia col Pd. Figura centrale del centrosinistra meridionale. Per anni è stato uno degli uomini più influenti del partito. Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia, viene candidato dal Pd alle Europee del 2019 come capolista nella circoscrizione Sud e viene eletto. Federico Cafiero De Raho, anche lui ex procuratore nazionale antimafia, viene eletto deputato nel Movimento 5 stelle nel 2022. Roberto Scarpinato, storico magistrato di Palermo, approda in Senato sempre col M5s.
L’area è sempre quella progressista, giustizialista o della sinistra radicale. Ma il fenomeno non si è fermato al travaso verso i partiti. Contemporaneamente, l’infestazione politica si è radicata tra i magistrati. Finché è arrivato Luca Palamara. Le intercettazioni. Le riunioni romane. Le cene all’hotel Champagne. Le nomine trattate come partite di risiko. Le correnti che si spartiscono Procure e incarichi direttivi. I pacchetti di voti. Le trattative sotterranee. Le alleanze trasversali. Per qualche settimana sembrò che il sistema dovesse crollare davvero. Ma è sopravvissuto. E mentre si avvicinano le nuove elezioni del Csm, il vecchio correntismo sta tornando esattamente nella sua forma originaria. Le appartenenze continuano a contare e i blocchi organizzati pure.
Il Csm old style, dopo la bocciatura del referendum, è ancora lì. Ma il Comitato Altra Proposta, composto da magistrati iscritti e non iscritti all’Anm, a sorpresa, ha lanciato una sfida. Ha deciso di selezionare i candidati alle prossime elezioni del Csm attraverso un «sorteggio temperato». Notarile. L’estrazione, annunciata con un appunto politico, avverrà l’8 giugno nello studio romano del notaio Vincenzo Papi tra tutti i magistrati eleggibili inseriti nel ruolo ufficiale del Csm: «Crediamo che il Csm non debba avere una funzione politico-rappresentativa dei magistrati, presupposto per la degenerazione delle correnti in gruppi di potere». Parole pesantissime. Ma non le uniche, micidiali, contenute nel comunicato diffuso dal portavoce Edoardo D’Ambrosio, secondo il quale i componenti del Csm dovrebbero essere «liberi da qualsiasi condizionamento derivante da appartenenze correntizie». Ed ecco il perché del sorteggio: servirebbe a evitare i famosi e patologici «debiti di riconoscenza».





