Le nuove tecnologie ridisegnano l’umano. Regolarle non basterà a salvarci dall’abisso
Le nuove tecnologie ci stanno rubando la vita. Anche se per molti costituiscono una sorta di promessa messianica, destinata a rimediare a tutti i mali dell’uomo, dalla miseria alle malattie. Un ruolo preminente in questo revival «spiritual- tecnologico» è svolto dall’Intelligenza artificiale (Ia). L'Ia non ha nulla di intelligente, essendo solo un sistema che grazie ad algoritmi è in grado di computare masse imponenti di dati in base ai quali fornisce previsioni e linee di condotta.
Eppure l’Ia è considerata una nuova «pietra filosofale», «macchina di grazia» come dice il fondatore di Anthropic, destinata a portarci la salvezza che le religioni possono solo promettere a parole. La tecnologia è la nuova divinità in cui politica e cultura cercano oggi la loro legittimazione. Ma la verità è ben altra: le nuove tecnologie alterano la struttura stessa dei nostri interessi fondamentali - le cose a cui pensiamo. Lo stesso eccesso di «dati», ci frastorna la mente: è una forma di rumore, una sovrastimolazione sensoriale e cognitiva che impedisce di pensare. Nel contempo modifica la natura dei simboli su cui costruiamo le nostre riflessioni: cambia il modo in cui ragioniamo, suggerendoci percorsi e priorità che non hanno nulla a che vedere con i nostri bisogni reali.
E infine stravolgono la comunità all’interno della quale sviluppiamo pensieri e credenze, che viene a essere sostituita da piattaforme su cui operano i social, le reti anonime di utenti assoggettati al nuovo mercato digitale. In questo modo stanno ridisegnando una nuova ontologia dell’essere umano, ridefinendo e anzi mischiando i confini tra natura e artificio, che una volta erano assolutamente distinti. Per taluni questo è un vantaggio. Ma stiamo barattando velocità ed efficienza con perdita di senso e libertà.
In questo scenario, il «dossier digitale» non riguarda più soltanto regole o governance - come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato - ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere, il nostro stesso cervello - vero oggetto del contendere - che verrà parassitato da bisogni e pensieri ispirati da altri che alimentano e incoraggiano le tendenze peggiori dell’animo umano, cullandolo nella falsa convinzione di quanto sia straordinario nei suoi limiti e inadeguatezze?
Il problema è che una nuova tecnologia, una volta inserita nel circuito economico, non può essere ignorata né disinnescata. Possiamo regolarla, introducendo anche sistemi sofisticati (con il loro pesante correlato burocratico), ma comunque inadeguati rispetto a ciò che è in gioco. Qualcuno ha suggerito di opporre «resistenza», adottando un atteggiamento critico e distaccato, cercando, per quanto possibile, di evitare che siano i nuovi dispositivi ad «usarci». Mantenere una distanza per tutelare la psiche è certamente lodevole, ma temo insufficiente. Le nuove tecnologie purtroppo hanno un grande appeal, perché promettono di ottenere molto con il minimo della fatica.
Fra pochissimo le macchine ci solleveranno anche dall’incombenza di pensare: basta l’Ia a scegliere, ragionare, decidere, scrivere e sentire al nostro posto. Qui siamo oltre la manipolazione del consenso ottenuto tramite informazioni manipolate: l’Ia può infatti alterare alla radice la possibilità di distinguere il vero dal falso, modificando immagini e voci, imitando le persone, sostituendosi ad esse, anche fisicamente tramite la progressiva introduzione di dispositivi cibernetici che interagiscono direttamente con il nostro cervello. Si annuncia l’era del cyber-umano, realizzazione principe del transumanesimo. È questa l’ambizione del tecno-spiritualismo che configura, come ha scritto Marcello Veneziani, il volto inatteso dell’Anticristo.
Tutto questo lo chiamano progresso, ma è solo il disegno portato avanti da tempo dall’infausta alleanza tra capitalismo finanziario e tecnocrazia, finalizzato a stravolgere il mondo intero. Ci avviamo verso un futuro distopico in cui saremo circondati da «cose» che avranno la pretesa di essere trattate come esseri umani, senza esserlo, e in cui uomini e dispositivi tecnologici co-evolveranno in modo imprevedibile.
Tutto questo è stato da tempo denunciato, nella pressoché totale indifferenza dei decisori politici. Ed è tremendamente doloroso per me riproporre l’allarme, dopo una vita spesa per la scienza e la tecnologia. Quello che vedo in prospettiva atterrisce, soprattutto pensando alle nuove generazioni che sono prive di anticorpi, alla totale mercé di tecnologie che stravolgono la loro vita. La politica è inadeguata comprendere mentre farfuglia di controlli e regolamentazioni che funzionano solo nella loro testa. Di questi giorni è il rifiuto della società Anthropic di sottostare alle direttive Usa che prevedono la possibilità di usare l’Ia per gestire la guerra, indipendentemente dal controllo umano. Uno scenario apocalittico, come quello descritto da film come Terminator. Quanto ci metteranno le macchine per capire che l’uomo è di intralcio per l’esecuzione dei loro programmi? E chi sarà allora in grado di fermarle?
Se qualche giorno fa la capsula Crew Dragon Endeavour non avesse riportato velocemente a Terra gli astronauti della Stazione spaziale internazionale per un’emergenza medica, se quell’emergenza avesse avuto un esito tragico, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Quanto accaduto non è un evento isolato e sottolinea la complessità e i rischi associati all’esplorazione umana dello spazio. È proprio nel quadro di questa sfida che il ministero della Ricerca e l’Agenzia spaziale italiana hanno avviato, da poco più di un anno, l’ambizioso programma di ricerca Space It Up! orientato allo sviluppo di conoscenze e soluzioni scientifico-tecnologiche a supporto dell’esplorazione spaziale. Il progetto mette a sistema oltre 33 soggetti, tra Università, Enti di Ricerca e imprese del settore. I partner si sono riuniti a Firenze in occasione degli Space it Up! Days, il primo meeting plenario del progetto, ospitato dall’Università degli Studi di Firenze, un evento che ha visto la partecipazione di oltre 500 rappresentanti. Tra i temi discussi si segnalano l’agricoltura spaziale, la biomedicina, l’astrofisica, l’ingegneria e la geo-mineralogia spaziale.
È importante sottolineare come i ricercatori abbiano dialogato in stretta cooperazione, dando così vita a un modello di collaborazione realmente integrato e sinergico. Inoltre, il coinvolgimento di numerose aziende del settore spaziale ha dimostrato l’utilità e la validità di un approccio congiunto nel tradurre la ricerca di base in soluzioni e prodotti caratterizzati da un elevato livello di maturità tecnologica. In molti settori - in particolare quelli legati all’abitabilità dello spazio - l’Italia ha già dimostrato di aver conquistato una posizione di primo piano. Resta tuttavia aperta la sfida di consolidare e rafforzare tale ruolo, in un contesto internazionale altamente competitivo, per mantenere il passo con i progressi compiuti da Usa, Cina e Russia. Non basta allocare risorse finanziarie in assenza di un adeguato capitale di competenze, in particolare fra le giovani generazioni.
È necessario investire in ambito educativo, per reclutare risorse umane qualificate. In questa prospettiva, il progetto Space it Up! ha reso possibile la contrattualizzazione di oltre 180 ricercatori post-dottorato e più di 100 dottorandi di ricerca. Occorre però rendere i percorsi formativi sempre più coerenti con i profili professionali oggi richiesti dalla ricerca scientifica e dall’industria. I temi dello spazio devono trovare un’integrazione strutturata per entrare a pieno titolo nella programmazione universitaria, attraverso il consolidamento di iniziative già avviate con l’istituzione di un dottorato nazionale sullo spazio, l’avvio di un corso di alta formazione e specializzazione sulla medicina aeronautica e la promozione di centri di studio e ricerca a forte carattere interdisciplinare.
In secondo luogo, al netto della rilevanza della ricerca di base, emerge la necessità di fare un ulteriore balzo in avanti sul piano tecnologico. Le attività e le soluzioni presentate a Firenze, mostrano in molti casi, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, un basso livello di maturità tecnologica. Tale aspetto risulta particolarmente critico in ambito biomedico, data la frequente compromissione di funzioni essenziali a cui gli equipaggi vanno incontro nel corso di una missione spaziale, al punto che gli effetti ne possono compromettere prestazioni e sicurezza. Lo sviluppo di contromisure efficaci, in particolare per i danni causati da microgravità e radiazioni, è quindi di rilevanza assolutamente strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale, ma si trovano ancora in fase preliminare rispetto alla tabella di marcia che auspicano politici e tecnocrati. Ciò che si rende necessario è quindi la costruzione di un dialogo più stretto tra mondo accademico e industria spaziale, per migliorare il trasferimento tecnologico e massimizzare l’impatto complessivo dell’iniziativa scientifica. Inoltre, è necessario rimodulare gli obiettivi della ricerca e dello sviluppo tecnologico secondo modelli e tempi realistici, in aderenza ai vettori di cui oggi disponiamo.
Tutto questo richiede una governance priva di intralci burocratici inutili e che sappia soprattutto concentrarsi su poche e selezionate priorità, evitando la dispersione su una miriade di iniziative frammentate. In questo contesto, è verosimile nonché auspicabile che il progetto Space it Up! possa proseguire oltre il suo orizzonte temporale attraverso nuovi finanziamenti che tengano conto delle criticità incontrate e che enfatizzino l’impatto che la ricerca spaziale genera in termini di ricadute scientifiche, tecnologiche e socio-economiche sulla Terra. In prospettiva, la ricerca spaziale renderà disponibili nuovi farmaci, inclusi antibiotici ottenuti da funghi e alghe in condizioni di microgravità, sensori diagnostici in grado di analizzare saliva o aria espirata, tute teranostiche capaci di eseguire diagnosi e praticare terapie per mezzo di stimolazioni biofisiche, avanzati sistemi di telemedicina, tessuti di cellule per trapianti, applicazioni robotiche per la chirurgia. Tali ricadute costituiscono una dimostrazione concreta del valore della ricerca spaziale. E questa è la risposta migliore a quanti credono che i fondi investiti nelle missioni spaziali siano superflui. Di superfluo, c’è solo la loro ignoranza.
coordinatore scientifico Comint
consigliere scientifico Asi
- L’industria spinge i prodotti ultra-processati e con l’apertura ai nuovi mercati i pericoli crescono. Lollobrigida: «Vigileremo».
- Il patto con Brasile, Argentina e altri ci porterà in dote 180.000 tonnellate di saccarosio.
Lo speciale contiene due articoli.
Nel 1956 arrivava sugli schermi «L’invasione degli ultra-corpi», un film che parla di «copie» extraterrestri che si sostituiscono agli umani, di cui sono in tutto e per tutto simili. Ecco, per definire i cibi «ultra-processati» potremmo sfruttare questa metafora: cibi «alieni», trattati e modificati, ma che comunque non rassomigliano in nulla alla loro controparte naturale pur avendo la presunzione di sostituirli. Il tema è tornato ora di attualità dopo che Nature e il segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert Kennedy Jr. hanno lanciato un appello per una ridefinizione critica dell’intero argomento. I cibi ultra-processati sono prodotti alimentari e bevande che hanno subìto specifici tipi di trasformazione partendo da componenti naturali. Una nuova categoria di aziende (Big Food) è all’origine del fenomeno esploso dal 2000. Questi alimenti sono progettati per essere economicamente «convenienti», iper-palatabili e facili da preparare. Schematicamente i cibi vengono ripartiti in tre categorie. Il primo gruppo comprende alimenti minimamente trasformati e le cui proprietà nutrizionali di cibi originali non sono alterate. Il secondo gruppo comprende sostanze estratte come oli, grassi, farine, pasta, amidi e zuccheri. Questi ultimi componenti sono diventati le materia prima per il terzo gruppo, i cibi ultra-processati, ottenuti aggiungendo spesso quantità eccessive di zuccheri, grassi, conservanti, additivi chimici, aromi e coloranti. Nel gruppo troviamo pane, biscotti, gelati, dolciumi, cereali per la colazione, barrette di cereali, patatine fritte e snack salati, bevande zuccherate e analcoliche, pre-cotti a base di carne. Non hanno alcuna somiglianza reale con gli alimenti naturali, ma sono ingegnerizzati con l’esplicito intento di incrementarne l’attrattività, creano assuefazione e sono commercializzati in modo da apparire sani e «freschi». L’addizione di zuccheri è il pericolo: la Fao ha rilevato uno spropositato incremento nel consumo di zucchero (da 1 kg nel 1800 ai 60 kg/anno attuali per capita) e di oli vegetali polinsaturi (+450%). Questo trend ha interessato specialmente le nazioni del terzo mondo (pretendendo di sostituirsi al cibo naturale), con tassi che vanno dal 200 al 400%. Questi cambiamenti hanno stravolto i comportamenti alimentari, dato che gli junk foods sono realizzati per essere «comodi» e trasportabili, favorendo abitudini sbagliate, come «spizzicare», saltare i pasti principali, mangiare mentre si fanno altre cose come guardare la televisione, guidare l’auto o lavorare, e abituano all’idea di «mangiare da soli». Sono inoltre nocivi per la salute ed hanno contribuito alla straordinaria crescita delle malattie allergiche, metaboliche, tumorali e cardiovascolari. Il problema sta nell’eccessivo sbilanciamento di componenti - bassa concentrazione di proteine/vitamine e elevatissima quantità di zuccheri, sodio e grassi saturi - che è all’origine di multiple carenze nutrizionali e alterazioni biochimiche. L’attuale pandemia di obesità e diabete riconosce come causa principale proprio l’aumento degli ultra-processati. Modelli alimentari basati su questi prodotti sono difficilmente compatibili con la sopravvivenza e il benessere. L’industria è fin troppo consapevole di questo stato di cose e ha cercato di cambiare le carte in tavola adottando sotterfugi ingannevoli.
Sono stati introdotti i «premium», per riferirsi ad alimenti ultra-processati che, rispetto agli originali contengono meno grassi, o meno zucchero/sale. Alcune modifiche sono positive, ma i cambiamenti apportati sono irrilevanti: permane un quadro di grave squilibrio, vengono introdotti vitamine e minerali inutili o dannosi, mentre non riduce affatto il contenuto in zucchero (presente in media in concentrazioni 10 volte superiori a quelle dei cibi naturali).
L’introduzione di questi cibi risponde ad una precisa strategia dell’industria che mira a controllare il settore agroalimentare tramite una sorta di «circonvenzione» dei consumatori. Big Food è perfettamente consapevole dei pericoli insiti in questi alimenti, e lo dichiara senza vergogna, come ha fatto recentemente una nota multinazionale che ha ammesso come il 60% dei suoi prodotti per l’infanzia sia «insalubre». Nonostante l’evidenza scientifica, non ci sono però segnali che i produttori alimentari intendano ritirare questi prodotti dal mercato. Il disinteresse per queste questioni e per le nuove tecniche di lavorazione da parte della maggior parte di politici e mass-media rafforza questa congiura del silenzio.
Per questo bene ha fatto il ministro Lollobrigida a puntualizzare che nel caso venisse approvato l’accordo Mercosur - che aprirebbe i nostri mercati ad un fiume di prodotti alimentari trattati in difformità ai nostri regolamenti - vigilerebbe attentamente perché sulle nostre tavole non arrivino schifezze del genere. Una alimentazione adeguata e bilanciata è fondamentale per una vita longeva e in salute, come dimostrano sia i tanti studi sulle Blue Zones sia la durata media della vita degli italiani. Sembra paradossale dover affrontare questi temi nel nostro Paese, culla della dieta mediterranea, ma la vera battaglia è culturale: soprattutto i giovani sono esposti ad una pubblicità vergognosa, senza che nessuno si preoccupi di contrastare questa pericolosa deriva. Cominciamo a farlo da ora.
Mariano Bizzarri, Comitato scientifico Crea
Andrea Rocchi, Presidente Crea
Accordo amaro con il Sudamerica: l’Italia si gioca pure lo zucchero
Basta considerare che il Mercosur piace tanto a Lula da Silva, presidente «peronista» del Brasile, per sapere che per noi qualcosa va storto. Lo sa la filiera dello zucchero che ieri ha protestato sostenendo che l’accordo è amarissimo. E però la presidente della Commissione europea non dà tregua ai governi perché ratifichino l’accordo doganale con i paesi latino-americani (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con in più la Bolivia) che significa barattare zucchero, polli, bovini, cereali che loro ci mandano facendo dumping contro auto (soprattutto tedesche) e strumenti finanziari (soprattutto francesi) che avranno dazi agevolatissimi oltre oceano. Ursula von der Leyen all’unisono con Lula, dopo una telefonata definita da Bruxelles «ottima e abbondante», ha detto che entro l’anno il Mercosur sarà in vigore. Spiega la baronessa - spera con questa intesa di far dimenticare il flop delle trattative sui dazi con Donald Trump e di rabbonire Friedrich Merz che dalla Germania la sta impallinando – che è «un segno importante della nostra solida partnership e del nostro impegno per il multilateralismo». Lei rimane affezionata al Green deal perciò plaude a Lula e aggiunge: «L’Europa sostiene pienamente i preparativi del Brasile per la COP30, con la leadership del Brasile nei mercati del carbonio, dovremmo fare di Belém una vera pietra miliare per il pianeta». E già che siamo a parlare di carbonio si sappia che costituisce il 42% del saccarosio: lo zucchero appunto. Ieri attraverso una nota Coprob Italia Zuccheri ha fatto sapere che l’intesa con i sudamericani è un colpo mortale. «Il Mercosur», si legge, «rischia di mettere definitivamente in crisi l’ultima filiera dello zucchero rimasta in Italia». In un contesto di mercato continentale già altamente competitivo all’interno dell’Ue e mentre si negozia anche il rinnovo dell’accordo commerciale con l’Ucraina, che prevede l’importazione di 100.000 tonnellate di zucchero a dazio zero, l’introduzione di ulteriori 180.000 tonnellate dal Mercosur avrebbe effetti devastanti per la produzione nazionale.
«Non si tratta infatti soltanto della quantità dichiarata: a queste importazioni vanno aggiunte quelle presenti all’interno dei prodotti trasformati, che aggravano ulteriormente la saturazione del mercato europeo». A peggiorare la situazione per quel che riguarda l’Italia ci sono altri fattori: siamo il secondo Paese consumatore di zucchero per effetto anche della produzione dolciaria che va a impinguare l’export agroalimentare (sono 9,5 miliardi di fatturato estero per un comparto che per quasi un terzo è composto da aziende con meno di 10 dipendenti concentrate soprattutto al Sud), ma siamo tra gli ultimi per produzione di zucchero (non più del 15% del fabbisogno nazionale), ma soprattutto c’è il prezzo che continua a decadere causa dumping estero.
Tenendo conto che in Italia - grazie all’Europa che ci ha costretto ad abbandonare la produzione a vantaggio di Francia e Germania - ci sono solo due poli produttivi di Minerbio (Bologna) e Pontelongo (Padova) è immaginabile che la pressione di export dal Sud America si scaricherà in gran parte su di noi. Come sottolinea il presidente di Coprob, Luigi Maccaferri, «l’Italia non può permettersi di perdere una delle ultime filiere agroindustriali strategiche, né di dipendere completamente dalle importazioni di zucchero, prima europee e poi extraeuropee. Servono perciò regole di tutela forti, automatiche ed efficaci per difendere un settore parte integrante della nostra sicurezza alimentare e della nostra sovranità produttiva». Ma lo zucchero non è il solo settore a soffrire. Sostiene Antonio Forlini, presidente di Unaitalia l’associazione degli allevatori avicoli: «L’accordo Ue-Mercosur è un pericolo concreto e inaccettabile per la filiera avicola europea ancora una volta sacrificata a beneficio di altri settori tenendo conto anche degli impatti combinati di questo accordo con quelli dell’Ue con grandi Paesi produttori come Ucraina e Thailandia». La preoccupazione più forte è la disparità degli standard e dunque anche dei costi produttivi. Il settore avicolo per l’Italia, che è quasi autosufficiente, vale 7,5 miliardi (gli addetti sono oltre 64.000) di cui quasi uno dall’export.




