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2025-09-10
Occhio al Mercosur: rischiamo l’invasione di cibo spazzatura. Ma nessuno ne parla
(Istock)
Nel 1956 arrivava sugli schermi «L’invasione degli ultra-corpi», un film che parla di «copie» extraterrestri che si sostituiscono agli umani, di cui sono in tutto e per tutto simili. Ecco, per definire i cibi «ultra-processati» potremmo sfruttare questa metafora: cibi «alieni», trattati e modificati, ma che comunque non rassomigliano in nulla alla loro controparte naturale pur avendo la presunzione di sostituirli. Il tema è tornato ora di attualità dopo che Nature e il segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert Kennedy Jr. hanno lanciato un appello per una ridefinizione critica dell’intero argomento. I cibi ultra-processati sono prodotti alimentari e bevande che hanno subìto specifici tipi di trasformazione partendo da componenti naturali. Una nuova categoria di aziende (Big Food) è all’origine del fenomeno esploso dal 2000. Questi alimenti sono progettati per essere economicamente «convenienti», iper-palatabili e facili da preparare. Schematicamente i cibi vengono ripartiti in tre categorie. Il primo gruppo comprende alimenti minimamente trasformati e le cui proprietà nutrizionali di cibi originali non sono alterate. Il secondo gruppo comprende sostanze estratte come oli, grassi, farine, pasta, amidi e zuccheri. Questi ultimi componenti sono diventati le materia prima per il terzo gruppo, i cibi ultra-processati, ottenuti aggiungendo spesso quantità eccessive di zuccheri, grassi, conservanti, additivi chimici, aromi e coloranti. Nel gruppo troviamo pane, biscotti, gelati, dolciumi, cereali per la colazione, barrette di cereali, patatine fritte e snack salati, bevande zuccherate e analcoliche, pre-cotti a base di carne. Non hanno alcuna somiglianza reale con gli alimenti naturali, ma sono ingegnerizzati con l’esplicito intento di incrementarne l’attrattività, creano assuefazione e sono commercializzati in modo da apparire sani e «freschi». L’addizione di zuccheri è il pericolo: la Fao ha rilevato uno spropositato incremento nel consumo di zucchero (da 1 kg nel 1800 ai 60 kg/anno attuali per capita) e di oli vegetali polinsaturi (+450%). Questo trend ha interessato specialmente le nazioni del terzo mondo (pretendendo di sostituirsi al cibo naturale), con tassi che vanno dal 200 al 400%. Questi cambiamenti hanno stravolto i comportamenti alimentari, dato che gli junk foods sono realizzati per essere «comodi» e trasportabili, favorendo abitudini sbagliate, come «spizzicare», saltare i pasti principali, mangiare mentre si fanno altre cose come guardare la televisione, guidare l’auto o lavorare, e abituano all’idea di «mangiare da soli». Sono inoltre nocivi per la salute ed hanno contribuito alla straordinaria crescita delle malattie allergiche, metaboliche, tumorali e cardiovascolari. Il problema sta nell’eccessivo sbilanciamento di componenti - bassa concentrazione di proteine/vitamine e elevatissima quantità di zuccheri, sodio e grassi saturi - che è all’origine di multiple carenze nutrizionali e alterazioni biochimiche. L’attuale pandemia di obesità e diabete riconosce come causa principale proprio l’aumento degli ultra-processati. Modelli alimentari basati su questi prodotti sono difficilmente compatibili con la sopravvivenza e il benessere. L’industria è fin troppo consapevole di questo stato di cose e ha cercato di cambiare le carte in tavola adottando sotterfugi ingannevoli.
Sono stati introdotti i «premium», per riferirsi ad alimenti ultra-processati che, rispetto agli originali contengono meno grassi, o meno zucchero/sale. Alcune modifiche sono positive, ma i cambiamenti apportati sono irrilevanti: permane un quadro di grave squilibrio, vengono introdotti vitamine e minerali inutili o dannosi, mentre non riduce affatto il contenuto in zucchero (presente in media in concentrazioni 10 volte superiori a quelle dei cibi naturali).
L’introduzione di questi cibi risponde ad una precisa strategia dell’industria che mira a controllare il settore agroalimentare tramite una sorta di «circonvenzione» dei consumatori. Big Food è perfettamente consapevole dei pericoli insiti in questi alimenti, e lo dichiara senza vergogna, come ha fatto recentemente una nota multinazionale che ha ammesso come il 60% dei suoi prodotti per l’infanzia sia «insalubre». Nonostante l’evidenza scientifica, non ci sono però segnali che i produttori alimentari intendano ritirare questi prodotti dal mercato. Il disinteresse per queste questioni e per le nuove tecniche di lavorazione da parte della maggior parte di politici e mass-media rafforza questa congiura del silenzio.
Per questo bene ha fatto il ministro Lollobrigida a puntualizzare che nel caso venisse approvato l’accordo Mercosur - che aprirebbe i nostri mercati ad un fiume di prodotti alimentari trattati in difformità ai nostri regolamenti - vigilerebbe attentamente perché sulle nostre tavole non arrivino schifezze del genere. Una alimentazione adeguata e bilanciata è fondamentale per una vita longeva e in salute, come dimostrano sia i tanti studi sulle Blue Zones sia la durata media della vita degli italiani. Sembra paradossale dover affrontare questi temi nel nostro Paese, culla della dieta mediterranea, ma la vera battaglia è culturale: soprattutto i giovani sono esposti ad una pubblicità vergognosa, senza che nessuno si preoccupi di contrastare questa pericolosa deriva. Cominciamo a farlo da ora.
Mariano Bizzarri, Comitato scientifico Crea
Andrea Rocchi, Presidente Crea
Accordo amaro con il Sudamerica: l’Italia si gioca pure lo zucchero
Basta considerare che il Mercosur piace tanto a Lula da Silva, presidente «peronista» del Brasile, per sapere che per noi qualcosa va storto. Lo sa la filiera dello zucchero che ieri ha protestato sostenendo che l’accordo è amarissimo. E però la presidente della Commissione europea non dà tregua ai governi perché ratifichino l’accordo doganale con i paesi latino-americani (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con in più la Bolivia) che significa barattare zucchero, polli, bovini, cereali che loro ci mandano facendo dumping contro auto (soprattutto tedesche) e strumenti finanziari (soprattutto francesi) che avranno dazi agevolatissimi oltre oceano. Ursula von der Leyen all’unisono con Lula, dopo una telefonata definita da Bruxelles «ottima e abbondante», ha detto che entro l’anno il Mercosur sarà in vigore. Spiega la baronessa - spera con questa intesa di far dimenticare il flop delle trattative sui dazi con Donald Trump e di rabbonire Friedrich Merz che dalla Germania la sta impallinando – che è «un segno importante della nostra solida partnership e del nostro impegno per il multilateralismo». Lei rimane affezionata al Green deal perciò plaude a Lula e aggiunge: «L’Europa sostiene pienamente i preparativi del Brasile per la COP30, con la leadership del Brasile nei mercati del carbonio, dovremmo fare di Belém una vera pietra miliare per il pianeta». E già che siamo a parlare di carbonio si sappia che costituisce il 42% del saccarosio: lo zucchero appunto. Ieri attraverso una nota Coprob Italia Zuccheri ha fatto sapere che l’intesa con i sudamericani è un colpo mortale. «Il Mercosur», si legge, «rischia di mettere definitivamente in crisi l’ultima filiera dello zucchero rimasta in Italia». In un contesto di mercato continentale già altamente competitivo all’interno dell’Ue e mentre si negozia anche il rinnovo dell’accordo commerciale con l’Ucraina, che prevede l’importazione di 100.000 tonnellate di zucchero a dazio zero, l’introduzione di ulteriori 180.000 tonnellate dal Mercosur avrebbe effetti devastanti per la produzione nazionale.
«Non si tratta infatti soltanto della quantità dichiarata: a queste importazioni vanno aggiunte quelle presenti all’interno dei prodotti trasformati, che aggravano ulteriormente la saturazione del mercato europeo». A peggiorare la situazione per quel che riguarda l’Italia ci sono altri fattori: siamo il secondo Paese consumatore di zucchero per effetto anche della produzione dolciaria che va a impinguare l’export agroalimentare (sono 9,5 miliardi di fatturato estero per un comparto che per quasi un terzo è composto da aziende con meno di 10 dipendenti concentrate soprattutto al Sud), ma siamo tra gli ultimi per produzione di zucchero (non più del 15% del fabbisogno nazionale), ma soprattutto c’è il prezzo che continua a decadere causa dumping estero.
Tenendo conto che in Italia - grazie all’Europa che ci ha costretto ad abbandonare la produzione a vantaggio di Francia e Germania - ci sono solo due poli produttivi di Minerbio (Bologna) e Pontelongo (Padova) è immaginabile che la pressione di export dal Sud America si scaricherà in gran parte su di noi. Come sottolinea il presidente di Coprob, Luigi Maccaferri, «l’Italia non può permettersi di perdere una delle ultime filiere agroindustriali strategiche, né di dipendere completamente dalle importazioni di zucchero, prima europee e poi extraeuropee. Servono perciò regole di tutela forti, automatiche ed efficaci per difendere un settore parte integrante della nostra sicurezza alimentare e della nostra sovranità produttiva». Ma lo zucchero non è il solo settore a soffrire. Sostiene Antonio Forlini, presidente di Unaitalia l’associazione degli allevatori avicoli: «L’accordo Ue-Mercosur è un pericolo concreto e inaccettabile per la filiera avicola europea ancora una volta sacrificata a beneficio di altri settori tenendo conto anche degli impatti combinati di questo accordo con quelli dell’Ue con grandi Paesi produttori come Ucraina e Thailandia». La preoccupazione più forte è la disparità degli standard e dunque anche dei costi produttivi. Il settore avicolo per l’Italia, che è quasi autosufficiente, vale 7,5 miliardi (gli addetti sono oltre 64.000) di cui quasi uno dall’export.
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L’industria spinge i prodotti ultra-processati e con l’apertura ai nuovi mercati i pericoli crescono. Lollobrigida: «Vigileremo».Il patto con Brasile, Argentina e altri ci porterà in dote 180.000 tonnellate di saccarosio.Lo speciale contiene due articoli.Nel 1956 arrivava sugli schermi «L’invasione degli ultra-corpi», un film che parla di «copie» extraterrestri che si sostituiscono agli umani, di cui sono in tutto e per tutto simili. Ecco, per definire i cibi «ultra-processati» potremmo sfruttare questa metafora: cibi «alieni», trattati e modificati, ma che comunque non rassomigliano in nulla alla loro controparte naturale pur avendo la presunzione di sostituirli. Il tema è tornato ora di attualità dopo che Nature e il segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert Kennedy Jr. hanno lanciato un appello per una ridefinizione critica dell’intero argomento. I cibi ultra-processati sono prodotti alimentari e bevande che hanno subìto specifici tipi di trasformazione partendo da componenti naturali. Una nuova categoria di aziende (Big Food) è all’origine del fenomeno esploso dal 2000. Questi alimenti sono progettati per essere economicamente «convenienti», iper-palatabili e facili da preparare. Schematicamente i cibi vengono ripartiti in tre categorie. Il primo gruppo comprende alimenti minimamente trasformati e le cui proprietà nutrizionali di cibi originali non sono alterate. Il secondo gruppo comprende sostanze estratte come oli, grassi, farine, pasta, amidi e zuccheri. Questi ultimi componenti sono diventati le materia prima per il terzo gruppo, i cibi ultra-processati, ottenuti aggiungendo spesso quantità eccessive di zuccheri, grassi, conservanti, additivi chimici, aromi e coloranti. Nel gruppo troviamo pane, biscotti, gelati, dolciumi, cereali per la colazione, barrette di cereali, patatine fritte e snack salati, bevande zuccherate e analcoliche, pre-cotti a base di carne. Non hanno alcuna somiglianza reale con gli alimenti naturali, ma sono ingegnerizzati con l’esplicito intento di incrementarne l’attrattività, creano assuefazione e sono commercializzati in modo da apparire sani e «freschi». L’addizione di zuccheri è il pericolo: la Fao ha rilevato uno spropositato incremento nel consumo di zucchero (da 1 kg nel 1800 ai 60 kg/anno attuali per capita) e di oli vegetali polinsaturi (+450%). Questo trend ha interessato specialmente le nazioni del terzo mondo (pretendendo di sostituirsi al cibo naturale), con tassi che vanno dal 200 al 400%. Questi cambiamenti hanno stravolto i comportamenti alimentari, dato che gli junk foods sono realizzati per essere «comodi» e trasportabili, favorendo abitudini sbagliate, come «spizzicare», saltare i pasti principali, mangiare mentre si fanno altre cose come guardare la televisione, guidare l’auto o lavorare, e abituano all’idea di «mangiare da soli». Sono inoltre nocivi per la salute ed hanno contribuito alla straordinaria crescita delle malattie allergiche, metaboliche, tumorali e cardiovascolari. Il problema sta nell’eccessivo sbilanciamento di componenti - bassa concentrazione di proteine/vitamine e elevatissima quantità di zuccheri, sodio e grassi saturi - che è all’origine di multiple carenze nutrizionali e alterazioni biochimiche. L’attuale pandemia di obesità e diabete riconosce come causa principale proprio l’aumento degli ultra-processati. Modelli alimentari basati su questi prodotti sono difficilmente compatibili con la sopravvivenza e il benessere. L’industria è fin troppo consapevole di questo stato di cose e ha cercato di cambiare le carte in tavola adottando sotterfugi ingannevoli. Sono stati introdotti i «premium», per riferirsi ad alimenti ultra-processati che, rispetto agli originali contengono meno grassi, o meno zucchero/sale. Alcune modifiche sono positive, ma i cambiamenti apportati sono irrilevanti: permane un quadro di grave squilibrio, vengono introdotti vitamine e minerali inutili o dannosi, mentre non riduce affatto il contenuto in zucchero (presente in media in concentrazioni 10 volte superiori a quelle dei cibi naturali). L’introduzione di questi cibi risponde ad una precisa strategia dell’industria che mira a controllare il settore agroalimentare tramite una sorta di «circonvenzione» dei consumatori. Big Food è perfettamente consapevole dei pericoli insiti in questi alimenti, e lo dichiara senza vergogna, come ha fatto recentemente una nota multinazionale che ha ammesso come il 60% dei suoi prodotti per l’infanzia sia «insalubre». Nonostante l’evidenza scientifica, non ci sono però segnali che i produttori alimentari intendano ritirare questi prodotti dal mercato. Il disinteresse per queste questioni e per le nuove tecniche di lavorazione da parte della maggior parte di politici e mass-media rafforza questa congiura del silenzio. Per questo bene ha fatto il ministro Lollobrigida a puntualizzare che nel caso venisse approvato l’accordo Mercosur - che aprirebbe i nostri mercati ad un fiume di prodotti alimentari trattati in difformità ai nostri regolamenti - vigilerebbe attentamente perché sulle nostre tavole non arrivino schifezze del genere. Una alimentazione adeguata e bilanciata è fondamentale per una vita longeva e in salute, come dimostrano sia i tanti studi sulle Blue Zones sia la durata media della vita degli italiani. Sembra paradossale dover affrontare questi temi nel nostro Paese, culla della dieta mediterranea, ma la vera battaglia è culturale: soprattutto i giovani sono esposti ad una pubblicità vergognosa, senza che nessuno si preoccupi di contrastare questa pericolosa deriva. Cominciamo a farlo da ora. 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E però la presidente della Commissione europea non dà tregua ai governi perché ratifichino l’accordo doganale con i paesi latino-americani (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con in più la Bolivia) che significa barattare zucchero, polli, bovini, cereali che loro ci mandano facendo dumping contro auto (soprattutto tedesche) e strumenti finanziari (soprattutto francesi) che avranno dazi agevolatissimi oltre oceano. Ursula von der Leyen all’unisono con Lula, dopo una telefonata definita da Bruxelles «ottima e abbondante», ha detto che entro l’anno il Mercosur sarà in vigore. Spiega la baronessa - spera con questa intesa di far dimenticare il flop delle trattative sui dazi con Donald Trump e di rabbonire Friedrich Merz che dalla Germania la sta impallinando – che è «un segno importante della nostra solida partnership e del nostro impegno per il multilateralismo». Lei rimane affezionata al Green deal perciò plaude a Lula e aggiunge: «L’Europa sostiene pienamente i preparativi del Brasile per la COP30, con la leadership del Brasile nei mercati del carbonio, dovremmo fare di Belém una vera pietra miliare per il pianeta». E già che siamo a parlare di carbonio si sappia che costituisce il 42% del saccarosio: lo zucchero appunto. Ieri attraverso una nota Coprob Italia Zuccheri ha fatto sapere che l’intesa con i sudamericani è un colpo mortale. «Il Mercosur», si legge, «rischia di mettere definitivamente in crisi l’ultima filiera dello zucchero rimasta in Italia». In un contesto di mercato continentale già altamente competitivo all’interno dell’Ue e mentre si negozia anche il rinnovo dell’accordo commerciale con l’Ucraina, che prevede l’importazione di 100.000 tonnellate di zucchero a dazio zero, l’introduzione di ulteriori 180.000 tonnellate dal Mercosur avrebbe effetti devastanti per la produzione nazionale.«Non si tratta infatti soltanto della quantità dichiarata: a queste importazioni vanno aggiunte quelle presenti all’interno dei prodotti trasformati, che aggravano ulteriormente la saturazione del mercato europeo». A peggiorare la situazione per quel che riguarda l’Italia ci sono altri fattori: siamo il secondo Paese consumatore di zucchero per effetto anche della produzione dolciaria che va a impinguare l’export agroalimentare (sono 9,5 miliardi di fatturato estero per un comparto che per quasi un terzo è composto da aziende con meno di 10 dipendenti concentrate soprattutto al Sud), ma siamo tra gli ultimi per produzione di zucchero (non più del 15% del fabbisogno nazionale), ma soprattutto c’è il prezzo che continua a decadere causa dumping estero.Tenendo conto che in Italia - grazie all’Europa che ci ha costretto ad abbandonare la produzione a vantaggio di Francia e Germania - ci sono solo due poli produttivi di Minerbio (Bologna) e Pontelongo (Padova) è immaginabile che la pressione di export dal Sud America si scaricherà in gran parte su di noi. Come sottolinea il presidente di Coprob, Luigi Maccaferri, «l’Italia non può permettersi di perdere una delle ultime filiere agroindustriali strategiche, né di dipendere completamente dalle importazioni di zucchero, prima europee e poi extraeuropee. Servono perciò regole di tutela forti, automatiche ed efficaci per difendere un settore parte integrante della nostra sicurezza alimentare e della nostra sovranità produttiva». Ma lo zucchero non è il solo settore a soffrire. Sostiene Antonio Forlini, presidente di Unaitalia l’associazione degli allevatori avicoli: «L’accordo Ue-Mercosur è un pericolo concreto e inaccettabile per la filiera avicola europea ancora una volta sacrificata a beneficio di altri settori tenendo conto anche degli impatti combinati di questo accordo con quelli dell’Ue con grandi Paesi produttori come Ucraina e Thailandia». La preoccupazione più forte è la disparità degli standard e dunque anche dei costi produttivi. Il settore avicolo per l’Italia, che è quasi autosufficiente, vale 7,5 miliardi (gli addetti sono oltre 64.000) di cui quasi uno dall’export.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.