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2025-10-28
Ha criticato Ursula in un saggio.Ora le banche gli bloccano i conti
Ursula Von der Leyen (Ansa)
Sono in tanti, nelle ultime settimane, a preoccuparsi per le condizioni della libertà di stampa e di pensiero in Italia. Elly Schlein sostiene che, laddove le destre governano, queste libertà siano limitate e sia a rischio la democrazia. Purtroppo, la gran parte dei paladini del giornalismo d’inchiesta e del free speech sembra mobilitarsi soltanto quando gli allarmi democratici servono a guadagnare consensi, e tacciono invece quando entrano in campo poteri davvero forti e autoritari. Lo dimostra il silenzio quasi totale che qui da noi (e non solo) circonda Frédéric Baldan, ex lobbista europeo e grande accusatore di Ursula von der Leyen di cui ha svelato gli altarini in un libro intitolato Ursula Gates, pubblicato in Italia da Guerini Editore e per lo più ignorato dalla cosiddetta grande stampa. Baldan ha raccontato in alcuni post su X che cosa gli stia accadendo. «La settimana scorsa», racconta alla Verità, «sono stato in Italia e in Svizzera, proprio per la promozione del mio libro. Al mio ritorno, sono dovuto andare a ritirare una lettera raccomandata, scoprendo che proveniva da una delle mie banche. Avevo già avuto un’esperienza piuttosto particolare durante l’estate con la banca Ing, che aveva deciso di chiudere i miei conti. E una seconda banca, nello stesso periodo, aveva cominciato a crearmi problemi in materia di Kyc, ovvero Know Your Customer, le norme relative alla corretta identificazione dei clienti. Si tratta di banche di cui ero cliente da dieci, quindici anni; persino la banca Nagelmackers, che è la seconda dopo Ing. Ero cliente già quando si chiamava ancora Delta Loïc, dunque ha persino cambiato nome nel frattempo. Ebbene, anche questa mi ha comunicato che avrebbe chiuso i miei conti bancari a scadenza. Mi concede un breve termine per cambiare banca, ma sta chiudendo i conti di mio figlio di cinque anni, il conto cointestato con mia moglie, i miei conti personali, nonché quelli del mio studio di consulenza e della casa editrice che ha appunto pubblicato questo libro in francese, e che ha consentito a Guerini di ottenere i diritti per permettere agli italiani di leggerlo in traduzione». Curiosamente, subito dopo l’uscita del suo volume esplosivo su Ursula, all’autore belga vengono chiusi i conti, e senza troppe spiegazioni. «In effetti sono un po’ stupito», ci dice Baldan. «Voglio dire, le banche si sono arrogate, nei loro contratti tacitamente approvati - il che significa che tali condizioni non vengono mai formalmente accettate dai clienti - il diritto di chiudere i nostri conti senza dover fornire alcuna motivazione. È qualcosa di piuttosto sconcertante. Vedo ciò che il mio Stato fa per limitare l’uso del contante, ad esempio obbligandomi, come impresa o come privato, a passare attraverso il sistema bancario per effettuare pagamenti con il pretesto della lotta al riciclaggio di denaro, mentre tutti sanno che il riciclaggio non avviene più lì (è ormai su scala industriale e si serve delle tecnologie digitali), quindi questa giustificazione ha ormai ben poco senso. Alla fine, si vede che lo Stato ha in qualche modo delegato o intermediato i nostri diritti fondamentali, come il diritto di proprietà privata, attraverso la banca; e oggi la banca si riserva il diritto di accettarci o meno come clienti. In tal modo, come ho spiegato nel libro, essa trasforma un nostro diritto fondamentale in una sorta di privilegio concesso dalla banca: quello di avere, o meno, un conto bancario». Non è la prima volta che assistiamo a fatti di questo genere. È accaduto ai camionisti canadesi che protestavano contro le restrizioni covid, è accaduto in Gran Bretagna a Nigel Farage e in Italia a movimenti e Tv indipendenti come Visione accusati di essere filorussi. Ogni volta le chiusure avvengono in modo ambiguo, con motivazioni confuse o del tutto assenti, così che chi le subisce non possa difendersi facilmente. Viene sempre il dubbio che dietro ci sia altro, magari qualcosa di diverso da una ritorsione politica. Abbiamo chiesto dunque a Baldan se non abbia per caso detto o scritto qualcosa sugli istituti di credito interessati o se non abbia fatto altro che potesse giustificare il blocco dei conti. «È piuttosto semplice», ci ha risposto. «Fino a oggi non avevo mai menzionato pubblicamente questo problema dei conti bancari. Persino Ing, che mi ha chiuso i conti lo scorso luglio, e Nagelmackers, che invece mi ha creato difficoltà in materia di verifica dell’identità del beneficiario economico - dunque di conformità alle norme bancarie - non erano mai state da me citate prima. Quindi non può trattarsi di mie dichiarazioni rivolte alle banche. Tuttavia, ciò che è molto chiaro è che due banche concorrenti, che nello stesso momento iniziano entrambe a tentare di espellermi come cliente e a chiudere i miei conti, non possono farlo se non in presenza di un elemento scatenante comune. Riflettendo un istante, l’unica spiegazione plausibile è che lo Stato, nel tentativo di difendere la posizione di Ursula von der Leyen, abbia autorizzato i propri servizi a ottenere i miei estratti conto bancari presso le mie banche». Se così fosse, il quadro sarebbe piuttosto inquietante. «Questo implica l’avvio di un’indagine, una forma di sorveglianza a distanza, a mio avviso in violazione dei miei diritti fondamentali», insiste Baldan. «E non credo si tratti di un’inchiesta giudiziaria, ma piuttosto di un’indagine di intelligence. Si vede dunque un vero e proprio abuso di potere, che rappresenta, secondo me, la conseguenza di una decisione politica. Probabilmente si sta cercando di costruire contro di me qualcosa di poco trasparente - forse un profilo, o una narrazione che mi dipinga in una luce negativa in futuro. Ecco, direi che spetta piuttosto al ministro della Giustizia del Belgio fornire spiegazioni, così come oggi spetta alle banche farlo». Non è tutto. Non solo a Baldan sono stati chiusi i conti, ma gli è stato pure ritirato dalle autorità europee il permesso di svolgere la sua regolare attività di lobbysta nelle sedi Ue: «Il mio badge è stato definitivamente annullato e che il mio studio di consulenza è stato rimosso dal registro. In teoria, dunque, non posso più accedere liberamente agli edifici dell’Unione europea, non posso più incontrare le persone che vi lavorano né partecipare agli eventi: si tratta di una volontà molto chiara da parte della Commissione europea. Sono stato radiato da una subordinata di Ursula von der Leyen, alla quale avevo richiesto gli Sms e i contratti che coinvolgevano Pfizer. È quantomeno curioso che, dopo il deposito di una denuncia penale, la funzionaria incaricata si sia poi occupata di attaccare il mio badge e il mio accredito professionale, cosa totalmente vietata dalla legge e dal regolamento europeo che tutela i whistleblowers». Chi in queste ore si dice preoccupato per le sorti della libertà di stampa, dovrebbe immediatamente mobilitarsi e affrontare il caso di Baldan. Non solo per il contenuto delle sue denunce, ma soprattutto perché è inaccettabile che criticare le istituzioni europee esponga a conseguenze di questo genere. «La situazione è davvero molto grave», conclude Baldan. «Penso che potrebbe accadere a chiunque. Oggi, chiunque è alla mercé della propria banca e della politica, e per questo bisogna lottare per riconquistare le nostre libertà». Ha pienamente ragione: vedremo quanti prenderanno le sue parti.
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Frédéric Baldan ha scritto un libro sugli intrallazzi di Ursula Von der Leyen. Adesso, guarda caso, vengono chiusi i suoi depositi, quelli dei familiari e della casa editrice. Intanto l’Ue lo caccia e gli ritira il badge.Sono in tanti, nelle ultime settimane, a preoccuparsi per le condizioni della libertà di stampa e di pensiero in Italia. Elly Schlein sostiene che, laddove le destre governano, queste libertà siano limitate e sia a rischio la democrazia. Purtroppo, la gran parte dei paladini del giornalismo d’inchiesta e del free speech sembra mobilitarsi soltanto quando gli allarmi democratici servono a guadagnare consensi, e tacciono invece quando entrano in campo poteri davvero forti e autoritari. Lo dimostra il silenzio quasi totale che qui da noi (e non solo) circonda Frédéric Baldan, ex lobbista europeo e grande accusatore di Ursula von der Leyen di cui ha svelato gli altarini in un libro intitolato Ursula Gates, pubblicato in Italia da Guerini Editore e per lo più ignorato dalla cosiddetta grande stampa. Baldan ha raccontato in alcuni post su X che cosa gli stia accadendo. «La settimana scorsa», racconta alla Verità, «sono stato in Italia e in Svizzera, proprio per la promozione del mio libro. Al mio ritorno, sono dovuto andare a ritirare una lettera raccomandata, scoprendo che proveniva da una delle mie banche. Avevo già avuto un’esperienza piuttosto particolare durante l’estate con la banca Ing, che aveva deciso di chiudere i miei conti. E una seconda banca, nello stesso periodo, aveva cominciato a crearmi problemi in materia di Kyc, ovvero Know Your Customer, le norme relative alla corretta identificazione dei clienti. Si tratta di banche di cui ero cliente da dieci, quindici anni; persino la banca Nagelmackers, che è la seconda dopo Ing. Ero cliente già quando si chiamava ancora Delta Loïc, dunque ha persino cambiato nome nel frattempo. Ebbene, anche questa mi ha comunicato che avrebbe chiuso i miei conti bancari a scadenza. Mi concede un breve termine per cambiare banca, ma sta chiudendo i conti di mio figlio di cinque anni, il conto cointestato con mia moglie, i miei conti personali, nonché quelli del mio studio di consulenza e della casa editrice che ha appunto pubblicato questo libro in francese, e che ha consentito a Guerini di ottenere i diritti per permettere agli italiani di leggerlo in traduzione». Curiosamente, subito dopo l’uscita del suo volume esplosivo su Ursula, all’autore belga vengono chiusi i conti, e senza troppe spiegazioni. «In effetti sono un po’ stupito», ci dice Baldan. «Voglio dire, le banche si sono arrogate, nei loro contratti tacitamente approvati - il che significa che tali condizioni non vengono mai formalmente accettate dai clienti - il diritto di chiudere i nostri conti senza dover fornire alcuna motivazione. È qualcosa di piuttosto sconcertante. Vedo ciò che il mio Stato fa per limitare l’uso del contante, ad esempio obbligandomi, come impresa o come privato, a passare attraverso il sistema bancario per effettuare pagamenti con il pretesto della lotta al riciclaggio di denaro, mentre tutti sanno che il riciclaggio non avviene più lì (è ormai su scala industriale e si serve delle tecnologie digitali), quindi questa giustificazione ha ormai ben poco senso. Alla fine, si vede che lo Stato ha in qualche modo delegato o intermediato i nostri diritti fondamentali, come il diritto di proprietà privata, attraverso la banca; e oggi la banca si riserva il diritto di accettarci o meno come clienti. In tal modo, come ho spiegato nel libro, essa trasforma un nostro diritto fondamentale in una sorta di privilegio concesso dalla banca: quello di avere, o meno, un conto bancario». Non è la prima volta che assistiamo a fatti di questo genere. È accaduto ai camionisti canadesi che protestavano contro le restrizioni covid, è accaduto in Gran Bretagna a Nigel Farage e in Italia a movimenti e Tv indipendenti come Visione accusati di essere filorussi. Ogni volta le chiusure avvengono in modo ambiguo, con motivazioni confuse o del tutto assenti, così che chi le subisce non possa difendersi facilmente. Viene sempre il dubbio che dietro ci sia altro, magari qualcosa di diverso da una ritorsione politica. Abbiamo chiesto dunque a Baldan se non abbia per caso detto o scritto qualcosa sugli istituti di credito interessati o se non abbia fatto altro che potesse giustificare il blocco dei conti. «È piuttosto semplice», ci ha risposto. «Fino a oggi non avevo mai menzionato pubblicamente questo problema dei conti bancari. Persino Ing, che mi ha chiuso i conti lo scorso luglio, e Nagelmackers, che invece mi ha creato difficoltà in materia di verifica dell’identità del beneficiario economico - dunque di conformità alle norme bancarie - non erano mai state da me citate prima. Quindi non può trattarsi di mie dichiarazioni rivolte alle banche. Tuttavia, ciò che è molto chiaro è che due banche concorrenti, che nello stesso momento iniziano entrambe a tentare di espellermi come cliente e a chiudere i miei conti, non possono farlo se non in presenza di un elemento scatenante comune. Riflettendo un istante, l’unica spiegazione plausibile è che lo Stato, nel tentativo di difendere la posizione di Ursula von der Leyen, abbia autorizzato i propri servizi a ottenere i miei estratti conto bancari presso le mie banche». Se così fosse, il quadro sarebbe piuttosto inquietante. «Questo implica l’avvio di un’indagine, una forma di sorveglianza a distanza, a mio avviso in violazione dei miei diritti fondamentali», insiste Baldan. «E non credo si tratti di un’inchiesta giudiziaria, ma piuttosto di un’indagine di intelligence. Si vede dunque un vero e proprio abuso di potere, che rappresenta, secondo me, la conseguenza di una decisione politica. Probabilmente si sta cercando di costruire contro di me qualcosa di poco trasparente - forse un profilo, o una narrazione che mi dipinga in una luce negativa in futuro. Ecco, direi che spetta piuttosto al ministro della Giustizia del Belgio fornire spiegazioni, così come oggi spetta alle banche farlo». Non è tutto. Non solo a Baldan sono stati chiusi i conti, ma gli è stato pure ritirato dalle autorità europee il permesso di svolgere la sua regolare attività di lobbysta nelle sedi Ue: «Il mio badge è stato definitivamente annullato e che il mio studio di consulenza è stato rimosso dal registro. In teoria, dunque, non posso più accedere liberamente agli edifici dell’Unione europea, non posso più incontrare le persone che vi lavorano né partecipare agli eventi: si tratta di una volontà molto chiara da parte della Commissione europea. Sono stato radiato da una subordinata di Ursula von der Leyen, alla quale avevo richiesto gli Sms e i contratti che coinvolgevano Pfizer. È quantomeno curioso che, dopo il deposito di una denuncia penale, la funzionaria incaricata si sia poi occupata di attaccare il mio badge e il mio accredito professionale, cosa totalmente vietata dalla legge e dal regolamento europeo che tutela i whistleblowers». Chi in queste ore si dice preoccupato per le sorti della libertà di stampa, dovrebbe immediatamente mobilitarsi e affrontare il caso di Baldan. Non solo per il contenuto delle sue denunce, ma soprattutto perché è inaccettabile che criticare le istituzioni europee esponga a conseguenze di questo genere. «La situazione è davvero molto grave», conclude Baldan. «Penso che potrebbe accadere a chiunque. Oggi, chiunque è alla mercé della propria banca e della politica, e per questo bisogna lottare per riconquistare le nostre libertà». Ha pienamente ragione: vedremo quanti prenderanno le sue parti.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara