Che l’Unione europea sia in crisi non è una novità, ma ora il marasma assume nuovi risvolti istituzionali. Il Consiglio dell’Ue, infatti, sta per inviare una letteraccia alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, accusando le rispettive istituzioni di allargare illegalmente i poteri del Parlamento. Il Consiglio minaccia anche di ricorrere alla Corte di giustizia.
Il riferimento è alla discussione in corso sulla revisione dell’Accordo quadro del 2010 tra Parlamento e Commissione, la cui approvazione in plenaria è prevista per marzo 2026. Un documento interno al Consiglio Ue (in cui sono rappresentati i governi nazionali), recuperato dalla testata Politico, illustra la posizione del Consiglio rispetto alle discussioni in corso tra Parlamento e Commissione, allegando la bozza della lettera che sarà inviata. Sul tema deciderà oggi il Comitato permanente dei rappresentanti a Bruxelles, il Coreper 2. Nella lettera, il Consiglio ribadisce le proprie riserve sia sull’attuale versione sia su quella riveduta dell’Accordo, ritenendo che alcune disposizioni violino l’equilibrio istituzionale stabilito dai Trattati che regolano il funzionamento dell’Unione.
In particolare, nella lettera, il Consiglio contesta la promessa della Commissione di fare in modo che Parlamento e Consiglio abbiano pari trattamento nel processo legislativo. Il Consiglio non è d’accordo, poiché non esiste un principio generale di «parità di trattamento» nei Trattati istitutivi dell’Ue tra Consiglio e Parlamento. Commissione e Parlamento non possono sovrascrivere i Trattati in un accordo tra loro che riguarda le modalità con cui l’Ue legifera, dice la lettera. Le prerogative sono differenti e il Consiglio ha più poteri del Parlamento, secondo i Trattati. La lettera evidenzia tre problemi, tra gli altri. Il primo è relativo agli accordi internazionali: il Consiglio si oppone alle nuove disposizioni sull’applicazione provvisoria degli accordi (articolo 218 del Tfue) e alla possibile partecipazione del Parlamento alle fasi negoziali, ritenendo che ciò ecceda i diritti di informazione previsti dai Trattati e incida sulle prerogative del Consiglio. Evidentemente il voto del Parlamento che ha rinviato alla Corte di giustizia l’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur brucia ancora nelle cancellerie.
Il secondo tema contestato dai governi riguarda l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (Tfue) che consente al Consiglio di adottare misure in situazioni eccezionali (crisi energetiche, emergenze economiche) su proposta della Commissione. Nel testo revisionato dell’Accordo quadro, la Commissione si impegnerebbe a fornire al Parlamento giustificazioni dettagliate e complete per ogni proposta basata sull’articolo 122 e a riferire al Parlamento sull’attuazione degli atti adottati su quella base. Il Consiglio contesta vivacemente questo punto perché i Trattati (articolo 296 del Tfue) già impongono alla Commissione un obbligo generale di motivazione, ma non prevedono un obbligo rafforzato e specifico verso il Parlamento per l’articolo 122. Lo stesso articolo non attribuisce al Parlamento alcun ruolo decisionale. Introdurre, tramite un accordo bilaterale Parlamento-Commissione, obblighi ulteriori di rendicontazione, significherebbe ampliare indirettamente il ruolo del Parlamento in una procedura in cui i Trattati non glielo riconoscono. Questo viola il principio di equilibrio dei poteri disegnato dai Trattati.
Il terzo punto critico riguarda l’iniziativa legislativa, che il Parlamento europeo non ha. Secondo l’articolo 225 del Tfue il Parlamento può chiedere alla Commissione di presentare una proposta legislativa, così come il Consiglio (secondo l’articolo 241 del Tfue). Formalmente, quindi, Parlamento e Consiglio hanno un potere simmetrico di sollecito alla Commissione, ma in entrambi i casi la Commissione non è obbligata a presentare la proposta. Con il nuovo Accordo a due, la Commissione si impegnerebbe a fornire al Parlamento supporto nella fase di costruzione delle iniziative legislative, che poi potrebbero sfociare in richieste secondo l’articolo 225. Se la Commissione aiuta il Parlamento a progettare iniziative legislative, dice però il Consiglio, il Parlamento entra nella fase prelegislativa, avvicinandosi al ruolo di coiniziatore. Ciò non è previsto dai Trattati. Il Consiglio chiede che le sue osservazioni siano prese in considerazione prima del voto finale del Parlamento e avverte che, qualora l’Accordo venga adottato senza modifiche, si riserva di ricorrere alla Corte Ue.
Dunque, l’organo che rappresenta i governi vuole arginare l’espansione dei poteri di Parlamento e Commissione. A Bruxelles ora i governi vogliono contare di più, sulla scorta anche dell’intesa tra Friedrich Merz e Giorgia Meloni su un accresciuto ruolo di guida degli Stati rispetto alle istituzioni comunitarie. Lo scontro cioè non è semplicemente legale, ma politico. I governi ora sono meno disposti a delegare scelte che poi hanno un impatto sui cittadini che li hanno votati. In definitiva, il cuore della discussione riguarda la mancanza di una reale legittimazione democratica dell’Unione europea.







