- Per l’uccisione a Lione del giovane identitario, interrogato un secondo collaboratore del deputato picchiatore. Sospeso anche per lui il diritto ad accedere in Parlamento. Meloni: «Addolorata, nessuna idea politica può giustificare la violenza».
- La France insoumise scaricata pure da Hollande per la vicinanza ai teppisti antifà.
Lo speciale contiene due articoli.
Il cerchio si stringe sempre di più attorno al partito dell’estrema sinistra transalpina, La France insoumise. Ieri sono arrivate altre prove del coinvolgimento a vario titolo di alcuni suoi simpatizzanti legati anche al movimento de La Jeune garde nel linciaggio che ha provocato giovedì scorso la morte del ventitreenne Quentin Deranque. Le indagini hanno portato al fermo di 11 persone, che è stato prolungato di ventiquattro ore. Alcuni di questi sarebbero coinvolti in maniera più importante nel pestaggio di Quentin, altri avrebbero invece avuto ruoli più «logistici». Tra i fermati ci sarebbe, come scritto da Le Parisien, anche un ex stagista di Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Lfi) e fondatore della Jeune garde. Per Bfm Tv, l’ex stagista si chiamerebbe Adrien B. Tra i fermati ci sarebbe anche Robin C. che, secondo quanto ricostruito dal quotidiano parigino, sarebbe un altro assistente parlamentare di Arnault. Questo collaboratore è stato assunto l’anno scorso usando lo pseudonimo di Robin Michel. L’uomo avrebbe ricoperto incarichi nel collegio elettorale del deputato Lfi e sarebbe legato a movimenti dell’ultrasinistra. Per questo motivo, Robin C. risulterebbe essere fiché S, cioè schedato nel registro degli individui considerati pericolosi per la sicurezza dello Stato. Anche a lui sono stati proibiti gli accessi all’Assemblea nazionale.
Ma il nome che, anche ieri, era sulla bocca di tutti è quello di Jacques-Élie Favrot, il primo degli assistenti parlamentari di Arnault. L’avvocato di Favrot ha riferito a Bfm tv che il suo assistito «riconosce le violenze» ma non «l’omicidio» di Quentin Deranque.
Una fonte anonima citata da Le Figaro, ha definito Favrot come «uno dei grossi obiettivi» degli arresti compiuti martedì sera e che non poteva essere considerato come «un sospetto accessorio o secondario» nel pestaggio di Lione. Lo stesso quotidiano ha ricordato che Favrot era già noto alla polizia per «furto», «detenzione di un’arma» e «colpi e ferite». Dopo la conferma del fermo del suo assistente parlamentare, Arnault ha reso noto di aver avviato «le procedure per porre fine al suo contratto» all’Assemblea nazionale.
L’annuncio del licenziamento di Favrot non è bastato però a spegnere l’incendio che divampa tra le file de La France insoumise. Per gli esponenti di vari partiti, chi dovrebbe dimettersi è Raphäel Arnault. Altri politici chiedono invece a Lfi di espellere il deputato che, va ricordato, non è coinvolto nei tragici fatti di Lione che hanno provocato la morte del giovane Deranque. A favore dell’esclusione, almeno temporanea, di Arnault dal suo partito si è espressa ieri Maud Bregeon, la portavoce del governo, per la quale serve un «chiarimento, per dire no alla violenza». La risposta del coordinatore nazionale Lfi, Manuel Bompard, non si è fatta attendere : «La portavoce di un governo illegittimo pretende ormai di decidere l’organizzazione dei gruppi politici dell’opposizione», per lui «Arnault non ha alcuna responsabilità nel dramma accaduto a Lione [...] l’inchiesta in corso non lo riguarda assolutamente». Un altro onorevole Lfi, Eric Coquerel, ha invitato Bregeon a «rispettare la separazione dei poteri» e ha rivelato di aver ricevuto minacce di morte. Il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, ha dichiarato che «Arnault è fuori posto all’Assemblea» e chiesto la creazione di un cordone sanitario attorno a La France insoumise.
A sinistra, anche ieri, vari esponenti hanno cercato di relativizzare la loro prossimità a Lfi. L’ex presidente francese, il socialista François Hollande ha dichiarato ai microfoni di radio Rmc che «non può esserci un’alleanza tra il Ps e Lfi». Il segretario socialista Olivier Faure pur invitando Lfi a fare un «esame di coscienza», è riuscito a lamentarsi per l’«insopportabile inversione» secondo la quale «l’antifascismo sarebbe il nuovo fascismo». La deputata di sinistra (ex Lfi) Clémentine Autain ha criticato una cultura politica francese «intrisa di virilismo». La leader dei Verdi, Marine Tondellier, ha espresso la propria emozione per la morte di Quentin ma ha anche protestato perché riceve «solo domande su La France insoumise» invece «non sento la gente di destra ricevere domane sull’ultradestra, anch’essa estremamente violenta».
La morte di Quentin Deranque ha assunto anche una dimensione internazionale. Ai media francesi non è sfuggito il post su Instagram di Giorgia Meloni. Il presidente del Consiglio ha scritto che «la morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Per Meloni «nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia». Sempre all’estero, la deputata Ue dei Républcains, Cécile Imart ha reso noto di aver presentato una risoluzione volta alla creazione di una «lista nera» dei movimenti ultra violenti.
E proprio per evitare violenze, il prefetto della Loira Atlantica ha vietato lo svolgimento di una manifestazione in memoria di Quentin, che avrebbe dovuto tenersi a Nantes. Invece, il sindacato del personale de l'École Normale Supérieure di Paris-Saclay ha annullato l’invito che aveva rivolto alla parlamentare europea Lfi, Rima Hassan.
Allarme bomba da Mélenchon Che prova a passare da vittima
Un allarme (politicamente) provvidenziale. Nel momento più buio per La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’evacuazione della sede per il falso annuncio di una bomba permette al partito di estrema sinistra di rifiatare. La pressione di questi giorni, dopo l’uccisione del giovane Quentin Deranque, per la quale sono stati arrestati diversi giovani organici al gruppo parlamentare mélenchonista, si può così allentare per mezza giornata. «La sede nazionale de La France insoumise è stata evacuata in seguito alla minaccia di una bomba. La polizia è sul posto», ha postato ieri sui social il coordinatore del movimento, Manuel Bompard. L’ispezione dei locali da parte delle forze dell’ordine ha dato esito negativo: nessun ordigno. Si è trattato di una intimidazione o di una bravata.
Il movimento non ha comunque perso tempo, prendendo la palla al balzo per uscire dall’angolo e passare da complice dei carnefici a vittima: «Un limite è stato superato. Chi sfrutta la tragedia e la morte di un giovane per attaccare La France insoumise deve cessare le sue spregevoli manovre», ha dichiarato Clémence Guetté, vicepresidente del partito all’Assemblea nazionale. Un altro parlamentare, Paul Vannier, ha tuonato: «Tutti coloro che, attraverso spregevoli manovre politiche, stanno indirizzando le loro calunnie contro Lfi - Lecornu, Darmanin, Hollande, Bardella e Le Pen - sono responsabili dell’ondata di violenza di cui siamo vittime». Un’ottima strategia diversiva, per un partito duramente attaccato dalla portavoce del governo, Maud Bregeon, che aveva apertamente parlato di «responsabilità morale» dei mélenchonisti dopo l’assassinio di Quentin. Nelle scorse ore anche l’ex presidente François Hollande aveva contribuito a porre un cordone sanitario attorno al movimento: «Non ci può essere, per le prossime elezioni, alcuna alleanza fra i socialisti e La France insoumise».
Nel frattempo, parte della stampa francese di estrema sinistra sta provando ad applicare il protocollo «Primavalle». Il riferimento è a Primavalle, incendio a porte chiuse, il libello con cui, dopo l’omicidio dei fratelli Mattei, parte dell’estrema sinistra provò a caldeggiare la tesi della faida interna nell’estrema destra, mentre i veri responsabili della strage pasteggiavano a champagne con intellettuali e giornalisti di grido. Se negli anni Settanta i missini romani potevano morire per autocombustione, nella Lione del 2026 gli identitari possono evidentemente linciarsi da soli.
La presunta prova chiave delle «controinchieste» (in Italia ripresa da Dinamo Press) è un nuovo video, diffuso dal sito della testata Le Progrès, in cui, pochi minuti prima che Deranque venisse colpito a morte, si vedono due gruppi fronteggiarsi in strada, a una cinquantina di metri da dove poi verrà trovato il corpo del ventitreenne. Un filmato da cui è comunque impossibile capire la dinamica dei fatti: come si sono incrociati i due gruppi? Chi stava aspettando chi? Il video non spiega nulla. Che si sia trattato di un agguato da parte dell’estrema sinistra è stato affermato con nettezza dalle autorità. E comunque la morte di Quentin è sopraggiunta dopo un bestiale accanimento sul suo corpo già disteso a terra, cosa documentata dal primo video uscito dopo i fatti. La Jeune garde antifasciste, movimento disciolto a cui sono legati diversi dei fermati, ha del resto una lunga tradizione di violenza per nulla dissimulata. Nei giorni scorsi abbiamo già ricordato le pagine Instagram in cui il gruppo si vantava degli assalti, spesso in sovrannumero e infierendo su persone a terra. Un vero marchio di fabbrica.
In tutto questo, è comunque Repubblica a far presente la vera tragedia in questa vicenda: «La morte di Deranque complica la sfida delle sinistre ai lepeniani», titolava ieri il quotidiano. Dannati identitari, le trovano tutte pur di indebolire il fronte repubblicano, Persino farsi ammazzare.
- Raphaël Arnault, oggi deputato per Mélenchon e con un passato da picchiatore, è schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Ai primi dell’anno, in concomitanza con una aggressione contro i giovani di Fdi, si trovava in Italia.
- Sospettati dell'omicidio Deranque: Favrot (France Insoumise) è assistente di un deputato. Anche altri fermati tra i membri della Jeune garde.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è un possibile filo rosso che lega la violenza antifascista che insanguina le strade in Italia e Francia. E ora dal Parlamento si chiede al Viminale di approfondire la questione. Il linciaggio che ha portato alla morte del giovane militante identitario Quentin Deranque, a Lione, sta inducendo sempre più osservatori a interrogarsi sulla presenza di una possibile rete internazionale di picchiatori rossi, che potrebbe aver colpito anche in Italia.
Per l’omicidio di Quentin ieri la polizia francese ha fermato sei persone tra cui un assistente parlamentare del deputato della France Insoumise (Lfi) Raphaël Arnault. «L’indagine procede molto bene, si tratta ora di stabilire i vari gradi di responsabilità. Questo genere di verifiche non può essere svolto dopo gli interrogatori», aveva spiegato un altro investigatore, riportato da Le Figaro. Gli inquirenti confermano che l’ambiente di riferimento dei sospettati sarebbe «l’ultrasinistra» e che alcuni di loro si fregerebbero della fiche S (il «bollino» che lo Stato francese mette sulle persone pericolose per la sicurezza dello Stato). Non si tratta tuttavia di un grande scoop: che l’ambiente in cui andare a cercare sia quello dell’estremismo di sinistra appare chiaro. Molti puntano il dito contro la Jeune garde antifasciste, movimento noto per le aggressioni violente, sciolto dal Consiglio dei ministri il 12 giugno 2025. Sui social si trova ancora la pagina Antifa squads, riconducibile allo stesso gruppo, che postava tranquillamente cose come «Il best of del 2025», ovvero un collage di filmati delle migliori aggressioni compiute a Lione, senza che nessun censore del Web abbia mai avuto nulla da obiettare.
Capo della Jeune garde era Raphaël Arnault, 31 anni, oggi deputato sotto le insegne de La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, già condannato in passato per aggressione. Tra i fermati c’è un suo collaboratore, Jacques Elie Favrot, che era stato indicato da molti come presente sul luogo del delitto, e e Adrian B., membro del movimento Jeune Garde e vicino al rappresentante della Lfi. L’Assemblea nazionale ieri ha osservato un minuto di raccoglimento per Quentin, anche se La France insoumise si è premurata di specificare che non dovevano esserci speculazioni politiche. Insomma, il giovane va trattato come uno morto cadendo dal motorino. Ma ecco il punto: Arnault sembra avere un certo legame con l’Italia.
La Verità lo aveva segnalato per prima: nei giorni dell’Epifania, il deputato picchiatore era a Roma. Erano i giorni del «presente» per i morti di Acca Larentia, che porta nella capitale centinaia di militanti identitari da più parti d’Europa. Ma anche, novità di questi ultimi anni, un’analoga mobilitazione antifascista. Arnault si era fatto fotografare al presidio antifascista, postando anche un pistolotto sul ritorno delle camicie nere e sulla necessità di combatterle. «Siamo pronti ad affrontarli», concludeva. Che non fosse una frase meramente retorica era stato subito chiaro. Ma c’è un altro fatto accaduto nella capitale nelle stesse ore: quattro militanti di Gioventù nazionale erano stati aggrediti da un gruppo di 30 antifascisti, peraltro respinto in maniera abbastanza indecorosa nonostante la schiacciante superiorità numerica. Nel nostro articolo ci eravamo limitati a far notare come l’abbigliamento di Arnault e dei suoi amici, nei selfie postati da Roma, fosse proprio nello stile dei picchiatori della Tuscolana, immortalati dai video. Una contiguità stilistica, nulla di più, ovviamente. Dalle denunce, tuttavia, emerge che alcuni degli aggressori non parlassero italiano. E allora qualcuno ha cominciato a chiedersi se non sia il caso di fare due più due.
Fabio Rampelli, esponente di Fdi e vicepresidente della Camera, ha presentato una interrogazione al Viminale per cercare di vederci più chiaro sulla possibile presenza di militanti stranieri nel gruppo di assalitori. E se, eventualmente, qualcuno possa essere ricondotto al giro della dissolta Jeune garde francese. Giova peraltro ricordare che, tra le sue «medaglie», Arnault gode anche di una delle suddette fiche S. Uno status condiviso con altri estremisti di opposto colore, ma anche con jihadisti vari, motivo per cui, quando si viaggia all’estero con quel «marchio», i controlli di polizia sono decisamente più accurati del normale. Chi ha la fiche S e deve prendere un aereo, per dire, sa già che deve recarsi in aeroporto ore prima, ore in cui, si spera, le autorità avvertano del suo arrivo anche i colleghi del Paese di destinazione del soggetto. Ecco: sarebbe interessante sapere se le autorità italiane abbiano monitorato gli spostamenti di questo notorio picchiatore su suolo italiano.
Ma i legami tra quell’ambiente transalpino e l’estremismo antifascista italiano sono intanto acclarati. Non solo perché Raphaël ama passare le vacanze estive a Napoli, ospite del centro sociale Mensa Occupata. Ieri Il Giornale ricordava come, il 12 ottobre 2024, il presidente dell’VIII municipio di Roma Amedeo Ciaccheri di Avs, vicino ai centri sociali capitolini, avesse conferito una targa di riconoscimento, con il logo ufficiale del Comune e la scritta ben poco istituzionale «Al compagno de La France insoumise. Uniti nella battaglia», allo stesso Arnault. In quella circostanza sarebbe stato presente anche Favrot. Non è chiaro se quest’ultimo fosse venuto in Italia, al seguito del suo liderino, anche nel gennaio scorso, quando ci fu l’aggressione ai militanti di Gioventù nazionale. Interrogativi a cui qualcuno dovrà dare una risposta.
Arrestati 6 sospetti per l’omicidio di Lione, uno della France insoumise
Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato della France insoumise (Lfi) Raphaël Arnault è uno dei quattro fermati perché sospettati di aver partecipato, giovedì scorso, al linciaggio del ventitreenne Quentin Deranque, poi deceduto per le ferite riportate. La conferma è arrivata in serata dopo che per tutto il giorno si erano rincorse voci sull’appartenenza politica dei presunti assalitori. In un primo tempo si era parlato dell’identificazione di sei presunti responsabili dell’omicidio del giovane Quentin Deranque, e vicini all’ultrasinistra». Le informazioni sono state attribuite a fonti anonime citate da France Presse, Franceinfo e Le Figaro. Per vari media, tra cui il quotidiano lionese Progres, tra i sospetti ci sarebbero altri membri del gruppo antifa La Jeune Garde.
In giornata, Le Figaro aveva citato una fonte anonima secondo cui la morte di Quentin fosse ormai divenuta un caso politico. «La polizia cammina sulle uova», dato che «sa di non potersi permettere errori». In effetti, se le indagini contenessero qualche imprecisione, potrebbero forse essere invalidate da certi giudici politicizzati. I sospetti nei confronti di Favrot erano sempre più forti, tanto che già prima della conferma Le Figaro citava un’altra fonte anonima secondo la quale Favrot, la sera della morte di Quentin, si trovasse davanti a Sciences Po Lione.
Sul fronte politico, durante la giornata si è assistito nuovamente al tentativo, da parte di Lfi, di scrollarsi di dosso i legami con i picchiatori rossi de La Jeune Garde e le presunte responsabilità per la morte di Quentin. Legami e responsabilità sottolineati dal resto della classe politica francese, a cominciare dai macronisti. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha affermato che esiste una forma di «brutalità» politica «nel giustificare le azioni della Jeune Garde e nell’appoggiare il suo leader (Raphaël Arnaud, ndr) già condannato per violenza fisica, alle elezioni legislative.». Il premier Sébastien Lecornu ha invitato Lfi a «fare pulizia» al proprio interno. Durissimo il capogruppo de Les Républicains (Lr), Laurent Wauquiez, secondo il quale «l’estrema sinistra ha del sangue sulle mani». Parole forti, peccato che sia i macronisti che la destra moderata dimentichino che molti deputati Lfi sono stati eletti proprio perché i loro due partiti hanno ritirato i propri candidati al secondo turno delle legislative anticipate del 2024. Ritiri decisi per fare «barriera» contro dei rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen in nome del cosiddetto «fronte repubblicano».
Le esternazioni più sorprendenti sono arrivate dalla deputata Lfi Mathilde Panot, la quale su Lcp ha affermato che il collettivo femminista di destra Nemesis deve stare lontano «dalle nostre riunioni» e «conferenze, altrimenti finirà male». Il presidente Rn, Jordan Bardella, ha scritto su X che «la morte di Quentin non è un incidente, ma un atto deliberato». L’eurodeputata Marion Marechal ha ipotizzato una forma di «responsabilità penale» della sua omologa Lfi, Rima Hassan, perché quest’ultima utilizzerebbe la Jeune Garde «come un servizio di sicurezza informale». La tensione resta altissima e c’è chi, come l’avvocato specializzato in terrorismo Thibault de Montbrial, ritiene che la scomparsa Quentin possa trasformarsi in un pericoloso «punto di svolta» per la società francese. Sarà forse anche per calmare le acque che, da un lato, l’Assemblea nazionale ha osservato un minuto di silenzio in onore di Quentin Deranque, mentre il prefetto di Tolosa ha vietato assembramenti in omaggio al giovane deceduto per il «rischio di scontri violenti».
Lo Stato italiano lo aveva preso per un falso invalido. Oggi, al termine del processo, si scopre che era un falso... «valido». Ma c’è sempre qualcosa che non va nell’incredibile storia di questo imprenditore pakistano accusato di aver truffato l’Inps fingendosi cieco. «Guidava il Suv», dimostrarono le Fiamme gialle. Alla fine si è capito che cieco lo era davvero: nessun truffa alle casse pubbliche, ma più di qualche interrogativo sulla sua prontezza alla guida.
I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.





