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2025-12-03
Finisce libro anti Macron e si suicida. L’accusa postuma del gollista Marleix
Olivier Marleix (Ansa)
Suggestioni decisamente inquietanti. Ma, probabilmente, si tratta solo di… suggestioni. Stiamo parlando di Dissolution française: la fin du macronisme, saggio di Olivier Marleix uscito il 13 novembre in Francia, proprio nell’anniversario della mattanza del Bataclan. Marleix è un ex deputato, esponente di primo piano dei Républicains, già membro di diversi gabinetti ministeriali e consigliere della presidenza della Repubblica sotto Nicolas Sarkozy. Lo scorso 7 luglio, Marleix è stato trovato impiccato nella sua abitazione, a soli 54 anni. Sul decesso è stata aperta un’inchiesta dal procuratore Chartres Frédéric Chevallier, secondo il quale il politico «attraversava un periodo di depressione dalle molteplici cause: sentimentali, intime e professionali». L’autopsia ha confermato la morte per impiccagione, ha escluso l’assunzione di droghe e ha constatato una «alcolemia positiva ma moderata». Chevallier ha spiegato che Marleix «era in cura da uno psichiatra da diversi mesi, aveva iniziato a correre quotidianamente e in un modo molto insolito e aveva perso molto peso», anche se «nessuno sospettava che si sarebbe tolto la vita». Secondo l’inchiesta, «il fattore scatenante del suo suicidio è stata un’ultima conversazione con la sua compagna, che è stata trovata durante l’esame del suo cellulare».
Appena 48 ore prima di morire, Marleix aveva inviato a Thierry Billard, direttore editoriale di Laffont, le sue ultime correzioni al saggio che stava scrivendo, che per l’appunto riguardava «la fine del macronismo» e che in questi giorni ha visto la luce. Non si immagini, tuttavia, un pamphlet esplosivo con rivelazioni su scandali segreti: si tratta piuttosto di un giornale di bordo nella lunga crisi politica francese, vista dal punto di vista privilegiato di uno dei protagonisti.
Marleix fa la cronaca delle varie leggi significative dell’era Macron. Come quella di fine lockdown. Eppure, ricorda l’autore, «il testo iniziale del governo aveva per effetto non di mettere fine a questo regime d’eccezione, in special modo al famoso pass sanitario, ma di permettere al governo di reinstaurarlo in qualsiasi momento… non più per mezzo di una legge, ma di un semplice decreto!». Un blitz sventato, grazie anche alle barricate della destra.
Interessante, anche in chiave psicologica, il racconto della legge sull’immigrazione auspicata da Macron: «Guidato permanentemente dal desiderio di non lasciare alcun argomento ai suoi avversari politici, il presidente della Repubblica è un adepto dell’appropriazione. Appropriazione delle parole, delle intenzioni, non necessariamente dell’ambizione». Insomma, nel suo ego smisurato, Macron vuole essere il campione dell’accoglienza e anche del suo contrario. Della cosa si occupa Gérald Darmanin, sul quale Marleix ha parole di fuoco, che coinvolgono anche alcuni attuali protagonisti della vita politica francese: «Appartiene alla prima generazione di coloro che hanno tradito la destra nel 2017. Insieme a Édouard Philippe, Bruno Le Maire e Sébastien Lecornu, era tra coloro che frequentavano il quartier generale della campagna di François Fillon, coltivando contemporaneamente contatti con la cerchia ristretta di Emmanuel Macron. Questo piccolo gruppo, tuttavia, non si risparmiava nelle sue dure critiche al candidato di En Marche!... finché la rivelazione di un possibile incarico ministeriale non li ha resi i suoi più accaniti sostenitori».
Marleix parla anche di politica estera e rimprovera a Macron di avere un atteggiamento umorale e infantile: «La nostra politica estera dà l’impressione di essere guidata più dalla potenza degli annunci che da una visione a lungo termine». Chirurgica la visione sul disastro ucraino: «Fin dalle prime settimane, Emmanuel Macron ha fatto numerose telefonate a Vladimir Putin, in un lodevole tentativo di mediazione personale. Ma questi scambi, condotti unilateralmente, senza coordinamento con i nostri alleati europei, in una messa in scena in stile televisivo, non hanno portato a nulla. Il presidente francese ha dichiarato che la Russia non doveva essere “umiliata”: una dichiarazione che intendeva aprire la strada a un futuro compromesso, ma che Mosca ha immediatamente sfruttato e che Kiev, Varsavia e Bruxelles hanno aspramente criticato. […] Nel marzo 2023, Emmanuel Macron avanzò la possibilità di inviare truppe francesi in Ucraina, senza previa consultazione con la Nato. L’annuncio, improvvisato e mal preparato, provocò un’ondata di disapprovazione in Europa. Persino gli Stati Uniti rimasero in silenzio, imbarazzati. Di conseguenza, le dichiarazioni francesi non furono più prese sul serio».
Nel 2021, Marleix aveva del resto già proposto una lucida critica del macronismo nel suo saggio Les Liquidateurs. Qui, dipingeva Macron come «il servitore zelante fino al parossismo» del «capitalismo illiberale» a trazione progressista: «Ancora una volta nella nostra storia, gli Stati si trovano di fronte a una scelta semplice: permettere a forze economiche al di fuori del loro controllo di imporre la propria volontà e dettare le proprie regole, oppure ridefinire le regole del gioco in modo che siano accettabili per tutti. Questa è l’annosa questione del primato della politica nella società, per liberarla dalla legge del più forte. In questa lotta di potere, Emmanuel Macron non è dove ci si aspetterebbe di trovare un presidente della Repubblica. Lui stesso non sembra credere nella legittimità dello Stato in questa lotta».
Marleix sottolinea, in particolare, il peso di grandi fondi americani, come Blackrock, sulle scelte macroniane. È il caso della riforma delle pensioni, «ispirata» dai grandi fondi privati, a cui pochi mesi prima Macron aveva aperto praterie, liberalizzando le regole nella gestione dei fondi pensioni. «A chi giovò questa riforma, che creò un buco di 60 miliardi di euro? Agli interessi del popolo francese o a quelli del gigante finanziario americano?». La risposta è chiara.
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Pubblicato post mortem il saggio dell’esponente di spicco dei Républicains, trovato impiccato il 7 luglio scorso «Il presidente è un servitore del capitalismo illiberale. Ha fatto perdere credibilità alla Francia nel mondo».Gli ingredienti per la spy story ci sono tutti. Anzi, visto che siamo in Francia, l’ambientazione è più quella di un noir vecchio stile. I fatti sono questi: un politico di lungo corso, che conosce bene i segreti del potere, scrive un libro contro il capo dello Stato. Quando è ormai nella fase dell’ultima revisione di bozze viene tuttavia trovato misteriosamente impiccato. Il volume esce comunque, postumo, e la data di pubblicazione finisce per coincidere con il decimo anniversario del più sanguinario attentato della storia francese, quasi fosse un messaggio in codice per qualcuno.Suggestioni decisamente inquietanti. Ma, probabilmente, si tratta solo di… suggestioni. Stiamo parlando di Dissolution française: la fin du macronisme, saggio di Olivier Marleix uscito il 13 novembre in Francia, proprio nell’anniversario della mattanza del Bataclan. Marleix è un ex deputato, esponente di primo piano dei Républicains, già membro di diversi gabinetti ministeriali e consigliere della presidenza della Repubblica sotto Nicolas Sarkozy. Lo scorso 7 luglio, Marleix è stato trovato impiccato nella sua abitazione, a soli 54 anni. Sul decesso è stata aperta un’inchiesta dal procuratore Chartres Frédéric Chevallier, secondo il quale il politico «attraversava un periodo di depressione dalle molteplici cause: sentimentali, intime e professionali». L’autopsia ha confermato la morte per impiccagione, ha escluso l’assunzione di droghe e ha constatato una «alcolemia positiva ma moderata». Chevallier ha spiegato che Marleix «era in cura da uno psichiatra da diversi mesi, aveva iniziato a correre quotidianamente e in un modo molto insolito e aveva perso molto peso», anche se «nessuno sospettava che si sarebbe tolto la vita». Secondo l’inchiesta, «il fattore scatenante del suo suicidio è stata un’ultima conversazione con la sua compagna, che è stata trovata durante l’esame del suo cellulare».Appena 48 ore prima di morire, Marleix aveva inviato a Thierry Billard, direttore editoriale di Laffont, le sue ultime correzioni al saggio che stava scrivendo, che per l’appunto riguardava «la fine del macronismo» e che in questi giorni ha visto la luce. Non si immagini, tuttavia, un pamphlet esplosivo con rivelazioni su scandali segreti: si tratta piuttosto di un giornale di bordo nella lunga crisi politica francese, vista dal punto di vista privilegiato di uno dei protagonisti. Marleix fa la cronaca delle varie leggi significative dell’era Macron. Come quella di fine lockdown. Eppure, ricorda l’autore, «il testo iniziale del governo aveva per effetto non di mettere fine a questo regime d’eccezione, in special modo al famoso pass sanitario, ma di permettere al governo di reinstaurarlo in qualsiasi momento… non più per mezzo di una legge, ma di un semplice decreto!». Un blitz sventato, grazie anche alle barricate della destra. Interessante, anche in chiave psicologica, il racconto della legge sull’immigrazione auspicata da Macron: «Guidato permanentemente dal desiderio di non lasciare alcun argomento ai suoi avversari politici, il presidente della Repubblica è un adepto dell’appropriazione. Appropriazione delle parole, delle intenzioni, non necessariamente dell’ambizione». Insomma, nel suo ego smisurato, Macron vuole essere il campione dell’accoglienza e anche del suo contrario. Della cosa si occupa Gérald Darmanin, sul quale Marleix ha parole di fuoco, che coinvolgono anche alcuni attuali protagonisti della vita politica francese: «Appartiene alla prima generazione di coloro che hanno tradito la destra nel 2017. Insieme a Édouard Philippe, Bruno Le Maire e Sébastien Lecornu, era tra coloro che frequentavano il quartier generale della campagna di François Fillon, coltivando contemporaneamente contatti con la cerchia ristretta di Emmanuel Macron. Questo piccolo gruppo, tuttavia, non si risparmiava nelle sue dure critiche al candidato di En Marche!... finché la rivelazione di un possibile incarico ministeriale non li ha resi i suoi più accaniti sostenitori».Marleix parla anche di politica estera e rimprovera a Macron di avere un atteggiamento umorale e infantile: «La nostra politica estera dà l’impressione di essere guidata più dalla potenza degli annunci che da una visione a lungo termine». Chirurgica la visione sul disastro ucraino: «Fin dalle prime settimane, Emmanuel Macron ha fatto numerose telefonate a Vladimir Putin, in un lodevole tentativo di mediazione personale. Ma questi scambi, condotti unilateralmente, senza coordinamento con i nostri alleati europei, in una messa in scena in stile televisivo, non hanno portato a nulla. Il presidente francese ha dichiarato che la Russia non doveva essere “umiliata”: una dichiarazione che intendeva aprire la strada a un futuro compromesso, ma che Mosca ha immediatamente sfruttato e che Kiev, Varsavia e Bruxelles hanno aspramente criticato. […] Nel marzo 2023, Emmanuel Macron avanzò la possibilità di inviare truppe francesi in Ucraina, senza previa consultazione con la Nato. L’annuncio, improvvisato e mal preparato, provocò un’ondata di disapprovazione in Europa. Persino gli Stati Uniti rimasero in silenzio, imbarazzati. Di conseguenza, le dichiarazioni francesi non furono più prese sul serio».Nel 2021, Marleix aveva del resto già proposto una lucida critica del macronismo nel suo saggio Les Liquidateurs. Qui, dipingeva Macron come «il servitore zelante fino al parossismo» del «capitalismo illiberale» a trazione progressista: «Ancora una volta nella nostra storia, gli Stati si trovano di fronte a una scelta semplice: permettere a forze economiche al di fuori del loro controllo di imporre la propria volontà e dettare le proprie regole, oppure ridefinire le regole del gioco in modo che siano accettabili per tutti. Questa è l’annosa questione del primato della politica nella società, per liberarla dalla legge del più forte. In questa lotta di potere, Emmanuel Macron non è dove ci si aspetterebbe di trovare un presidente della Repubblica. Lui stesso non sembra credere nella legittimità dello Stato in questa lotta».Marleix sottolinea, in particolare, il peso di grandi fondi americani, come Blackrock, sulle scelte macroniane. È il caso della riforma delle pensioni, «ispirata» dai grandi fondi privati, a cui pochi mesi prima Macron aveva aperto praterie, liberalizzando le regole nella gestione dei fondi pensioni. «A chi giovò questa riforma, che creò un buco di 60 miliardi di euro? Agli interessi del popolo francese o a quelli del gigante finanziario americano?». La risposta è chiara.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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