La Regione Puglia chiede ai medici di base di restituire 23 milioni di euro ricevuti, negli ultimi dieci anni, come parte dei loro compensi in virtù di un Accordo collettivo nazionale che, secondo una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna (che riguarda peraltro i pediatri di libera scelta) non è più valido. Non è un gioco di parole, ma una pretesa talmente incredibile, che va letta un paio di volte per capirla bene.
Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.






