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2025-11-05
Accoltellatore liberato dalle toghe: «Non è più socialmente pericoloso»
Una «terza via» tra i manicomi giudiziari, che non esistono più, e la libertà di circolare per le strade, nei quartieri, con il rischio di procurare del male a sé o agli altri. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rispondendo a una domanda di SkyTg24 su cosa si può fare per evitare che accadano casi come quello dell’accoltellamento di Anna Laura Valsecchi da parte di Vincenzo Lanni a Milano, risponde che il caso «richiama il discorso della gestione e della trattazione dei casi psichiatrici e io credo forse che dovremmo riconsiderare una terza via tra il passaggio dalla pratica manicomi a quello che è avvenuto dopo, che permetta», aggiunge Piantedosi, «di avere dei trattamenti di queste persone che tengano in maggiore considerazione anche l’esigenza di contenimento per la sicurezza dei cittadini. Questo sarà un fronte di lavoro su cui forse sarà opportuno riflettere per il futuro».
La «terza via», in realtà, esiste e si chiama Rems, acronimo che sta per residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Si tratta di strutture sanitarie di accoglienza per gli autori di reati affetti da disturbi mentali, ovvero infermi di mente e socialmente pericolosi. La gestione interna è di esclusiva competenza sanitaria, poiché afferenti ai dipartimenti di salute mentale delle Aziende sanitarie locali di competenza. In Italia ce ne sono 32, per un totale di 630 posti letto. Sono meno della metà di quanti sarebbero necessari: in lista di attesa ci sono 750 persone, delle quali 45 si trovano ancora in galera, pur non dovendoci stare, e le altre sono in totale libertà, e nemmeno questa dovrebbe essere la loro condizione.
Le Rems sono pure distribuite molto male da un punto di vista territoriale: in Umbria e in Calabria non c’è neanche una struttura, in Friuli-Venezia Giulia ci sono solo tre posti letto. Il tempo medio di permanenza in lista d’attesa è di circa 300 giorni, ma anche qui siamo di fronte a squilibri territoriali: in alcune Regioni in lista ci sono meno di 10 persone, mentre tra Sicilia, Puglia, Calabria, Campania e Lazio si concentra il 78% del fenomeno. In Sicilia, in particolare, ci sono ben 172 persone in lista d’attesa, dove si resta in media per 458 giorni. Per quel che riguarda la nazionalità degli «ospiti» delle Rems, gli stranieri crescono di anno in anno: siamo passati dai 79 del 2020 ai 104 del 2021, ai 131 del 2022 e ai 144 del 2023, secondo un rapporto citato da Antigone.
In attesa che si metta mano al problema, ogni anno ci scappa il morto: nell’ottobre del 2023 a Milano si è registrato l’omicidio di una donna da parte di un pregiudicato infermo di mente in attesa di ricovero. Nel novembre 2024, a Caprarola in provincia di Viterbo, un netturbino è stato ucciso da un altro pregiudicato, anche egli in lista d’attesa per essere ricoverato. Entrambi gli assassini erano in libertà vigilata. Ma sul caso di Milano c’è un altro aspetto molto interessante: a quanto riporta l’Ansa, Vincenzo Lanni venne dichiarato non più socialmente pericoloso dal Tribunale di sorveglianza, nel dicembre 2024, tanto che non fu rinnovata per lui la misura di sicurezza per pericolosità sociale di permanenza nella Rems. Lanni tornò, quindi, in libertà dopo essere stato prima in carcere e poi in affidamento in prova per aver aggredito, sempre a coltellate, due pensionati in provincia di Bergamo, nel 2015. Fu condannato a 8 anni con vizio parziale di mente e tre anni di misura di sicurezza. Anche su questi aspetti la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola e con la pm Maria Cristina Ria, sta facendo approfondimenti, acquisendo i vari atti.
«La persona in questione», spiegano dalla comunità 4exodus, «è stata accolta pro-bono all’interno della nostra struttura nell’ambito di un percorso di reinserimento sociale a maggio del 2020, prima attraverso la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali e poi, terminata la pena, ha proseguito con la misura di sicurezza rivalutata di anno in anno. Dopo il raggiungimento dello stato di libertà e la cessazione della pericolosità sociale disposta dal magistrato, avvenuti nel dicembre 2024», prosegue la comunità, «ha scelto volontariamente di proseguire il proprio cammino con noi, con l’obiettivo di completare il progetto di accompagnamento verso l’autonomia». Nella scorsa settimana Lanni «ha avuto un atteggiamento non idoneo alle regole del contesto», racconta ancora la comunità, «e quindi l’équipe ha ritenuto opportuno, anche a seguito delle diverse opportunità offertegli nel corso degli anni, di interrompere l’accoglienza, suggerendogli di rivolgersi ai servizi specialistici di riferimento e offrendo la disponibilità all’accompagnamento. L’ospite», si legge ancora nella nota, «consapevole delle motivazioni ha accettato la scelta e si è congedato senza manifestare o verbalizzare astio».
Nel corso del trasferimento «verso il servizio, l’ex ospite ha tuttavia deciso di allontanarsi volontariamente, esercitando un diritto che gli spettava pienamente essendo uomo libero, e ha abbandonato il veicolo e l’operatore che lo stava accompagnando».
«Vittima a caso, raffigura il potere»
«Ho scelto a caso la vittima. Volevo colpire in un luogo simbolo del potere economico». È stata una confessione «lucida» quella resa da Vincenzo Lanni, il cinquantanovenne che lunedì mattina ha accoltellato Anna Laura Valsecchi, 43 anni, dipendente di Finlombarda. La donna stava andando a lavoro, attorno alle 9, quando è stata colpita alla schiena con un coltello nella centralissima piazza Gae Aulenti. La donna è stata subito trasportata nell’ospedale Niguarda dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico. Adesso le sue condizioni sono stazionarie e non sarebbe più in pericolo di vita.
Gli inquirenti, nella notte tra lunedì e martedì, hanno ascoltato la confessione di Lanni che avrebbe agito «spinto a premeditare l’aggressione in un luogo simbolo del potere economico, accanto al palazzo dell’Unicredit». L’uomo ha specificato al pm Maria Cristina Ria e ai carabinieri che non conosceva Laura Valsecchi e che l’ha aggredita per mera scelta casuale, volendo colpire, attraverso lei, «il contesto nel quale si trovava per l’insofferenza per il licenziamento subito 10 anni prima da parte di un’azienda di programmazione informatica per cui lavorava». La sorella gemella di Lanni ha riconosciuto il fratello in un video trasmesso in tv e si è messa in contatto con le forze dell’ordine. Le immediate ricerche, condotte anche attraverso la tecnica del «positioning», ovvero la localizzazione del cellulare, hanno consentito di rintracciarlo all’interno di un albergo del capoluogo, dove era ospite da qualche giorno. L’uomo, originario di Bergamo, era già stato arrestato nel 2015 per aver accoltellato in strada due pensionati a Villa di Serio e ad Alzano, nella Bergamasca. Incensurato e in cura per problemi psichiatrici, all’epoca aveva spiegato al magistrato di avere tentato di uccidere i due anziani come reazione al profondo stato di frustrazione che provava per la sua vita, che lui giudicava fallimentare. L’ex programmatore informatico, quindi, nel 2016 era stato condannato per duplice tentato omicidio a otto anni di carcere più altri tre da scontare in una struttura psichiatrica ed era stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e di volere.
L’avvocato Beatrice Lizzio, legale di Lanni, ha spiegato all’Adnkronos che il suo assistito ha chiesto notizie sulle condizioni di salute della dirigente di Finlombarda e «si è augurato che si riprenda. È dispiaciuto per quello che ha fatto. Era assolutamente cosciente e sa quello che lo aspetterà dal punto di vista poi giuridico». Per quanto riguarda il movente, «è legato all’insoddisfazione lavorativa», racconta il legale, il fatto di «non essere riuscito ad avere successo» lo ha spinto ad andare in piazza Gae Aulenti.
Sono in corso attività investigative coordinate dalla Procura di Milano anche per verificare il racconto dell’aggressore. «Agghiacciante» la scena a cui hanno assistito i passanti che lunedì mattina si trovavano in piazza e che hanno immediatamente chiamato i soccorsi. Sul posto è giunto subito pure il marito della donna. Sin da subito è emerso che non c’era alcun rapporto tra l’aggressore e la vittima. Lanni era libero «senza alcuna restrizione» nonostante già in passato aveva già cercato di ammazzare persone «scelte a caso». Da lunedì, la vedova di Luigi Novelli non può che pensare a quello che accadde al marito il 20 agosto del 2015 quando è stato accoltellato alle spalle da Lanni nei pressi di parco Montecchio. Il marito all’epoca dell’accoltellamento aveva 80 anni e morì due anni dopo quell’aggressione che lo colpì non solo fisicamente. «Non erano stati lesi organi interni ma la ferita era profonda, è rimasto in ospedale due mesi», ha raccontato la moglie di Novelli al Corriere della Sera e «da allora non è più uscito di casa. Aveva paura, una sofferenza, quasi un’agonia. Ma più ancora aveva la fissazione di poter ritrovare proprio quell’uomo, anche se sapeva che era in prigione. Pensava che sarebbe uscito e se lo sarebbe trovato davanti. Ha scoperto solo dopo che lo conosceva. In biblioteca gli hanno detto: era quello che era sempre seduto a due passi da te, che non parlava mai con nessuno. Poi al Televideo ho visto cos’era successo a Milano e ho subito pensato che poteva essere ancora lui».
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Dopo la condanna per aver ferito a colpi di lama due anziani, un giudice non rinnovò all’aggressore di Milano la permanenza nella Rems, struttura erede dei manicomi. Oggi in crisi per scarsità di posti e boom di stranieri.La confessione choc di Vincenzo Lanni: «Ho attaccato in piazza Aulenti per rabbia verso il sistema economico». Il difensore: «È dispiaciuto, comprende ciò che ha fatto».Lo speciale contiene due articoli.Una «terza via» tra i manicomi giudiziari, che non esistono più, e la libertà di circolare per le strade, nei quartieri, con il rischio di procurare del male a sé o agli altri. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rispondendo a una domanda di SkyTg24 su cosa si può fare per evitare che accadano casi come quello dell’accoltellamento di Anna Laura Valsecchi da parte di Vincenzo Lanni a Milano, risponde che il caso «richiama il discorso della gestione e della trattazione dei casi psichiatrici e io credo forse che dovremmo riconsiderare una terza via tra il passaggio dalla pratica manicomi a quello che è avvenuto dopo, che permetta», aggiunge Piantedosi, «di avere dei trattamenti di queste persone che tengano in maggiore considerazione anche l’esigenza di contenimento per la sicurezza dei cittadini. Questo sarà un fronte di lavoro su cui forse sarà opportuno riflettere per il futuro».La «terza via», in realtà, esiste e si chiama Rems, acronimo che sta per residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Si tratta di strutture sanitarie di accoglienza per gli autori di reati affetti da disturbi mentali, ovvero infermi di mente e socialmente pericolosi. La gestione interna è di esclusiva competenza sanitaria, poiché afferenti ai dipartimenti di salute mentale delle Aziende sanitarie locali di competenza. In Italia ce ne sono 32, per un totale di 630 posti letto. Sono meno della metà di quanti sarebbero necessari: in lista di attesa ci sono 750 persone, delle quali 45 si trovano ancora in galera, pur non dovendoci stare, e le altre sono in totale libertà, e nemmeno questa dovrebbe essere la loro condizione.Le Rems sono pure distribuite molto male da un punto di vista territoriale: in Umbria e in Calabria non c’è neanche una struttura, in Friuli-Venezia Giulia ci sono solo tre posti letto. Il tempo medio di permanenza in lista d’attesa è di circa 300 giorni, ma anche qui siamo di fronte a squilibri territoriali: in alcune Regioni in lista ci sono meno di 10 persone, mentre tra Sicilia, Puglia, Calabria, Campania e Lazio si concentra il 78% del fenomeno. In Sicilia, in particolare, ci sono ben 172 persone in lista d’attesa, dove si resta in media per 458 giorni. Per quel che riguarda la nazionalità degli «ospiti» delle Rems, gli stranieri crescono di anno in anno: siamo passati dai 79 del 2020 ai 104 del 2021, ai 131 del 2022 e ai 144 del 2023, secondo un rapporto citato da Antigone.In attesa che si metta mano al problema, ogni anno ci scappa il morto: nell’ottobre del 2023 a Milano si è registrato l’omicidio di una donna da parte di un pregiudicato infermo di mente in attesa di ricovero. Nel novembre 2024, a Caprarola in provincia di Viterbo, un netturbino è stato ucciso da un altro pregiudicato, anche egli in lista d’attesa per essere ricoverato. Entrambi gli assassini erano in libertà vigilata. Ma sul caso di Milano c’è un altro aspetto molto interessante: a quanto riporta l’Ansa, Vincenzo Lanni venne dichiarato non più socialmente pericoloso dal Tribunale di sorveglianza, nel dicembre 2024, tanto che non fu rinnovata per lui la misura di sicurezza per pericolosità sociale di permanenza nella Rems. Lanni tornò, quindi, in libertà dopo essere stato prima in carcere e poi in affidamento in prova per aver aggredito, sempre a coltellate, due pensionati in provincia di Bergamo, nel 2015. Fu condannato a 8 anni con vizio parziale di mente e tre anni di misura di sicurezza. Anche su questi aspetti la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola e con la pm Maria Cristina Ria, sta facendo approfondimenti, acquisendo i vari atti.«La persona in questione», spiegano dalla comunità 4exodus, «è stata accolta pro-bono all’interno della nostra struttura nell’ambito di un percorso di reinserimento sociale a maggio del 2020, prima attraverso la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali e poi, terminata la pena, ha proseguito con la misura di sicurezza rivalutata di anno in anno. Dopo il raggiungimento dello stato di libertà e la cessazione della pericolosità sociale disposta dal magistrato, avvenuti nel dicembre 2024», prosegue la comunità, «ha scelto volontariamente di proseguire il proprio cammino con noi, con l’obiettivo di completare il progetto di accompagnamento verso l’autonomia». Nella scorsa settimana Lanni «ha avuto un atteggiamento non idoneo alle regole del contesto», racconta ancora la comunità, «e quindi l’équipe ha ritenuto opportuno, anche a seguito delle diverse opportunità offertegli nel corso degli anni, di interrompere l’accoglienza, suggerendogli di rivolgersi ai servizi specialistici di riferimento e offrendo la disponibilità all’accompagnamento. L’ospite», si legge ancora nella nota, «consapevole delle motivazioni ha accettato la scelta e si è congedato senza manifestare o verbalizzare astio».Nel corso del trasferimento «verso il servizio, l’ex ospite ha tuttavia deciso di allontanarsi volontariamente, esercitando un diritto che gli spettava pienamente essendo uomo libero, e ha abbandonato il veicolo e l’operatore che lo stava accompagnando».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rems-violenza-sicurezza-2674264952.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vittima-a-caso-raffigura-il-potere" data-post-id="2674264952" data-published-at="1762291947" data-use-pagination="False"> «Vittima a caso, raffigura il potere» «Ho scelto a caso la vittima. Volevo colpire in un luogo simbolo del potere economico». È stata una confessione «lucida» quella resa da Vincenzo Lanni, il cinquantanovenne che lunedì mattina ha accoltellato Anna Laura Valsecchi, 43 anni, dipendente di Finlombarda. La donna stava andando a lavoro, attorno alle 9, quando è stata colpita alla schiena con un coltello nella centralissima piazza Gae Aulenti. La donna è stata subito trasportata nell’ospedale Niguarda dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico. Adesso le sue condizioni sono stazionarie e non sarebbe più in pericolo di vita.Gli inquirenti, nella notte tra lunedì e martedì, hanno ascoltato la confessione di Lanni che avrebbe agito «spinto a premeditare l’aggressione in un luogo simbolo del potere economico, accanto al palazzo dell’Unicredit». L’uomo ha specificato al pm Maria Cristina Ria e ai carabinieri che non conosceva Laura Valsecchi e che l’ha aggredita per mera scelta casuale, volendo colpire, attraverso lei, «il contesto nel quale si trovava per l’insofferenza per il licenziamento subito 10 anni prima da parte di un’azienda di programmazione informatica per cui lavorava». La sorella gemella di Lanni ha riconosciuto il fratello in un video trasmesso in tv e si è messa in contatto con le forze dell’ordine. Le immediate ricerche, condotte anche attraverso la tecnica del «positioning», ovvero la localizzazione del cellulare, hanno consentito di rintracciarlo all’interno di un albergo del capoluogo, dove era ospite da qualche giorno. L’uomo, originario di Bergamo, era già stato arrestato nel 2015 per aver accoltellato in strada due pensionati a Villa di Serio e ad Alzano, nella Bergamasca. Incensurato e in cura per problemi psichiatrici, all’epoca aveva spiegato al magistrato di avere tentato di uccidere i due anziani come reazione al profondo stato di frustrazione che provava per la sua vita, che lui giudicava fallimentare. L’ex programmatore informatico, quindi, nel 2016 era stato condannato per duplice tentato omicidio a otto anni di carcere più altri tre da scontare in una struttura psichiatrica ed era stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e di volere.L’avvocato Beatrice Lizzio, legale di Lanni, ha spiegato all’Adnkronos che il suo assistito ha chiesto notizie sulle condizioni di salute della dirigente di Finlombarda e «si è augurato che si riprenda. È dispiaciuto per quello che ha fatto. Era assolutamente cosciente e sa quello che lo aspetterà dal punto di vista poi giuridico». Per quanto riguarda il movente, «è legato all’insoddisfazione lavorativa», racconta il legale, il fatto di «non essere riuscito ad avere successo» lo ha spinto ad andare in piazza Gae Aulenti. Sono in corso attività investigative coordinate dalla Procura di Milano anche per verificare il racconto dell’aggressore. «Agghiacciante» la scena a cui hanno assistito i passanti che lunedì mattina si trovavano in piazza e che hanno immediatamente chiamato i soccorsi. Sul posto è giunto subito pure il marito della donna. Sin da subito è emerso che non c’era alcun rapporto tra l’aggressore e la vittima. Lanni era libero «senza alcuna restrizione» nonostante già in passato aveva già cercato di ammazzare persone «scelte a caso». Da lunedì, la vedova di Luigi Novelli non può che pensare a quello che accadde al marito il 20 agosto del 2015 quando è stato accoltellato alle spalle da Lanni nei pressi di parco Montecchio. Il marito all’epoca dell’accoltellamento aveva 80 anni e morì due anni dopo quell’aggressione che lo colpì non solo fisicamente. «Non erano stati lesi organi interni ma la ferita era profonda, è rimasto in ospedale due mesi», ha raccontato la moglie di Novelli al Corriere della Sera e «da allora non è più uscito di casa. Aveva paura, una sofferenza, quasi un’agonia. Ma più ancora aveva la fissazione di poter ritrovare proprio quell’uomo, anche se sapeva che era in prigione. Pensava che sarebbe uscito e se lo sarebbe trovato davanti. Ha scoperto solo dopo che lo conosceva. In biblioteca gli hanno detto: era quello che era sempre seduto a due passi da te, che non parlava mai con nessuno. Poi al Televideo ho visto cos’era successo a Milano e ho subito pensato che poteva essere ancora lui».
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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