C’è un’Africa che nella moda continua a evocare stereotipi esotici e cartoline coloniali. E ce n’è un’altra che, almeno nelle intenzioni di Stefano Ricci, diventa invece un viaggio interiore, quasi antropologico, alla ricerca di un lusso più autentico, silenzioso, essenziale. È la Tanzania scelta dalla maison fiorentina per la collezione Primavera/Estate 2027: non semplice scenario estetico, ma origine simbolica dell’uomo e della relazione con la natura.
La nuova tappa della «Stefano Ricci explorer mission» attraversa i baobab del Tarangire, le pianure del Serengeti, le foreste del Gombe Stream e le acque profonde del lago Tanganica, trasformando il viaggio in racconto culturale prima ancora che stilistico. «La Tanzania non è semplicemente una destinazione. È una terra primordiale. È un luogo dove la terra respira e ogni alba sembra il primo giorno della creazione», racconta il direttore creativo Filippo Ricci nella nota che accompagna la collezione. Il tono è volutamente evocativo, quasi letterario. «Questo è il luogo ancestrale in cui si scopre la differenza tra un viaggiatore e un bambino che torna a casa», continua Ricci, costruendo una narrazione dove il safari diventa metafora di libertà, contemplazione e ritorno all’essenziale. Una visione che si traduce in abiti pensati per un uomo cosmopolita ma lontano dall’ostentazione, sempre più attratto da materiali nobili, comfort e artigianalità invisibile.
Al centro del guardaroba torna così la sahariana, da anni uno dei codici stilistici della maison. In lino, cotone Giza 45 o lane ultraleggere, morbida ma rigorosa nella costruzione, viene proposta come simbolo di un’eleganza rilassata e internazionale. Accanto, pantaloni con coulisse, camicie in pura seta, maglieria impalpabile, giubbotti in pelle intrecciata fatti a mano e sneaker con suole 3D. La palette cromatica nasce direttamente dai paesaggi tanzaniani: beige safari, tabacco Serengeti, verde Gombe forest, arancio Masai, malva Hadzabe e soprattutto il blue tanzanite, vicino all’iconico blue Ricci. Toni naturali e polverosi che ricordano «i colori che piacevano a Hemingway», sottolinea il marchio.
L’Africa, in realtà, accompagna da tempo l’immaginario di Stefano Ricci. Nella collezione riaffiora anche il ricordo del rapporto con Nelson Mandela, per il quale il fondatore realizzò celebri camicie di seta divenute simbolo di uno stile personale e anticonvenzionale. Un legame che oggi si traduce in completi fluidi dal gusto internazionale e in smoking realizzati nei tessuti dell’Antico setificio fiorentino, dove motivi ispirati alla cultura Maasai vengono riletti con discrezione sartoriale.
La presentazione della collezione è stata accompagnata anche dai risultati economici del gruppo. Il 2025 si è chiuso con ricavi consolidati per circa 217 milioni di euro. Al netto di componenti straordinarie legate a un progetto immobiliare contabilizzato nell’esercizio precedente, la crescita organica si attesta intorno all’1%. «In un contesto geopolitico e macroeconomico incerto, il 2025 ha segnato una fase di fisiologica normalizzazione dopo un biennio di forte espansione», spiega l’amministratore delegato Niccolò Ricci. «La rete retail ha confermato la solidità del modello distributivo, registrando una crescita in linea con il gruppo e rafforzando il valore del brand nei mercati strategici».
Più incoraggiante l’avvio del 2026. Nonostante le tensioni internazionali, soprattutto nell’area mediorientale - cruciale per il marchio - il primo quadrimestre dell’anno si è chiuso con ricavi in crescita del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025. «La stabilità è il risultato della strategia di diversificazione geografica attuata negli anni», sottolinea Niccolò Ricci, «che ha permesso di mitigare l’esposizione ai rischi regionali e bilanciare le performance a livello globale». La strategia di espansione prosegue infatti sul piano internazionale ma anche in Italia, dove il gruppo ha scelto Roma per presentare la collezione e annunciare una nuova boutique in via Bocca di Leone, nel cuore del lusso capitolino. Uno spazio di 180 metri quadrati ospitato in un palazzo storico vincolato dalla Soprintendenza delle Belle arti, progettato secondo l’estetica identitaria della maison: radica californiana dark, pietra serena lavorata a mano e ambienti pensati per un’esperienza immersiva e personalizzata. «Continuiamo a investire in progetti che rafforzano il posizionamento internazionale del brand», osserva Niccolò Ricci. «Dopo una lunga ricerca abbiamo scelto un palazzo di grande prestigio, rinnovando un binomio di assoluta eccellenza».
Per il 2026 sono previste anche nuove aperture a Batumi, in Georgia, e a Città del Messico, mentre il gruppo continua a rivendicare il valore del prodotto 100% made in Italy e dell’artigianalità come elementi distintivi nel segmento ultra high-end. Parallelamente, Stefano Ricci rafforza anche il fronte della responsabilità sociale e ambientale. Nell’ambito del progetto SR Explorer è stato raggiunto un accordo con il Jane Goodall institute Tanzania per sostenere programmi di ricerca sugli scimpanzé e iniziative dedicate alla tutela della biodiversità. «Il nostro contributo mira a sostenere concretamente un progetto di grande valore scientifico e ambientale, in linea con una visione di responsabilità verso i territori e le comunità locali», conclude Niccolò Ricci, ricordando Jane Goodall, figura simbolo della ricerca sui primati.
La longevità non è più soltanto una questione anagrafica. Oggi il dibattito scientifico si concentra sempre di più su come vivere più a lungo mantenendo energia, autonomia e qualità della vita. Un tema che intreccia ricerca, prevenzione, nutrizione, salute mentale e nuovi modelli di assistenza di prossimità.
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
Enosi Holding debutta nel settore fashion con il lancio di Enosi Moda, una nuova divisione dedicata allo sviluppo e alla crescita internazionale di brand italiani ad alto potenziale. Un progetto che unisce investimenti, visione industriale e valorizzazione del Made in Italy, con l’obiettivo di accompagnare le Pmi della moda in percorsi di consolidamento e apertura ai mercati globali. Ne parliamo con Angelo Strazzella, fondatore di Enosi Holding e promotore di questa nuova iniziativa che punta a creare un ponte tra creatività, impresa e sviluppo internazionale.
Lei definisce Enosi Moda una piattaforma di sviluppo industriale per il fashion: qual è oggi, secondo lei, il principale limite delle Pmi italiane della moda nel crescere a livello internazionale?
«Le Pmi sono da sempre il nostro segmento di riferimento indipendentemente dal settore in cui operano. Conosciamo molto bene le criticità delle piccole e medie aziende e crediamo che uno dei limiti che frenano la loro possibilità di sviluppo sia la difficoltà nel reperire personale qualificato capace di guidare i loro piani di crescita. Proprio per questo motivo il nostro modello è quello di affiancare i proprietari da imprenditori e non da consulenti, mettendo a loro disposizione tutti i servizi che abbiamo in house e creando una rete sinergica coordinata da professionisti del settore che parlano il loro linguaggio. A questo aggiungiamo che il nostro accorpato parla ad oggi ben sette lingue e vanta una presenza fisica nei principali mercati internazionali di riferimento».
Perché avete deciso di entrare proprio ora nel settore fashion e lifestyle? Quali opportunità avete individuato nel mercato?
«L’Italia è da sempre espressione della moda e del lifestyle. In questo momento l’intero settore sta vivendo una crisi a livello mondiale, e crediamo che fornire supporto a realtà che siamo certi che in futuro avranno valore sia assolutamente necessario. La scelta di entrare ora in questo segmento è legata anche al fatto che abbiamo finalmente identificato i partner giusti per approcciare e sviluppare il mercato».
Enosi Holding arriva da settori come tecnologia, servizi e innovazione: quali competenze trasversali porterete nel mondo della moda?
«La strutturazione e la gestione finanziaria di un’operazione passa, soprattutto, attraverso il metodo, che rappresenta la condizione necessaria al successo indipendentemente dal settore industriale in cui trova applicazione. Il vero elemento moltiplicativo del nostro lavoro di analisi e gestione risiede nell’integrazione con persone che di quel settore conoscono le dinamiche più celate, che ragionano in sincronia con esso capaci di fare breccia al suo interno. Enosi Moda nasce proprio da questo combinato disposto, con l’ambizione di generare casi di successo nel segmento contemporary del fashion Made in Italy attraverso l’azione sinergica di persone che sappiano interpretare, controllare e valutare numeri, processi e opportunità in un’ottica di rottura di schemi pregressi e di conseguente creazione di valore per il nostro territorio. Se poi a un gruppo di persone competente e affiatato si aggiunge una componente tecnologica, ci si trova davanti ad una sfida che sicuramente vale la pena intraprendere».
Quanto conta oggi l’integrazione tra retail fisico, digitale e distribuzione internazionale nello sviluppo di un brand Made in Italy?
«La strategia multichannel è fondamentale. In una situazione di mercato instabile come quella attuale, Italia ed Europa sono al centro del nostro core business distributivo. Attualmente ci stiamo concentrando sullo sviluppo di una consolidata rete wholesale di alto livello poiché siamo convinti che questo canale debba generare una quota importante di fatturato. Stiamo attivando una serie di partnership mirate e strategiche con i top retailer. L’integrazione digitale è fondamentale ma solo ed esclusivamente se fatta con partner di primo livello».
Avete scelto di debuttare con Crida, marchio fondato da Cristina Parodi e Daniela Palazzi: cosa vi ha convinto di questo progetto e quali potenzialità vedete nel brand?
«Crida è stato scelto accuratamente come brand per il lancio del progetto Enosi Moda in quanto rispecchia tutti i principi cardine del nostro progetto. Italianità, posizionamento, visione e possibilità di sviluppo in tutti i mercati globali».
La partnership con Giglio Boutique sembra centrale nel progetto: quale ruolo avranno i retailer strategici nel modello Enosi Moda?
«I retailer saranno al centro del nostro progetto distributivo e avranno un ruolo fondamentale al suo interno. Giglio è stato il primo retailer scelto da noi. Siamo convinti che i negozi multibrand vadano rimessi al centro dell’attenzione, ma non vedendoli più come clienti a cui fatturare ma come veri e propri partner strategici con cui studiare piani di azioni mirate».
Parlate di valorizzazione del Made in Italy creativo e produttivo: in che modo intendete proteggere autenticità e artigianalità pur puntando alla crescita globale?
«Il Made in Italy è un asset fondamentale che intendiamo preservare e valorizzare attraverso il supporto alle Pmi che stanno dietro ad esso. Le nostre scelte a livello di brand si concentreranno su eccellenze dei singoli comparti. Il nostro apporto sarà fortemente concentrato nel riuscire ad utilizzare tutte le forme di supporto finanziario (Simest, Cassa depositi e prestiti, etc…) che il governo mette e a disposizione delle aziende, strumenti troppo spesso poco utilizzati a causa delle difficoltà burocratiche e del poco tempo che gli imprenditori dedicano a esse. Il nostro compito sarà quello di guidare le aziende nell’accedere a queste risorse facendo rete e sistema».





