Enosi Holding debutta nel settore fashion con il lancio di Enosi Moda, una nuova divisione dedicata allo sviluppo e alla crescita internazionale di brand italiani ad alto potenziale. Un progetto che unisce investimenti, visione industriale e valorizzazione del Made in Italy, con l’obiettivo di accompagnare le Pmi della moda in percorsi di consolidamento e apertura ai mercati globali. Ne parliamo con Angelo Strazzella, fondatore di Enosi Holding e promotore di questa nuova iniziativa che punta a creare un ponte tra creatività, impresa e sviluppo internazionale.
Lei definisce Enosi Moda una piattaforma di sviluppo industriale per il fashion: qual è oggi, secondo lei, il principale limite delle Pmi italiane della moda nel crescere a livello internazionale?
«Le Pmi sono da sempre il nostro segmento di riferimento indipendentemente dal settore in cui operano. Conosciamo molto bene le criticità delle piccole e medie aziende e crediamo che uno dei limiti che frenano la loro possibilità di sviluppo sia la difficoltà nel reperire personale qualificato capace di guidare i loro piani di crescita. Proprio per questo motivo il nostro modello è quello di affiancare i proprietari da imprenditori e non da consulenti, mettendo a loro disposizione tutti i servizi che abbiamo in house e creando una rete sinergica coordinata da professionisti del settore che parlano il loro linguaggio. A questo aggiungiamo che il nostro accorpato parla ad oggi ben sette lingue e vanta una presenza fisica nei principali mercati internazionali di riferimento».
Perché avete deciso di entrare proprio ora nel settore fashion e lifestyle? Quali opportunità avete individuato nel mercato?
«L’Italia è da sempre espressione della moda e del lifestyle. In questo momento l’intero settore sta vivendo una crisi a livello mondiale, e crediamo che fornire supporto a realtà che siamo certi che in futuro avranno valore sia assolutamente necessario. La scelta di entrare ora in questo segmento è legata anche al fatto che abbiamo finalmente identificato i partner giusti per approcciare e sviluppare il mercato».
Enosi Holding arriva da settori come tecnologia, servizi e innovazione: quali competenze trasversali porterete nel mondo della moda?
«La strutturazione e la gestione finanziaria di un’operazione passa, soprattutto, attraverso il metodo, che rappresenta la condizione necessaria al successo indipendentemente dal settore industriale in cui trova applicazione. Il vero elemento moltiplicativo del nostro lavoro di analisi e gestione risiede nell’integrazione con persone che di quel settore conoscono le dinamiche più celate, che ragionano in sincronia con esso capaci di fare breccia al suo interno. Enosi Moda nasce proprio da questo combinato disposto, con l’ambizione di generare casi di successo nel segmento contemporary del fashion Made in Italy attraverso l’azione sinergica di persone che sappiano interpretare, controllare e valutare numeri, processi e opportunità in un’ottica di rottura di schemi pregressi e di conseguente creazione di valore per il nostro territorio. Se poi a un gruppo di persone competente e affiatato si aggiunge una componente tecnologica, ci si trova davanti ad una sfida che sicuramente vale la pena intraprendere».
Quanto conta oggi l’integrazione tra retail fisico, digitale e distribuzione internazionale nello sviluppo di un brand Made in Italy?
«La strategia multichannel è fondamentale. In una situazione di mercato instabile come quella attuale, Italia ed Europa sono al centro del nostro core business distributivo. Attualmente ci stiamo concentrando sullo sviluppo di una consolidata rete wholesale di alto livello poiché siamo convinti che questo canale debba generare una quota importante di fatturato. Stiamo attivando una serie di partnership mirate e strategiche con i top retailer. L’integrazione digitale è fondamentale ma solo ed esclusivamente se fatta con partner di primo livello».
Avete scelto di debuttare con Crida, marchio fondato da Cristina Parodi e Daniela Palazzi: cosa vi ha convinto di questo progetto e quali potenzialità vedete nel brand?
«Crida è stato scelto accuratamente come brand per il lancio del progetto Enosi Moda in quanto rispecchia tutti i principi cardine del nostro progetto. Italianità, posizionamento, visione e possibilità di sviluppo in tutti i mercati globali».
La partnership con Giglio Boutique sembra centrale nel progetto: quale ruolo avranno i retailer strategici nel modello Enosi Moda?
«I retailer saranno al centro del nostro progetto distributivo e avranno un ruolo fondamentale al suo interno. Giglio è stato il primo retailer scelto da noi. Siamo convinti che i negozi multibrand vadano rimessi al centro dell’attenzione, ma non vedendoli più come clienti a cui fatturare ma come veri e propri partner strategici con cui studiare piani di azioni mirate».
Parlate di valorizzazione del Made in Italy creativo e produttivo: in che modo intendete proteggere autenticità e artigianalità pur puntando alla crescita globale?
«Il Made in Italy è un asset fondamentale che intendiamo preservare e valorizzare attraverso il supporto alle Pmi che stanno dietro ad esso. Le nostre scelte a livello di brand si concentreranno su eccellenze dei singoli comparti. Il nostro apporto sarà fortemente concentrato nel riuscire ad utilizzare tutte le forme di supporto finanziario (Simest, Cassa depositi e prestiti, etc…) che il governo mette e a disposizione delle aziende, strumenti troppo spesso poco utilizzati a causa delle difficoltà burocratiche e del poco tempo che gli imprenditori dedicano a esse. Il nostro compito sarà quello di guidare le aziende nell’accedere a queste risorse facendo rete e sistema».
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
Non è semplice raccogliere l’eredità di un fondatore e trasformarla senza snaturarla. Alessandro Saviola ci è riuscito ripensando in profondità il modello industriale costruito dal padre Mauro Saviola, portandolo ben oltre i confini di un’azienda tradizionale del legno. Oggi il Gruppo Saviola è una realtà internazionale da oltre 800 milioni di fatturato (15 stabilimenti, 2.000 collaboratori, 10.000 alberi salvati ogni giorno), ma soprattutto un caso industriale che ha fatto della sostenibilità una scelta radicale, prima ancora che una tendenza. La sua è stata una trasformazione progressiva ma decisa: riorganizzazione interna, integrazione tra business diversi e una visione chiara, quella di un’industria capace di rigenerare materia, valore e impatto. Un percorso che oggi trova una vetrina naturale al Salone del Mobile, dove il gruppo porta non solo prodotti, ma un’idea precisa di futuro. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significa, oggi, guidare un’azienda che ha scelto di stare un passo avanti.
Quando avete capito che la sostenibilità sarebbe stata una leva strategica e non solo etica?
«Per Gruppo Saviola la sostenibilità è stata una risposta industriale a un problema concreto. Negli anni Ottanta il gap competitivo con i produttori del Nord Europa, avvantaggiati dal basso costo della materia prima legnosa, ha spinto mio padre a intuire che il riciclo del legno post-consumo potesse diventare il nostro vantaggio strutturale. Da allora, la sua visione è diventata metodo e oggi questo modello si traduce in investimenti continui su filiera, processi e persone. La sostenibilità è sempre una parte integrante delle nostre decisioni strategiche, non un tema accessorio».
Raccogliere l’eredità di Mauro Saviola: quanto è stato difficile innovare senza tradire l’identità?
«L’eredità di mio padre è tuttora un patrimonio di visione e la sfida è stata trasformare quell’intuizione pionieristica in un’organizzazione capace di crescere e strutturarsi negli anni. Abbiamo lavorato su governance, management e cultura organizzativa, mantenendo intatto il Dna industriale. Innovare, per noi, significa rendere attuale un’identità forte, senza snaturarla».
Il Pannello Ecologico® è ancora un vantaggio competitivo reale?
«È il nostro prodotto di punta, vanta un articolato sistema di certificazioni ed è a tutti gli effetti un brand che porta con sé il valore competitivo del nostro modello circolare. Oggi non basta dichiarare di essere sostenibili: servono filiere controllate. Noi produciamo da quasi 40 anni pannelli esclusivamente con legno post-consumo, riciclando ogni anno una quantità di legno superiore a 30 volte le dimensioni del Colosseo e salviamo una foresta grande quanto il Comune di Roma».
Come si distingue un’azienda realmente eco-ethical dal greenwashing?
«La differenza è nella capacità di rendicontare le proprie performance. Un’azienda davvero eco-ethical ha processi verificabili e si pone obiettivi di lungo periodo. Noi rendicontiamo, certifichiamo e integriamo la sostenibilità anche attraverso documentazioni tecniche come il Bilancio e il Piano di sostenibilità che sono coordinati da un Comitato Esg di gruppo.
La comunicazione è importante, ma arriva dopo, come informazione agli stakeholder di un impegno reale e misurabile».
Crescita e sostenibilità possono davvero andare di pari passo?
«Sì, se la sostenibilità è industriale e non ideologica. La crescita del Gruppo sta dimostrando che economia circolare e solidità finanziaria possono rafforzarsi a vicenda. Certo, soprattutto all’inizio, ha richiesto un grande sforzo culturale, oltre che economico, ma oggi ci accorgiamo che essere sostenibili significa essere più competitivi».
Un modello che integra legno, chimica, arredo e life science è una forza o una complessità?
«È una complessità che abbiamo trasformato in forza. Integrare più business ci consente di governare l’intera filiera e controllarla in modo trasversale. Questa struttura ci permette di ridurre sprechi, valorizzare tutte le materie e sviluppare nuove applicazioni. Richiede un coordinamento interno molto forte, ma genera valore industriale e ambientale».
Quanto pesa oggi essere sostenibili rispetto ai competitor meno attenti?
«Nel breve periodo può pesare di più, perché la transizione ha costi significativi. Ma nel medio-lungo termine essere sostenibili riduce il rischio industriale e reputazionale. Il mercato e i clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere. Oggi non rappresenta un costo, ma una condizione per restare competitivi».
Come mantenere standard ambientali e sociali uniformi con 15 stabilimenti nel mondo?
«La chiave è una governance chiara e condivisa. Abbiamo definito standard comuni e investiamo molto nella formazione delle persone. Il controllo dei processi e il monitoraggio continuo ci permettono di mantenere coerenza anche in contesti diversi. La sostenibilità, per noi, è un linguaggio industriale globale che supera i confini nazionali.
Le imprese italiane sono pronte alla sfida della green economy?
«L’Italia è certamente al primo posto nelle classifiche legate ai dati di riciclo con performance importanti già da alcuni anni. Ci sono eccellenze imprenditoriali straordinarie, ma servono visione industriale, politiche di supporto e investimenti a lungo termine. La sostenibilità non può essere affrontata da soli o perché oggi è un trend. È una trasformazione strutturale che richiede coraggio imprenditoriale, snellimento della burocrazia e chiarezza a livello normativo».
Una scelta che farà la differenza per il futuro del Gruppo Saviola?
«Continuare a investire in innovazione industriale e nelle persone. Stiamo lavorando su nuove tecnologie e sul potenziamento dei nostri impianti per l’efficientamento dei processi. La vera sostenibilità è creare valore duraturo, economico e sociale. Questo è l’approccio che guiderà le nostre scelte nei prossimi anni».





