I numeri confermano la centralità di Pitti Uomo, giunto alla edizione numero 110: oltre 720 i brand presenti, tra moda, accessori, lifestyle e ricerca progettuale. Una vocazione che rende l’evento fieristico uno degli osservatori più autorevoli sulle evoluzioni del menswear contemporaneo. «Pitti Uomo è diventato un appuntamento strategico.
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
All’uscita delle scuole è quasi impossibile non notarlo. Tra zaini, sneaker e felpe, c’è un capo che continua a comparire con sorprendente frequenza: il piumino Blauer. Un fenomeno che ha travalicato le logiche tradizionali del mercato e che ha portato il marchio americano sviluppato in Italia da Enzo Fusco a conquistare una generazione che inizialmente non rientrava nemmeno nel target di riferimento.
Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
Le temperature record e le estati sempre più lunghe stanno cambiando abitudini, consumi e persino le condizioni in cui si svolgono le attività sportive. Nelle competizioni di corsa e marcia, il caldo è diventato un avversario sempre più difficile da affrontare, al punto da costringere gli organizzatori a programmare partenze all’alba e gli atleti a utilizzare dispositivi refrigeranti come gilet, bracciali e cappellini tecnici.
È da questa nuova realtà climatica che nasce Climasandal, l’ultima innovazione sviluppata da Geox e presentata dal presidente Mario Moretti Polegato. Un progetto che punta a trasferire nel segmento dei sandali la stessa filosofia che ha reso celebre nel mondo la «scarpa che respira», invenzione che ha dato origine a uno dei marchi italiani più riconosciuti nel settore delle calzature, grazie alla possibilità di forare la suola delle scarpe, garantendone allo stesso tempo traspirabilità e impermeabilità. Il resto è storia. Oggi, dopo quel leggendario esordio, Geox scrive il successivo capitolo delle calzature che respirano.
«Oggi siamo qui per ripetere quel successo grazie al lavoro di una squadra di giovani innovatori», ha dichiarato Polegato, sottolineando il ruolo centrale della ricerca e della formazione nella strategia dell’azienda. «L’innovazione è la leva per competere sui mercati globali», sostiene da sempre. Fondato da Polegato, il gruppo Geox ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 608,7 milioni di euro e circa 2.200 dipendenti a livello globale. L’Europa rappresenta il primo mercato dell’azienda con il 47,8% del fatturato, mentre l’Italia pesa per il 29,4%. Oltre il 70% del giro d’affari viene realizzato fuori dai confini nazionali, confermando la forte vocazione internazionale del marchio.
Il nuovo prodotto nasce da una riflessione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. I tecnici Geox hanno analizzato il comportamento del piede durante la camminata nei periodi più caldi dell’anno e studiato le soluzioni presenti sul mercato internazionale. Da questa attività è emersa l’esigenza di introdurre un sistema capace di migliorare la freschezza del piede senza ricorrere a componenti elettroniche o sensori.
La risposta è una tecnologia meccanica che sfrutta il movimento naturale della camminata. Ventilated Cushioning System: è questo il nome dell’inedita tecnologia capace di offrire alla calzatura un rinnovato modo di respirare. All’interno del sandalo è stata inserita una pompa posizionata nell’area del tallone che, a ogni passo, comprime l’aria e la convoglia attraverso una rete di canalizzazioni fino alla parte anteriore della calzatura. Il flusso viene rilasciato alla base delle dita in modo graduale, generando una sensazione di freschezza continua e non invasiva.
Per amplificare l’efficacia del sistema, Geox ha sviluppato anche una nuova suola ultraleggera, con un peso inferiore del 40% rispetto a quello di una tradizionale suola da sandalo. Un elemento particolarmente rilevante in una categoria di prodotto che rappresenta uno dei segmenti più importanti del mercato estivo delle calzature e che, secondo l’azienda, non ha conosciuto negli ultimi anni innovazioni tecnologiche significative.
Dietro il progetto c’è un percorso di formazione che coinvolge le scuole tecnologiche interne di Geox. «Abbiamo insegnato ai nostri giovani ricercatori a comprendere i bisogni delle persone e a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo», ha spiegato Polegato. Un approccio che, secondo il presidente, fa parte del Dna aziendale e rappresenta una leva competitiva fondamentale in una fase economica globale caratterizzata da forte pressione sui consumi e crescente difficoltà nel generare innovazione di prodotto. Per Geox, Climasandal rappresenta un’ulteriore evoluzione del modello di business costruito negli anni attorno all’innovazione tecnologica e alla valorizzazione dei brevetti tanto che l’intero progetto è stato protetto da brevetti internazionali già estesi nei principali mercati mondiali. Per Geox il Climasandal rappresenta non soltanto un nuovo prodotto, ma anche una conferma della capacità dell’azienda di trasformare ricerca scientifica e proprietà intellettuale in vantaggio competitivo.
«Mi sento fiero di far parlare il mondo della nostra nuova tecnologia», ha affermato Polegato. «E sono altrettanto fiero di continuare a stimolare i giovani verso la ricerca, l’innovazione e la cultura del brevetto».
Il lancio del Climasandal arriva in un momento in cui la capacità di differenziare l’offerta attraverso contenuti tecnologici e innovazione proprietaria è sempre più decisiva per la competitività delle imprese. Una sfida che Geox intende affrontare puntando ancora una volta sul binomio che ne ha segnato la storia: ricerca applicata e tutela della proprietà intellettuale. Da qui l’appello di Polegato a rafforzare il sostegno alla ricerca e all’innovazione. «La proprietà intellettuale, la formazione e la capacità di innovare sono elementi decisivi per il futuro delle imprese e del Paese», ha concluso il presidente, indicando nella collaborazione tra aziende, giovani e istituzioni uno dei fattori chiave per la crescita del sistema produttivo italiano.





