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2025-12-03
Pronto soccorso in affanno: la Simeu avverte il rischio di una crisi strutturale nel 2026
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Lo studio condotto su circa 50 reparti di primo soccorso rappresentativi del panorama nazionale evidenzia che dal gennaio 2026 il 26% delle strutture potrebbe avere meno del 50% dell’organico medico previsto.
Un ulteriore 39% degli ospedali si troverà con una copertura tra il 50% e il 75%. Solo il 31% delle strutture supererà la soglia del 75%. Situazioni estreme si registrano già in circa il 4% dei pronto soccorso con organico addirittura sotto il 25%. In sintesi: per il 69% dei pronto soccorso la copertura medica sarà significativamente sotto il fabbisogno minimo, con quasi un terzo che rischia di operare addirittura a personale dimezzato.
L’emergenza non nasce dal nulla. Riccardi punta il dito su diversi fattori strutturali. Innanzitutto il tema che riguarda la scadenza dei contratti: molti medici prestano servizio con contratti legati a società esterne e a disposizioni straordinarie legate alla pandemia; la loro imminente scadenza determina un vuoto organico prossimo. Dopodiché c'è l'aspetto che riconduce allo scarso turnover e al reclutamento insufficiente: le borse per la specializzazione restano spesso in parte vuote, e non basta reclutare nuovi medici per coprire chi va in pensione o lascia l’emergenza per altre aree. Infine, le condizioni di lavoro troppo svantaggiose: carichi pesanti, stress costante, boarding (cioè pazienti in attesa di ricovero bloccati in pronto soccorso), turni massacranti aumentano l’usura e spingono molti a lasciare. Per non parlare del fenomeno, in continuo aumento, delle aggressioni subite dal personale medico-sanitario che si trova a far fronte a emergenze di sicurezza che non rientrano affatto nelle loro mansioni né competenze.
E le ripercussioni sono gravi e già visibili, come l'aumento del carico per i medici e gli operatori rimasti: meno personale significa turni più lunghi, stress, maggiore rischio di errori e burnout. Ma anche tempi d’attesa più lunghi, difficoltà a garantire l’assistenza nelle emergenze e rischio concreto di servizi ridotti, soprattutto in aree periferiche o ospedali già fragili. Tra le conseguenze di questa situazione c'è anche il calo della qualità della cura e dell’accessibilità: con meno medici disponibili sarà più difficile offrire un’assistenza adeguata, soprattutto in casi complessi o urgenti. Senza tralasciare l'esodo di professionisti: molti medici, infermieri e operatori rischiano di cercare altrove condizioni migliori, aggravando ulteriormente il problema su scala nazionale.
Secondo Riccardi e Simeu, non bastano soluzioni spot. Servirebbero diversi interventi profondi e sistematici. Riportiamone alcuni.
Un piano strutturale di reclutamento e stabilizzazione del personale, per sostituire le figure che vanno in pensione o lasciano il sistema. Incentivi e tutele: riconoscimento del lavoro d’urgenza come usurante, stipendi adeguati, contratti stabili, condizioni di lavoro sostenibili, per far sì che la professione torni a essere «attrattiva». Una riforma organizzativa del sistema sanitario: potenziare l’assistenza territoriale, ridurre il carico sui pronto soccorso; secondo Riccardi, molta parte dell’affluenza oggi è dovuta a un sistema territoriale carente.
La crisi in arrivo non è un problema confinato ai corridoi ospedalieri: riguarda l’intero Paese. È una chiamata d’attenzione per le istituzioni, che devono agire rapidamente se vogliono salvaguardare il diritto alla salute pubblica. Tuttavia, è anche un invito alla società civile a riflettere sul valore della cura, sul ruolo degli operatori sanitari, e sull’urgenza di sostenere il sistema, non con semplici slogan elettorali, ma con scelte concrete e reali. In un quadro già segnato da fragilità, vecchie disuguaglianze e un crescente disagio economico e sociale, la mancanza di medici e infermieri rischia di diventare un fattore di disgregazione invece che di cura.
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Secondo l’indagine della Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza, dal 2026 quasi sette pronto soccorso su dieci avranno organici medici sotto il fabbisogno. Tra contratti in scadenza, scarso turnover e condizioni di lavoro critiche, il sistema di emergenza-urgenza rischia una crisi profonda.Il sistema di emergenza-urgenza italiano sta per affrontare una delle sue prove più dure: per molti pronto soccorso l’inizio del 2026 potrebbe segnare una crisi strutturale del personale medico. A metterne in evidenza la gravità è Alessandro Riccardi, presidente della Simeu - Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza - al termine di un’indagine che fotografa uno scenario inquietante.Lo studio condotto su circa 50 reparti di primo soccorso rappresentativi del panorama nazionale evidenzia che dal gennaio 2026 il 26% delle strutture potrebbe avere meno del 50% dell’organico medico previsto.Un ulteriore 39% degli ospedali si troverà con una copertura tra il 50% e il 75%. Solo il 31% delle strutture supererà la soglia del 75%. Situazioni estreme si registrano già in circa il 4% dei pronto soccorso con organico addirittura sotto il 25%. In sintesi: per il 69% dei pronto soccorso la copertura medica sarà significativamente sotto il fabbisogno minimo, con quasi un terzo che rischia di operare addirittura a personale dimezzato.L’emergenza non nasce dal nulla. Riccardi punta il dito su diversi fattori strutturali. Innanzitutto il tema che riguarda la scadenza dei contratti: molti medici prestano servizio con contratti legati a società esterne e a disposizioni straordinarie legate alla pandemia; la loro imminente scadenza determina un vuoto organico prossimo. Dopodiché c'è l'aspetto che riconduce allo scarso turnover e al reclutamento insufficiente: le borse per la specializzazione restano spesso in parte vuote, e non basta reclutare nuovi medici per coprire chi va in pensione o lascia l’emergenza per altre aree. Infine, le condizioni di lavoro troppo svantaggiose: carichi pesanti, stress costante, boarding (cioè pazienti in attesa di ricovero bloccati in pronto soccorso), turni massacranti aumentano l’usura e spingono molti a lasciare. Per non parlare del fenomeno, in continuo aumento, delle aggressioni subite dal personale medico-sanitario che si trova a far fronte a emergenze di sicurezza che non rientrano affatto nelle loro mansioni né competenze.E le ripercussioni sono gravi e già visibili, come l'aumento del carico per i medici e gli operatori rimasti: meno personale significa turni più lunghi, stress, maggiore rischio di errori e burnout. Ma anche tempi d’attesa più lunghi, difficoltà a garantire l’assistenza nelle emergenze e rischio concreto di servizi ridotti, soprattutto in aree periferiche o ospedali già fragili. Tra le conseguenze di questa situazione c'è anche il calo della qualità della cura e dell’accessibilità: con meno medici disponibili sarà più difficile offrire un’assistenza adeguata, soprattutto in casi complessi o urgenti. Senza tralasciare l'esodo di professionisti: molti medici, infermieri e operatori rischiano di cercare altrove condizioni migliori, aggravando ulteriormente il problema su scala nazionale.Secondo Riccardi e Simeu, non bastano soluzioni spot. Servirebbero diversi interventi profondi e sistematici. Riportiamone alcuni.Un piano strutturale di reclutamento e stabilizzazione del personale, per sostituire le figure che vanno in pensione o lasciano il sistema. Incentivi e tutele: riconoscimento del lavoro d’urgenza come usurante, stipendi adeguati, contratti stabili, condizioni di lavoro sostenibili, per far sì che la professione torni a essere «attrattiva». Una riforma organizzativa del sistema sanitario: potenziare l’assistenza territoriale, ridurre il carico sui pronto soccorso; secondo Riccardi, molta parte dell’affluenza oggi è dovuta a un sistema territoriale carente.La crisi in arrivo non è un problema confinato ai corridoi ospedalieri: riguarda l’intero Paese. È una chiamata d’attenzione per le istituzioni, che devono agire rapidamente se vogliono salvaguardare il diritto alla salute pubblica. Tuttavia, è anche un invito alla società civile a riflettere sul valore della cura, sul ruolo degli operatori sanitari, e sull’urgenza di sostenere il sistema, non con semplici slogan elettorali, ma con scelte concrete e reali. In un quadro già segnato da fragilità, vecchie disuguaglianze e un crescente disagio economico e sociale, la mancanza di medici e infermieri rischia di diventare un fattore di disgregazione invece che di cura.
In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali che ricorre ogni 17 gennaio, oltre alla versione in italiano, il numero 3660 – in edicola (e su Panini.it) da mercoledì 14 gennaio – è disponibile in Emilia-Romagna, Liguria, Calabria e Valle d'Aosta in 4 versioni speciali, con la storia Paperino lucidatore a domicilio, scritta da Vito Stabile per i disegni di Francesco D'Ippolito, tradotta in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano. Le copie con la storia in dialetto saranno distribuite unicamente nelle edicole della zona regionale di competenza linguistica, mentre nelle altre regioni verrà distribuita la versione in italiano. Sarà però possibile trovare tutte le versioni in fumetteria, su Panini.it, e dal proprio edicolante su Primaedicola.it.
Per declinare Paperino lucidatore a domicilio in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano, Panini Comics si è avvalsa nuovamente della collaborazione di Riccardo Regis – Professore ordinario di Linguistica italiana dell'Università degli Studi di Torino, esperto di dialettologia italiana – che ha coordinato un team di linguisti composto da Daniele Vitali e Roberto Serra (bolognese), Stefano Lusito (genovese), Michele Cosentino (catanzarese) e Fabio Armand (francoprovenzale valdostano).
«Quando un anno fa varammo l' “Operazione dialetti“ non avevamo la minima idea di quello che sarebbe accaduto. Eravamo partiti dal semplice proposito di valorizzare su Topolino la straordinaria varietà linguistica del nostro Paese. La complessità dell'impresa spaventava. Abbiamo lavorato per mesi dietro le quinte e chiesto supporto ad alcuni tra i più riconosciuti esperti in materia. Il successo è stato debordante. Siamo stati assediati dalle richieste di chi non era riuscito ad accaparrarsi la propria copia. Siamo dovuti correre ai ripari andando in ristampa. L'iniziativa è diventata un esempio concreto e paradigmatico di come a volte il fumetto e la cultura pop in genere, col loro linguaggio diretto e immediato e la loro facilità di dialogare coi giovani possano diventare importanti vettori di trasmissione del nostro patrimonio culturale», racconta il direttore editoriale di Topolino Alex Bertani.
La versione valdostana di Paperino lucidatore a domicilio (Disney)
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L’attivista Eva Vlaardingerbroek racconta il bando imposto dal governo Starmer, denuncia la repressione della libertà di espressione e avverte l’Europa: immigrazione, sicurezza e controllo statale stanno cambiando il volto delle nostre democrazie.