«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.
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Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Si chiama Jorge Luis Cepero Aguilar e il 17 marzo sarà una sorta d’ospite speciale nella seconda giornata dell’assemblea Fiom. Cosa c’azzecchi l’ambasciatore cubano in Italia con la principale riunione dei rappresentanti dei lavoratori metalmeccanici è difficile intuirlo. E staremmo ancora brancolando nel buio se non fosse che i comunicatori della Cgil si sono premurati di venirci in soccorso. La presenza di Aguilar è prevista «nel giorno in cui parte Let Cuba Breathe-European Convoy for Cuba, la flotilla per rompere il blocco statunitense e portare aiuti umanitari, cui partecipa anche la Fiom».
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
- Nonostante 22 miliardi di perdite Jaki prende più di incentivi che di parte fissa. Nel 2025, 12 milioni all’ex ad Carlos Tavares.
- Maurizio Landini si è opposto all’intesa sui rider e ai rinnovi di infermieri e medici Pa: 3,5 miliardi per 730.000 lavoratori. La scusa è che si deve ottenere di più, così non si firma nulla.
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Magia dell’automotive globale: da una parte la fabbrica che soffre, dall’altra l’attico che conta milioni. Nel 2025 Stellantis, il colosso dell’auto nato da fusioni faraoniche e qualche serata con Excel troppo lunga, ha offerto un’illustrazione perfetta di come si possano perdere 22,3 miliardi di euro e contemporaneamente non deludere il proprio management. Cassa con parecchi buchi, margini negativi, operai senza bonus e soci senza cedola. Eppure ai piani alti la festa non si interrompe, con stipendi e incentivi milionari.
All’attuale amministratore delegato, Antonio Filosa, insediatosi in estate, è arrivata una busta paga complessiva di 5,424 milioni. La cifra è così composta: 1,424 milioni di base fissa, 1,508 milioni di incentivi di lungo periodo, 374.194 euro di benefici aggiuntivi, 192.366 euro di contributi pensionistici. Ciliegina sulla torta, 1,924 milioni di «altri compensi». Va detto che Filosa non ha ricevuto premi straordinari: segno che anche ai piani alti il 2025 è stato giudicato un anno meno positivo del previsto. Ma l’assenza di bonus non cambia il messaggio simbolico: mentre operai e impiegati si vedono cancellare la quota variabile, l’amministratore delegato continua a far crescere il suo conto in banca.
Poi c’è John Elkann, presidente di Stellantis. Nel 2025 ha percepito 2,45 milioni, con 960.293 euro di base fissa, 396.848 euro di benefici aggiuntivi e poco più di un milione sotto forma di incentivi di lungo periodo. Non è che Elkann si sia fatto mancare nulla. Da notare: nessun bonus straordinario nemmeno per lui. Riduzione rispetto al 2024 (2,797 milioni), ma sempre più che sufficiente per ricordarci che la forbice tra chi conta e chi assembla auto resta dolorosamente evidente. E poi c’è l’ombra ingombrante di Carlos Tavares, il predecessore di Filosa. Nel 2025 ha incassato 11,928 milioni, quasi la metà rispetto ai 23,085 milioni del 2024. La maggior parte legata agli incentivi di lungo periodo, un regalo postumo per chi ha lasciato il gruppo dopo averlo spinto nel baratro scommettendo sulla svolta elettrica finanziata dai contributi pubblici. Per i lavoratori è un po’ come vedere il vicino di casa uscire dal ristorante con un conto da mille euro guardandolo dalla tavola calda di fronte: non è illegale, ma il senso di ingiustizia è immediato.
Il contrasto emerge con forza drammatica. Per preservare liquidità e fronteggiare le perdite che equivalgono alla manovra finanziaria 2026 di Giorgetti, Stellantis ha deciso di sospendere il dividendo 2026. I lavoratori non riceveranno la retribuzione variabile, perché non è stato raggiunto il livello minimo di redditività operativa europea. Tradotto in termini concreti: mesi di cassa integrazione, incertezze produttive e buste paga più magre del previsto.
Per il management, invece, il mondo continua a sorridere. Compensi milionari senza bonus straordinari, sì, ma pur sempre milioni. Nessuna violazione contabile, nessuno scandalo legale, tutto nei termini delle regole di mercato. Ma l’effetto simbolico? Detonante.
Se vi fermate un attimo a leggere questi numeri seduti al bar, accanto a chi lavora in fabbrica, capirete perché i dipendenti parlano di giustizia salariale parallela: da una parte c’è il sacrificio concreto, dall’altra premi milionari a fronte di perdite record.
Il vero nodo non è la legittimità dei compensi, ma la percezione pubblica. Quando un’azienda ammette di aver sopravvalutato la transizione elettrica, svalutando decine di miliardi per correggere la rotta, la distanza tra vertici e base diventa questione politica e sociale oltre che industriale. E così, mentre Stellantis promette rilancio sotto la guida di Filosa e con Elkann al timone, resta impressa un’immagine difficile da cancellare: operai senza bonus, soci senza dividendo e dirigenti ricchi. Una fotografia perfetta della stagione che si apre: non solo sfida industriale, ma anche test di credibilità.
Ironico, vero? La fabbrica che perde miliardi, gli operai che stringono la cinghia, i soci che salutano il dividendo sospeso e manager ricchi. È un’istantanea di come un gigante dell’automotive possa combinare disastri strategici con un senso della misura totalmente elastico. E se qualcuno chiamasse populismo la cronaca di questi numeri, beh... forse avrebbe ragione. Ma nella fabbrica, tra le buste paga magre e il caffè annacquato, la delusione e la paura del futuro sono evidenti. Ecco, il 2025 di Stellantis non è solo un bilancio, è una lezione magistrale di paradosso manageriale, condita di ironia involontaria e sarcasmo salariale.
Altro no Cgil all’aumento dei contratti
Nel pubblico impiego, quando la filiera istituzionale si allinea, i rinnovi contrattuali diventano una macchina veloce e, soprattutto, «quantificabile». Nonostante i no della Cgil che si è sempre opposta a qualsiasi rinnovo con la scusa che si doveva ottenere di più. Nella sanità lo si vede in queste settimane: il comitato di settore ha approvato in contemporanea, anche grazie al ministero per la pubblica amministrazione guidato da Paolo Zangrillo, gli atti di indirizzo per aprire le trattative 2025/27 sia per i medici sia per infermieri e comparto; in parallelo, la Corte dei conti ha certificato la pre-intesa del 18 novembre sul 2022/24 dei medici (con il «no» di Cgil e Fassid) e la firma definitiva è prevista in tempo per portare gli incrementi nelle buste paga di marzo. Il problema è che la stessa rapidità e voglia di un’intesa i sindacati non l’hanno trovata per i rider, i ciclofattorini che portano il cibo a casa e per cui la Cgil si è messa di traverso dopo che l’Ugl aveva proposto un contratto per tutelare i lavoratori.
Nel caso della sanità i numeri contano. Con l’entrata in vigore del 2022/24 per la dirigenza medica arrivano circa 1,2 miliardi: l’aumento medio dichiarato è 491 euro al mese, con arretrati medi vicino ai 7.000 euro e punte per i ruoli apicali intorno ai 14.000. La massa finanziaria complessiva dei due contratti vale 3,54 miliardi a regime e riguarda 730.509 persone. I dirigenti medici sono 137.871: per loro lo stanziamento contrattuale a regime è 968,14 milioni annui, a cui si sommano 362 milioni annui per l’incremento dell’indennità di specificità medico-veterinaria. Nel comparto, infermieri e altri dipendenti sia a quota 592.638: i fondi contrattuali sono 1,537 miliardi complessivi, ma il pacchetto include 445 milioni annui per la specificità infermieristica (con 35 milioni già erogati nel 2022/24) e 193 milioni per rafforzare l’indennità di tutela del malato (in aggiunta ai 15 milioni annui dell’ultimo contratto).
Questa capacità di chiudere e riaprire tavoli è resa possibile anche da un confronto strutturato Regioni-sindacati e dall’idea di negoziare dentro il triennio, non oltre. Non significa che tutto sia risolto: proprio per tagliare i tempi, l’ultima tornata ha accantonato temi pesanti che ora rientrano dagli atti di indirizzo—assetti organizzativi, gestione di carichi improbi, conciliazione vita-lavoro, welfare contrattuale/aziendale, disciplina di pause e mensa, misure mirate per infermieri con più di 60 anni, genitori e contesti ad alto carico assistenziale.
Eppure, lo stesso sistema che (quando si vuole) produce aumenti medi mensili di centinaia di euro e arretrati a quattro cifre per chi sta in corsia, non riesce a dare una cornice contrattuale altrettanto solida a chi consegna il cibo a casa. È il paradosso: i sindacati firmano (quasi) tutto dove esistono perimetri chiari, controparti pubbliche e stanziamenti dedicati; ma nel food delivery i rider restano spesso fuori da una regolazione unitaria, tra status ambigui, piattaforme frammentate e gestione algoritmica di turni e redditi.
Se la contrattazione serve a trasformare risorse in diritti esigibili, allora la domanda è politica e industriale prima che sindacale: perché le tutele economiche e normative - minimi, contributi, sicurezza, indennità meteo, trasparenza su ranking e penalità - devono essere garantite in corsia e non in strada? Finché la risposta sarà che «dipende dalla piattaforma», un trattamento equo per i lavoratori della delivery non esisterà mai. E questa, in un’economia basata sempre più su piattaforme digitali, è un’anomalia destinata a creare sol malcontento.
Stellantis archivia il 2025 con una perdita vertiginosa: 22,3 miliardi di euro. Ieri Le Figaro lo metteva al secondo posto nella classifica dei peggiori disavanzi della storia industriale, dopo i 23,3 miliardi di Vivendi, vittima nel 2002 della bolla di internet. Anche nel caso di Stellantis il colpevole ha un nome: la scommessa sull’elettrico.
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.












