- La Cassazione accoglie il ricorso della Procura di Milano, secondo cui il delitto della fidanzata incinta fu commesso dal barman con premeditazione: ci sarà un procedimento bis per l’attribuzione dell’aggravante. La famiglia della vittima: «Ha gelo interiore».
- Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia. Kosovaro rinuncia al secondo grado e si accorda con l’accusa: dall’ergastolo a 26 anni.
Lo speciale contiene due articoli.
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.
- Il presidente Usa Donald Trump paventa ancora l’addio al Patto Atlantico, ma i partner incassano senza preoccuparsi troppo. Giuseppe Conte riapre la polemica su Sigonella: «Nessuna base va concessa agli Usa». Guido Crosetto pronto a riferire in Aula.
- Appello congiunto di 15 Paesi Ue per fermare gli attacchi di Idf ed Hezbollah. Il ministro libanese Michel Menassa: «L’operazione di Tel Aviv indebolisce i nostri sforzi anti miliziani».
Lo speciale contiene due articoli
Donald Trump continua imperterrito a svolgere il ruolo di «picconatore» dell’Alleanza atlantica. Il presidente americano ha infatti annunciato nel pomeriggio di ieri (quindi durante la mattinata a Washington) che durante il discorso alla nazione previsto durante serata americana di ieri, avrebbe parlato del suo «disgusto» nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare «assolutamente» un possibile ritiro dall’alleanza da parte degli Stati Uniti.
Alla Nato la parola d’ordine dopo l’annuncio del tycoon è stata: «Mantenere la calma». Secondo quanto confidato da fonti alleate interpellate dall’Ansa, Trump non viene considerato infatti nuovo a quelle che vengono definite «provocazioni». Per questo, in un certo senso, la Nato ha sviluppato in questi ultimi mesi una sorta di tolleranza alle dichiarazioni forti. L’attitudine è di guardare ai fatti e, si sottolinea, sia l’opinione pubblica americana sia il congresso sono, in maggioranza, «favorevoli» all’alleanza transatlantica. Del resto, il presidente americano non può lasciare la Nato senza un via libera del Congresso. Inoltre, anche se il Parlamento statunitense approvasse l’uscita dall’alleanza transatlantica, il ritiro richiederebbe un anno sulla base delle norme della Nato. Come si legge sul sito del Congresso americano, «nel 2023, il Congresso ha promulgato una legge che proibisce al presidente di “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” - che ha istituito l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - senza il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso». Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi mentre il Congresso dovrebbe approvare una legge nuova. La norma di tre anni fa fu adottata perché durante il primo mandato di Trump gli avvocati del dipartimento di Giustizia spingevano per far passare la tesi che il presidente aveva il potere esclusivo di ritirare il Paese dai trattati.
E anche a Bruxelles le esternazioni del presidente americano non hanno suscitato particolare allarme. Un portavoce della Commissione Ue nel corso del briefing con la stampa, ha risposto così ad una domanda sulla minaccia del tycoon: «In termini di sicurezza e difesa, ovviamente siamo impegnati a mantenere un forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza. Insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale».
Anche in governo tedesco sembra non aver preso molto sul serio la sparata di Trump: «Lo ha già fatto in passato», ha dichiarato il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Trattandosi di un fenomeno ricorrente, potete probabilmente giudicarne le conseguenze da soli», ha aggiunto.
Più articolata la posizione del Regno Unito, che non intende «scegliere» fra la storica «special relationship» con gli Usa e l’alleanza con i partner europei. A ribadirlo ieri è stato il premier britannico Keir Starmer, a margine dell’intervento in diretta tv da Downing Street con cui ha aggiornato la nazione sui contraccolpi della guerra in Medio Oriente innescata dall’attacco di un mese fa di Usa e Israele all’Iran.
Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti che lo sollecitavano su questo tema, ha evitato qualunque riferimento diretto alle accuse del presidente americano, limitandosi a dire che il suo governo continua a ritenere vitale «per l’interesse nazionale» del Regno avere «una forte relazione sia con gli Usa sia con l’Europa». Quindi è tornato a difendere la Nato, presa di mira da Trump. E infine ha ribadito il ruolo solo «difensivo» attribuito al suo Paese nello scenario del conflitto mediorientale e il suo no a un coinvolgimento militare diretto contro l’Iran (al di là degli sforzi per creare una coalizione allargata impegnata a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco); non senza rimarcare ancora una volta il peso dei contraccolpi «energetici ed economici» destinati, stando alle sue parole, a continuare a colpire anche l’isola per un periodo di tempo non breve. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece reso noto di aver avuto un colloquio con Trump in cui i due hanno avuto «discussioni costruttive e scambi di idee su Nato, Ucraina ed Iran. Ci sono problemi da risolvere, in modo pragmatico», ha commentato Stubb.
Secondo il Financial Times, inoltre, il mese scorso il presidente Usa chiese alla Nato di aiutarlo a riaprire lo stretto, ma fu respinto dalle capitali europee. Tre funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che Trump rispose minacciando di interrompere le forniture di armi a Kiev.
Sullo sfondo delle ultime esternazioni del tycoon si intravede però anche la querelle scatenata dal divieto da parte del governo italiano all’utilizzo della base aerea di Sigonella nelle operazioni contro l’Iran.
Una scelta cavalcata dall’ambasciata iraniana a Roma che sul suo profilo X ha condiviso un post del ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando di «una scelta intelligente, fondata sul diritto internazionale e sulla tutela degli interessi e dell’indipendenza dell’Italia». Un portavoce del dipartimento della Guerra Usa ha però gettato acqua sul fuoco: «Gli accordi di cooperazione tra le forze armate italiane e statunitensi rimangono solidi».
Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha però comunque provato a cavalcare l’onda: «Per me non solo Sigonella, ma nessuna base deve essere mai fornita, neppure per un supporto logistico, come sta facendo la Spagna. Nessun supporto diretto, indiretto e logistico per un’azione che va contro il diritto internazionale: l’ho ripetuto ieri durante l’incontro con l’inviato speciale di Trump», ha detto l’ex premier, facendo riferimento a un incontro - che forse doveva restare riservato - con Paolo Zappolli. Per la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli, però, «spicca il silenzio assordante del leader del M5s su una contraddizione che ha dell’incredibile: come può, Conte, tentare di infiammare le piazze Pro-Pal la mattina e correre a pranzo con gli inviati speciali di Donald Trump il pomeriggio?
Intanto, Crosetto si è detto disponibile a riferire in Parlamento, così come richiesto da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. L’informativa sull’utilizzo delle basi militari Usa nel territorio italiano si potrebbe svolgere martedì prossimo.
Libano, pure Roma chiede stop ai raid
Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha illustrato i piani per occupare una parte del Libano meridionale, hanno ribadito l’intenzione di Tel Aviv di controllare la regione anche dopo la fine dell’invasione di terra. Il responsabile del dicastero della Difesa ha affermato che le forze israeliane manterranno il controllo sull’intera area dal confine fino al fiume Litani, anche dopo la conclusione dell’offensiva e che ciò comporterà la demolizione di intere città di confine e che ai residenti non sarà consentito ritornare alle proprie abitazioni fino alla definitiva eliminazione di Hezbollah.
Questa mossa porterebbe all’evacuazione di circa 600.000 residenti che dovranno abbandonare questa zona, dove l’Idf vorrebbe istituire una zona cuscinetto per proteggere città e villaggi della parte settentrionale di Israele. Tel Aviv aveva già occupato una parte del Libano meridionale dal 1982 al 2000, sempre con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto. In quel caso era stato utilizzato il sedicente esercito del Libano del sud, guidato dal maggiore Haddad, che durante la guerra civile libanese aveva disertato e creato una milizia personale strettamente legata ad Israele.
Michel Menassa è un ex generale di divisione che da poco più di un anno guida il ministero della Difesa di Beirut ed esprime la sua preoccupazione alla Verità. «Le parole del mio omologo Katz non sono più semplici minacce, ma si sono trasformate in un piano ben preciso per occupare la nostra nazione. Riteniamo questo fatto inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Il loro obiettivo è quello di imporre una nuova occupazione del territorio libanese, sfollare con la forza centinaia di migliaia di cittadini e distruggere sistematicamente villaggi e città nel Sud. La Comunità internazionale non deve permettere che questo accada.»
Il ministro Menassa, fedelissimo del presidente libanese Joseph Aoun, è stato fra i promotori del programma di disarmo di Hezbollah, un impegno che secondo Israele è stato totalmente disatteso. «Da agosto l’esercito nazionale ha iniziato a prendere il controllo di alcune caserme e tre depositi di armi di Hezbollah sono stati confiscati, ma serve tempo. I nostri soldati sono armati ed equipaggiati in maniera insufficiente per essere un vero deterrente per una milizia potente come Hezbollah, servono finanziamenti internazionali come hanno fatto gli Stati Uniti che ci hanno permesso di comprare armi moderne. Tel Aviv con questa occupazione indebolisce il governo libanese e rafforza la presa di Hezbollah sulla popolazione del sud.
Il Partito di Dio è anche presente in Parlamento e gli sciiti libanesi credono che facciano i loro interessi. La società libanese è molto complessa e azioni come quella israeliana possono distruggere i fragili equilibri che ci tengono insieme.» Secondo Katz l’operazione in Libano si ispirerà a quella di Gaza arrivando al fiume Litani, anche se la settimana scorsa gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano si erano estesi fino al fiume Zohran a 40 km di distanza dal confine. «La nostra nazione è sotto attacco, Beirut viene bombardato così come il sud e la valle della Bekaa- continua Menassa - se Tel Aviv tornerà ad occupare il territorio libanese tutto potrebbe crollare senza risolvere minimamente la questione di Hezbollah».
Un appello a fermare le operazioni in Libano è intanto arrivato da 15 nazioni europee, compresa l’Italia, che hanno esortato Israele a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale libanese invitando tutte le parti a sospendere le operazioni militari. La Turchia ha condannato l’offensiva israeliana in Libano e ha messo in guardia da una nuova catastrofe umanitaria che vede nel Paese dei Cedri già 1,2 milioni di sfollati, un numero che rappresenta circa il 25% della popolazione totale.
Ancora una volta un tribunale, assesta un colpo durissimo ai provvedimenti varati dal governo Meloni per contrastare l’immigrazione clandestina.
La prima sezione civile del Tribunale della città campana ha infatti annullato il terzo provvedimento di fermo della Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici senza frontiere (Msf), operativa nel Mediterraneo tra giugno 2021 e novembre 2024. Il fermo, emesso alla fine di agosto 2024, era stato sospeso dal tribunale a settembre dello stesso anno a seguito di un ricorso presentato da Msf.
Si tratta della terza decisione giudiziale che riguarda la Geo Barents (dopo quella del Tribunale di Genova e della Corte di Appello di Ancona) e tutte hanno dichiarato l’illegittimità delle sanzioni irrogate. Sulla base del decreto Piantedosi approvato nel 2023.
Tra le motivazioni che si leggono nelle 13 pagine del provvedimento, firmato dal giudice Gelsomina De Angelis, la più pesante per la linea di Palazzo Chigi è il riferimento alla sentenza numero 101/2025 della Corte costituzionale, con la quale la Consulta «è intervenuta affermando che la norma deve essere interpretata in conformità agli obblighi internazionali di soccorso e che non può essere sanzionata l’inosservanza di ordini che conducano a violare tali obblighi o a sbarcare i naufraghi in un luogo non sicuro». Un riferimento che rafforza il timore che la decisione dei giudici costituzionali sia di fatto la pietra tombale sul contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.
«Come espressamente affermato dalla citata sentenza», prosegue il Tribunale, « “la normativa nazionale è legata indissolubilmente alla Convenzione Sar che, a sua volta, si inserisce a pieno titolo in un complesso di regole improntate all’obiettivo della salvaguardia della vita in mare”».
Il 26 agosto 2024, pochi minuti dopo le 7.30, la Geo Barents aveva attraccato alla banchina del molo Manfredi del porto di Salerno, con a bordo 191 migranti, recuperati in mare nei giorni precedenti con cinque operazioni di salvataggio. Dalle prime informazioni circolate i sanitari avevano dovuto farsi carico di una ventina i casi di scabbia presenti a bordo, mentre alcuni dei migranti avevano riportato ustioni durante la traversata. La maggior parte dei migranti a bordo era stata ospitata nei centri di accoglienza in Campania, mentre 66 erano stai trasferiti nelle province del Lazio.
La sentenza del Tribunale di Salerno ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo basandosi sul fatto l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che, secondo il giudice, non sarebbero riuscite a fornire elementi a sostegno delle loro accuse contro la condotta dell’equipaggio della Geo Barents.
In secondo luogo, per i giudici, gli ordini della Guardia costiera libica, che impongono alle navi di soccorso di allontanarsi dai luoghi di salvataggio, non possono essere considerati «coordinamento da parte dell’autorità competente». Anzi, sempre «sulla scorta» della sentenza della Consulta, «nessun ordine di allontanamento formulato dalle autorità libiche è giustificabile nei confronti dell’unica imbarcazione che ha attuato condotte in adempimento del dovere assoluto di soccorso in mare». Secondo il Tribunale: «Anche alla stregua della normativa internazionale, l’ordine di allontanamento formulato dall’autorità libica non può ritenersi giustificato in quanto contrastante con il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi che trova un limite unicamente nella circostanza che tale attività sia possibile senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri e si possa ragionevolmente aspettare una tale iniziativa. Ciò per la ragione assorbente che l’intervento di salvataggio operato dalla nave Geo Barents appare, per il contesto e le condizioni in cui si è esplicato, l’unico conforme alle fonti internazionali e al dovere di soccorso in mare dei migranti». Con tanti saluti, di fatto, al Memorandum tra Italia e Libia firmato nel 2017 dall’allora governo Gentiloni e prorogato due volte, con l’attuale scadenza fissata nel 2026, che prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche (in particolare alla Guardia costiera), nel tentativo di ridurre il traffico di migranti attraverso il Mediterraneo, mentre in cambio la Libia si impegna a migliorare le condizioni dei propri centri di accoglienza per migranti.
E anche le conclusioni della sentenza di Salerno sembrano lasciare sempre meno margine di condotta al governo: «Dal vaglio di tutti gli elementi sopra, emerge che la nave Geo Barents ha posto in essere le condotte contestate in adempimento del dovere assoluto di soccorso in mare, né può, in alcun modo, affermarsi che il soccorso attuato dai ricorrenti, tenuto conto delle modalità attuative in cui si è estrinsecato, abbia cagionato pericolo all’incolumità delle persone coinvolte non risultando accertato, in difetto di alcun supporto probatorio, il nesso di causalità tra la condotta ed il pregiudizio lamentato».





