Ci sarebbero gli attacchi e le minacce ricevute sui social nei mesi scorsi dietro la decisione di innalzare la vigilanza nei confronti della presidente (in scadenza di incarico) del tribunale dei minori dell’Aquila, Cecilia Angrisano, che aveva già una protezione per via del ruolo. La notizia, anticipata dal quotidiano Il Centro, è stata confermata da fonti qualificate.
La toga era finita nell’occhio del ciclone in seguito all’ordinanza con cui dispose la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti dei coniugi Trevallion, la cosiddetta «famiglia del bosco», e il conseguente allontanamento, nel novembre scorso, dei tre figli in una casa famiglia. L’accelerazione sulle misure di protezione, che arriva a distanza dalle motivazioni trapelate, sembra però più verosimilmente collegata alle nuove polemiche - con annesso annuncio da parte del Guardasigilli Carlo Nordio di invio degli ispettori- scoppiate dopo l’ordinanza del tribunale dei minori che ha disposto l’allontanamento della madre di piccoli Trevallion dalla casa famiglia di Vasto che ospitava la donna insieme ai figli. Polemiche alle quali la Angrisano e il procuratore della Repubblica, David Mancini, hanno risposto con una nota: «In considerazione del clamore mediatico suscitato da recenti vicende giudiziarie, tuttora in fase istruttoria da più parti commentate anche con toni aggressivi e non continenti, è premura dei magistrati che lavorano presso gli uffici giudiziari minorili ed in particolare, presso il tribunale per i minorenni di L’Aquila e la Procura minorile di L’Aquila, affermare che ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale». Parole che ricordano da vicino quelle pronunciate dalla Angrisano durante un convegno, riprese da un servizio di Fuori dal coro che raccontava il caso di un altro controverso allontanamento di minori dalla famiglia ad opera delle forze dell’ordine, disposto sempre dal tribunale dei minori aquilano. Nel video si vede la toga affermare: «I figli non sono proprietà di nessuno. [...] Ma voi siete davvero sicuri che sia diritto dei genitori disporre della vita dei figli?».
Del resto, la lunga (è in magistratura da 33 anni) carriera della Angrisano, in larga misura dedicata alla gestione di casi che riguardavano minori o abusi di vario genere nei confronti di soggetti deboli, si è principalmente svolta in ambito penale. Dove, per definizione, la mediazione non la fa di certo da padrona. Nel 2007, ad esempio, è lei, che come gip del tribunale di Tivoli (subentrata a una collega che aveva lasciato l’incarico) nel pieno del caos della vicenda dei presunti abusi sui bambini di Rignano Flaminio, presiede l’incidente probatorio, mentre l’Italia si divide tra chi vede riti satanici e chi parla di una delle più grandi psicosi giudiziarie della storia repubblicana. Una psicosi che, in quel caso, vedeva come principali protagonisti i genitori, convinti degli abusi contro i figli, anche se alla fine gli imputati usciranno dal processo assolti, ma con la vita segnata per sempre. E sempre a Tivoli, nel 2010 emette l’ordinanza che manda in carcere Danilo Speranza, il cosiddetto «guru di San Lorenzo», a capo della setta Maya, accusato di aver abusato di alcune bambine parlando di «karma negativo» e «Dna curativo». Alla fine del lungo processo l’uomo verrà condannato con sentenza definitiva nel 2020 dalla Cassazione, ma per un curioso scherzo del destino, Speranza è morto proprio il giorno della decisione delle toghe.
Quando nel 2017 diventa presidente del tribunale per i minorenni dell’Aquila, Angrisano si trova davanti a dinamiche completamente diverse, basate sul ricorso a comunità educative, case famiglia, supporto di relazioni di servizi sociali invece che di informative della polizia giudiziaria. Che forse la toga potrebbe affrontare senza essersi liberata del tutto del suo vecchio ruolo in ambito penale, almeno stando a una sua considerazione espressa pubblicamente: «Bisogna interrogare il mondo degli adulti». Un approccio che, nei provvedimenti giudiziari e in vicende come quelle della famiglia del bosco, si trasforma in osservazioni, allontanamenti temporanei, collocamenti in comunità, valutazioni psicologiche e psicosociali. Tutte cose che segnano per sempre le famiglie che finiscono coinvolte.
E soprattutto, un approccio forse eccessivamente pragmatico. Che porta la toga, intervistata dai media a margine di un evento svolto davanti a una platea di adolescenti, a elargire consigli rivolti alle ragazze su come evitare il rischio del revenge porn: «Un messaggio che lancio sempre è: “Fate come gli uomini, mandate particolari anatomici, se non ne potete fare a meno non ci mettete la faccia”». Un suggerimento certamente efficace, ma forse un po’ sopra le righe se espresso da un magistrato.
Può un pakistano presunto omicida non essere estradato in Grecia e restare in Italia, a piede libero?
Sì, almeno secondo i giudici della Corte d’appello di Firenze, che hanno disposto la scarcerazione di K.Y., nato nel 1999, domiciliato a Siena, ma che utilizza anche un alias che lo «invecchia» di tre anni e che gli attribuisce un domicilio diverso, in un paesino sul versante senese del Monte Amiata.
Secondo le toghe del capoluogo toscano, lo straniero, sul quale pende un mandato di cattura europeo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio, non può essere estradato perché, in base alla documentazione pervenuta da Atene, non è stato possibile «escludere, in concreto, il rischio che l’interessato, in caso di consegna, possa essere sottoposto a condizioni di detenzione incompatibili con gli articoli 3 Cedu e 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». Ma non basta: secondo le toghe, «deve, inoltre, considerarsi che K.Y. è sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia dal 10 dicembre 2025 e che il procedimento di consegna si colloca in prossimità della scadenza del termine massimo di durata della misura custodiate applicata per la presente causa».
«In tale contesto», prosegue la sentenza, «l’ulteriore protrazione della restrizione della libertà personale, in assenza di informazioni idonee a escludere il rischio di trattamenti inumani o degradanti nello Stato richiedente, risulterebbe incompatibile con il carattere assoluto e non bilanciabile della tutela apprestata dall’articolo 3 Cedu». In poche parole, deve essere liberato, in Italia, con tutti i rischi che questo comporta rispetto alla possibilità di procedere in futuro all’estradizione.
In Grecia sull’uomo pendono due mandati di cattura, emessi dal Giudice Istruttore presso il tribunale di Kilkis. Il primo, risalente al 15 settembre scorso, per «favoreggiamento dell’uscita dal territorio greco di cittadini extracomunitari senza essere sottoposti al controllo di cui all’articolo 5 legge 5038/2023, commesso allo scopo di lucro», il secondo, del 21 ottobre scorso, oltre a contenere il primo reato contestato, aggiunge quello di «omicidio volontario in uno stato d’animo tranquillo».
E il 10 dicembre la squadra mobile di Siena procede all’arresto dell’uomo, che finisce in carcere.
Ecco la drammatica ricostruzione dell’omicidio che le autorità greche attribuiscono al ventiseienne e che merita di essere riportata integralmente per la pericolosità che le autorità greche attribuiscono all’uomo: «Nell’area di Evzonoi (Kilkis) e precisamente nel cortile dell’albergo Chara, il giorno 15 ottobre 2025 e verso le ore 20, con intento doloso e in stato d’animo tranquillo, avendo deciso di uccidere il cittadino della Sierra Leone, M.J., il cui trasporto e uscita dal Paese dietro un compenso e senza essere sottoposto alle formalità di controllo, aveva assunto, quando quest’ultimo ha chiesto che gli fosse restituito l’importo versato al ricercato a titolo di compenso a tal fine, visto che i tentativi non erano fin allora riusciti, aveva informato gli altri connazionali che lo aveva rintracciato e prima che essi lo avessero rintracciato lo ha colpito con fuoco d’arma tre volte».
La sentenza precisa che «l’imputato ha ammesso in sede di interrogatorio di essere a conoscenza della vicenda giudiziaria occorsa in Grecia, a seguito della quale è stato ucciso un giovane, pur negando fermamente ogni responsabilità personale in ordine alla commissione del fatto».
Il 29 gennaio scorso, durante l’udienza, il difensore dell’uomo si è opposto alla consegna «per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza» e ha dedotto, inoltre, «che le condizioni carcerarie della Grecia sono disumane e degradanti, producendo documentazione in tal senso, tra cui la sentenza della cassazione del 12 luglio 2023. La Corte ha richiesto dettagliate informazioni su quale istituto penitenziario sarà detenuto in caso di consegna e sulle condizioni carcerarie di tale istituto». Secondo quando riportato nella sentenza, però, al 2 marzo era «pervenuta come unica risposta dalla Procura della Repubblica ellenica l’indicazione che il K., se consegnato, potrebbe essere detenuto o nel carcere di Nigrita o in quello di Salonicco. Nessuna informazione è pervenuta in merito alle condizioni carcerarie dell’istituto di custodia ove l’imputato sarà detenuto in Grecia, oggetto di richiesta specifica di questa Corte sin dal 29 gennaio 2026». Per i giudici fiorentini, che fanno più volte riferimento alla giurisprudenza della Cedu, «il Rapporto Cpt contiene rilievi puntuali sul carcere di Nigrita, ove, a fronte di una capienza ufficiale di circa 600 posti, erano presenti oltre 700 detenuti, con segnalazione di celle sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie degradate in alcune sezioni, carenza di prodotti per l’igiene personale, grave insufficienza di personale di custodia e assistenza sanitaria non continuativa, con presenza medica limitata e assenza di copertura notturna e nei giorni festivi». Parole, che, a bene vedere, potrebbero fare riferimento a qualsiasi carcere del nostro Paese. Mentre per il carcere di «Salonicco (verosimilmente Diavata), deve richiamarsi la sentenza della Corte Cedu, 14 gennaio 2021, Kargakis contro Grecia, che ha accertato la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle pessime condizioni di detenzione in tale istituto».
Da tutto questo «consegue che, allo stato degli atti, il rischio di trattamenti inumani o degradanti non risulta neutralizzato, con conseguente necessità di negare la consegna».
È ripreso ieri - con l’inizio della requisitoria del procuratore capo della Repubblica del tribunale del capoluogo pugliese Roberto Rossi - davanti al tribunale di Bari il processo a carico di Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex vicedirettore generale della Banca popolare di Bari, imputati per falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. Entrambi furono sottoposti agli arresti domiciliari il 31 gennaio del 2020. In un’intercettazione agli atti dell’inchiesta, ricordata ieri in aula dal procuratore, Marco Jacobini aveva detto al figlio Gianluca: «La banca sei tu».
«Un crac da 1 miliardo e 144 milioni di euro, una situazione di tale sfascio che ha ingannato tutti», ha ricordato Rossi all’esordio, e in particolare «tutti i cittadini che hanno versato soldi nelle azioni». Per Rossi, «l’intervento dei commissari della Banca d’Italia ha mostrato l’esistenza di un bilancio fasullo e di una situazione finanziaria ripagata per un miliardo e 144 milioni di euro dagli azionisti, da 70.000 azionisti che hanno perso le azioni con la loro carne e il loro sangue, e dall’Erario».
La requisitoria della Procura (presente, oltre che con Rossi, con i pm Savina Toscani, Luisiana Di Vittorio e Federico Perrone Capano) dovrebbe durare per più udienze. Il processo nasce dall’indagine principale sul crac dell’istituto (oggi Banca del Mezzogiorno) nell’ambito della quale la posizione dei due Jacobini fu stralciata, relativamente ai reati oggi contestati, e i due finirono a giudizio immediato. «Il bilancio», ha aggiunto Rossi, «è stato falsificato in maniera costante almeno dal 2014. È stata creata un’apparenza di buona salute di fronte a una situazione di sfascio che ha ingannato tutti quanti, per primi tutti i cittadini che hanno versato le somme alla banca perdendole all’interno delle azioni. Dai documenti interni emergeva un tipo di realtà, da dieci anni la banca era in default; dall’altro lato c’era la comunicazione falsa e ambigua». «La banca», ha detto ancora il procuratore, «non riusciva a contenere i costi perché non era governata con l’idea di essere efficiente, era governata come una masseria, come ha detto un ispettore della Banca d’Italia. Loro dovevano governare e tenere tutto il resto sotto il tappeto».
Per il procuratore, inoltre, gli Jacobini avevano un «controllo dell’assemblea totale e quasi violento, un controllo assoluto» e, sempre nell’assemblea, «il permesso per parlare era dato con un cenno della testa».
Secondo l’accusa, Gianluca Jacobini è «l’istigatore del falso in bilancio», mentre Marco «dà l’ordine al cda, che poi ha eseguito insieme agli altri che devono far quadrare i conti». «Questa è una banca cooperativa, quindi l’assemblea dei soci è quella che vota il cda. Ma il controllo assembleare partiva direttamente da Jacobini. Il problema è che la governance della banca era di soggetti che avevano problemi finanziari ed erano legati» ai dirigenti della Popolare «da un rapporto di sottoposizione, per cui avrebbero votato qualsiasi cosa», ha osservato ancora Rossi, menzionando due importanti gruppi imprenditoriali indebitati con la banca.
Nel suo intervento il procuratore ha poi ricordato che i dirigenti della Banca popolare di Bari «hanno detto che per 30 anni sarebbero stati in utile, ma come potevano prevederlo? Falsificando i piani industriali. I numeri sono stati dati a caso, tanto che loro stessi se ne vergognavano». «Hanno dato numeri a caso», ha poi sostenuto Rossi, «mentre davano crediti a società per le quali c’era già stata la liquidazione perché erano amici loro, poiché dovevano conservare il potere all’interno di questa città».
Le carenze organizzative e l’assetto di governo anomalo sarebbero state «segnalate dal 2010 dalla Banca d’Italia», anche se le politiche di «moral suasion», ha detto Rossi, «non ottengono buoni effetti nel nostro Paese». Infine il procuratore ha sottolineato che le contestazioni riguardano un periodo dal 2014-2015 in poi anche se emergerebbero prove di un «sistema» consolidato.





