Nuovo colpo di scena nella vicenda dei bambini del bosco allontanati dai genitori e finiti in una casa famiglia di Vasto, in provincia di Chieti. I due legali che rappresentavano i coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno rimesso a sorpresa il mandato. A sostituirli sarà Simone Pillon, ex senatore della Lega. Il nuovo avvocato è stato tra gli organizzatori e sostenitori del Family day ed è esperto di diritto di famiglia.
«Abbiamo rinunciato, non c’era una visione comune», ha detto Danila Solinas, che con il collega Marco Femminella assisteva i Trevallion, a cui il tribunale per i minorenni aveva sospeso la responsabilità genitoriale sui tre figli, nel tentativo di ottenere il riavvicinamento dei bambini. La famiglia viveva a Palmoli, isolata in un bosco. I due legali hanno deciso di non seguirli più, ufficializzando la rinuncia al mandato di rappresentanza legale. La scelta rappresenta un passaggio significativo nell’ambito della vicenda giudiziaria che coinvolge il nucleo familiare, proprio in una fase in cui la pressione mediatica rimane ancora alta.
Prima di loro, già l’avvocato Giovanni Angelucci, di Francavilla al Mare, aveva rinunciato al mandato, nel novembre scorso. «Ritengo doveroso e necessario rinunciare al mandato difensivo», aveva scritto in una nota, «non potendo in tutta coscienza e nel rispetto della deontologia professionale impostare una difesa monca e non aderente alla linea difensiva che io avevo indicato e concordato già da tempo con i miei assistiti». Adesso la storia sembra ripetersi, ma stavolta il motivo della rottura sarebbe legato non solo a delle divergenze nette sull’impostazione difensiva, ma anche a quelle sull’esposizione mediatica. A pesare, in particolare, sarebbe stata la pubblicazione del libro di Catherine sulla vicenda a ridosso delle osservazioni alla ctu, che gli ormai ex legali avrebbero considerato discutibile.
Dal canto suo, Pillon non ha commentato l’avvicendamento, limitandosi a una dichiarazione di circostanza sul caso: «Devo studiare le carte prima di poter parlare», ha detto il legale che sta già preparando la linea difensiva per i coniugi che vivono a Palmoli. I ben informati dicono però che Pillon si sia infastidito per le modalità con cui i precedenti difensori hanno comunicato le ragioni della loro rinuncia, mettendo in piazza affermazioni unilaterali che, vista la delicatezza del caso, sarebbe stato meglio si fossero tenuti per sé.
Nelle scorse settimane l’aspetto mediatico della vicenda era stato oggetto di altre tensioni a causa della divulgazione alla stampa di un audio nel quale si sente uno dei bambini piangere spaventato di notte all’interno della casa famiglia di Vasto. Alle critiche, arrivate anche dall’Ordine dei giornalisti, era seguita una polemica nata dal fatto che i richiami alla cautela erano arrivati dopo che per mesi sono stati pubblicati in varie forme i contenuti dei documenti processuali che accusavano i genitori dei bambini di tutta una serie di mancanze nei confronti dei figli, con tanto di dettagli sulle possibili conseguenze sul loro sviluppo e di foto di gruppo della famiglia.
L’entrata in scena di Pillon come nuovo legale dei Trevallion segna però una svolta importante: oltre a essere specializzato in diritto di famiglia, l’ex parlamentare leghista è sicuramente più abituato a gestire il rapporto con i mezzi d’informazione, con i quali, sia per la sua attività politica, sia per il Family day, si confronta regolarmente da anni.
Negli ultimi giorni, complice l’allarme per alcuni casi di Hantavirus difficili da monitorare, l’infettivologo Matteo Bassetti è in grande spolvero sui social. Come ai tempi del Covid, la punta di diamante di quelle che all’epoca furono definite virostar è tornata a esternare con post come: «Mi raccomando continuate a seguire il delitto di Garlasco e la salute della famiglia del bosco, mentre il mondo evoluto si interroga su come rintracciare tutti i passeggeri che hanno avuto contatti con i casi di #hantavirus della nave Hondius. Sono 23, i passeggeri che erano sulla nave e sono scesi il 22 aprile. Questi hanno viaggiato tra stazioni e aeroporti e chissà quante persone hanno incontrato».
Ma a dare un dispiacere a Bassetti è arrivata la decisione del gip del Tribunale di Genova, Martina Tosetti, che ha archiviato una querela per diffamazione presentata dall’infettivologo ligure contro il Codacons e contro Assourt.
La disputa legale era stata scatenata dalla mossa delle due associazioni che durante la pandemia Covid avevano inviato un’istanza a Rai e Mediaset con la quale raccomandavano di evitare le apparizioni televisive di professionisti sanitari sovvenzionati dalle industrie farmaceutiche, onde evitare possibili conflitti di interesse e condizionamenti di pensiero. Bassetti si sente diffamato e querela. Ma la Procura non trova l’istanza delle due associazioni diffamatoria e chiede l’archiviazione della querela presentata da Bassetti. L’infettivologo non ci sta e presenta opposizione alla richiesta del pm. Come detto, però, il gip archivia, confermando non solo la correttezza dell’operato di Codacons e Assourt, difesi dagli avvocati Claudio Coratella e Vincenzo Rienzi, ma anche il flusso di finanziamenti da parte delle case farmaceutiche in favore dell’infettivologo.
Nell’ordinanza del gip Tosetti si legge infatti: «Nel caso in esame si reputano indubbiamente sussistenti i parametri per il legittimo esercizio del diritto di critica, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ovverosia la verità, la pertinenza e la continenza. Nessun dubbio che la persona offesa avesse ricevuto finanziamenti da parte di industrie farmaceutiche: tale dato, a onor del vero, più che apparire lesivo della reputazione di Bassetti, deve essere interpretato come segno di un auspicabile coinvolgimento dei grandi esperti del settore di riferimento nella lotta a una pandemia». E ancora: «Va rilevato anche che la critica, in quanto espressione di personali convincimenti in ordine alla genesi di determinati fatti, è interpretazione e, dunque, elaborazione della realtà, inevitabilmente attraverso il filtro del giudizio di valore che il critico dà di un dato accadimento, secondo la sua personale rappresentazione». Per il gip «sono altresì sussistenti gli ulteriori due requisiti della pertinenza e della continenza, essendo la comunicazione in esame relativa a una materia di evidente interesse pubblico - a fronte del conclamato stato di emergenza pandemico e le conseguenti misure restrittive alla libertà di circolazione - ed esprimendo la medesima un dissenso motivato e, dall’altro, in valutazioni corrette e misurate e non lesive dell’altrui dignità morale e professionale. Al contrario, e conseguentemente, il limite per l’esercizio di tale diritto deve considerarsi travalicato quando l’agente trascenda in attacchi personali diretti a colpire, su di un piano esclusivamente personale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato». Cosa che, evidentemente, sia per la Procura che per il gip, il Codacons e Assourt non hanno fatto.
Il Codacons ha commentato così l’archiviazione: «Desta grande perplessità che un medico finanziato dalle case farmaceutiche, anziché prendere atto di un fatto inequivocabilmente vero, abbia ritenuto di denunciarci per diffamazione, peggiorando ancora di più una situazione che riteniamo già abbastanza delicata. Ora presenteremo una istanza d’accesso a tutte le reti televisive per sapere se siano stati elargiti compensi ai medici per la loro presenza in tv durante l’emergenza Covid, e soprattutto, per conoscere l’entità gli importi eventualmente richiesti dagli stessi medici».
Bassetti invece sembra non averla presa bene, almeno stando a quanto riportato dalla cronaca di Genova di Repubblica: «Mi risulta che la diffamazione sia ancora un reato penale. Ora ci sono voluti 5 anni per sentirsi dire che va bene darmi del prezzolato, lo rispetto ma ho altro a cui pensare». Chissà se tra i suoi pensieri c’è anche quello di dedicarsi meno ai social.
Ordine dei giornalisti in pista dopo la gogna: «Rispettate la privacy dei bimbi del bosco»
Dopo quasi sei mesi che, con cadenza pressoché quotidiana, i giornali e le reti tv raccontano i più disparati dettagli della vicenda dei tre bimbi della cosiddetta «Famiglia del bosco», l’Ordine dei giornalisti nazionale e quello dell’Abruzzo hanno preso posizione contro l’eco mediatica data agli ultimi sviluppi della vicenda.
«Le recenti pubblicazioni che hanno dato conto delle reazioni dei bambini», si legge nella nota congiunta, «al nuovo contesto di vita, riprendendo dichiarazioni, stati d’animo e dettagli della loro condizione attuale, impongono una riflessione deontologica sull’opportunità della diffusione senza filtri di tali contenuti». E ancora: «Il Codice deontologico è chiaro: il minore non è mai una fonte di notizia in quanto tale e la sua immagine, la sua voce, la sua storia non possono essere utilizzate quando ciò possa arrecargli danno, anche indiretto. Un discorso particolare merita l’atteggiamento dei colleghi che, pur dichiarando di agire nell’interesse dei minori, producono in realtà contenuti che alimentano la contrapposizione tra chi sostiene le ragioni della famiglia e chi difende le scelte delle istituzioni». Alla fine l’Ordine invita «i colleghi a riconsiderare con la dovuta cautela ogni contenuto relativo a questi minori, astenendosi da qualsiasi pubblicazione che non sia strettamente necessaria all’informazione di interesse generale».
Va detto che giorni scorsi, il Garante per l’infanzia della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, aveva definito «inaccettabile e preoccupante» la costante violazione della privacy dei tre minori, invocando il rispetto della Carta di Treviso e la tutela dell’immagine dei bambini. Una presa di posizione che, visto il riferimento alla Carta, era di fatto una sollecitazione a un intervento nei confronti del mondo dell’informazione dagli organismi competenti.
Se da un lato il richiamo da parte dell’Ordine ad abbassare i toni può essere un atto di prudenza e attenzione nei confronti dei piccoli Trevallion, dall’altro stupisce che questa presa di posizione, in parte originata dalla divulgazione di un audio nel quale si sente uno dei bimbi piangere spaventato di notte all’interno della casa famiglia di Vasto, arrivi dopo che per mesi sono stati pubblicati in varie forme i contenuti dei documenti processuali che accusavano i genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, di tutta una serie di mancanze.
Non più tardi di due mesi fa, il 10 marzo, l’Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo aveva preso pubblicamente posizione a difesa della categoria dopo che il tribunale dei minorenni dell’Aquila aveva stigmatizzato i rischi derivanti dall’esposizione mediatica.
Dopo una valutazione preliminare della copertura mediatica della vicenda, il Consiglio regionale ha affermato di «non ravvisare elementi che configurino una violazione sistematica o strutturale delle norme previste dalla Carta di Treviso da parte degli organi di informazione operanti sul territorio». Secondo l’Ordine dell’Abruzzo, infatti, fino a quel momento «la vicenda» era stata «trattata nel quadro di un evidente interesse pubblico».
Un interesse che, sottolineava la nota, era confermato anche dall’intervento del ministero della Giustizia con l’invio di un’ispezione, circostanza che ha contribuito «a far assumere alla vicenda una dimensione che trascende quella locale e familiare, configurandola come una questione di rilievo pubblico generale. In presenza di un interesse pubblico accertato e riconosciuto dallo stesso apparato istituzionale, la copertura giornalistica non solo è legittima, ma doverosa». Sarebbe stato dunque «contraddittorio e deontologicamente insostenibile dire che i giornalisti abbiano violato le norme a tutela dei minori proprio mentre documentavano una vicenda che lo Stato stesso ha ritenuto meritevole di approfondimento».
L’Ordine concludeva poi denunciando che l’attribuire alla copertura mediatica una responsabilità non adeguatamente circostanziata sul piano deontologico rischia di costituire un precedente «metodologicamente preoccupante», potenzialmente in grado di produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di informazione in vicende analoghe.
Adesso, nemmeno 60 giorni dopo, la posizione dell’Ordine diventa critica. Contestualmente sono cambiati anche i contenuti delle notizie che filtrano sulla condizione dei bimbi, con nuovi elementi, come l’audio, che confermano i racconti allarmati che da tempo la mamma dei tre bambini sta facendo in tutte le sedi, tra cui la Camera, sulla condizione psicologica dei figli, che come noto sono dal novembre scorso in una casa famiglia di Vasto.
Se da un lato è certamente vero che il prolungarsi della vicenda rischi di amplificare il conflitto tra i Trevallion e le istituzioni, dall’altro non si può non notare che, in casi come questo, eventuali linee guida andrebbero stabilite fin da quando il caso mediatico esplode. Farlo dopo sei mesi di atti processuali e consulenze relativi a tre bambini rischia di sembrare un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.





