Ordine dei giornalisti in pista dopo la gogna: «Rispettate la privacy dei bimbi del bosco»
Dopo quasi sei mesi che, con cadenza pressoché quotidiana, i giornali e le reti tv raccontano i più disparati dettagli della vicenda dei tre bimbi della cosiddetta «Famiglia del bosco», l’Ordine dei giornalisti nazionale e quello dell’Abruzzo hanno preso posizione contro l’eco mediatica data agli ultimi sviluppi della vicenda.
«Le recenti pubblicazioni che hanno dato conto delle reazioni dei bambini», si legge nella nota congiunta, «al nuovo contesto di vita, riprendendo dichiarazioni, stati d’animo e dettagli della loro condizione attuale, impongono una riflessione deontologica sull’opportunità della diffusione senza filtri di tali contenuti». E ancora: «Il Codice deontologico è chiaro: il minore non è mai una fonte di notizia in quanto tale e la sua immagine, la sua voce, la sua storia non possono essere utilizzate quando ciò possa arrecargli danno, anche indiretto. Un discorso particolare merita l’atteggiamento dei colleghi che, pur dichiarando di agire nell’interesse dei minori, producono in realtà contenuti che alimentano la contrapposizione tra chi sostiene le ragioni della famiglia e chi difende le scelte delle istituzioni». Alla fine l’Ordine invita «i colleghi a riconsiderare con la dovuta cautela ogni contenuto relativo a questi minori, astenendosi da qualsiasi pubblicazione che non sia strettamente necessaria all’informazione di interesse generale».
Va detto che giorni scorsi, il Garante per l’infanzia della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, aveva definito «inaccettabile e preoccupante» la costante violazione della privacy dei tre minori, invocando il rispetto della Carta di Treviso e la tutela dell’immagine dei bambini. Una presa di posizione che, visto il riferimento alla Carta, era di fatto una sollecitazione a un intervento nei confronti del mondo dell’informazione dagli organismi competenti.
Se da un lato il richiamo da parte dell’Ordine ad abbassare i toni può essere un atto di prudenza e attenzione nei confronti dei piccoli Trevallion, dall’altro stupisce che questa presa di posizione, in parte originata dalla divulgazione di un audio nel quale si sente uno dei bimbi piangere spaventato di notte all’interno della casa famiglia di Vasto, arrivi dopo che per mesi sono stati pubblicati in varie forme i contenuti dei documenti processuali che accusavano i genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, di tutta una serie di mancanze.
Non più tardi di due mesi fa, il 10 marzo, l’Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo aveva preso pubblicamente posizione a difesa della categoria dopo che il tribunale dei minorenni dell’Aquila aveva stigmatizzato i rischi derivanti dall’esposizione mediatica.
Dopo una valutazione preliminare della copertura mediatica della vicenda, il Consiglio regionale ha affermato di «non ravvisare elementi che configurino una violazione sistematica o strutturale delle norme previste dalla Carta di Treviso da parte degli organi di informazione operanti sul territorio». Secondo l’Ordine dell’Abruzzo, infatti, fino a quel momento «la vicenda» era stata «trattata nel quadro di un evidente interesse pubblico».
Un interesse che, sottolineava la nota, era confermato anche dall’intervento del ministero della Giustizia con l’invio di un’ispezione, circostanza che ha contribuito «a far assumere alla vicenda una dimensione che trascende quella locale e familiare, configurandola come una questione di rilievo pubblico generale. In presenza di un interesse pubblico accertato e riconosciuto dallo stesso apparato istituzionale, la copertura giornalistica non solo è legittima, ma doverosa». Sarebbe stato dunque «contraddittorio e deontologicamente insostenibile dire che i giornalisti abbiano violato le norme a tutela dei minori proprio mentre documentavano una vicenda che lo Stato stesso ha ritenuto meritevole di approfondimento».
L’Ordine concludeva poi denunciando che l’attribuire alla copertura mediatica una responsabilità non adeguatamente circostanziata sul piano deontologico rischia di costituire un precedente «metodologicamente preoccupante», potenzialmente in grado di produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di informazione in vicende analoghe.
Adesso, nemmeno 60 giorni dopo, la posizione dell’Ordine diventa critica. Contestualmente sono cambiati anche i contenuti delle notizie che filtrano sulla condizione dei bimbi, con nuovi elementi, come l’audio, che confermano i racconti allarmati che da tempo la mamma dei tre bambini sta facendo in tutte le sedi, tra cui la Camera, sulla condizione psicologica dei figli, che come noto sono dal novembre scorso in una casa famiglia di Vasto.
Se da un lato è certamente vero che il prolungarsi della vicenda rischi di amplificare il conflitto tra i Trevallion e le istituzioni, dall’altro non si può non notare che, in casi come questo, eventuali linee guida andrebbero stabilite fin da quando il caso mediatico esplode. Farlo dopo sei mesi di atti processuali e consulenze relativi a tre bambini rischia di sembrare un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
Presidi di protesta in tutto il Paese. Alto rischio di scontri ai cortei del 1° maggio
Dal punto di vista della gestione dell’ordine pubblico il lungo weekend del primo maggio che inizia oggi rischia di essere caratterizzato da una imprevista «navigazione a vista». Il blitz della marina israeliana contro le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto a in acque internazionali di competenza dell’Ue ha infatti scombinato, già dal pomeriggio di ieri, il calendario delle manifestazioni previste in questi giorni.
Rendendo anche molto più difficili sia l’applicazione delle misure preventive introdotte dal nuovo decreto Sicurezza, sia il monitoraggio da parte degli investigatori delle eventuali infiltrazioni nelle manifestazioni di frange violente della galassia antagonista.
Sta di fatto che l’abbordaggio da parte dei vascelli della marina di Israele alle imbarcazioni della Flotilla rischia di essere la scintilla che potrebbe far detonare una situazione già resa esplosiva non solo dall’escalation dell’attività bellica delle Idf, caratterizzata dalle polemiche per le vittime civili causate dalle operazioni in Iran e per gli scontri a fuoco che hanno visto coinvolti i militari israeliani con il contingente di Caschi blu Onu di stanza nel Libano del sud. A pesare sono anche le provocazioni del governo Netanyahu, come il divieto imposto il 29 marzo dalla polizia israeliana al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di accedere alla basilica del Santo Sepolcro per la Domenica delle Palme.
A questo quadro, che aveva già amplificato le tensioni verso Israele da parte sia dell’opinione pubblica che delle frange più estreme della sinistra, due giorni fa si è aggiunto il fermo, seguito da una piena confessione, di Eithan Bondì, 21 anni, esponente della comunità ebraica romana, responsabile dell’agguato del 25 aprile contro due militanti romani dell’Anpi, marito e moglie, feriti dai colpi di una pistola da softair.
Poi, come detto, dopo la notizia arrivata ieri mattina del blitz contro la Flotilla, il già precario equilibrio è saltato definitivamente, con la convocazione in tempo reale per le 18 di ieri di manifestazioni, presidi e sit-in in solidarietà con la Flotilla in tantissime città d’Italia. Una mobilitazione lanciata al grido dello slogan «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto». A Roma il concentramento è stato annunciato nella zona del Colosseo, a Napoli in piazza del Plebiscito, a Milano in corso Monforte, a Venezia in Campo San Bartolomeo. Ma molte città si sono aggregate strada facendo. Tra cui Genova, dove il Collettivo Autonomo Lavoratori portuali di Genova ha indetto sempre per le 18 di ieri un presidio al varco portuale Albertazzi. «Non eravamo pronti, non ci aspettavamo che la Flotilla venisse attaccata così presto», si legge sui social del collettivo. «Basta parole, basta sconcerto di fronte ai social. Vogliamo lo sciopero generale, dobbiamo bloccare di nuovo tutto», conclude la chiamata alle armi. Eppure, nonostante i propositi agguerriti, il presidio ha raccolto subito il sostegno del Pd e di Music for Peace. Alla manifestazione hanno preso parte centinaia di persone. Tra gli interventi anche quello del sindaco di Genova, Silvia Salis che ha detto: «Dobbiamo continuare a stupirci per queste azioni di Israele che va contro quelli che sono i principi di diritto internazionale». Poi la Salis ha aggiunto: «Per loro sono cose naturali, ma non lo sono, per cui siamo qua per manifestare il nostro sconcerto».
Affollato anche il presidio davanti al Colosseo, a Roma, dove spiccavano le bandiere palestinesi, di organizzazioni studentesche (Osa e Cambiare rotta), sindacati e movimenti politici, che si sono radunati intorno allo striscione con su scritto: «Israele stato terrorista, blocchiamo tutto».
Circa un migliaio le persone scese in piazza a Milano, con in testa al corteo uno striscione con la scritta «Insorgiamo, blocchiamo tutto». Alla manifestazione hanno aderito tra gli altri le associazioni palestinesi, Emergency, Amnesty, Arci, i centri sociali, i collettivi studenteschi. I pro Pal sono scesi in piazza anche a Torino e Firenze. Al momento di andare in stampa, nonostante la tensione, non si erano registrati incidenti o scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.
Alle manifestazioni di ieri seguiranno poi in queste ore i presidi e i cortei già annunciati nei giorni scorsi. Come ad esempio a Torino, dove è prevista una manifestazione degli esponenti del centro sociale Askatasuna e dalle sigle affini come il Cua (Collettivo universitario autonomo), la rete Torino per Gaza, Intifada Studentesca.
A Milano, invece un corteo organizzato di diverse sigle della galassia antagonista partirà alle 14 di oggi da via Padova , per andare a ricongiungersi con quello in partenza alle 14.30 da piazzale Loreto organizzato dai movimenti contro le Olimpiadi di Milano-Cortina e da altre sigle dell’associazionismo militante. Manifestazioni che si annunciano ad alta tensione, ma il vero rischio, difficile da controllare vista la situazione in continua evoluzione, è che frange estreme in cerca di visibilità si possano infiltrare nelle manifestazioni istituzionali.
L’Interpol ha comunicato alla Procura generale di Milano di aver ricevuto la delega e di essersi attivata per svolgere con urgenza gli accertamenti all’estero nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Non sono stati comunicati dei tempi (si parla della settimana prossima) per le prime risposte ai quesiti sono stati sollevati dopo quanto emerso dall’inchiesta giornalistica de Il Fatto quotidiano.
Tra le cose che le toghe milanesi hanno evidenziato c’è l’esigenza di accertare la veridicità della sentenza del 20 aprile 2024 del tribunale uruguaiano di Maldonado sul minore adottato dall’ex igienista dentale e dal compagno Giuseppe Cipriani e lo stile di vita condotto dalla Minetti all’estero. Eventuali anomalie, anche senza rilievi di natura penale, in attesa del completamento delle verifiche, potranno essere segnalati dalla Procura generale al dicastero di via Arenula. La verifica dell’autenticità della sentenza, della quale il 17 luglio del 2024 il Tribunale per i minorenni di Venezia ha dichiarato la validità in Italia, dovrà passare per ovvie ragioni per canali formali.
Ma dalla consultazione della copia già in mano alle autorità italiane, che La Verità ha visionato, emerge che il documento originale è consultabile e scaricabile dal portale internet dell’autorità giudiziaria uruguaiana attraverso il semplice utilizzo di un Qr code che si trova su tutte le pagine dell’atto. Dal confronto tra il documento consultabile online e quello agli atti dei procedimenti italiani (la cui traduzione giurata, allegata alla sentenza, è stata effettuata da una professionista del settore direttamente in Uruguay), non emerge alcuna differenza nei passaggi più importanti e delicati della decisione presa dai giudici del Paese sudamericano. Passaggi che, in alcuni dettagli, disegnano uno scenario diverso da quello ricostruito, attraverso altri documenti, dall’inchiesta del Fatto.
Come già noto, il procedimento riguarda la «decadenza della potestà genitoriale» del bambino, ma l’oggetto del procedimento contiene anche una frase che amplia l’oggetto della decisione del tribunale di Maldonado: «Separazione definitiva, adozione piena».
Nella traduzione giurata si legge anche: «La parte attrice (Nicole Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani, ndr) compare ai fini di promuovere una domanda di separazione definitiva, di decadenza della potestà genitoriale e di adozione del minore». «La separazione definitiva e le sue conseguenze legali», prosegue il documento, «sono richieste nei confronti dei genitori biologici del bambino con indirizzo sconosciuto». Secondo il tribunale, quindi, padre e la madre del bambino adottato dalla Minetti sono irreperibili. Tanto che nella sentenza non si trova traccia di alcuna opposizione da parte loro alla richiesta di adozione. Inoltre, «dagli atti risulta che i genitori hanno abbandonato il bambino al momento della sua nascita, secondo il fascicolo. Senza altri parenti responsabili e con il padre privato della libertà; con decreto […], si è deciso di collocarlo provvisoriamente presso l’Inau (Istituto per bambini e adolescenti in Uruguay)».
La collocazione del bambino in una struttura fosse provvisoria era un fatto già noto e proprio su questo si basano una parte dei dubbi scaturiti dalle ricostruzioni giornalistiche che hanno portato alla riapertura degli accertamenti da parte della Procura generale di Milano. Ma nella sentenza la frase prosegue con «in attesa di una famiglia dall’Anagrafe unico dei genitori adottivi». Un dettaglio che, a differenza di quanto risulterebbe dalla documentazione resa nota nei giorni scorsi, ricostruisce si una «collocazione provvisoria» del bambino, ma propedeutica alla successiva adozione.
Nel marzo del 2020 la coppia italiana, che ha già conosciuto il piccolo durante attività di volontariato, presenta «formalmente la domanda di adozione all’ufficio amministrativo dell’Inau; solo nell’aprile 2021 si decide di qualificarli come famiglia adottiva» del bambino. Il piccolo, si legge nella sentenza, «presentava sintomi respiratori di bronchite in considerazione di quanto sopra, i comparenti hanno ottenuto un’autorizzazione per far vivere il bambino con loro». Il 28 aprile del 2021 «l’Inau comunica (alla coppia, ndr) di essere stati qualificati e scelti come famiglia adottiva, concedendo l’affidamento provvisorio. I comparenti convivono in modo stabile da più di cinque anni in un immobile di proprietà della famiglia. Entrambi hanno un lavoro stabile che permette loro di provvedere ai bisogni del bambino. È stato integrato come parte della famiglia, con affetto, sostegno e cura, in modo che possa raggiungere la migliore qualità di vita. Tutti coloro che lo circondano lo percepiscono come quello che è “nostro figlio”, lui si riferisce ai comparenti come “mamma e papà”».
Del resto, secondo la sentenza, i rapporti tra il piccolo e i genitori naturali, sono inesistenti: «Nel fascicolo è stato accertato che» il piccolo «non ha legami con la sua famiglia di origine e quindi non ci sono legami in questo senso che la Sede dovrebbe considerare di mantenere. Fatto salvo il diritto del bambino di conoscere la sua identità e la sua origine di figlio adottivo».
È in questo contesto, che i giudici uruguaiani concludono che «vi sono chiari motivi per accogliere la domanda. Il concetto di “interesse superiore del minore” si riferisce al soddisfacimento dei diritti fondamentali del bambino. Non si può considerare né l’interesse dei genitori né quello dello Stato, l’unico interesse rilevante è l’adempimento dei diritti dell’infanzia».
La documentazione che l’Interpol sta acquisendo permetterà di accertare se la sentenza del tribunale di Maldonado rispetta o meno quanto emerso durante l’istruttoria dell’adozione. Ma alla luce di quanto messo nero su bianco dai giudici, diventa difficile attribuire qualsiasi errore su questo punto alle istituzioni italiane che a vario titolo si sono occupate della domanda di grazia presentata dalla Minetti.





