La notizia, nell’aria da gennaio, quando era emerso che, nel dicembre 2025, il gip aveva disposto l’imputazione coatta, adesso è ufficiale. Una nuova richiesta di rinvio a giudizio è stata inoltrata dalla procura di Torino nei giorni scorsi nei confronti di John Elkann e del commercialista Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sulla residenza italiana di Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli - nonno di Elkann - morta nel 2019. Come detto, l’iniziativa dei pm della Procura del capoluogo piemontese è stata dettata dal diniego del Tribunale alla richiesta di archiviazione, una decisione che aveva poi fatto saltare la proposta di Elkann di accedere alla messa alla prova in un altro procedimento, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario e di Ferrero di patteggiare una pena pecuniaria.
E proprio quest’ultimo fascicolo sarà quindi riunito a quello sull’altro filone, già arrivato alla fase dell’udienza preliminare, che si è aperta oggi ed è stata subito aggiornata al 22 giugno. Nel faldone entreranno anche gli atti relativi a un terzo dossier, che riguarda il ruolo del notaio Remo Morone su presunte irregolarità nell’iscrizione alla Camera di commercio di Torino degli assetti della Dicembre la «cassaforte» che controlla tutte le società del gruppo della famiglia. Il procedimento, la prossima estate, tornerà dunque a essere unificato dopo aver preso tre strade diverse. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta.
In buona sostanza, l’inchiesta fino a ieri si basava su due procedimenti, intrecciati ma distinti (che ora saranno riuniti). In un filone, infatti, il gip Antonio Borretta a dicembre scorso aveva ordinato ai pm torinesi, il sostituto Marco Gianoglio insieme ai colleghi Mario Bendoni e Giulia Marchetti, di formulare l’imputazione nei confronti di John per due dei sei capi originariamente contestati. Imputazione coatta in quanto si tratta di ipotesi di reato - legate alle dichiarazioni dei redditi 2018 e 2019 presentate dopo la morte di Donna Marella - sulle quali i pm a loro volta avevano già chiesto l’archiviazione. Nell’altro procedimento, invece, a febbraio scorso il gip Giovanna Di Maria aveva respinto l’istanza di «messa alla prova» per Elkann, rimandando gli atti ai pm. Ma anche qui la procura aveva dato il suo parere favorevole alla sospensione del procedimento a seguito del versamento di circa 183 milioni all’Agenzia delle Entrate. L’indagine nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, impegnata da anni in una causa civile sulla ridefinizione dell’eredità familiare.
Nel settembre dell’anno scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa un miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, sulla base si «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione». Anche ieri, come è sempre avvenuto in tutte le fasi della vicenda, i legali del presidente di Stellantis hanno ostentato tranquillità: «La richiesta di rinvio a giudizio di cui si è avuta notizia oggi è solo un passaggio procedurale assolutamente atteso per permettere la ricomposizione di un procedimento che ha avuto una genesi unitaria. Ribadiamo che il nostro interesse è difendere nel merito una persona del tutto estranea ai fatti contestati». Ma recentemente la difesa di Elkann aveva incassato una sconfitta, quando la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso contro l’imputazione coatta disposta da Borretta, dando il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quasi contestualmente, un altro giudice Tribunale di Torino, Giovanna Di Maria aveva respinto si la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali di Elkann (che avevano proposto lo svolgimento di attività di tutoraggio in una scuola salesiana di Torino), che la richiesta di patteggiamento per Gian Luca Ferrero, che prevedeva la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria di 73.000 euro.
A meno di sorprese durante l’udienza preliminare quindi, la vicenda giudiziaria legata alla contesa familiare sull’eredità dell’Avvocato e della moglie, sfocerà in un processo pubblico.
È avvolto nel mistero lo stop, avvenuto a fine marzo, al flusso di petrolio e carburante che dal porto di Trieste, attraverso l’Oleodotto Transalpino (Tal) arriva in buona parte del Sud della Germania, in particolare di Baviera e Baden-Württemberg.
Secondo quanto raccontato dai giornali tedeschi Business Insider e Welt Am Sonntag che hanno rivelato quanto accaduto in territorio friulano e che ha generato parecchi effetti negativi soprattutto in Germania, la causa del blocco sarebbe da attribuire a un attentato alla rete elettrica di una stazione di pompaggio vicino a Terzo di Tolmezzo, in Friuli.
L’ipotesi di un’azione mirata contro l’infrastruttura è però stata smentita ieri da Tal con una nota ufficiale: «In relazione alle informazioni diffuse da alcuni media in Germania», si legge nel comunicato, «Tal conferma che sono destituite di fondamento e ribadisce quanto già comunicato nei giorni scorsi: nel mese di marzo l’oleodotto è stato interessato da un rallentamento tecnico delle attività dovuto a molteplici occorrenze, proprie e di terzi. I media tedeschi si riferiscono al fermo operativo dovuto alla richiesta, rivolta a Tal da Terna il 25 marzo 2026, di scollegare l’impianto di pompaggio di Paluzza dalla linea elettrica, per consentire l’inizio immediato di un intervento di riparazione di un traliccio situato a oltre 12 chilometri dal più vicino impianto Tal. Qualsiasi informazione relativa ad azioni esterne da parte di terzi nei confronti di qualsiasi parte dell’impianto di Tal è non veritiera».
Una precisazione che ha fatto da traino alla conferma di un’azione esterna, non direttamente rivolta all’oleodotto, da parte di Terna, che ha reso noto di aver «subito il danneggiamento di un sostegno in Friuli», avvenuto il 25 marzo scorso e che è stato commesso da ignoti. Il gestore della Rete Elettrica Nazionale ha immediatamente informato le autorità di polizia competenti per gli accertamenti ed ha attivato le procedure per la messa in sicurezza dell'asset e dell’area interessata. Nella nota si sottolinea che il danneggiamento non ha causato danni a persone o cose ma ha comportato esclusivamente la «disalimentazione dell’impianto del cliente At (Alta tensione, ndr) Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino Spa Siot nel comune di Paluzza, per la durata delle attività di ripristino». Secondo quanto si è appreso, non si sarebbe trattato di un hackeraggio ma di un danno fisico causato a un traliccio che sorregge i cavi elettrici. È stato dunque necessario staccare la linea per circa un paio di giorni.
La riparazione del sostegno ha richiesto una operazione durata alcuni giorni, e che si è conclusa il 29 marzo. Sull’accaduto sono in corso accertamenti, anche sulla possibile matrice politica e sull’effettiva volontà di fermare l’oleodotto, da parte della direzione distrettuale Antimafia di Trieste. Il bersaglio del sabotaggio, un traliccio dell’alta tensione, è storicamente uno degli obiettivi degli attentati da parte della galassia anarchica, ma secondo un’esclusiva del Tg1, gli investigatori non escludono la pista dei servizi segreti deviati di Paesi stranieri e si ipotizza anche un attacco internazionale su larga scala. Insomma, potremmo essere solo al primo atto.
Ma il fatto che, nel pieno del conflitto in Iran, che ha portato al blocco dello stretto di Hormuz e alla conseguente escalation dei prezzi del petrolio, il sabotaggio abbia fermato il Tal, riporta alla mente anche un attentato ormai lontano nel tempo.
Quello portato a termine nell’agosto del 1972 al terminal Siot di Trieste dall’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero.
Alle 3 e 15 di notte del 4 agosto, un’esplosione colpì il serbatoio più vicino alla città, contenente 31.531 metri cubi di combustibile, ma la cisterna rimase miracolosamente intatta per un errato posizionamento della carica di tritolo.
Le successive esplosioni di altri quattro serbatoi mandarono letteralmente in fumo circa 160.000 tonnellate di petrolio greggio, provocando fiamme alte 150 metri e colonne di fumo alte 6 chilometri.
L’Oleodotto Transalpino, lungo 753 chilometri, quasi tutti sotto terra, attraversa Italia, Austria a Germania, collegando il porto di Trieste con i Länder tedeschi della Baviera e del Baden-Württemberg. Le petroliere approdano ai due pontili del Terminale Marino nel Porto di Trieste, dove il greggio viene scaricato e trasferito al Parco Serbatoi di San Dorligo della Valle. Da lì, l’Oleodotto Transalpino attraversa il Friuli Venezia Giulia, tre regioni dell’Austria (Carinzia, Salisburghese e Tirolo) e la Baviera per giungere al Parco Serbatoi di Lenting nei pressi di Ingolstadt. Due diramazioni verso Est e verso Nord Ovest conducono il greggio verso le raffinerie tedesche.
Nei giorni scorsi, nel Golfo di Trieste, un insolitamente alto numero di petroliere era in attesa di scaricare il greggio. Una circostanza, aveva spiegato il presidente di Siot e general manager di Tal, Alessandro Gorla, collegata a «diversi fattori concomitanti»: innanzitutto la volontà di avere «a disposizione la massima quantità di greggio per garantire approvvigionamento». Inoltre, aveva aggiunto, a marzo c’è stato «un rallentamento tecnico della linea dovuto a molteplici occorrenze, nostre e di terze parti. La situazione tornerà alla normalità in aprile, al termine di interventi manutentivi periodici».
- La Cassazione accoglie il ricorso della Procura di Milano, secondo cui il delitto della fidanzata incinta fu commesso dal barman con premeditazione: ci sarà un procedimento bis per l’attribuzione dell’aggravante. La famiglia della vittima: «Ha gelo interiore».
- Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia. Kosovaro rinuncia al secondo grado e si accorda con l’accusa: dall’ergastolo a 26 anni.
Lo speciale contiene due articoli.
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.





