- Ieri l’agente che ha sparato ad Abderrahim Mansouri a Milano è stato sentito dal pm: «Ha puntato la pistola, ho avuto paura». Il reato contestato è pesantissimo rispetto all’accusa di eccesso colposo di legittima difesa
- La vittima era nota da diverso tempo alle forze dell’ordine: era considerato un pusher «di livello superiore». E faceva parte di un clan magrebino che gestisce lo spaccio
Lo speciale contiene due articoli
A Rogoredo, dicono gli stessi poliziotti che ci lavorano da anni, le dinamiche si ripetono sempre uguali: l’alt, la fuga, la rincorsa, a volte una mano che resta in tasca più del dovuto. È dentro questo schema che si inserisce quanto accaduto lunedì 26 gennaio in via Impastato, a ridosso del boschetto dello spaccio, dove un agente del commissariato Mecenate ha sparato e ucciso il ventottenne Abderrahim Mansouri durante un servizio antidroga. È stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario: rischia da 21 anni all’ergastolo. Con eccesso colposo di legittima difesa rischia, invece, da 2 a 7 anni.
Non è la prima volta che una vicenda simile arriva davanti ai giudici. Nel 2011, a Taranto, un carabiniere, anche lui inizialmente indagato per omicidio volontario, uccise un giovane che gli aveva puntato contro una pistola poi rivelatasi una replica priva del tappo rosso. La Procura ritenne la reazione giustificata per legittima difesa putativa, giudicando non evitabile l’errore sull’effettiva offensività dell’arma, e il procedimento venne archiviato senza rinvio a giudizio. È con questo precedente, divenuto negli anni un caso di riferimento, che va letto quanto accaduto a Rogoredo. Per questo, anche il legale dell’agente di Milano, l’avvocato Pietro Porciani, si augura una rapida archiviazione.
Durissima la reazione dei sindacati di polizia. Il Sap, con il segretario generale Stefano Paoloni, parla di un’iscrizione che scatta «in automatico» come atto dovuto, ma che finisce per far apparire l’agente come un omicida già in partenza, chiedendo una riforma normativa che consenta una fase di accertamenti senza l’immediata iscrizione per il reato più grave nei casi di possibili legittima difesa. La Fsp Polizia di Stato, con Valter Mazzetti, si dice «basita» dall’impostazione dell’accusa agli albori dell’indagine, osservando che così sembra presumersi una volontà omicida incompatibile con la funzione stessa del servizio di polizia. Il Siulp di Milano, con Andrea Varone, richiama infine la pericolosità dei servizi antidroga e osserva che un’arma a salve priva del tappo rosso è indistinguibile da una vera, rendendo fuorviante ogni valutazione successiva.
L’iscrizione per omicidio volontario, in teoria, serve a consentire autopsia, esami balistici, garantendo il diritto di difesa dell’indagato. Ma rischia di pesare sull’agente: una riforma sarebbe doverosa. Anche perché il fratello del marocchino ucciso a Rogoredo ha depositato la nomina come persona offesa, assistito dall’avvocata Debora Piazza, già legale della famiglia di Ramy Elgaml, contestando la versione dell’agente e chiedendo che venga accertata «tutta la verità». La famiglia potrà così seguire con propri consulenti l’autopsia e le perizie balistiche, svolgendo anche indagini difensive. Davanti al pm Giovanni Tarzia (già esperto e consulente per minori immigrati), assistito dall’avvocato Pietro Porciani, l’agente del commissariato Mecenate ha ricostruito i pochi secondi che hanno preceduto lo sparo. Ha riferito che, durante un servizio antidroga in abiti civili, si è qualificato intimando l’alt e che l’idea iniziale era quella di rincorrere l’uomo, «una dinamica che si ripete sempre» in quel contesto. A una distanza di circa venti metri, però, la situazione sarebbe cambiata improvvisamente: il ventottenne aveva una mano in tasca, «ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». In quel momento, mentre stava per partire in avanti, l’agente ha estratto l’arma dalla fascia addominale ed esploso un solo colpo.
Al pm ha parlato della paura provata, nonostante «tanti anni di servizio». Dopo lo sparo si è avvicinato al corpo: «Era a faccia in su, con la pistola a 15 centimetri dalla mano», ha detto, spiegando di aver sentito «l’esigenza di allontanare l’arma» perché l’uomo rantolava ed era ancora «nella sua disponibilità», pur senza ricordare con precisione quei passaggi. I sanitari del 118 sarebbero arrivati dopo circa dieci minuti. Solo successivamente si è accertato che l’arma era una pistola a salve, priva del tappo rosso.
Secondo la ricostruzione finora confermata anche dagli altri cinque poliziotti presenti, i fatti sarebbero avvenuti intorno alle 18, mentre gli agenti stavano arrestando in via Impastato un uomo che opponeva resistenza. In quel frangente, il ventottenne di nazionalità marocchina si sarebbe avvicinato impugnando l’arma e avrebbe continuato ad avanzare. Addosso alla vittima sarebbero stati trovati diversi tipi di stupefacenti, come riferito dall’avvocato Porciani, che ha ricordato anche i precedenti del giovane per droga, resistenza e rapine. La persona arrestata poco prima della sparatoria è stata sentita come testimone, ma non avrebbe fornito elementi utili all’inchiesta.
Il legale ha infine spiegato che il suo assistito, poco più che quarantenne e con oltre vent’anni di servizio, non era dotato di bodycam ed è «ancora sotto choc». La linea difensiva resta quella della legittima difesa: «Quando ti trovi una pistola puntata contro, non puoi sapere che sia a salve».
È su questo punto che si concentra il cuore dell’indagine. Non conta che l’arma fosse a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera. La Cassazione lo ha chiarito più volte: la valutazione va fatta ex ante, guardando ciò che l’agente poteva percepire in quei secondi. Una pistola giocattolo priva del tappo rosso, se usata in modo minaccioso, può integrare una situazione di pericolo attuale. Nel 2021, a Napoli, una guardia giurata che aveva reagito a una pistola poi rivelatasi non offensiva vide l’indagine concentrarsi proprio sulla percezione del pericolo, con esclusione del dolo; lo stesso principio è stato ribadito in altri casi analoghi esaminati dalla Suprema corte, aprendo alla legittima difesa putativa o, al massimo, all’eccesso colposo.
Nel 2016 sfilò l’arma a un carabiniere
Adberrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni irregolare in Italia ucciso lunedì da un poliziotto in via Impastato, a Milano, era già noto alle forze dell’ordine.
L’uomo, conosciuto con il soprannome di Zak (ma gli alias con cui sarebbe conosciuto alle forze dell’ordine sarebbero svariati) aveva precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. E, soprattutto, ventottenne in passato si era già reso protagonista di un episodio violento durante un blitz antidroga. Per certi versi simile a quello che lunedì, quando ha puntato in faccia a un agente una scacciacani identica alla Beretta 93 d’ordinanza del poliziotto, gli è costato la vita. Era il 28 agosto 2016 quando in via Orwell, nel cuore del boschetto della droga di Rogoredo, una pattuglia dell’Arma impegnata in un servizio antispaccio fermò un gruppo di pusher, tra cui l’allora diciottenne Mansouri, considerato uno dei più «esperti» della zona.
Nel tentativo di fuggire, raggiunto da un carabiniere, lo colpì con calci e pugni e cercò di sfilargli la pistola di ordinanza. Il giovane marocchino venne bloccato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni: il militare riportò una prognosi di 12 giorni. Dopo la condanna con sospensione condizionale della pena per l’episodio di via Orwell, Mansouri venne arrestato nuovamente per spaccio il 30 maggio 2021 e poi ancora nel settembre dell’anno successivo, finendo rinchiuso nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024. Nel 2025 viene di nuovo fermato dalle Volanti e trovato in possesso di un permesso di soggiorno spagnolo. Nel luglio e nel settembre scorsi, due controlli del commissariato Mecenate, lo stesso per cui lavora il poliziotto che lo ha ucciso ieri sera, gli costarono un’ennesima denuncia per spaccio e ricettazione.
Nelle sue tasche, lunedì sera, dopo la morte, sono state trovate dosi di hashish, cocaina ed eroina. Una circostanza che porta verso la conferma l’attività illecita del nordafricano. L’ipotesi è che Mansouri, considerato dagli investigatori uno spacciatore di «livello superiore» abbia imboccato la stradina sterrata tra la tangenziale e i binari per rifornire uno dei pusher che avrebbero lavorato per lui e generalmente provvisti di modesti quantitativi di droga, per evitare di venire rapinati. La stessa ragione per cui il ventottenne potrebbe aver deciso di girare con una pistola, come detto risultata una semplice riproduzione. Del resto, secondo gli investigatori, la famiglia dell’uomo rimasto ucciso sarebbe piuttosto nota nel mondo della droga milanese. Il ventottenne avrebbe infatti fatto parte del gruppo dei cosiddetti «clan Mansouri», boss marocchini attivi da anni nello spaccio. Una realtà dove coltelli, machete e, soprattutto, pistole a salve o repliche sono equipaggiamento abituale.
E la figura di Zak era da tempo tenuta sotto controllo per il ruolo che il ventottenne marocchino ricopriva all’interno di una fitta rete organizzata che controlla e gestisce le piazze di spaccio più importanti del nord Italia. In particolare i Mansouri potrebbero avere il controllo dei cosiddetti «cavallini» attivi nella zona di Rogoredo, tristemente nota per il famigerato boschetto. «Cavallini» è il termine cui vengono definiti in gergo i piccoli pusher diffusi in maniera capillare sul territorio e che, con turni che coprono le 24 ore, riforniscono di droghe le piazze di spaccio. In questo caso quelle della periferia meridionale di Milano.
Due carabinieri in servizio all’ambasciata presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati illegalmente domenica da un colono israeliano in Cisgiordania, che li ha fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e «interrogati», ovviamente senza averne alcun titolo. La vicenda, resa nota ieri pomeriggio da fonti di governo, ha scatenato una tempesta diplomatica tra Italia e Israele, dagli esiti ancora incerti. Con una nota la Farnesina ha fatto sapere che «il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio che ha visto coinvolti ieri (domenica, ndr) due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme».
«I due militari», si legge nella nota, «sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore». La Farnesina ha inoltre riferito che «l’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari esteri, al Cogat (il comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati), allo Stato maggiore delle Idf, la polizia e allo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi)». I dettagli dell’accaduto non sono ancora chiari. Secondo le prima ricostruzioni i due militari stavano effettuando un sopralluogo in vista di una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio nei pressi di Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese.
Gli uomini dell’Arma, che erano a bordo di un’auto con targa diplomatica e muniti di passaporti e tesserini diplomatici, come detto, sono stati «interrogati» dall’uomo, armato e in abiti civili, che si presume essere un colono israeliano. I due militari hanno però rifiutato di rispondere. Secondo quanto riferito dalla Farnesina l’uomo avrebbe poi passato ai due carabinieri una persona al telefono, che senza identificarsi, li ha informati che si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Il ministero degli Esteri ha poi precisato che una verifica con il Cogat ha però confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi in consolato e hanno riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma quanto era avvenuto.
Al momento di andare in stampa nessun esponente del governo aveva ancora preso posizione con una dichiarazione sull’accaduto. Una scelta probabilmente dettata dall’esigenza di non interferire con i passi formali portati avanti dalla Farnesina. Ma da Palazzo Chigi è filtrata informalmente una forte irritazione del premier Giorgia Meloni che condivide in pieno l’azione di Tajani.
Un ulteriore comunicato della Farnesina ha poi spiegato che «l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato» ieri «pomeriggio alla Farnesina, su decisione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, dopo il grave episodio che ha coinvolto due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme». «All’ambasciatore israeliano», prosegue il comunicato, «è stato espresso il forte disappunto e la dura protesta
dell’Italia per quanto accaduto. È stato ribadito come l’episodio sia di particolare gravità, anche alla luce del ruolo svolto dai carabinieri e del contesto operativo in cui si trovavano».
Infine, conclude la Farnesina, «si è colta l’occasione per reiterare la preoccupazione del governo sui comportamenti dei coloni violenti in Cisgiordania, in linea con quanto il ministro Tajani ha ricordato al suo omologo israeliano in occasione di numerosi colloqui. L’ambasciatore Peled ha espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto».
A prendere posizione per la maggioranza è stata la senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Affari esteri e difesa a Palazzo Madama, Stefania Craxi, che in una nota ha espresso la sua «più ferma condanna per il gravissimo episodio avvenuto nei pressi di Ramallah». Aggiungendo poi che «se confermato, risulta ancor più grave che i due militari siano stati interrogati e trattenuti sotto minaccia nonostante fossero in possesso di passaporti e tesserini diplomatici». Per la senatrice di Fi quello avvenuto domenica «è un atto inaccettabile, che rappresenta una seria violazione delle norme internazionali». Per la segretaria del Pd Elly Schlein però, «i coloni uccidono, minacciano i palestinesi e stanno perpetrando da tempo - e indisturbati - abusi e violenze di ogni genere». Per questo, sostiene, «convocare l’ambasciatore non basta». E il governo dovrebbe dire «piuttosto a Netanyahu di fermarsi».
- Attesa la sentenza per il marocchino che un anno fa ha torturato selvaggiamente una donna disabile utilizzando un taglierino e una bottiglia per le violenze. Nella deposizione della vittima i dettagli della notte horror in mano a una belva in preda alla droga.
- Violenze continue da Milano a Cascina e da Padova a Taranto: è vera emergenza.
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Ha deposto, nascosta dietro a un paravento, la quarantanovenne residente in un Comune del Trevigiano che, nel gennaio dell’anno scorso, sarebbe stata vittima di un autentico orrore perpetrato dall’allora convivente, un cittadino marocchino di 41 anni, tossicodipendente e con problemi di alcolismo, che era già stato in carcere per maltrattamenti nei confronti della compagna e del figlio piccolo, finito a processo per maltrattamenti, lesioni personali aggravate e violenza sessuale. Un anno fa, al termine di una notte di violenze, la donna aveva chiamato il 118. All’operatore la presunta vittima aveva detto parole inequivocabili, che avevano dato il via anche all’intervento dei carabinieri: «Venite, mi ha massacrato».
All’arrivo dell’ambulanza i soccorritori si trovano davanti una scena raccapricciante: la donna è completamente tumefatta e il suo sangue è dovunque, dal pavimento ai mobili di casa e persino nel terrazzino dell’appartamento. Uno scenario che racconta chiaramente un massacro. Poco dopo arrivano anche alcune pattuglie dell’Arma, che però trovano la porta d’ingresso della casa sbarrata. I militari riescono a entrare solo grazie all’intervento dei vigli del fuoco e trovano il marocchino sul letto, intriso del sangue della compagna. Sul tavolo, in bella vista, diverse bottiglie di alcolici, della carta stagnola e una pipetta che viene utilizzata per fumare crack.
Il racconto della nottata fatto dalla donna è a dir poco agghiacciante. Ubriaco e probabilmente sotto l’effetto di droga, il quarantunenne tunisino avrebbe inizialmente aggredito la compagna con dei pugni al volto e calci diretti al torace e all’addome. Poi un’escalation priva di limiti: la donna sarebbe stata trascinata in bagno dove il compagno le avrebbe sbattuto ripetutamente la testa sul bidet fino a farle perdere conoscenza. Non contento, avrebbe afferrato un temperino e avrebbe cominciato a seviziarla, utilizzando anche una bottiglia rotta. La donna, priva dei sensi, riporterà contusioni multiple alla testa e al viso, un ematoma alle orbite oculari, la frattura del naso e contusioni agli arti e alla schiena. Ma l’orrore non si sarebbe limitato alla violenza fisica. L’uomo avrebbe infatti stuprato la compagna, utilizzando anche una bottiglia. In aula la presunta vittima ha confermato la sua versione: «Sono stata picchiata, seviziata con un taglierino e poi mi ha anche stuprato con una bottiglia».
Stando al racconto della donna la notte degli orrori di un anno fa non sarebbe stato un episodio isolato, ma affonderebbe le sue radici in una storia iniziata diversi anni fa. Protagonisti la donna, invalida e il quarantunenne di origine nordafricana, con il quale aveva avviato una relazione sentimentale dalla quale era nato anche un figlio.
Fin dai primi tempi, però, il rapporto era stato contraddistinto dai gravi problemi dell’uomo con l’alcol e soprattutto con la droga. Problemi e tensioni che erano progressivamente e costantemente aumentate, fino a degenerare in episodi di violenza che avevano già portato a una condanna per maltrattamenti, aggravata dal fatto che l’uomo aveva picchiato anche il figlio piccolo.
Dopo aver scontato la pena, i due si erano riavvicinati. La donna aveva infatti deciso di dargli di nuovo fiducia e accoglierlo nuovamente in casa, forse nel tentativo di ricostruire un nucleo familiare. «Se non altro adesso ho qualcuno che si occupa di me e mi aiuta nelle cose di tutti i giorni», avrebbe confidato. Il nordafricano, invece, le avrebbe assicurato di essere cambiato: «Vedrai che fra di noi adesso le cose funzioneranno».
Una promessa vana. Dopo pochi mesi l’uomo sarebbe infatti ricaduto nelle vecchie abitudini, sprofondando nuovamente nel tunnel delle dipendenze. Per la donna è iniziato un periodo sempre più difficile, segnato da continui litigi e da un clima di crescente tensione.
La situazione sarebbe definitivamente esplosa intorno al settembre del 2024, quando ormai del tutto privo di freni inibitori, il quarantunenne avrebbe assunto atteggiamenti sempre più aggressivi: insulti, prevaricazioni e, soprattutto, violenze fisiche. In un episodio particolarmente grave, l’uomo avrebbe colpito la donna con pugni alla testa e l’avrebbe minacciata con un coltello da cucina. «Qui stasera moriamo tutti e due», avrebbe minacciato in preda ai fumi dell’alcol.
Poi la notte horror del gennaio di un anno fa, che ha aperto per l’uomo le porte del carcere di Santa Bona, a Treviso.
E il processo, dove il nordafricano cerca di derubricare l’accaduto a un incidente domestico. Nell’udienza precedente a quella della testimonianza della presunta vittima (che ha chiesto il paravento per non dover incrociare lo sguardo dell’imputato) era stata decisa la non acquisibilità nel fascicolo processuale degli esami effettuati dal Ris dei carabinieri di Parma sulle tracce ematiche rivenute nell’appartamento e sul Dna risultante da una tampone vaginale fatto alla donna. Ma le prove biologiche che sono ancora a disposizione, come ad esempio il sangue presente sul temperino con cui la donna sarebbe stata colpita alla testa sono state ammesse. Il quarantunenne aveva provato a giustificare il taglio presente sulla nuca della donna con un incidente che, a suo dire, la ex compagna aveva avuto mentre stava andando in bagno. Ma sul manico del taglierino è stato ritrovato anche il sangue del presunto aggressore, particolare che smentisce la ricostruzione dell’imputato. Il processo riprenderà il 19 febbraio, giornata in cui dovrebbe essere pronunciata la sentenza.
Armi bianche, roncole e machete. È l’immigrazione dei lunghi coltelli
Un mezzanino della metropolitana di Cadorna a Milano, il centro di San Benedetto del Tronto, un bar di Cascina, un autobus davanti alla stazione di Padova, il porto di Taranto. Coltelli, roncola, fendenti, risse. Cambiano i volti e le età, ma non la scena: l’arma bianca che esce all’improvviso. È una sequenza che tiene insieme storie simili e che sembrano rientrare in pieno nel quadro dei nuovi strumenti legislativi messi a punto dal Viminale e dal ministro Matteo Piantedosi.
Milano, linea verde. La miccia si accende venerdì sera a Cadorna. Da una parte due ragazzi siciliani, entrambi diciannovenni. Dall’altra un quattordicenne milanese, residente in zona Forze armate e senza precedenti. Vola qualche insulto. Alla fermata di Lambrate il minorenne si avvicina, tira fuori una roncola di 34 centimetri con lama da 21 e colpisce entrambi alle gambe. Poi si allontana. Butta giubbotto, cappello e scaldacollo e cerca di mimetizzarsi tra i passeggeri che risalgono dal mezzanino. I due feriti vengono soccorsi. Subiscono un’operazione. Le prime prognosi superano i 45 giorni. Un passante che vede i ragazzi a terra e nota il minorenne che tenta di nascondersi fuori dalla metropolitana. Lo segue fino a un bus della linea 924 in via Viotti. Sale a bordo e gli chiede spiegazioni. Il ragazzino estrae ancora una volta la roncola e lo minaccia. Semina il panico tra i passeggeri. I carabinieri lo rintracciano poco dopo. Viene fermato e arrestato per lesioni personali aggravate. La Procura del tribunale per i minorenni ha disposto, in attesa della convalida, l’affidamento alla madre in regime di detenzione domiciliare.
San Benedetto del Tronto, centro città. Un tunisino di 27 anni venerdì viene preso alla sprovvista mentre è con alcuni amici e accoltellato più volte a un fianco da un connazionale di 25 anni. Nella notte la vittima viene sottoposta a un delicato intervento chirurgico. È in pericolo di vita. L’indagine porta a un arresto poche ore dopo. Polizia e carabinieri individuano il presunto aggressore nella zona di Ponterotto, dopo una notte di ricerche tra stabilimenti balneari e casolari abbandonati lungo il litorale. L’accusa è di tentato omicidio. Stando alle prime ricostruzioni investigative si tratterebbe di un regolamento di conti.
Cascina, provincia di Pisa. Sempre venerdì. Tarda serata. Nelle vicinanze di un bar un uomo comincia a litigare con alcune persone: un italiano e alcuni albanesi. Scende dall’auto, si dirige verso di loro. Dopo qualche insulto tira fuori un coltello e ferisce all’addome un ragazzo di 25 anni residente a Pontedera. I carabinieri recuperano l’arma e individuano l’aggressore, un uomo di 44 anni, denunciato per lesioni e porto d’armi illegale.
Padova, zona stazione. L’allarme parte da un autobus. L’autista segnala un gruppo di quattro nordafricani molesti e ubriachi a bordo, uno dei quali armato di coltello. La polizia li rintraccia e li blocca. Sono un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare, e tre cittadini egiziani con permesso di soggiorno. Tutti, però, hanno precedenti per reati in materia di sostanze stupefacenti e contro il patrimonio. Sotto i portici, nelle immediate vicinanze, viene rinvenuto il coltello da cucina con lama da dieci centimetri. Il questore ha disposto per il marocchino il trattenimento in un Cpr in attesa dell’espulsione. Mentre la Divisione della polizia anticrimine si è attivata per l’adozione della misura di prevenzione del Daspo per tre anni.
Ultimo caso: una violenta rissa scoppiata nella zona del porto mercantile di Taranto, dove la polizia è intervenuta dopo la segnalazione di una rissa tra stranieri. Quando gli agenti arrivano sul posto trovano un africano che pesta un bengalese già con evidenti ferite al volto. L’aggressore, un trentunenne del Ciad, non si è fermato neppure alla presenza dei poliziotti: ha continuato a opporre resistenza e ha minacciato gli agenti. È risultato titolare di un permesso di soggiorno ma senza fissa dimora. Solo poche ore prima era stato denunciato dalla polizia locale per una tentata estorsione.





