Jonas Vingegaard entra nella storia del ciclismo e lo fa dominando il Giro d'Italia dal primo all'ultimo giorno. La passerella finale di Roma, chiusa dalla vittoria allo sprint di Jonathan Milan davanti a Giovanni Lonardi, è stata soprattutto la celebrazione del campione danese della Visma-Lease a Bike, che alza il Trofeo Senza Fine e completa una delle imprese più prestigiose di questo sport: la conquista di Giro, Tour e Vuelta.
A ventinove anni Vingegaard diventa il primo danese a vincere la corsa rosa e l'ottavo corridore della storia a completare la cosiddetta Tripla Corona dei grandi giri. Prima di lui ci erano riusciti soltanto Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Un elenco ristretto che fotografa la dimensione del risultato ottenuto dal capitano della Visma.
Il suo è stato un Giro senza particolari momenti di difficoltà. Dopo aver preso il controllo della classifica generale nella seconda settimana, il danese ha progressivamente allargato il margine sugli avversari fino a chiudere con oltre cinque minuti di vantaggio su Felix Gall e più di sei su Jai Hindley, che completano il podio finale. Nemmeno nell'ultima grande salita di Piancavallo ha scelto di amministrare. Al contrario, sabato ha firmato il quinto successo di tappa dell'edizione 2026, confermando una superiorità che raramente è sembrata in discussione. La ventunesima tappa è stata invece l'occasione per una liberazione personale di Jonathan Milan. Il velocista della Lidl-Trek, tra i grandi favoriti delle volate di questo Giro, era arrivato più volte vicino al successo senza riuscire a concretizzare. A Roma è finalmente arrivato il premio. Sul traguardo del Circo Massimo il friulano ha imposto la propria potenza nello sprint conclusivo, precedendo Lonardi in una doppietta italiana che ha regalato una delle poche gioie azzurre di questa edizione.
L'Italia chiude infatti il Giro con alcuni segnali positivi ma senza un protagonista in lotta per la maglia rosa. Giulio Ciccone porta a casa la maglia azzurra di miglior scalatore, Davide Piganzoli conclude all'ottavo posto della classifica generale mostrando segnali incoraggianti per il futuro, mentre Damiano Caruso saluta la corsa rosa con l'ennesima prova di generosità prima dell'ultimo atto della sua lunga carriera. Manca però un corridore capace di inserirsi stabilmente nella battaglia per la vittoria finale.
Tra le altre classifiche, il francese Paul Magnier conquista la maglia ciclamino della classifica a punti, mentre il portoghese Afonso Eulálio veste la maglia bianca riservata al miglior giovane. La Visma-Lease a Bike completa il proprio trionfo imponendosi anche nella graduatoria a squadre. Quando il gruppo ha attraversato per l'ultima volta i Fori Imperiali e il Circo Massimo, il Giro 2026 aveva ormai già emesso il suo verdetto. Questa è stata l'edizione di Jonas Vingegaard. Una corsa controllata, dominata e chiusa senza lasciare dubbi. Ora il danese guarda avanti. Il Tour de France è il prossimo obiettivo, ma intanto può godersi un posto che appartiene soltanto ai più grandi della storia del ciclismo.
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.





