Il disastro della Nazionale e il conseguente terremoto in Figc che ha portato alle dimissioni del presidente Gabriele Gravina, del capo delegazione Gianluigi Buffon e del ct Gennaro Gattuso aprono ora due mesi e mezzo di transizione tanto delicata quanto decisiva per il futuro del calcio italiano. Un vuoto di potere che imporrebbe scelte rapide, ma soprattutto credibili, costruite più sulle idee e sui programmi che sui nomi, in vista delle elezioni federali del 22 giugno.
Tra manovre di palazzo, candidature in via di definizione e la necessità di ricostruire dalle macerie di un fallimento storico che ha di fatto cancellato l’Italia dalla mappa mondiale del pallone, la domanda che in molti si fanno in questi giorni, oltre a chi prenderà in mano la Figc e con quale progetto, è se davvero si potrà arrivare a un profondo cambiamento strutturale. Ne abbiamo parlato con Michele Criscitiello, giornalista e conduttore televisivo di Sportitalia, per capire cosa sta succedendo dietro le quinte di via Allegri e quali scenari si aprono da qui alle urne.
Direttore, come vedi questi mesi che ci porteranno alle elezioni?
«Parto dal fatto che Gravina si è dimesso, ma è stato obbligato a farlo. Non l’ha fatto con una forza e una volontà reale. C’è stata la politica che si è messa di mezzo e l’aspetto mediatico della mancata qualificazione ai Mondiali è stato troppo forte. Se avesse voluto farlo, non avrebbe convocato un’assemblea elettiva in 49 giorni. Non c’è nemmeno il tempo di convocare le call tra le varie componenti. Ecco, se si fossero dimesse tutte le componenti, allora il segnale sarebbe stato forte. E invece si è dimesso solo Gravina. Qua c’è un inciucio da evitare».
Quale?
«Se non si dimettono l’avvocato Viglione, Brunelli, in sostanza gli uomini di Gravina che vogliono portare avanti il suo progetto, si profila la candidatura di Giancarlo Abete. Se passa il nome di Abete sarà comunque un Gravina bis. Anche peggio, perché non cambierà nulla. Per scardinare il sistema devono cambiare gli uomini».
Tra gli altri nomi che circolano, ci sono anche Paolo Bedin e Matteo Marani.
«Ecco. Questo è il secondo scenario. Se passa Bedin significa che Gravina ha fatto un accordo con Andrea Abodi (ministro dello Sport, ndr), perché Bedin è uomo di Abodi. Se invece passa il nome di Marani, è sempre un’ipotesi spalleggiata da Gravina. Ma poi vedrai che Marani, come ha fatto con la Lega Pro, ignorerà Gravina e farà tutto quello che vuole».
E poi c’è Giovanni Malagò.
«Malagò è l’unico nome per il cambiamento. Ma non perché Malagò sia il futuro. Malagò fa parte di un cambiamento perché romperebbe con il sistema Gravina. Farebbe altri tipi di accordi, però in questo momento ha l’ostruzionismo di Abodi, perché tra i due c’è da sempre una guerra in atto».
E gli altri nomi di ex campioni come Maldini, Rivera, Del Piero?
«Quelli sono solo nomi di facciata per il popolo, ma sono figure completamente fuori dalla politica sportiva e a cui non farebbero nemmeno toccare palla in uno scenario come questo. Ripeto: l’unica soluzione credibile per me è che la Lega di A porti avanti Malagò».
Ma quindi, tracciando una mappa del potere che c’è adesso in Figc, pare di capire che Gravina può ancora muovere una fetta consistente di voti in vista delle elezioni per la sua successione. Così non cambierà davvero nulla nel sistema?
«Non è detto. C’è una battaglia politica che durerà 49 giorni. Se passa Malagò, significa che il sistema Gravina è messo da parte. Se non passa Malagò, il sistema Gravina è uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. Dobbiamo vigilare su questo. Ma il grande nemico di questo inciucio, sai qual è?
Quale?
«Che di ’sta roba ne parla solo Criscitiello su Sportitalia tutti i giorni da dieci anni. Altrove non gliene frega niente a nessuno. Esce l’Italia dal Mondiale: ok ne parlano tutti. Poi? Ora c’è Pasqua, Pasquetta, le grigliate. Riparte il campionato. C’è Inter-Roma, Napoli-Milan. E tutti si dimenticano di quello che è successo e che il 22 giugno ci sono le elezioni federali. Invece no. L’aspetto mediatico è fondamentale per continuare a battagliare fino a che non salta il sistema che è sempre più marcio».
A proposito, come giudichi l’intervento del presidente dell’Aiac Renzo Ulivieri che ha detto che Gravina non avrebbe dovuto dimettersi?
«Uno schifo totale. Ma è naturale. Ulivieri guadagna 150.000 euro di stipendio, ha 85 anni ed è attaccato alla poltrona. Perché non dimentichiamoci che qua non è solo una volontà di potere, è una volontà economica».
Cioè?
«Gravina guadagna più di un milione di euro. Ulivieri 150.000 euro. Marani, 250.000 da presidente della Lega Pro e altri 120.000 da presidente del Museo di Coverciano. Parliamo di 370.000 euro quando il premier in Italia, Giorgia Meloni, ne guadagna 180.000 per guidare il Paese. Questo ti fa capire che il sistema è morto».
Anche il presidente dell’Uefa, Čeferin, è intervenuto in difesa di Gravina, minacciando anche l’Italia in vista di Euro 2032 per gli stadi.
«Čeferin si deve fare i fatti suoi. Primo perché il calcio italiano non lo conosce nemmeno. Secondo perché ha fatto fare uno spareggio mondiale su un campo di Serie C senza nemmeno la goal-line technology. E va a difendere l’amichetto Gravina a cui, vedrai, darà qualche incarico per l’Europeo del 2032. Questo è poco, ma sicuro».
Ieri per ultimo si è dimesso Gattuso. Cosa succede sulla panchina fino a giugno?
«Per l’amichevole di giugno possono far salire uno degli allenatori delle giovanili. Tra l’altro noi abbiamo allenatori bravi nel settore giovanile. Alberto Bollini nell’Under 19, Carmine Nunziata nell’Under 20. Tutta gente seria. Si va ad interim con un allenatore, anche se Abodi ha già fatto invasione di campo contattando personalmente Mancini. Una cosa senza alcun senso perché non rientra nelle competenze del ministro dello Sport la scelta del prossimo ct».
Dopo le pressioni seguite alla mancata qualificazione ai Mondiali, Gravina si dimette e fissa le elezioni al 22 giugno. Per la successione circolano i nomi di Abete, Malagò e Marani, con Albertini più defilato. Lascia anche Buffon: «Atto di responsabilità».
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
A Zenica gli azzurri cadono ai rigori dopo l’1-1 nei tempi regolamentari. Decisivi gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante. Per l’Italia è la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale: un dato che conferma una difficoltà ormai strutturale.
Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta positiva per gli azzurri, tuttavia, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante della Fiorentina non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi sulla girata di testa di Katic sugli sviluppi da corner. Sulla destra soffriamo la verve di Bajraktarevic, giovane stellina classe 2005 in forza al Psv che fa già gola a mezza Europa. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Donnarumma effettua un rinvio dal fondo troppo corto, il centrocampo bosniaco intercetta e lancia in porta Memic. Bastoni interviene in scivolata da ultimo uomo e viene espulso. Italia in 10. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto gettando nella mischia Gatti per Retegui e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo. Alla vigilia il ct bosniaco Barbarez aveva detto che avrebbero parcheggiato il bus davanti a una porta o nell'altra, a seconda di come si sarebbe messa la partita. Dichiarazione profetica perché è esattamente ciò che è avvenuto. Dopo il vantaggio azzurro la Bosnia ci ha praticamente dominati, concedendoci comunque più di una possibilità di chiudere i giochi.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori, Tahirovic per Kolasinac e Alajbegovic per Sunjic, dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Soprattutto Alajbegovic, esterno classe 2007 del Salisburgo che si ispira a Lamine Yamal, si piazza largo a sinistra e fa impazzire i nostri, con Palestra, appena subentrato a Politano, l'unico in grado di contenerlo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. All'ora esatta di gioco Kean scappa via in campo aperto ma perde lucidità davanti a Vasilj e calcia alle stelle. Poco dopo Pio Esposito fa lo stesso su assist di Palestra. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate. Sono situazioni che in partite come queste prima o poi presentano il conto.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Un destro dal limite che nella mente dei più preoccupati ha rievocato quel destro di Trajkovski che ci buttò fuori quattro anni fa nello spareggio di Palermo contro la Macedonia del Nord. Cattivo presagio, così come la presenza dell'arbitro Clement Turpin (stesso fischietto del Barbera nel 2022). L'arbitro francese ha destato più di un dubbio su alcune decisioni, specialmente quella presa al 102’: Palestra è lanciato in porta, Muharemovic lo abbatte una manciata di centimetri prima che entri in area e viene sanzionato soltanto con il giallo, tra le proteste degli azzurri che si avvicinano al momento decisivo dei rigori in apparente difficoltà emotiva.
E così come avvenuto contro il Galles, dopo aver rimontato lo svantaggio nel finale di partita, dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa sul terzo. In mezzo solo il gol di Tonali. Troppo poco. L'uomo del destino per la Bosnia è Bajraktarevic, che a dispetto dei suoi 21 anni appena compiuti si prende la responsabilità di calciare il rigore decisivo che spedisce per la seconda volta nella storia la Bosnia ai Mondiali e noi a osservarli per la terza volta di fila dal divano. Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.





