Alla terza edizione dei Giochi della Speranza, nella Casa di Reclusione di Milano Bollate, detenuti, magistrati, polizia penitenziaria e società civile si confrontano tra calcio, pallavolo, scacchi e ping pong. Per qualche ora lo sport crea relazioni e momenti di normalità, raccontando figli, progetti e possibilità di ricominciare.
L’ingresso nel cortile della Casa di Reclusione di Milano Bollate non ha nulla di solenne. È uno spazio ordinato, ampio, controllato. Ma quello che colpisce non è il campo allestito per le gare né la disposizione quasi impeccabile delle squadre. È il silenzio che arriva dall’alto.
Dalle finestre delle celle, volti affacciati tra le sbarre osservano la scena. Braccia appoggiate ai davanzali, sguardi fermi. Sono i detenuti che non partecipano alle competizioni della terza edizione dei Giochi della Speranza. Non parlano, o parlano poco. Eppure si percepisce qualcosa che attraversa la distanza fisica: una malinconia composta, trattenuta. Guardano gli altri giocare, correre, esultare. Restano lì, sospesi.
Nel cortile, intanto, le squadre si mescolano. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti della società civile. Calcio a sette, pallavolo, atletica, tennis tavolo, scacchi. L’organizzazione è precisa, i tempi rispettati. Più leggerezza che rigidità, nonostante il contesto. Anche per merito di una struttura che molti qui definiscono un modello. Carmelo, 28 anni, arrivato a Bollate dopo aver conosciuto altri istituti, la chiama senza esitazione «sancta sanctorum», una sorta di santuario dei carceri. Un’espressione che dice molto del confronto implicito con ciò che ha lasciato altrove, dove divideva una cella minuscola con altri due detenuti.
La sorpresa non sta nella competizione. Sta nella naturalezza delle relazioni. Magistrati che chiacchierano a bordo campo con chi sta scontando una pena. Scambi di battute, pacche sulle spalle, racconti personali. Per qualche ora le categorie si attenuano. Non scompaiono, ma smettono di essere l’unica definizione possibile.
Massimo, che partecipa al torneo di calcio, ma ha così fame di riprendersi pezzi di vita che ci mette un secondo a sfilarsi la maglia da portiere e prendere in mano la racchetta da ping pong, parla dei figli. Non li vede dal 2021. Le videochiamate sono il filo che tiene insieme il tempo che passa e quello che verrà. «Papà non ti preoccupare che quando esci recuperiamo tutto», gli ripete la figlia. È una frase semplice, ma dentro quelle parole c’è la misura della distanza e insieme della fiducia. Massimo dice che giornate come questa servono anche a questo: a sentirsi parte di qualcosa che non è soltanto il perimetro della pena.
La mattinata scorre senza strappi. Le staffette sull’asfalto del cortile, le urla di incoraggiamento, qualche discussione subito rientrata. Nulla di eclatante. E forse è proprio questo il punto. La normalità di un gioco condiviso in un luogo che normale non è.
Il direttore dell’istituto, Giorgio Leggieri, osserva le gare a bordo campo. «È un’occasione straordinaria di incontro e confronto», spiega. Sottolinea come lo sport, dentro queste mura, possa diventare «uno strumento sociale per favorire il rispetto reciproco». Per il presidente del Csi Milano, Massimo Achini, portare i Giochi qui significa «far vincere lo sport» prima ancora delle squadre. Il Centro sportivo italiano, ricorda, organizza centinaia di ore di attività negli istituti del territorio. L’idea è che lo sport non sia un’eccezione, ma un’abitudine. Alle premiazioni ha partecipato anche l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. E ha parlato di dignità e di possibilità di ricominciare. «Nessuna pena dovrebbe spegnere la speranza», dice, ricordando che una persona non coincide mai soltanto con il proprio errore. Nel cortile le medaglie passano di mano in mano, ma il senso della giornata sembra stare altrove. Durante le premiazioni, le medaglie consegnate non cambiano la condizione giuridica di nessuno. Le sbarre restano al loro posto. Ma qualcosa si è mosso, almeno per qualche ora: la possibilità di raccontarsi senza essere ridotti al reato commesso. Di parlare dei figli, dei progetti una volta fuori, degli errori fatti. Di chiedere, senza proclami, di non essere dimenticati.
Quando il cortile si svuota, le squadre si sciolgono e noi visitatori ci avviamo all'uscita. Lo sguardo torna inevitabilmente verso l’alto. Le finestre si richiudono lentamente. Il rumore del ferro riprende il suo posto nella colonna sonora della giornata. Il confine tra dentro e fuori torna netto, visibile.
Eppure resta l’immagine di quelle braccia appoggiate alle sbarre e di quel silenzio che ha accompagnato l’inizio e la fine. Per un giorno lo sport ha creato un varco. Non una fuga, non una retorica consolatoria. Un varco minimo, concreto, in cui le persone si sono parlate senza ruoli gridati addosso. Il resto, qui, torna alla sua forma ordinaria. Ma almeno per qualche ora è stato diverso.
L’ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso negli attacchi israeliano-americani contro l’Iran. La foto del suo corpo è stata mostrata a Netanyahu e a Teheran, appresa la notizia, alcune persone applaudono dalle finestre mentre i missili iraniani colpiscono Israele e i Paesi del Golfo.
Teheran e il Medio Oriente sono scossi da un’escalation militare senza precedenti. Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, nel corso del quale è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese. Fonti israeliane hanno confermato che il complesso residenziale della Guida è stato completamente distrutto, mentre immagini del corpo di Khamenei sarebbero state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
Gli attacchi, definiti da Tel Aviv e Washington «preventivi», arrivano dopo settimane di tensioni legate al programma nucleare iraniano e alla repressione interna delle proteste. Secondo fonti israeliane, sono stati impiegati circa 200 aerei da caccia contro oltre 500 obiettivi, in quella che è stata definita la più grande operazione aerea nella storia dell’aviazione militare israeliana.
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato missili contro Israele e diversi Paesi del Golfo, tra cui Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. A Dubai, il quartiere Palm Island è stato colpito e forti esplosioni hanno costretto le autorità a evacuare il Burj Khalifa e sospendere le operazioni aeroportuali. Lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il petrolio mondiale, è stato chiuso. La Mezzaluna Rossa iraniana segnala oltre 200 morti e 747 feriti a seguito dei raid.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dichiarando che l’Iran eserciterà «con decisione il proprio diritto alla legittima difesa» e che tutte le basi e installazioni delle forze ostili saranno considerate obiettivi legittimi fino alla cessazione dell’aggressione. In Israele, invece, Netanyahu ha ringraziato Trump per l’operazione, dichiarando che «questa guerra porterà a una vera pace». Dall’altra parte, a Teheran, media indipendenti riportano che alcune persone applaudono alle finestre per la morte di Khamenei, mentre le autorità locali invitano i cittadini a lasciare la capitale.
L’Europa e il mondo reagiscono con preoccupazione. La presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, Annalena Baerbock, ha ricordato che «come sempre, sono i civili a pagare» per i conflitti armati. La Francia, insieme a Regno Unito e Germania, ha condannato gli attacchi e chiesto il ritorno al dialogo diplomatico. Domani è prevista una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea. Anche la Cina e la Russia hanno espresso forte preoccupazione: Pechino invita a rispettare la sovranità iraniana e a fermare le operazioni militari, mentre Mosca si dichiara pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche. Nel frattempo, l’Italia ha attivato misure di sicurezza su obiettivi statunitensi e israeliani nel Paese e sta monitorando la situazione dei circa 500 connazionali presenti in Iran, pronti a essere evacuati via Azerbaigian. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trova bloccato a Dubai con la famiglia, in attesa della riapertura dei voli.
La giornata di oggi ha portato l’intera regione sull’orlo di un conflitto più ampio, con possibili conseguenze economiche e geopolitiche immediate. Analisti prevedono un’impennata dei prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Stasera è convocata una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni terrà un vertice urgente con il governo italiano per monitorare l’evoluzione della crisi in Medio Oriente.
Dagli ori di Federica Brignone e della «mamma volante» Francesca Lollobrigida ai gesti di fairplay nel biathlon, dai trionfi storici alle lacrime dei delusi, passando per dediche a chi non c'è più, sprint improvvisati per l'ultimo posto e persino un cane lupo in pista. L'Olimpiade diffusa è stata un mix di momenti indimenticabili.
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.

Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.





