Negli ultimi quasi trent’anni Telelombardia non è stata soltanto una televisione locale, ma un fenomeno popolare capace di raccontare il calcio come nessun altro: diretto, passionale, rumoroso, imperfetto e per questo autentico. Un calcio senza pay tv, senza filtri, fatto di tifosi, personaggi riconoscibili, discussioni accese e linguaggi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Tutto ciò sotto la guida del direttore Fabio Ravezzani, che a fine anno lascerà l’emittente. Dai siparietti di Qui Studio a Voi Stadio alle «moviola umane», dai telecronisti dichiaratamente tifosi alle discussioni colorite che hanno segnato intere generazioni di appassionati, Telelombardia continuerà a raccontare il calcio con la stessa energia. Come tiene a precisare lo stesso Ravezzani: «Qsvs era una trasmissione leader prima di me e lo sarà anche dopo di me».
Direttore, la decisione di lasciare Telelombardia arriva dopo quasi trent’anni. Come è maturata?
«È maturata perché insieme all’azionista di maggioranza, Sandro Parenzo, a cui sono molto legato, è entrato in società con un altro editore, Filippo Jannacopulos, che avrà una partecipazione importante e la prospettiva di incidere sempre di più sulle scelte strategiche. Avendo visto che il nuovo socio aveva idee sue, ho pensato che fosse inutile restare se c’era la volontà di cambiare delle cose».
Una scelta anche di stile, quindi.
«Sì. Ho sempre pensato che sia meglio farsi da parte prima che qualcuno ti dica di farlo, o prima di ritrovarti in una situazione di disarmonia. Così mi son detto: occupiamoci solo dello sport fino alla fine dell’anno e poi vado via con la mia testa, serenamente. Credo sia la scelta più elegante».
Telelombardia è stata spesso identificata con le persone che la fanno. Questo modello può continuare anche senza di lei?
«Telelombardia non è nata con me: ha più di cinquant’anni di storia. L’impronta è talmente profonda che non è che se esce una scarpa e ne entra un’altra cambia di molto. Io ho avuto il merito di calcificarla e rafforzarla. Quando sono arrivato era in concorrenza con altre emittenti regionali, oggi è leader assoluta come grande tv regionale, soprattutto sullo sport ma anche sull’informazione. Questo ruolo, secondo me, può continuare».
Quanto ha contato la scelta di puntare sul calcio popolare?
«È stata una scelta strategica. Una tv regionale che fa solo informazione sulla cronaca rischia di perdere importanza, perché oggi l’informazione arriva prima dal web e dai social. Quindi ho pensato che ci fosse un grande argomento che facesse da grande collante regionale: il calcio. Perché Inter, Milan e Juve sono fortemente presenti in tutta la Lombardia. Ho scelto di fare una tv che durante il giorno fosse informazione, cronaca e politica, ma che la sera diventasse la grande tv del talk show sportivo. Ha funzionato perché unisce ugualmente Milano a Sondrio, Bergamo, Varese, Como, eccetera».
Avete cambiato anche il modo di raccontare il calcio.
«Quando arrivai si parlava moltissimo di tecnica. Era una palla colossale. Ho spostato il focus sulla polemica, sull’antagonismo, sulla notizia. Raccontare il calcio in modo professionale ma anche emotivo e divertente».
Questo ha permesso a tantissimi tifosi che non potevano accedere alle pay tv di seguire il calcio forse con ancora più passione di quanto si faccia in televisione?
«Diciamo che un po’ di spettacolo lo garantiamo sempre. Ho cercato di coniugare vari piani: professionalità, emozione e intrattenimento. Un taglio che poi è stato ripreso anche da altri e che ha funzionato perché dà emozioni e racconta il calcio in modo serio ma anche divertente. E questo è stato anche propedeutico per la diffusione del prodotto calcio e se ne sta accorgendo Lega Calcio negli ultimi anni che negli ultimi anni ci ha in qualche modo avversati».
Come mai?
«Per anni siamo stati visti come un problema dalla Lega, perché pensavano togliessimo pubblico alle pay tv che davano i soldi veri. In realtà, raccontando il calcio a chi non poteva o non voleva abbonarsi, abbiamo alimentato il fenomeno. Io dico sempre che siamo il “coming soon” del calcio: racconti qualcosa di emozionante e fai venire voglia di vedere la partita».
Un racconto più vicino allo stadio che allo studio televisivo.
«Esatto, perché noi abbiamo un racconto della partita che è quello che più si avvicina alle emozioni che il tifoso vive durante la partita. C’è chi vuole il post partita misurato degli ex calciatori molto misurati e che non polemizzano mai. E c’è chi vuole sentirsi dire che l’allenatore ha sbagliato tutto o che un attaccante è un brocco. Noi abbiamo scelto quel linguaggio lì, che rispecchia molto l’emozione dello stadio. Non a caso si chiama Qui Studio a Voi Stadio».
Caratteristica fondamentale, la presenza in studio di personaggi tifosi «macchietta» e le loro discussioni animate. Quei momenti sono del tutto spontanei?
«Ah sì sì, io non preparo mai niente. Metto insieme la miscela giusta che secondo me deve essere composta da uno o due grandi giornalisti, un vero esperto, un ex allenatore o calciatore brillante e persone di spessore culturale che però tifano davvero. Avvocati, manager, imprenditori, primari accanto al tifoso più popolare. La mia stella polare è sempre stata il rispetto: va bene prendersi in giro, va bene la polemica, ma non si trascende. In 27 anni non ho mai voluto vedere la rissa. Quando si trascende io intervengo e blocco. E questo ci è stato anche riconosciuto con una menzione speciale all’Ambrogino d’oro del 2009. Un riconoscimento che, credo, abbia premiato anche un valore culturale: si può rappresentare il tifo in modo acceso e divertente, senza perdere il rispetto reciproco».
Tra i personaggi iconici, impossibile non citare Crudeli e il compianto Elio Corno.
«Erano l’archetipo perfetto: due diversissimi, uno più acido e provocatore, l’altro più di pancia e popolano. Rappresentavano due anime della tifoseria, ma con un grande rispetto e una vera amicizia che si vedeva anche in tv. Quando è venuto a mancare Elio, il dolore è stato autentico. Erano maschere, sì, ma anche persone che hanno fatto parte della cultura sportiva lombarda e non solo, perché adesso Qsvs si vede in mezza Italia. Ma abbiamo avuto tanti personaggi».
Come Mimmo Pesce. Con il suo folklore avete fatto centro.
«Un fuoriclasse. L’ho notato per caso su 7Gold e ho capito subito che era fortissimo. Oggi è il personaggio più caratterizzante di tutta la banda. Come altri miei collaboratori ha la cilindrata da grande tv nazionale. Per varie ragioni ce li godiamo noi con soddisfazione».
Telelombardia è stata anche una grande palestra di giornalisti.
«Assolutamente. Gli ospiti hanno fatto la loro parte, ma la redazione è stata fondamentale. Sedici, diciotto giornalisti di grande professionalità, che non hanno nulla da invidiare alle grandi tv nazionali. Penso a Rossi, Momblano, Ruiu, Musmarra, Longoni: ragazzi entrati a vent’anni che oggi sono padri di famiglia. Io sono invecchiato, loro sono cresciuti».
Quanto hanno inciso i social nel vostro successo recente?
«Sono una grande cassa di risonanza, ma hanno anche frammentato il pubblico. Oggi i giovani non guardano più tre ore di trasmissione: vogliono gli highlights. Puoi fare milioni di visualizzazioni con un minuto su TikTok, ma è un mondo diverso».
È cambiato il pubblico?
«È cambiata la fruizione, nessuno oggi tra le tv nazionali o territoriali può pensare di fare meglio di 20 anni fa come ascolti. Ma se hai saputo adeguarti ed evolvere alla fine hai una presenza sul web che prima non avevi e la somma tra digitale terrestre e web ti permette di essere ancora leader e rivolgerti a un pubblico anche più vasto. Il nostro canale Youtube ha 220.000 iscritti che non sono pochi».
Negli anni avete trasmesso anche eventi in esclusiva.
«Il mio più grande successo televisivo nazionale risale al 28 agosto del 2002, quando per una serie di circostanze del tutto casuali e fortunate ero riuscito ad avere l’esclusiva della partita Inter-Sporting Lisbona, preliminare di Champions league: 5,8 milioni di spettatori e 36% di share nazionale. Più di Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5 eccetera».
Come ci riusciste?
«Misi insieme con fatica inenarrabile alcune delle principali televisioni di tutta Italia perché il presidente Moratti aveva detto “va bene vi do l’esclusiva, ma voglio che tutti gli interisti in Italia possano vedere la partita”. Le cosiddette “altre” batterono in prime time le tv nazionali. Un caso unico e irripetibile nella storia della televisione. Oggi numeri così non li fa più nessuno. Questo dà la misura di come il digitale e il web hanno appiattito la curva degli ascolti».
Avete trasmesso anche altri eventi in esclusiva.
«Sì, come la Supercoppa spagnola. Quando abbiamo mandato eventi, lo abbiamo sempre fatto in modo professionale, ma il nostro mestiere resta raccontare il calcio. Bisogna anche saper dire di no: è fondamentale».
Come è nato il tormentone: «Due minuti linea alla regia grazie a tra poco»?
«È nato per caso. Quando arrivai a Milano nessuno mi conosceva e volevo creare un segno distintivo. So parlare veloce e mi sono inventato questa cosa. Non pensavo diventasse così popolare. Così come la lavagna. Oggi sono “quello che sposta le pedine lavagna”. È il mio destino ma lo accetto volentieri».
E ora che farà Fabio Ravezzani?
«Ho una casetta in Galizia dove mi rifugio volentieri. Tirerò una riga verso luglio. Se ci sarà qualcosa che vale la pena fare, lo farò. Altrimenti c’è anche un momento per farsi da parte. Meglio andarsene un po’ rimpianti che mal sopportati. Non voglio cadere nel biscardismo. Ho sempre voluto molto bene ad Aldo Biscardi e lui ne ha voluto a me e io gli sarò sempre grato, ma io non vedo un 39° anno con Fabio Ravezzani in conduzione. Aldo è morto “davanti a una telecamera”, ha voluto andare avanti a oltranza. Io non ci riuscirei».
Coppa d’Africa, il laboratorio del caos: tra ambizioni mondiali, polemiche e nervi scoperti
- L’edizione 2025-26 in Marocco, pensata come prova generale per il Mondiale 2030, ha messo in mostra stadi e copertura globale, ma anche traffico paralizzato, proteste delle federazioni, sospetti di favoritismi e una finale esplosiva: più che una celebrazione del calcio africano, un torneo che ha rivelato tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
- Il presidente della Fifa, Gianni Infantino: «Le brutte scene a cui abbiamo assistito devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Lo speciale contiene due articoli.
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
Milano-Cortina 2026, tra cantieri e viaggio della fiamma è partito il conto alla rovescia
Il tempo stringe. Mancano ormai poche settimane all’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e il grande evento entra nella sua fase più delicata: quella in cui le promesse devono trasformarsi in realtà operative, i cantieri in impianti funzionanti e le attese in risposte concrete. Il 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale, l’Italia tornerà a ospitare i Giochi invernali a vent’anni dall’esperienza di Torino 2006, in una formula inedita che unisce metropoli e montagne, grandi città e territori alpini.
Il simbolo più evidente di questa rincorsa è senza dubbio l’Arena di Santa Giulia, a Milano, destinata a essere il fulcro del torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Nel fine settimana appena trascorso l’impianto ha vissuto il suo primo vero battesimo, aprendo al pubblico per il test event con le Final Four di Coppa Italia e campionato IHL. Un appuntamento cruciale, non solo per verificare la tenuta del ghiaccio e delle strutture, ma anche per testare flussi, sicurezza, trasporti e gestione del pubblico.
L’esordio non è stato privo di intoppi. Una piccola crepa nel ghiaccio ha causato una breve interruzione durante una delle prime partite, episodio che ha immediatamente acceso il dibattito sui social e attirato l’attenzione dei media internazionali. Gli organizzatori, però, hanno spiegato che si tratta di situazioni normali su piste nuove e hanno sottolineato come il problema sia stato risolto in pochi minuti. Le gare successive si sono svolte senza ulteriori criticità, permettendo di archiviare il test come complessivamente positivo. L’Arena, va detto, non è ancora completamente ultimata. Restano da completare alcune parti delle tribune, rifinire spogliatoi e aree tecniche, sistemare impianti e cablaggi. Ma il cronoprogramma prevede la consegna definitiva entro fine gennaio, in tempo per i primi match olimpici. Il Comitato olimpico internazionale e Fondazione Milano-Cortina parlano di una struttura che ha superato la prova generale e che ha tutte le carte in regola per diventare una delle sedi simbolo dei Giochi. Durante l’Olimpiade potrà ospitare fino a 11.800 spettatori paganti, mentre dopo l’evento sarà riconvertita per grandi appuntamenti sportivi e musicali, a partire già dalla primavera.
Se Milano rappresenta il volto urbano dei Giochi, la montagna è il cuore sportivo ed emotivo dell’Olimpiade. E proprio sulle nevi di Cortina d’Ampezzo si concentrano in questi giorni molte delle attenzioni. In particolare su Federica Brignone, la campionessa azzurra che incarna meglio di chiunque altro le speranze italiane. Dopo il grave infortunio della scorsa primavera, la sciatrice valdostana sta seguendo una tabella di recupero rigorosa e prudente. Ha rinunciato al rientro immediato in Coppa del Mondo per allenarsi direttamente sulle piste olimpiche, con l’obiettivo di essere pronta almeno per una delle gare in programma. Lo staff federale e il fratello-allenatore procedono senza forzature, consapevoli che l’obiettivo non è solo esserci, ma esserci nelle migliori condizioni possibili. Le decisioni definitive arriveranno giorno per giorno, ma una certezza c’è: Brignone vuole giocarsi fino in fondo l’occasione della carriera, l’oro olimpico che ancora manca al suo palmarès.
Mentre gli atleti si preparano, l’Olimpiade prende forma anche fuori dagli impianti grazie al viaggio della fiamma olimpica. Partita da Roma il 6 dicembre, la torcia sta attraversando l’Italia in un percorso di oltre 12.000 chilometri che tocca tutte le regioni. In questi giorni il fuoco olimpico è protagonista nel Nord, tra Piemonte e Lombardia, accompagnato da eventi, cerimonie e una partecipazione popolare significativa. Tra i tedofori figurano volti noti dello sport e della cultura italiana: da Giorgio Chiellini a Pecco Bagnaia, fino a Massimiliano Allegri. La fiamma entrerà a Milano il 5 febbraio e il giorno successivo illuminerà la città, passando anche da San Siro, prima di accendere il braciere durante la cerimonia inaugurale. Cerimonia che avrà un altro protagonista d’eccezione: Andrea Bocelli. Il tenore si esibirà il 6 febbraio, offrendo uno dei momenti più attesi dell’apertura dei Giochi. Una scelta che punta a valorizzare l’identità culturale italiana e a dare ai Giochi un respiro internazionale, unendo musica, sport e racconto simbolico del Paese ospitante. Accanto all’entusiasmo, cresce però anche l’attenzione sugli aspetti logistici e organizzativi. In diverse aree, soprattutto in Valtellina, sono già stati predisposti piani straordinari per la viabilità, con limitazioni temporanee ai mezzi pesanti durante il periodo olimpico. Misure pensate per garantire sicurezza e fluidità negli spostamenti di atleti, addetti ai lavori e spettatori, ma che inevitabilmente richiederanno adattamenti da parte dei territori coinvolti.
Milano-Cortina 2026 si avvicina così al momento decisivo. Le settimane che restano serviranno a limare gli ultimi dettagli, completare le opere e trasformare l’attesa in fiducia. Tra cantieri che si avviano alla conclusione, una fiamma che attraversa il Paese e campioni pronti a scrivere nuove pagine di storia, l’Olimpiade italiana entra finalmente nel vivo. Ora la parola passa ai fatti.





