Dalle Olimpiadi di Milano-Cortina ai Mondiali di calcio: tutto lo sport del 2026
Il 2026 si annuncia come uno degli anni più densi per lo sport internazionale. Il calendario è scandito da appuntamenti che vanno ben oltre la normale alternanza stagionale e che, mese dopo mese, accompagneranno gli appassionati tra grandi eventi globali, competizioni storiche e rassegne continentali. Due date su tutte fanno da riferimento: febbraio, con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, e l’estate, occupata dal Mondiale di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.
L’Italia sarà al centro della scena soprattutto nei primi mesi dell’anno, con i Giochi invernali diffusi tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Dal 6 al 22 febbraio Milano-Cortina rappresenterà il principale evento sportivo del 2026, con oltre tremila atleti impegnati in 116 gare e sedici discipline. A rendere particolare questa edizione non è solo la dimensione geografica, la più ampia mai vista per Olimpiadi invernali, ma anche il ritorno di elementi assenti da tempo, come i giocatori della NHL nel torneo di hockey. Subito dopo, dal 6 al 15 marzo, toccherà alle Paralimpiadi invernali, che segnano un anniversario importante a cinquant’anni dalla prima edizione.
Passata la parentesi olimpica, l’attenzione si sposterà progressivamente verso il calcio, vero filo conduttore dell’estate sportiva. I Mondiali, in programma dall’11 giugno al 19 luglio, saranno i primi a 48 squadre e il primo torneo iridato ospitato da tre Paesi. La formula allargata porterà a oltre cento partite distribuite su più fusi orari, con inevitabili effetti sugli orari televisivi europei. Per l’Italia, però, il Mondiale resta un punto interrogativo: la qualificazione passa ancora una volta dai playoff di marzo, con la semifinale contro l’Irlanda del Nord e un’eventuale finale da giocare pochi giorni dopo. L’auspicio è evitare la terza assenza consecutiva dalla Coppa del Mondo.
Sempre nel calcio, il 2026 sarà ricco anche di appuntamenti per club: la finale di Champions League a fine maggio, le coppe europee, le competizioni nazionali e l’avvio della nuova stagione tra agosto e settembre. A completare il quadro internazionale ci saranno anche i Mondiali femminili di basket a Berlino e le principali competizioni di volley, con Europei maschili e femminili in programma tra agosto e settembre.
Il tennis accompagnerà praticamente tutto l’anno solare. La stagione si aprirà in Australia con la United Cup e l’Australian Open, primo Slam dell’anno, e proseguirà senza pause reali tra Masters 1000, Internazionali d’Italia, Roland Garros, Wimbledon e Us Open. L’attenzione italiana sarà inevitabilmente concentrata su Jannik Sinner, che aprirà il 2026 con l’esibizione di Seul contro Carlos Alcaraz e punterà a consolidare il proprio ruolo ai vertici del circuito. Novembre, come ormai da tradizione, sarà il mese delle Finals: Atp Finals a Torino e fase finale della Coppa Davis a Bologna.
Anche il ciclismo seguirà il suo schema consolidato. Le classiche di primavera, il Giro d’Italia a maggio, il Tour de France a luglio e la Vuelta tra agosto e settembre scandiranno la stagione, che si chiuderà con i Mondiali su strada in Canada. Accanto alle corse a tappe, non mancheranno le grandi classiche e gli appuntamenti italiani più tradizionali, da Strade Bianche a Milano-Sanremo fino al Giro di Lombardia.
Il mondo dei motori, come sempre, non conoscerà pause. La Formula 1 tornerà in pista a marzo dopo i test invernali, con una stagione che attraverserà tutti i continenti e farà tappa anche in Italia a Monza. MotoGP e Superbike accompagneranno l’intero anno, mentre eventi iconici come la Dakar a gennaio, la 24 Ore di Le Mans a giugno e la 500 Miglia di Indianapolis completeranno un calendario particolarmente fitto.
Per atletica e nuoto il 2026 sarà un anno senza Mondiali all’aperto, ma non per questo povero di appuntamenti. In programma ci sono gli Europei di atletica a Birmingham, gli Europei di nuoto a Parigi e i Mondiali indoor, oltre alle tappe della Diamond League e ai principali meeting internazionali. Si tratta di competizioni importanti anche in chiave di avvicinamento alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
Infine, il calendario offrirà spazio a numerosi altri eventi multisportivi e rassegne continentali: i Giochi del Mediterraneo a Taranto tra agosto e settembre, le competizioni di rugby con il Sei Nazioni, il basket tra NBA, Eurolega e tornei FIBA, fino alle manifestazioni di fine anno che chiuderanno la stagione sportiva.
Nel complesso, il 2026 si presenta come un anno capace di accompagnare gli appassionati senza soluzioni di continuità. Dalle Olimpiadi invernali in casa al Mondiale di calcio, passando per tennis, motori e grandi eventi italiani, il calendario offre un flusso costante di appuntamenti che renderanno difficile scegliere cosa seguire. Una lunga maratona sportiva che, mese dopo mese, promette di tenere accesi i riflettori su discipline, protagonisti e competizioni di ogni livello.
Ormai sembra diventato un disco rotto che appassiona milioni di italiani. La Nazionale di calcio perde o fa una figuraccia e per una settimana, solitamente quella in cui il campionato è fermo, non si parla d’altro, cercando di scovare l’origine del problema. Poi tutto torna a tacere e senza capire che il fallimento della Nazionale non è la causa, ma l’effetto che finisce per nascondere problemi molto più profondi e strutturali che da anni affliggono il calcio italiano.
Dalle categorie dilettantistiche fino al professionismo, passando per settori giovanili depotenziati, stadi inadeguati, norme contraddittorie e campionati sistematicamente falsati, il sistema mostra crepe che non si possono più ignorare. Michele Criscitiello, direttore di Sportitalia e presidente di un club di Serie D, la Folgore Caratese, vive questo mondo ogni giorno da una doppia prospettiva: quella del giornalista che osserva e racconta, e quella del dirigente che affronta sul campo costi, regole e paradossi.
Direttore, da anni ripeti che la crisi della Nazionale è solo la punta dell’iceberg.
«La Nazionale è l’ultimo dei problemi, non il primo. È quella che ha più vetrina, quindi quando non vai al Mondiale sembra che improvvisamente il calcio italiano sia un disastro. Ma il calcio italiano è un disastro anche quando ai Mondiali ci vai, o anche quando vinci un Europeo come è successo con Mancini».
Quali sono i problemi veri, quelli che non fanno notizia ma affossano tutto il sistema?
«Non c’è una conoscenza dei problemi che ci sono nel calcio giovanile, nel calcio dilettantistico, nel calcio periferico, dove non ci sono le strutture e nel fatto che non si riesce a cambiare mezza normativa perché, come spesso dice Gravina, ci sono dei cavilli burocratici. Ma non sono problemi nostri, devono essere problemi suoi che quando accetta il primo, il secondo e il terzo mandato deve essere in grado di poter cambiare. Altrimenti stiamo pensando solo ed esclusivamente alla poltrona».
Dopo il Mondiale del 2014 Abete si è dimesso. Nel 2018 Tavecchio idem. Nel 2022 Gravina è rimasto al suo posto. Ora rischiamo di non qualificarci per la terza volta di fila e ha dichiarato che anche senza Mondiale non si dimetterebbe. C’è un problema di responsabilità nel calcio italiano?
«Assolutamente sì, perché Gravina arriva a fare il presidente federale dopo una certa gavetta a livello di politica sportiva e si tiene stretto questa poltrona. Non avrebbe mai immaginato fallimenti del genere, dopo l’Europeo. Però mentre Tavecchio e Abete hanno dimostrato una dignità sportiva, lui no. Lui pensa solo al suo ego e alla sua posizione».
Quindi il punto è il ruolo stesso del presidente federale?
«Il presidente federale non è il Lotito o il Cairo di turno. Rappresenta la nazione. Se la Nazionale fallisce, si deve dimettere. Non può decidere lui, “mi dimetto o non mi dimetto” in base alla sua dignità sportiva. Secondo me nello statuto futuro va scritta una regola chiara: se fallisci due grandi obiettivi - Europeo o Mondiale - sei fuori. Il fatto che Gravina resti è solo uno dei tanti cortocircuiti del sistema. È stato eletto dalle componenti che non vogliono scardinare il sistema, quindi tutto resta com’è».
Mancano alternative concrete?
«Sì, perché non ci sono candidati credibili in vista di un ricambio. Si stava presentando Del Piero ma ha rinunciato, potrebbe farlo Maldini ma è antipatico a molti, Albertini stava crescendo ma è troppo legato all’Aic, Tommasi troppo vicino ai calciatori e poi si è messo in politica. Oggi una vera alternativa è difficile da individuare. Potrebbe esserci Marani, però visto i problemi che ci sono nella Lega Pro, non cambio Gravina con Marani, con tutto il rispetto».
Perché?
«È stato un grande giornalista, ha sempre seguito la Serie A, la Champions League, i grandi livelli, ma ora fa il presidente della Lega Pro e prima non aveva mai visto una partita di Serie C. E per fare il presidente di Serie C devi conoscere i problemi dei presidenti di quei club».
Per esempio?
«Sotto al calcio dei grandi c’è un mondo che non funziona. Parliamo dei giovani. Ci impongono l’utilizzo, ma allora noi li utilizziamo perché sono forti o perché sono giovani? La risposta è perché sono giovani. Siamo obbligati a farli giocare, ma l’anno dopo che diventano senior e non under non giocano più a calcio. E quindi cosa mi stai portando? Niente».
La riforma Zola è stata un flop?
«Lo dico da due anni che è un flop. Se tu mi metti il 400% di incasso sul minutaggio di un giovane del tuo vivaio, ma scarso, che qualità dai? Se io ho il giovane forte, non mi devi obbligare a metterlo. Sono interessi miei che lo valorizzo e poi lo vendo e l’indotto gira. E poi c’è un’altra anomalia».
Quale?
«Se un presidente di Serie A vuole acquistare un giocatore italiano deve mettere una fideiussione a garanzia. Se lo prende straniero no. Ma è ovvio che io da presidente penso ai miei interessi e mi vado a prendere quello che non mi costa la fideiussione. Poi ci lamentiamo che il Como gioca con tutti gli stranieri, ma fanno bene. C’è una legge che lo vieta? C’è un vantaggio sotto alcuni punti di vista che ti incentiva a far giocare gli italiani? No. Corvino vince la Primavera a Lecce con tutti stranieri. Il problema è Corvino? No. Il problema è il sistema del calcio italiano».
Queste anomalie, alla fine, pesano anche sui conti dei club?
«Non è normale che tutti i presidenti di Serie C e di Serie B perdano soldi. Tutta la Serie A perde soldi, se non quelli che fanno le plusvalenze e che vanno in Europa».
Entrando più nel dettaglio?
«Sessanta società non possono reggere il professionismo. La Serie D a nove gironi con 160 società sono troppe. Bastano sei gironi di Serie D e due di C, con una tassazione massima del 23%. Punto. Perché io non posso permettermi di pagare tutti quei soldi per giocatori che poi devono avere anche il minimo federale. E poi vediamo le società fallire».
Per ultima il Rimini.
«L’anno scorso Turris, Taranto, Lucchese, quest’anno il Rimini. La Triestina adesso sta ancora a meno due dopo che era partita da meno 20».
Così si falsano i campionati?
«Tutti gli anni sono falsati. Perché è normale un sistema dove il Brescia presenta un’iscrizione farlocca e non fa ripescare il Caldiero che aveva investito quasi 2 milioni sulla struttura?».
Cos’è successo al Caldiero?
«È la fotografia di come non funzioni il calcio italiano. Dalla Serie D inaspettatamente va in Serie C. Non ha lo stadio, va a giocare sul campo della Virtus Verona. Nel frattempo fa i lavori, spende 1.800.000 euro per sistemare il suo stadio. A febbraio comincia a giocare a casa propria, a maggio è retrocesso, poteva essere ripescato, non l’hanno ripescato. Hanno speso per due mesi di partite in casa 1.800.000 euro. Adesso è di nuovo in Serie D a tre punti dai play-out».
Perché, nonostante questi problemi siano evidenti da anni, non si riesce mai a fare una riforma vera?
«Perché non c’è voglia di migliorarsi. Non c’è il coraggio di fare un cambiamento vero, anche a costo di essere contestati per due o tre anni. E invece si va avanti per inerzia, perché tanto va bene a tutti e stiamo solo facendo finta di non vedere che il calcio italiano, strutturalmente, non sta più in piedi».
Quante volte hai provato a invitare Gravina in trasmissione?
«Privatamente, anche tramite agganci privati, due o tre volte. Pubblicamente tutte le settimane».
Perché pensi voglia evitare questo confronto?
«Non so. Ma lui se venisse ne uscirebbe anche bene. Abbiamo fatto un pranzo insieme e lui le spiega bene le cose perché è una persona intelligente. Però la teoria è una cosa, i fatti sono un’altra».
Il 2 gennaio parte il mercato invernale. Che ti aspetti?
«Non mi aspetto chissà cosa. Se il Milan riesce a sistemare qualcosa in avanti con la punta, ci sta, però per il resto non vedo grandi rivoluzioni o grandi investimenti».
A Firenze che cosa sta succedendo?
«Purtroppo hanno avuto la tragedia di Joe Barone che ha lasciato il vuoto sia nella dirigenza che nella proprietà, perché fondamentalmente era l’uomo di Commisso. Quella figura non è stata sostituita, o meglio è stata sostituita malissimo, e la società è completamente allo sbando. Al di là dei giocatori, c’è proprio la gestione che manca».
Quest’anno più che gli allenatori stanno pagando i ds. Perché?
«Innanzitutto perché i presidenti sono sempre più protagonisti. Poi anche perché i direttori sono più deboli rispetto al passato. Prima la figura del ds sostituiva quella del presidente, ora è il contrario. Ci sono tanti direttori che molte volte accettano questo pur di lavorare, ma non sono autentici ds».
Elkann dovrebbe vendere la Juventus?
«Il calcio lo puoi fare solo se hai una passione matta e se sei pazzo. Elkann mi sembra che non ce l’abbia, l’ha dimostrato negli anni. Lo fa per economia e finanza, però la Juve deve avere un futuro proprietario diverso, perché la famiglia Agnelli basava tutto sulla volontà, sulla voglia e sulla passione di Gianni e Umberto. L’unico appassionato di calcio della famiglia è Andrea, ma se lo considerano non idoneo per gestire le casse della Juventus, allora vendi e basta».
È partita la Coppa d’Africa in Marocco, vostra esclusiva per il secondo anno. Che risultati avete avuto e cosa vi aspettate?
«La prima è stata un grandissimo successo, forse anche inaspettato. Secondo me lì c’è da fare uno studio sociale, più che sportivo televisivo. Non pensavo una roba del genere, abbiamo fatto dei numeri da calcio in chiaro di Serie A. Quest’anno firmerei per avere gli stessi ascolti della prima edizione».
È un calcio che piace sempre di più al pubblico?
«È un calcio sempre più fisico e imprevedibile. Poi ci mettono la passione. Malu Mpasinkatu mi racconta che per gli africani è più importante del Mondiale. E poi gli stadi. Parliamo tanto degli stadi che fanno schifo, diciamo il Terzo Mondo, ma il Terzo Mondo non sono loro, siamo noi. Nel 2023 in Costa d’Avorio era tutto bellissimo. Ora in Marocco, da quello che sto vedendo, gli stadi sono perfetti. Noi non riusciamo a organizzare un Europeo e nemmeno una finale di Champions».
Accuse reciproche e confine in fiamme: cresce la tensione tra Cambogia e Thailandia
La crisi tra Cambogia e Thailandia torna ad aggravarsi lungo il confine conteso. Phnom Penh accusa Bangkok di aver intensificato i bombardamenti con caccia F-16, mentre le autorità thailandesi parlano di attacchi cambogiani durante la notte. Le accuse incrociate arrivano mentre sono in corso negoziati per un cessate il fuoco e il numero degli sfollati supera il mezzo milione.
Secondo il ministero della Difesa cambogiano, l’aeronautica thailandese avrebbe impiegato caccia F-16, sganciando almeno quaranta bombe nell’area del villaggio di Chok Chey. L’episodio viene descritto come un’ulteriore escalation militare in una zona già colpita da ripetuti raid. La versione di Bangkok è opposta. I media thailandesi riferiscono che, durante la notte, le forze cambogiane avrebbero condotto attacchi massicci lungo il confine nella provincia sud-orientale di Sa Kaeo, provocando danni a diverse abitazioni civili.
Nel frattempo, le due parti hanno avviato un nuovo ciclo di colloqui, iniziato mercoledì e destinato a durare quattro giorni, con l’obiettivo dichiarato di porre fine ai combattimenti. L’incontro si svolge in territorio thailandese, presso un valico di frontiera nella provincia di Chanthaburi, secondo quanto riferito da funzionari di Phnom Penh. Sul piano diplomatico si registra anche un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Il primo ministro cambogiano Hun Manet ha reso noto di aver avuto un colloquio telefonico con il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante il quale si è discusso di «come garantire un cessate il fuoco lungo il confine tra Cambogia e Thailandia».
Alla base delle tensioni c’è una disputa storica sulla delimitazione di circa 800 chilometri di confine, che affonda le radici nell’epoca coloniale. Il confronto armato si è riacceso con forza nel corso dell’anno. A luglio, cinque giorni di scontri avevano provocato circa 40 morti e costretto 300.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni, prima di una tregua che successivamente è fallita.
L’impatto umanitario resta pesante. Secondo le autorità cambogiane, oltre mezzo milione di persone è stato costretto a lasciare case e scuole nelle ultime due settimane di combattimenti. In una nota, il ministero dell’Interno di Phnom Penh ha parlato di 518.611 sfollati, denunciando che «oltre mezzo milione di cambogiani, tra cui donne e bambini, stanno soffrendo gravi difficoltà a causa dello sfollamento forzato dalle loro case e scuole per sfuggire al fuoco di artiglieria, ai razzi e agli attacchi aerei dei caccia F-16 thailandesi». In precedenza, Bangkok aveva indicato in circa 400.000 il numero degli sfollati sul proprio territorio. Il portavoce del ministero della Difesa thailandese, Surasant Kongsiri, ha affermato che il numero di persone accolte nei rifugi è in diminuzione, pur restando superiore alle 200.000 unità. Kongsiri ha inoltre invitato gli abitanti dei villaggi a rientrare con cautela, avvertendo che «potrebbero esserci ancora mine o bombe pericolose». Dal punto di vista militare, Phnom Penh ha sottolineato come le forze thailandesi abbiano continuato le operazioni dall’alba del 21 dicembre, segnalando combattimenti anche nei pressi del tempio khmer di Preah Vihear, risalente a 900 anni fa. La Cambogia ha inoltre ricordato il divario di risorse tra i due eserciti, a vantaggio di Bangkok. Secondo i dati ufficiali, il bilancio complessivo degli scontri è salito ad almeno 41 morti, di cui 22 thailandesi e 19 cambogiani. Le ostilità più recenti sono riprese il 12 dicembre, mentre una precedente ondata di violenze, a luglio, aveva causato 43 vittime in pochi giorni.
La crisi è ora all’attenzione dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico. I ministri degli Esteri dell’Asean, compresi quelli di Thailandia e Cambogia, si riuniscono il 22 dicembre a Kuala Lumpur per discutere del conflitto. Entrambi i governi hanno espresso l’auspicio che l’incontro contribuisca a ridurre le tensioni. La portavoce del ministero degli Esteri thailandese, Maratee Nalita Andamo, ha definito il vertice «un’importante opportunità per entrambe le parti». Bangkok ha tuttavia ribadito alcune condizioni preliminari, chiedendo a Phnom Penh di annunciare per prima un cessate il fuoco e di cooperare nelle operazioni di sminamento lungo il confine. In un comunicato, il governo thailandese ha precisato che un accordo potrà essere raggiunto «solo se basato principalmente su una valutazione della situazione sul campo da parte dell’esercito thailandese».





