L’appello per Hormuz cade nel vuoto. Gli alleati confidano nel negoziato
Un’«Armada» si è incagliata a Hormuz. Benché il comando statunitense continui a sciorinare i numeri degli obiettivi colpiti in Iran, Donald Trump non ha fatto proprio la figura del comandante di una spedizione trionfale, quando ha chiesto aiuto agli alleati per sbloccare lo Stretto. Con i soliti toni da smargiasso: la Nato avrà un futuro «molto negativo», ha minacciato l’altra notte, se i suoi membri non daranno una mano agli Usa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha poi confermato che «il presidente sta parlando con i nostri alleati in Europa e anche con molti dei nostri partner nel Golfo e nel mondo arabo per incoraggiarli a fare di più. In particolare i nostri alleati della Nato», ha insistito, «devono fare di più».
Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.




