Per gran parte della sua storia post-indipendenza, l’India è stata una delle economie più chiuse al mondo. Segnata dall’esperienza coloniale e da una profonda diffidenza verso il commercio internazionale, Nuova Delhi ha costruito per decenni un sistema economico basato sull’autosufficienza, sul controllo statale e sulla protezione del mercato interno. Oggi, però, quella che era una vera e propria fortezza economica sta aprendo le sue porte, lentamente ma in modo deciso. Non si tratta di una conversione ideologica al libero scambio: l’apertura è selettiva, strategica, calibrata per far entrare il mondo in un mercato di 1,4 miliardi di persone che per decenni era rimasto tra i più chiusi tra le grandi economie mondiali.
L’economia chiusa non è stata un errore, ma una decisione precisa. Dopo il 1947, l’India scelse di sviluppare l’industria sostituendo le importazioni, convinta che la sovranità politica richiedesse autonomia economica. Il cosiddetto License Raj regolava produzione, investimenti, commercio estero e accesso alla valuta. Anche dopo le riforme del 1991, imposte da una grave crisi della bilancia dei pagamenti, il paese rimase un’eccezione nel panorama globale: dazi ancora alti, riluttanza verso accordi di libero scambio e forte protezione per agricoltura, piccole imprese e settori strategici. Mentre l’Asia orientale cresceva grazie alle esportazioni, l’India continuava a puntare sul mercato interno e sui servizi, percependo gli accordi commerciali come una minaccia alla stabilità sociale e all’autonomia politica.
La svolta non è casuale. L’India è oggi una delle prime cinque economie mondiali, ospita campioni globali nei settori IT, farmaceutico, ingegneristico ed elettronico e può contare su milioni di nuovi lavoratori che ogni anno entrano nel mercato del lavoro. La riorganizzazione delle catene globali del valore e la strategia «China+1» offrono al paese un’occasione unica per diventare un polo manifatturiero alternativo. Inoltre, l’enorme mercato interno diventa una leva negoziale: aprirlo selettivamente permette di ottenere concessioni politiche, tecnologiche e strategiche.
Negli ultimi decenni, l’India ha iniziato a firmare accordi commerciali sempre più ambiziosi. Gli accordi iniziali, come quelli con Sri Lanka, Nepal, Bhutan e Afghanistan, restavano limitati e coerenti con un protezionismo ancora forte. Poi sono arrivati i patti con ASEAN, Giappone e Corea del Sud, che hanno permesso al paese di inserirsi nelle catene del valore asiatiche, seppur tra resistenze interne. Oggi la nuova generazione di accordi, con Mauritius, Emirati Arabi Uniti e Australia, punta su riduzioni tariffarie rapide, servizi, investimenti e mobilità professionale. Sul tavolo ci sono trattative con Regno Unito, Unione Europea, Canada, Israele, Consiglio di Cooperazione del Golfo ed EFTA. La stessa decisione di ritirarsi dal RCEP nel 2019 mostra che l’apertura non è automatica, ma condizionata alla tutela dell’industria nazionale.
Con gli Stati Uniti, l’India non ha un accordo di libero scambio tradizionale, ma sta costruendo un’architettura economica flessibile. Forum bilaterali, iniziative su tecnologie critiche e partecipazione a framework regionali permettono di collaborare su semiconduttori, intelligenza artificiale, difesa e supply chain, senza impegni tariffari rigidi. La strategia indiana non replica la liberalizzazione radicale del passato. È una globalizzazione «su misura»: protezione di agricoltura e piccole imprese, apertura mirata di servizi, tecnologia e manifattura avanzata, uso strategico di dazi e standard, collegamento tra accesso al mercato e investimenti locali. Il commercio diventa uno strumento di potere, non un fine ideologico.
Ogni nuovo accordo non rappresenta solo una riduzione tariffaria, ma un cambiamento di mentalità: dalla difesa alla fiducia strategica. Aprire una delle economie più protezioniste del mondo non significa cedere alla globalizzazione, ma ridefinirla. L’India non entra nel sistema globale per necessità, ma per scelta. Da fortezza a porta d’ingresso, il paese sta rimodellando il commercio internazionale del XXI secolo — alle proprie condizioni.







