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Vladimir Putin: dal KGB al Cremlino - Biografia di un leader controverso
Vladimir Putin (Ansa)

Nato il 7 ottobre 1952 a Leningrado, Vladimir Vladimirovič Putin governa la Russia dal 2000 con un'interruzione formale tra 2008 e 2012. Ex agente dei servizi segreti sovietici, ha trasformato la Federazione Russa post-sovietica in una potenza autoritaria protagonista dello scacchiere geopolitico globale. Dall'esperienza nel KGB alla presidenza più lunga della storia russa moderna, dall'annessione della Crimea alla guerra in Ucraina: la biografia completa dell'uomo che ha ridefinito la Russia del XXI secolo.

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Trump si gioca il «jolly» Putin per frenare i costi energetici e sgambettare ancora la Cina
Vladimir Putin (Ansa)
Il tycoon ha offerto di allentare le sanzioni sul greggio, lo zar ha avanzato «proposte» per risolvere la crisi in Medio Oriente. E con Pezeshkian ha invocato la de-escalation.

Dalle acque bollenti del Golfo Persico a quelle ghiacciate che bagnano l’Alaska, il passaggio non è più lungo di una telefonata. Come quella di lunedì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ed è significativo che a comporre il numero del Cremlino sia stato l’inquilino della Casa Bianca: in pubblico, il presidente americano elogia la campagna militare in Iran, che sarebbe in anticipo sui tempi, anzi, è «quasi finita»; sottotraccia, nell’amministrazione serpeggia l’angoscia per le conseguenze politiche di un conflitto senza una chiara strategia d’uscita. Mentre Benjamin Netanyahu insiste per combattere a oltranza, l’establishment repubblicano inorridisce di fronte al prezzo della benzina, già passato a quasi 3 dollari e 50 al gallone dai 2,30, o in alcuni casi gli 1 e 99, di cui Trump si era vantato nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Ecco perché lo spirito di Anchorage, con la stretta di mano allo zar dell’agosto 2025, più che per risolvere la crisi in Ucraina, può adesso diventare un jolly nella delicata partita che si gioca attorno agli idrocarburi. E anche nella competizione a distanza di Washington con la Cina. Che osserva la potenza militare a stelle e strisce con la mente a Taiwan.

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Rampini: «Donald agisce, Xi e Putin impotenti. Contano soltanto i rapporti di forza»
Federico Rampini (Ansa)
Il giornalista, da mercoledì in seconda serata su Canale 5: «Falso che la mossa di Donald Trump incentivi l’espansionismo sino-russo. Pechino rivendica Taiwan dal 2012, Mosca ha invaso con Barack Obama e Joe Biden».

Federico Rampini, il risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale, quali sarebbero?

«Primo: in geopolitica i rapporti di forza contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati».

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Il leader americano rilancia le sue mire sull’isola, cruciale per la geopolitica dell’Artico. Uno schiaffo alla Via della seta.

La Casa Bianca era stata chiara. Nella strategia di sicurezza nazionale, pubblicata il mese scorso, l’amministrazione Trump aveva sottolineato di volere che «l’emisfero occidentale rimanesse libero da incursioni straniere ostili»: un monito rivolto, neanche troppo implicitamente, alla Cina, oltreché, sebbene in forma minore, a Russia e Iran. È quindi in quest’ottica che va principalmente letta l’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Ed è sempre in questa cornice che vanno inserite le nuove pressioni statunitensi su Cuba, nonché le rinnovate tensioni esplose tra Washington e il Vecchio continente sul destino politico della Groenlandia.

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In virtù dell’abituale rotazione, la presidenza dell’Unione ora tocca a Nicosia, che non ha mai reciso i legami con Mosca.

Una mattina mi sono svegliato e ho trovato un cipriota. Allarme compagni europei: da ieri è scattato il semestre di presidenza di uno degli Stati più piccoli e tradizionalmente più legati a Mosca di tutta l’Ue. Urge richiamo alla sensibilità democratica dell’intero collettivo di Bruxelles: i tailleur di Ursula, la faccia tosta di Macron e financo le gaffe di Kaja Kallas dovranno fare i conti con il peggiore dei nemici interni, la rotazione delle poltrone di comando sulla tolda dell’Unione. Il meccanismo bizantino, figlio malato di un sistema evidentemente decotto, prevede infatti che la presidenza del consiglio dell’Ue, l’organo che riunisce gli Stati membri e che dunque delinea le linee strategiche ed elabora le politiche estere e di sicurezza, passi di mano ogni sei mesi. E dall’1 gennaio il delicato e prestigioso incarico è passato a Cipro, già paradiso degli oligarchi turchi, per anni hub finanziario della Russia e legato a Mosca da antichi interessi comuni in campo energetico e militare. O partigiano portami via, che mi sento di morir.

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