Trump deve correre contro il tempo per non giocarsi la sua base Maga

Per Donald Trump «il conflitto è quasi terminato». Per Netanyahu no, «Non abbiamo ancora finito». E nemmeno i pasdaran la pensano come il presidente americano: «Decideremo noi quando cesserà il conflitto». Insomma, come volevasi dimostrare l’attacco disposto da Israele e Usa ha aperto nuovamente il vaso di Pandora mediorientale e ora si tratta di capire come uscirne.
«Il nuovo leader dell’Iran lo devo decidere io», aveva sentenziato Trump commentando l’indicazione di Mojtaba Khamenei come successore del padre (su costui già si inseguono voci sulle condizioni di salute). «Non voglio tornare qui tra cinque anni a dover rifare quel che stiamo facendo ora», aveva aggiunto qualche giorno fa. Trump sa che prima leva le tende dal Medio Oriente meglio è: glielo avevano detto tutti, dagli 007 ai suoi del Maga, che non era cosa rimettersi a sganciare bombe. Tant’è che dopo l’operazione Martello di Mezzanotte - già salutata con l’enfasi delle grandi vittorie - la Casa Bianca stava negoziando con un Iran più morbido: nel lunghissimo discorso al Congresso lo stesso presidente aveva dedicato alla minaccia iraniana meno di cinque minuti. Poi i nuovi raid aerei, l’uccisione di Khamenei e di altri dirigenti, e l’apertura del caos pure sul fronte energetico.
Siamo sempre alla solita domanda: perché? La risposta potrebbe non esserci, almeno non a breve. Soprattutto perché non si capisce quanto il rigore dell’agenda bellica stia nelle disponibilità americane e quanto in quelle israeliane, con i secondi convinti di poter rimanere l’unica superpotenza nel Medio Oriente. La Super Sparta. Ma Trump può reggere una tensione internazionale così accentuata nell’intera area del Golfo? Può reggere i contraccolpi che ha in casa? Nel continuare a citare le elezioni di medio termine come un giro di boa delicato si sottovaluta l’impatto delle spinte dei Maga più radicali nel partito del presidente. Sono settimane che da quel fronte partono bordate sia per bocca degli influencer d’area (Nick Fuentes su tutti, il quale tra l’altro ha gioco facile nel recuperare vecchi discorsi di Charlie Kirk) sia per azione politica di Thomas Massie e Rand Paul ai quali vanno aggiunte Marjorie Taylor Greene, Lauren Boebert e Nancy Mace, già note per essere la spina nel fianco del presidente rispetto alle ombre del caso Epstein.
Se questa componente Maga dovesse guadagnare posizioni nelle elezioni di mid term per il presidente sarebbe ancora più difficile chiudere il mandato. Arriviamo al bivio: o giocarsi il tutto per tutto in ambito internazionale nella speranza di passare alla storia, oppure tornare alle tesi dell’America First e quindi dedicarsi a un rilancio dell’economia che dia benefici anche alla working class che si era fidata di Trump, sacrificata - dicono i «ribelli» - dalle politiche della Casa Bianca a vantaggio di Big Tech, della Borsa e… di Netanyahu.
Dunque, Trump non ha molto tempo a disposizione per lasciare un segno che incida nelle elezioni di medio termine. Innanzitutto i soldi: secondo il Washington Post il Pentagono avrebbe speso in munizioni e armi 5,6 miliardi di dollari in due giorni. Il presidente sarà costretto a tornare al Congresso per rivedere il bilancio della Difesa e aprire un dibattito sui costi della guerra a fronte di salari bassi. Forse anche per questo Trump ha parlato di un conflitto «quasi terminato». Ma se così fosse, cosa avrebbe ottenuto? Non il «regime change», visto che l’intelaiatura del potere ha cambiato le teste ma non la presa sull’Iran. Non il sostegno deciso per i ribelli in piazza, confermando che (come avevano avvertito gli 007) l’opposizione era frastagliata e non pronta a un ruolo di governo. Nulla nemmeno rispetto alle riserve di uranio che resta nelle viscere della terra laddove lo avevano cacciato i bombardamenti del Martello di mezzanotte. E nemmeno si può dire che l’esercito Usa abbia il controllo dell’isola di Kharg, il cuore petrolifero dell’Iran da cui parte il 90% del greggio per lo più con destinazione Cina. E qui arriviamo all’ultimo pezzo della complicata «strategia» di Trump: indebolire l’approvvigionamento energetico del Dragone e controllare i proventi delle vendite così da bloccare il flusso di denaro per ayatollah e Guardiani della rivoluzione. Chissà se anche di questo avrà parlato con Putin, oltre ad aver discusso il prezzo per la pace in Ucraina e gli altri spazi di intesa Washington-Mosca su gas, petrolio, terre rare e Artico. Putin, il soggetto misterioso per l’intransigente Europa. Anche noi ci convinceremo della imprescindibilità del suo ruolo nella scena internazionale?




