
Possiamo partire da un piccolo fatto di cronaca, la cui sostanza certamente non cambierà il mondo ma che è rivelatore di una cultura votata da decenni ad annullare i principi del nostro umanesimo: il rispetto della vita e di quella cellula della società civile che si chiama famiglia.
Il piccolo fatto di cui sopra sono le dichiarazioni di un giornalista, scrittore e personaggio televisivo ben noto agli italiani, che ha usato pesanti parole di disapprovazione della canzone vincitrice di Sanremo Per sempre sì di Sal Da Vinci: «Potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra». Lasciando intendere (tanto che si è resa necessaria una rettifica) che chi crede in un’unione stabile, fondata su un amore che si augura di essere eterno e fedele, costruito su un atto fondativo sacramentale o civile (mostrando il dito con l’anello nuziale), non può che essere un appartenente a una cosca criminale camorrista. Si può certamente non credere nella indissolubilità del matrimonio e si può liberamente dubitare che possa esistere l’amore eterno, ma altrettanto legittimamente si può credere il contrario, senza che per questo si venga affiliati alla camorra. Basti pensare, anche solo per un attimo, ai nostri padri e nonni: sposati in chiesa o in Comune, con tanto di fede al dito e cerimonie nuziali in cui gli auguri di amore eterno si sprecavano … tutti camorristi? Tutti impostori criminali?
Un invito amichevole a tutti: guardiamoci intorno e vedremo genitori, nonni, parenti, amici che hanno creduto e pronunciato «per sempre sì» e comprenderemo immediatamente quanta ideologica banalità alberga in quelle parole, tanto care al «politicamente corretto». Non si tratta di amare o non amare Napoli, né si tratta di giudicare se quella canzone è «napoletana verace» o meno.
La questione da valutare è un’altra: nel Festival della canzone popolare italiana - finalmente ritornato tale, dopo gli eccessi «woke» nelle edizioni precedenti - il popolo italiano ha scelto e votato una canzone che parla di amore, fra un uomo e una donna, che si augura di essere «per sempre». La dittatura della cultura desacralizzante, che pretende di cancellare ogni valore che abbia il profumo della sacralità e dell’eternità, è costretta a segnare una sconfitta piccola, ma non priva di qualche significato.
Purtroppo, tocca prendere atto che sulla stessa lunghezza d’onda delle parole usate a sproposito, si muovono altre frasi - in un contesto certamente molto più importante, delicato e complesso - inerenti il prossimo referendum costituzionale sulla separazione delle carriere e la riforma degli organismi di autocontrollo della magistratura. Anche qui i toni criminalizzanti con i quali si dipingono i «cittadini del Sì» si sprecano: fascisti, camorristi, mafiosi, ’ndranghetisti, massoni. Insomma, brutta gente che odia la libertà e la democrazia.
Eppure, la storia dimostra proprio il contrario, a partire da quel Dino Grandi, ministro di Grazia e giustizia del Fascio, che nel 1941 si oppose duramente alla separazione delle carriere fra magistratura requirente e giudicante, allo scopo di assicurare il controllo del potere politico sui giudici. Una domanda, dunque, è d’obbligo: se questa scelta fu funzionale a una dittatura, come può essere che la scelta opposta - la separazione delle carriere - sia oggi presentata come antidemocratica e dittatoriale? Se un evento si è dimostrato sbagliato e dannoso, come è possibile che il suo contrario provochi lo stesso danno? Con l’assurdo che, oggi, coloro che si oppongono alla separazione delle carriere sono proprio quelle forze che si definiscono «democratiche» e, quindi - almeno a parole - antagoniste di ogni scelta fascista! Dunque, se la dittatura fascista ha voluto le carriere unificate, come è possibile che la separazione delle carriere sia un provvedimento fascista, antidemocratico? «Tertium non datur», ha insegnato Aristotele: o è tutto vero, e allora si spieghi come conciliare gli opposti, oppure è falso, e allora meglio non crederci! Diventa legittimo un sospetto: non sarà che chi vuole che non si cambi nulla sta sentendo franare il terreno sotto i piedi? Magari, avverte che il potere delle correnti partitiche nel Csm (vedi il caso Palamara!) è messo in pericolo?
Il sorteggio fa paura solo a due condizioni: o si ha un pessimo giudizio professionale sui magistrati - il che significa che ci sono in giro magistrati professionalmente inetti e incapaci, e allora c’è da chiedersi come è possibile che siano ancora in funzione (vi immaginate un chirurgo che va in sala operatoria e non sa usare un bisturi o una suturatrice?) - oppure si ha il terrore di perdere il potere di condizionare i magistrati, manovrando la leva della progressione in carriera. A quel punto, meglio fidarsi della sorte, piuttosto che affidarsi alle scelte ideologiche di chi non esita a vestire di mafia, camorra o fascismo chiunque ha il torto di non pensarla come lui. Votiamo Sì.




