Gli Stati Uniti allentano le sanzioni contro la Russia. Già una settimana fa, dopo le prime bombe su Teheran, il Tesoro americano aveva autorizzato le raffinerie indiane ad acquistare milioni di barili di greggio da Vladimir Putin, facendo per 30 giorni un’eccezione al divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina e inasprito di recente. Ma quello che era ritenuto inderogabile all’inizio del 2026, dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, oggi non lo è più.
Così Donald Trump va oltre ed estende la moratoria concessa a Nuova Delhi anche ad altri Paesi, Europa compresa. Per un mese sarà consentito l’acquisto di petrolio russo stoccato in mare, che secondo alcune stime si aggira intorno a 120 milioni di barili, trasportati in giro per il mondo da una flotta ombra di circa 800 petroliere. Tutto ciò per consentire la stabilizzazione dei mercati energetici globali, scossi dal conflitto in Iran.
Ne abbiamo scritto giorni fa. Quanto possono reggere le economie globali se l’Iran impedisce il transito delle navi cariche di greggio? Un mese, qualche settimana? E quanto a lungo possono sopportare gli Stati un prezzo del petrolio che è doppio, triplo o quadruplo rispetto a quello praticato prima dell’inizio del conflitto? Anche in questo caso parliamo di mesi, perché il rincaro si tradurrebbe immediatamente in aumento delle bollette e una fiammata dell’inflazione, che famiglie e imprese faticherebbero a sopportare.
Insomma, se anche Stati Uniti e Israele sono in grado di proseguire la campagna contro il regime degli ayatollah, continuando i bombardamenti, e se pure l’Iran può resistere per altro tempo, insistendo a colpire i Paesi del Golfo, a non reggere è il resto del mondo e in particolare l’Europa. Dunque, Trump toglie le sanzioni alla Russia per immettere petrolio a prezzi più bassi e alleggerire la tensione sul mercato. E l’Ue che fa? Dice di no. Sì, non strabuzzate gli occhi, l’Unione europea è contraria e rifiuta il petrolio (e il gas) di Putin perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino. Posizione certamente nobile, perché i soldi che Mosca incasserebbe con la vendita dei combustibili fossili verrebbero immediatamente reinvestiti in armi, per sostenere l’offensiva contro l’Ucraina. Il Financial Times ha calcolato che la sola fiammata dei prezzi abbia fruttato alla Russia quasi 2 miliardi di euro in più e a questi livelli in un mese potrebbe anche incassare fra i 3,3 e i 4,9 miliardi.
Ovviamente stiamo parlando di quotazioni del greggio al massimo livello, mentre la decisione di Trump di togliere le sanzioni serve a raffreddare i mercati immettendo petrolio a costi più bassi. Ma, comunque sia, è ovvio che se riesce a piazzare i milioni di barili caricati dalla flotta ombra, Putin con il ricavato finanzierà la guerra. O per lo meno alzerà il prezzo per raggiungere una tregua. Dunque, l’Europa dice no. Ma siamo sicuri che sia una buona scelta? Capisco le remore di Bruxelles (e anche di Francia, Germania e Italia), ma oggi l’Unione è in grado di resistere a uno choc petrolifero che rischia di trascinare il continente in recessione? I prezzi dell’energia e dei carburanti ai valori massimi potrebbero far collassare interi sistemi, oltre che i magri bilanci delle famiglie e questo potrebbe compromettere oltre alla situazione sociale anche quella politica.
Sarò ancora più esplicito: davvero l’Europa si vuole immolare nella difesa delle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione? Non siamo più di fronte al bivio proposto nel 2022 da Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra libertà e aria condizionata», ormai siamo oltre, perché qui non si tratta di rinunciare a ridurre le temperature estive, ma di mettere a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie.
Comprendiamo le resistenze, ma oggi, di fronte a una guerra che potrebbe prolungarsi e avere ricadute pesanti sui bilanci dell’intera Europa, serve il coraggio di una decisione che tuteli gli interessi nazionali.





