
L’operazione Absolute resolve che ha portato alla cattura del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores, è soltanto la concretizzazione di una nuova fase della politica estera statunitense. Donald Trump lo ha chiaramente spiegato ripartendo dalla cosiddetta Dottrina Monroe, risalente al 1823 e che prende il nome dal presidente americano James Monroe. Questa teoria affermava che gli Stati Uniti dovevano avere una supremazia incontrastata sull’emisfero occidentale, cioè di fatto sulle Americhe.
Il tycoon ha fatto di più accettando il neologismo «Donroe», creato dal New York Post, che aveva inserito la D come firma dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump ha citato questa dottrina anche nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il documento programmatico che comunica le priorità di politica estera e di sicurezza di Washington rivedendola con l’aggiunta di un corollario Trump. Nella sua idea, il presidente statunitense considera tutta la regione come un’estensione della propria nazione ed è così autorizzato a colpire chiunque. Il Venezuela è il primo atto di questa politica, fortemente appoggiata anche dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che non ha mai nascosto le sue attenzioni verso il Centroamerica e il Sudamerica, tanto che il Washington Post lo ha già definito come il nuovo viceré del Venezuela. L’operazione vista a Caracas è stato l’atto più eclatante, ma durante l’anno non erano mancati i segni di questo nuovo passo in politica estera. A fine 2024 e inizio 2025 Donald Trump aveva dichiarato più volte che gli Stati Uniti avevano la necessità di riprendere il controllo del Canale di Panama prima che finisse in cattive mani, intendendo ovviamente quelle di Pechino. Questa vitale arteria rimane estremamente interessante per l’amministrazione americana, che da tempo accusa Panama di applicare tariffe eccessive alle navi statunitensi, ribadendo l’importanza di averne un controllo diretto.
Ma l’attenzione trumpiana si è rivolta soprattutto a Cuba e alla Colombia, assoluti protagonisti degli strali del presidente americano. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, definito come un uomo malato a cui piace fabbricare cocaina e spedirla negli Stati Uniti, è stato minacciato di guardarsi alle spalle perché il suo comportamento non sarebbe più stato tollerabile. Il leader di Bogotà aveva inviato truppe al confine con Caracas, temendo un’escalation e aveva richiesto un’immediata riunione dell’Organizzazione degli Stati americani per stabilire la legittimità dell’aggressione ai danni del Venezuela. Gustavo Petro ha un passato da guerrigliero con il gruppo socialista e bolivariano M19 e si è detto pronto a riprendere la armi per difendere la Colombia e rispondere alle minacce di un’operazione militare statunitense. «Non sono un narcotrafficante», ha dichiarato Petro, «e non sono un presidente illegittimo. Ho una grande fiducia nel popolo colombiano a cui ho chiesto di difendermi. L’ordine al nostro esercito non è sparare al popolo, ma all’invasore».
Uno scontro totale quello con Bogotà, addirittura più forte di quello con Cuba, storica antagonista di Washington nel Mar dei Caraibi. Donald Trump ha dichiarato che non sarà necessario intervenire a Cuba, perché vista la sua situazione economica il regime cadrà da solo, non potendo più contare sui flussi finanziari e sul petrolio provenienti da Caracas. La minaccia più esplicita a L’Havana è però arrivata da Marco Rubio, che ha detto che il presidente Miguel Díaz-Canel è in un mare di guai, dato che spalleggiava Maduro e gli aveva inviato le guardie del corpo. Díaz-Canel, parlando in piazza della Rivoluzione, aveva definito criminale l’aggressione al Venezuela, parlando di terrorismo di Stato e inaccettabile attacco imperialista. Trump non ha tralasciato nemmeno il Messico, in questa sua panoramica latinoamericana. Nonostante l’utilizzo di toni sempre concilianti e lusinghieri riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita una persona fantastica, il tycoon ha ammonito la nazione confinante di darsi una regolata sul fronte del narcotraffico. «Ci piacerebbe molto che il Messico facesse qualcosa, visto che la droga negli Usa arriva proprio da lì», ha sottolineato il presidente statunitense, «siamo convinti che siano in grado di farlo, ma i cartelli sono molto forti. Ho offerto più volte alla presidente Sheinbaum supporto militare, ma fino a oggi ha sempre rifiutato il nostro aiuto».
Tralasciando il cosiddetto cortile di casa, l’uomo forte di Washington ha minacciato anche l’Iran ammonendo la Repubblica islamica che nel caso di vittime fra i manifestanti che protestano per il carovita, l’America sarebbe subito intervenuta. Il Dipartimenti di Stato ha anche pubblicato sul suo sito un avvertimento in lingua farsi diretto agli Ayatollah di evitare di fare giochetti con Trump, un uomo d’azione, facendo un chiaro riferimento a ciò che è appena accaduto a Nicolás Maduro, stretto alleato di Teheran. Un autentico terremoto agli equilibri globali firmato The Donald.






