La cosa più interessante di Enrica Bonaccorti, scomparsa oggi nella sua città d’adozione, Roma, è la biografia, in particolare la storia professionale. È un dato, questo, condiviso con tanti protagonisti - maggiori e minori - del mondo dello spettacolo italiano della seconda metà del Novecento, la cui carriera, proprio come quella di Enrica, risulta quasi sempre ricca di cambi di direzione, imprese insospettabili, passaggi repentini dal puro intrattenimento all’attività intellettuale.
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
L’articolo dimenticato di Pier Paolo Pasolini contro l’aborto facile. «Non si toglie la vita»
«Cara lettrice, se tua madre avesse abortito tu non saresti qui. Io posso odiarti, ma anche amarti. Amo il mio amore per te, ma anche l’eventuale odio reciproco fa parte della vita. Non si può abrogare una creatura, anche nei primi, incerti stadi della sua esistenza». Queste parole sono state scritte da Pier Paolo Pasolini e provengono da un breve intervento uscito sul numero del 24 novembre 1974 del settimanale femminile Amica, edito dal Corriere della Sera. Quello stesso Corriere della Sera su cui di lì a poco, il 19 gennaio del 1975, Pasolini firmerà il suo discusso editoriale incentrato sull’interruzione di gravidanza e intitolato «Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti».
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
Intervistato dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, il presidente della Fondazione per la natalità, Gigi De Palo, ha rilasciato alcune dichiarazioni a pochi giorni dalla chiusura della quinta edizione degli Stati generali della natalità, indicando quelle che a suo dire potrebbero essere ricette valide per contrastare la costante riduzione delle nascite da cui l’Italia è drammaticamente afflitta (nel solo mese di agosto del 2025 il calo è stato del 5,4% rispetto ai già deprimenti dati dello stesso mese del 2024: in cifre, 230.000 neonati in meno).
Ciò che con più evidenza emerge dalle parole di De Palo, però, è un’enorme contraddizione: nel felicitarsi che, anche grazie alla partecipazione agli Stati generali del presidente della Repubblica, la natalità sia divenuta «da tema di nicchia un tema popolare e istituzionale» (ma sono molti, a dire il vero, quelli per cui è uno dei temi più importanti della contemporaneità da ben prima che ne parlasse Sergio Mattarella), egli pone infatti in cima ai possibili interventi per contrastare il crollo delle nascite una misura che tale crollo non lo combatte affatto e, anzi, lo assume come un dato immodificabile destinato semmai a consolidarsi nel prossimo futuro. Tale provvedimento prevede, secondo una scuola di pensiero che raccoglie frotte di adepti specialmente nel mondo progressista (in ambito politico come intellettuale), che al cospetto di sempre meno nascite si facciano arrivare nel nostro Paese sempre più immigrati extracomunitari. E dal momento che, appunto, De Palo dà per scontato che la denatalità non solo non potrà ridursi (ma non presiede una fondazione per la promozione della natalità?), bensì andrà ulteriormente crescendo, la prospettiva (anche se questo, è ovvio, De Palo si guarda dal dirlo) è fatalmente quella di un completo rimpiazzo, nel giro di qualche decennio, degli italiani con persone straniere. Insomma, quella della Fondazione per la natalità non è una per nulla una battaglia - che dovrebbe essere innanzitutto culturale - per far sì che gli italiani riprendano a fare figli, cosa di cui peraltro si vedrebbero ormai i benefici a distanza di almeno una ventina d’anni, ma una resa all’esistente il cui rimedio consisterebbe nel sostituire un poco alla volta - e anche piuttosto in fretta - gli italiani con dei non italiani.
Siccome le preoccupazioni di De Palo e dei molti che condividono le sue posizioni sono di ordine quasi esclusivamente economico, pur di disporre di nuova manodopera il presidente della Fondazione per la natalità ha concepito la seguente proposta, che ha battezzato ius familiae: «Invece di pensare a un’immigrazione solo a fini lavorativi, una sorta di colonialismo previdenziale, per affrontare anche il tema demografico si può immaginare un’immigrazione del lavoratore insieme a tutta la sua famiglia, perché questo consente di avere anche una maggiore sicurezza sociale rispetto a quando l’immigrato è qui nel nostro Paese da solo». Come si vede, a dispetto di quanto sostenuto da De Palo, il fine è solamente «lavorativo», e a lui sembra una buona idea («per affrontare anche il tema demografico») far stabilire in Italia interi nuclei familiari, nei quali per giunta a svolgere un’attività lavorativa sarebbe, più o meno nella totalità dei casi, soltanto l’uomo, e si avrebbero quindi - a proposito di previdenza - un lavoratore, il marito, e due futuri pensionati, il marito e la moglie.
Proprio perché il suo solo orizzonte è quello economico, De Palo, sempre in folta compagnia, trascura del tutto le ricadute sociali che un’importazione indiscriminata di immigrati inesorabilmente produce.
Ce le ricorda, in questi giorni la città di Glasgow. Il governo scozzese ha appena diffuso dei dati che attestano come per il 28,8% degli studenti di Glasgow l’inglese sia una lingua aggiuntiva: quasi un terzo dei ragazzi in età scolare (20.717 su 71.957), insomma, si esprime preferibilmente in una lingua diversa da quella del Paese in cui risiede. Definendo «davvero sconcertanti» tali dati, il parlamentare conservatore Stephen Kerr ha commentato: «Tutto ciò ha gravi conseguenze per gli standard educativi, per la coesione sociale e per la salute a lungo termine della nostra società e della nostra economia. Una società coesa dipende da una lingua condivisa. Il fatto che così tanti figli di immigrati abbiano un livello d’inglese che richiede supporto a scuola è un fallimento del governo, dovuto a un’agenda politicamente corretta, nel garantire che le comunità di immigrati si integrino nella società scozzese».
Non c’è dubbio che un simile scenario, già in parte riscontrabile in Italia, si verificherebbe in breve tempo anche da noi qualora entrasse in vigore lo ius familiae auspicato da De Palo. Secondo il quale il provvedimento contribuirebbe a garantire finalmente ciò che manca, a livello nazionale, per fronteggiare con efficacia l’emergenza denatalità: una «regia». Per un film horror, forse. E il vero orrore è che non si tratta di un film, ma della realtà.





