Scomparso ieri a Roma all’età di 90 anni (era nato ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, il 5 aprile 1936), Natalino Irti è stato uno dei più autorevoli e influenti giuristi italiani della seconda metà del Novecento.
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
Riccardo Secchi, il nuovo numero di Alan Ford, ora in edicola, è il primo da te sceneggiato dopo 680 consecutivi (probabilmente un record mondiale) scritti da tuo padre Luciano, alias Max Bunker, classe 1939. Perché il titolo dell’episodio è «Ritorno alle origini»?
«Era necessario indicare subito e in modo chiaro ai lettori la direzione che s’intende prendere con questa nuova fase del personaggio: si tornerà al nucleo iniziale del Gruppo TNT riportandolo progressivamente al negozio di fiori e alle tipiche condizioni di poca disponibilità economica. Ci saranno due storie per così dire di transizione, poi si procederà con una serie di avventure che intendono recuperare lo spirito dei primi tempi, critica sociale compresa, che ritengo sia una delle anime costitutive della serie».
Quando tuo padre ha mandato in edicola il primo numero di Alan Ford, disegnato da Magnus (nome d’arte di Roberto Raviola), era il maggio del 1969. Tu avevi sette anni.
«Francamente non ho ricordi particolari riguardo all’uscita di Alan Ford, ero ancora molto piccolo e di certo non è un fumetto per bambini. L’ho recuperato qualche anno dopo, diciamo da adolescente, ma quando uscì per me era un altro fumetto scritto da mio padre, da mettere insieme a quelli che aveva già creato: Maschera Nera, Kriminal, Satanik… Che comunque mi erano proibiti. Diciamo che allora non ero un lettore dei fumetti scritti da Max Bunker».
Il quale, però, ne produceva a getto continuo.
«Andava in redazione tutti i giorni ma ho comunque l’immagine di lui a casa che scrive con la sua Olivetti rossa mentre ascolta musica con la cuffia: principalmente Burt Bacharach, Elvis Presley e Frankie Laine».
È stato tuo padre a chiederti di raccogliere il suo testimone o ti sei proposto tu?
«È stato mio padre, io non ci pensavo proprio».
Le storie da te scritte avranno la sua supervisione?
«Quando Max Bunker mi ha chiesto se volevo occuparmi di Alan Ford mi sono preso qualche giorno di riflessione. Poi gli ho sottoposto l’idea dei due numeri “di passaggio” per riportare i personaggi al loro stato originario, con i relativi soggetti. Ho scritto anche qualche spunto di eventuali storie future e fortunatamente è andato tutto bene. Mio padre ha letto la prima sceneggiatura e l’ha approvata, dopodiché non ha più voluto visionare niente dicendo che preferisce leggere gli albi quando saranno stampati. Quindi sì, sono totalmente libero nei temi delle storie e nelle modalità di raccontarle. Ciò che leggerete è esattamente quello che ritengo debba essere Alan Ford oggi, il che significa che non ci sono scusanti».
Sul finire degli anni Settanta, nel programma di Rai 2 SuperGulp! Fumetti in Tv, andava in onda addirittura una versione «animata» di Alan Ford.
«La vedevo, certamente, come tutti i miei compagni di classe. Però più di Alan mi piaceva Nick Carter di Bonvi, con l’indimenticabile nemico Stanislao Moulinsky!».
Ma Alan Ford lo hai letto sempre?
«Come dicevo, ho iniziato a leggerlo da ragazzino recuperando le prime annate e poi proseguendo con continuità, specie lavorando in redazione e seguendone la realizzazione. Quando ho iniziato la carriera di sceneggiatore ho diradato un po’, ma qualche numero all’anno l’ho sempre letto».
Da chi è formato lo staff grafico di Alan Ford attualmente?
«In ordine alfabetico, ci sono Luka Bonardi, Alfredo Boschini, Luca Esposito e Daniele Tomasi, a cui va il merito di avere garantito negli ultimi anni continuità a una testata con una caratterizzazione grafica così particolare. Tuttavia stiamo testando anche nuovi disegnatori e, se tutto va bene, già entro l’anno potremmo vedere su Alan anche qualche mano nuova».
Il modello stilistico sarà sempre Magnus?
«Il riferimento base non può che essere Magnus, diciamo quello dei primi cinquanta numeri. Non è mai stato facile trovare disegnatori per Alan, Magnus è stato un disegnatore unico e irripetibile, ma la storia della testata va molto oltre i famigerati primi 75 numeri, quelli firmati Magnus & Bunker, che per alcuni sono l’unico vero Alan Ford. Ritengo che non sia così, ci sono stati periodi di grande qualità anche con altri disegnatori».
Qual è oggi la composizione del pubblico di Alan Ford?
«Di base c’è una fascia di lettori storici e molto fedeli, uno zoccolo duro come si dice, ma mi sono arrivati feedback anche da lettori decisamente più giovani che hanno conosciuto Alan molti anni dopo la sua uscita e per vie diverse. Vedremo se il nuovo corso riuscirà a intercettare altro pubblico».
Preferenze tra i personaggi del Gruppo Tnt?
«Alan Ford è una serie corale, e forse più che i singoli elementi a funzionare davvero è la loro interazione. Non posso nascondere però una simpatia per il Conte Oliver, uomo dalle mille risorse, e per lo stesso Alan, che i primi anni esprimeva sempre un’ingenuità istintiva che si contrapponeva alla violenta furbizia e spregiudicatezza del mondo intorno a lui».
E in generale tra i personaggi ideati da tuo padre quali ti piacciono?
«Max Bunker ha creato diversi personaggi divenuti storici. Escludendo Alan Ford, quello che ritengo ancora uno dei più moderni è Satanik, uscito nel 1964. È un personaggio che coglie la trasformazione del femminile di quel periodo storico, accelerata dal boom economico, e la ripropone in chiave nera ed erotica, con riferimenti all’horror e all’occultismo. È stata la capostipite di tutte le eroine sexy e secondo me la sua influenza è arrivata fino a Dylan Dog».
Qualità che apprezzi in tuo padre come scrittore di fumetti?
«Ha portato concetti moderni nella scrittura per il fumetto. Il primo grande successo fu Kriminal, nel 1964, che nasceva dall’esperienza di Diabolik di due anni prima, ma subito si è posto oltre estremizzando il sesso e la violenza, con tanto di numeri sequestrati e denunce. Già allora si vedeva una narrazione più asciutta, veloce, incisiva e meno didascalica di quella classica da fumetto. L’acme è proprio Alan Ford, un fumetto che non ha precedenti e neppure epigoni: corale, declinato in tanti generi e con una precisa visione antropologica ed esistenziale. È un progetto molto sofisticato, me ne sono accorto meglio studiandolo e smontandone delle storie per cercare di penetrare ancora di più all’interno della serie».
Tuo padre è un uomo dalla forte personalità, oltre a essere un autore acclamato da decenni: questo non ti ha mai scoraggiato dall’intraprendere la sua stessa carriera? Non hai avvertito il peso del confronto?
«La descrizione che fai di mio padre si attaglia a tutti gli editori importanti che ho conosciuto. C’è molta retorica in questo senso. E comunque no, non ho mai pensato al confronto: sentivo di avere delle storie da raccontare, cosa che ho cercato di fare al mio meglio. Direi che sono stato fortunato, dato che ho potuto farlo con i maggiori editori».
Bunker ha più volte dichiarato di stimare Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex, ma di non avere una grande opinione del figlio Sergio, ideatore di Zagor e di Mister No e, soprattutto, editore di enorme successo: come reagì quando tu iniziasti a collaborare proprio con la Bonelli?
«La rivalità tra Bonelli e mio padre non mi ha mai interessato e l’ho sempre lasciata a loro. Se proprio devo dire qualcosa al riguardo direi che all’origine c’è probabilmente il fatto che hanno un carattere in realtà molto simile. Sergio Bonelli rimane comunque l’editore che mi ha permesso di provare a scrivere fumetti professionalmente, cosa che sono riuscito a fare grazie ad Antonio Serra, editor di Nathan Never, che ha creduto in me prima che ci credessi io. Per quanto riguarda il fatto di lavorare per il “nemico” Bonelli, mio padre non mi ha mai detto nulla. C’è tanta letteratura anche intorno alla “terribile” figura di Max Bunker…».
Insomma la prese bene?
«Quando ho deciso di dedicarmi alla scrittura ho lasciato la redazione e mi sono dato da fare per trovare delle valide collaborazioni. Ovviamente mio padre non c’entrava nulla con le mie scelte, a partire da quella verso Sergio Bonelli. Secondo me la mia collaborazione imbarazzava di più lui, Bonelli intendo».
Il futuro del fumetto in Italia?
«Non sono pessimista sul fumetto in sé. L’Italia è un Paese in cui si sono letti sempre molti fumetti e si continua a farlo. In certi ambiti come manga, graphic novel, libreria, festival, credo abbia anche guadagnato spazio e riconoscimento. Però è entrato in crisi il modello che aveva sostenuto il fumetto popolare italiano: l’edicola, la serialità economica, l’incontro casuale con il lettore. Alan Ford nasceva dentro quel sistema. Oggi la sfida è trovare nuovi canali senza perdere quella forza popolare: la capacità di arrivare a lettori diversi, non solo agli appassionati già formati».
«Questa riforma non s’ha da fare». Si potrebbe ricorrere alla parafrasi di una delle battute più celebri de I promessi sposi per sintetizzare l’attuale posizione del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto a una delle proposte di revisione dei programmi scolastici liceali avanzate nei giorni scorsi da una commissione ministeriale formata da docenti di scuola superiore e dell’università.
Proposta in base alla quale la lettura del capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni andrebbe spostata dal secondo al quarto anno dei licei. Valditara si è appunto mostrato scettico: «È una proposta della commissione. Ha una sua ragionevolezza ma ho qualche perplessità, perché ritengo che I promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14-15 anni. Penso sia prematuro dare per scontata questa innovazione».
In sé, il cambiamento suggerito dalla commissione non avrebbe nulla di particolarmente traumatico o rivoluzionario e, come osservato dallo stesso Valditara, esso non appare nemmeno privo di una sua ragion d’essere. Ma è proprio questa ragion d’essere a suscitare domande e qualche preoccupata considerazione sull’istruzione italiana nel suo complesso. Per suffragare il differimento di un biennio della lettura del romanzo manzoniano, pietra angolare della letteratura del nostro Paese e testo che - «risciacquando i panni in Arno» - ha posto le fondamenta della lingua italiana odierna, i redattori della bozza delle nuove linee guida per i licei affermano: «Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura de I promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio».
Si potrebbe intanto obiettare che la definizione «classico contemporaneo» - recuperata dai programmi scolastici di fine Ottocento - è non solo sorpassata ma una contraddizione in termini, dato che un classico è necessariamente e sempre contemporaneo (cioè in grado di parlare a noi come ha fatto con i nostri predecessori), altrimenti classico non sarebbe. Inoltre, molti degli autori che vengono suggeriti come possibili sostituti non risultano affatto linguisticamente meno complessi del Manzoni de I promessi sposi (il che segnala un certo disorientamento da parte dei componenti della commissione): si pensi a nomi come Aldo Palazzeschi, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Pontiggia, per non parlare di stranieri quali Stendhal, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James e Kafka.
A destare inquietudine, però, è soprattutto il motivo del rinvio: poiché gli studenti di oggi non hanno confidenza con la lettura di «testi lunghi» (che dunque faticano a comprendere) e viceversa sono «abituati alla comunicazione breve», si ritiene opportuno - anziché provare a mitigarla almeno a scuola - assecondare in tutto e per tutto tale deriva, arrendendosi al fatto che le nuove generazioni dispongano di sempre più limitate capacità cognitive. È un percorso che sembra smentire gli intenti della «scuola del merito» - l’approccio educativo e didattico promosso, sulla carta, dall’attuale governo - e che somiglia piuttosto a una resa a quel livellamento verso il basso che ha caratterizzato, con forti accelerazioni nei tempi più recenti, l’ultimo mezzo secolo d’istruzione in Italia. Peraltro, il fatto che le difficoltà nella comprensione di un testo siano così diffuse e gravi persino fra gli studenti liceali chiama in causa, e pone sotto accusa, l’intero ciclo di studi che questi studenti hanno svolto in precedenza, ossia negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); oltre, ovviamente, a evidenziare i limiti - se non proprio a sancire il fallimento - di quell’insegnamento da remoto a cui gli odierni liceali sono stati a lungo costretti durante il periodo della pandemia.
Ieri, su Repubblica, il professor Claudio Giunta, coordinatore della commissione ministeriale per le Indicazioni nazionali di letteratura, ha scritto che «I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori “seri” con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni?».
Ammesso e non concesso che i libri proposti in alternativa - lo si è già detto - siano più «facili», il vero rischio derivante dal considerare I promessi sposi un romanzo «oggettivamente difficile» è ritrovarsi poi con degli studenti che, una volta usciti dal liceo, si domandino: «Manzoni! Chi era costui?». Senza nemmeno immaginare di stare citandolo, Manzoni.





