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I giudici della Corte d’appello di Firenze hanno negato l’estradizione di un uomo che ad Atene è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione: «Rischia un trattamento incompatibile con i diritti Cedu»
Può un pakistano presunto omicida non essere estradato in Grecia e restare in Italia, a piede libero?
Sì, almeno secondo i giudici della Corte d’appello di Firenze, che hanno disposto la scarcerazione di K.Y., nato nel 1999, domiciliato a Siena, ma che utilizza anche un alias che lo «invecchia» di tre anni e che gli attribuisce un domicilio diverso, in un paesino sul versante senese del Monte Amiata.
Secondo le toghe del capoluogo toscano, lo straniero, sul quale pende un mandato di cattura europeo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio, non può essere estradato perché, in base alla documentazione pervenuta da Atene, non è stato possibile «escludere, in concreto, il rischio che l’interessato, in caso di consegna, possa essere sottoposto a condizioni di detenzione incompatibili con gli articoli 3 Cedu e 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». Ma non basta: secondo le toghe, «deve, inoltre, considerarsi che K.Y. è sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia dal 10 dicembre 2025 e che il procedimento di consegna si colloca in prossimità della scadenza del termine massimo di durata della misura custodiate applicata per la presente causa».
«In tale contesto», prosegue la sentenza, «l’ulteriore protrazione della restrizione della libertà personale, in assenza di informazioni idonee a escludere il rischio di trattamenti inumani o degradanti nello Stato richiedente, risulterebbe incompatibile con il carattere assoluto e non bilanciabile della tutela apprestata dall’articolo 3 Cedu». In poche parole, deve essere liberato, in Italia, con tutti i rischi che questo comporta rispetto alla possibilità di procedere in futuro all’estradizione.
In Grecia sull’uomo pendono due mandati di cattura, emessi dal Giudice Istruttore presso il tribunale di Kilkis. Il primo, risalente al 15 settembre scorso, per «favoreggiamento dell’uscita dal territorio greco di cittadini extracomunitari senza essere sottoposti al controllo di cui all’articolo 5 legge 5038/2023, commesso allo scopo di lucro», il secondo, del 21 ottobre scorso, oltre a contenere il primo reato contestato, aggiunge quello di «omicidio volontario in uno stato d’animo tranquillo».
E il 10 dicembre la squadra mobile di Siena procede all’arresto dell’uomo, che finisce in carcere.
Ecco la drammatica ricostruzione dell’omicidio che le autorità greche attribuiscono al ventiseienne e che merita di essere riportata integralmente per la pericolosità che le autorità greche attribuiscono all’uomo: «Nell’area di Evzonoi (Kilkis) e precisamente nel cortile dell’albergo Chara, il giorno 15 ottobre 2025 e verso le ore 20, con intento doloso e in stato d’animo tranquillo, avendo deciso di uccidere il cittadino della Sierra Leone, M.J., il cui trasporto e uscita dal Paese dietro un compenso e senza essere sottoposto alle formalità di controllo, aveva assunto, quando quest’ultimo ha chiesto che gli fosse restituito l’importo versato al ricercato a titolo di compenso a tal fine, visto che i tentativi non erano fin allora riusciti, aveva informato gli altri connazionali che lo aveva rintracciato e prima che essi lo avessero rintracciato lo ha colpito con fuoco d’arma tre volte».
La sentenza precisa che «l’imputato ha ammesso in sede di interrogatorio di essere a conoscenza della vicenda giudiziaria occorsa in Grecia, a seguito della quale è stato ucciso un giovane, pur negando fermamente ogni responsabilità personale in ordine alla commissione del fatto».
Il 29 gennaio scorso, durante l’udienza, il difensore dell’uomo si è opposto alla consegna «per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza» e ha dedotto, inoltre, «che le condizioni carcerarie della Grecia sono disumane e degradanti, producendo documentazione in tal senso, tra cui la sentenza della cassazione del 12 luglio 2023. La Corte ha richiesto dettagliate informazioni su quale istituto penitenziario sarà detenuto in caso di consegna e sulle condizioni carcerarie di tale istituto». Secondo quando riportato nella sentenza, però, al 2 marzo era «pervenuta come unica risposta dalla Procura della Repubblica ellenica l’indicazione che il K., se consegnato, potrebbe essere detenuto o nel carcere di Nigrita o in quello di Salonicco. Nessuna informazione è pervenuta in merito alle condizioni carcerarie dell’istituto di custodia ove l’imputato sarà detenuto in Grecia, oggetto di richiesta specifica di questa Corte sin dal 29 gennaio 2026». Per i giudici fiorentini, che fanno più volte riferimento alla giurisprudenza della Cedu, «il Rapporto Cpt contiene rilievi puntuali sul carcere di Nigrita, ove, a fronte di una capienza ufficiale di circa 600 posti, erano presenti oltre 700 detenuti, con segnalazione di celle sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie degradate in alcune sezioni, carenza di prodotti per l’igiene personale, grave insufficienza di personale di custodia e assistenza sanitaria non continuativa, con presenza medica limitata e assenza di copertura notturna e nei giorni festivi». Parole, che, a bene vedere, potrebbero fare riferimento a qualsiasi carcere del nostro Paese. Mentre per il carcere di «Salonicco (verosimilmente Diavata), deve richiamarsi la sentenza della Corte Cedu, 14 gennaio 2021, Kargakis contro Grecia, che ha accertato la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle pessime condizioni di detenzione in tale istituto».
Da tutto questo «consegue che, allo stato degli atti, il rischio di trattamenti inumani o degradanti non risulta neutralizzato, con conseguente necessità di negare la consegna».
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Ansa
Dopo i magistrati, i giuristi, gli insegnanti e i persino i giornalisti democratici, ci toccano pure i medici democratici. Che senso abbia definirsi democratici, che cosa voglia dire in pratica e in che cosa questi professionisti si differenzino da chi fa onestamente il proprio lavoro, rispettando la legge, non si sa. O meglio: si intuisce che dietro il paravento dell’aggettivo democratico si nasconde una visione politica di parte, che ovviamente fa apparire l’appropriazione indebita del termine un po’ meno democratica. Ne è prova la vicenda dei cosiddetti medici democratici di Ravenna, posti sotto inchiesta dalla locale Procura.
Della vicenda ci siamo occupati nei giorni scorsi. Alcuni dottori sono stati iscritti nel registro degli indagati per aver certificato l’inadeguatezza di decine di migranti al trattenimento in un Cpr. I medici accusati pare si siano difesi sostenendo che il giudizio sulle condizioni sanitarie degli stranieri in oggetto spetta solo a chi indossa il camice bianco e non a quanti hanno una divisa. Dunque, non tocca alla polizia stabilire se un extracomunitario possa essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio oppure no. Argomentazione sensatissima, a prescindere che sia sostenuta da un democratico oppure da un antidemocratico. Peccato che gli accertamenti disposti dai pm abbiano dimostrato che i certificati erano prodotti in serie, senza neppure accertare le condizioni dei «pazienti». In pratica, un falso commesso così tante volte da essere reiterato. Qualcuno potrebbe pensare che quella del personale incaricato sia soltanto negligenza, conseguenza del fatto che il lavoro dei camici bianchi si è fatto via via sempre più burocratico.
Nel caso di Ravenna però, la ripetitività delle visite non c’entra nulla. Semplicemente i certificati erano fotocopie per ragioni ideologiche. I medici democratici in questo modo esprimevano non il loro punto di vista sanitario, ma quello politico. Garantivano che la persona fosse inadatta a essere rinchiusa in un Cpr per atto politico. Invece di andare in piazza a manifestare in difesa degli extracomunitari, oppure di scrivere a un giornale per esprimere le proprie opinioni, i medici democratici di Ravenna avevano organizzato una sorta di resistenza passiva. Peccato che sostenere il falso, certificare una malattia che non c’è, dichiarare un’incompatibilità con il trattenimento che non esiste sia un reato. Gli accusati in principio si erano difesi dicendo di aver giurato su Ippocrate e non sul codice penale, di non essere poliziotti ma medici, e dunque esentati da obblighi di ordine pubblico e solo soggetti alla Scienza con la s maiuscola. Ma a quanto pare la Procura ha in mano intercettazioni e messaggi che i camici bianchi si sono scambiati da cui emergerebbero chiaramente le intenzioni. Che non avevano a che fare con la medicina, ma con la militanza. Medici democratici, appunto. Ovvero attivisti, che fra loro si scambiavano messaggi con le istruzioni per sottrarre gli extracomunitari agli «sbirri». Dalle 400 pagine dell’inchiesta emerge la volontà di manifestare un dissenso politico. Addirittura ci sarebbe stato un modulo, fatto circolare in chat, da trascrivere con qualche lieve modifica per impedire che il migrante finisse nel Cpr. Risultato, ora ai dottori, accusati di falso ideologico, è stato presentato il conto con la richiesta della sospensione dalla professione per un anno. Ovviamente, a nessuno è impedito di pensare che agli stranieri debbano essere spalancate le porte, ma i certificati non sono opinioni. Quelle, se si vuole, si esprimono in piazza o su un manifesto, non in un documento nascondendole dietro una patologia che non c’è.
Ma a riprova del connubio fra democratici, un immigrato pakistano colpito da mandato d’arresto europeo, emesso dalle autorità greche per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio volontario è stato rimesso in libertà perché in carcere potrebbe star male. Giudici democratici e anche un po’ medici democratici.
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Ansa
A «Farwest» le conversazioni dei dottori indagati a Ravenna: spunta un vero sistema per fregare lo Stato, fra la «non idoneità» ai Cpr come atto di «dissenso» e i certificati fotocopia scambiati nei messaggi. Poi l’esultanza: «Lo mettiamo in c... agli sbirri».
«Lo mettiamo in c**o a questi sbirri di m**da». Una delle tante frasi choc che si sarebbero scambiati gli otto medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna per i quali la procura ha chiesto un anno di interdizione dalla professione. L’accusa? Falso ideologico. Avrebbero compilato certificati in cui si attestavano malattie inesistenti con l’obiettivo, secondo l’accusa, di evitare la detenzione e il rimpatrio nel Paese d’origine di almeno 34 migranti.
Non casi isolati, ma un sistema messo in piedi da medici politicizzati che avrebbero sistematicamente falsificato documenti per andare contro le politiche migratorie del governo. La suggestione, più che fondata, che dietro a questi rilasci ci sarebbe un disegno ben studiato e rodato, nasce dalle conversazioni che questi dottori avrebbero intrattenuto tra di loro via chat. Lo ha rivelato Farwest, la trasmissione condotta da Salvo Sottile in onda il martedì in prima serata su Raitre. Il conduttore, che martedì 3 marzo aveva ospite in studio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha mandato in onda un servizio firmato da Tommaso Mattei e Maria Laura Cruciani in cui si mostra parte di un fitto scambio di messaggi dal contenuto inequivocabile.
«Il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità» scrive un medico e un altro risponde: «Finora abbiamo fatto così, solo che adesso bisogna giustificarla in modo più credibile altrimenti potrebbero contestarcela… Non sarà banale».
«Non idoneo», così si classifica il migrante che per motivi di salute non può entrare nei centri di permanenza per il rimpatrio né prendere un volo per tornare nel proprio Paese come stabilito dal decreto di espulsione. I migranti destinati ai Cpr, infatti, come spiegato più volte da Piantedosi, sono criminali recidivi, alcuni con decine di precedenti e per questo destinati a tornare nel proprio Paese di origine. Ma se il giudice non convalida, in questo caso per via di un certificato medico, il migrante, seppur pericoloso, tornerà automaticamente in strada. Sintesi: le leggi ci sono, funzionerebbero, ma non si applicano grazie a escamotage burocratici messi in atto per ideologia.
Sempre nelle chat di Farwest scovate da Mattei e Cruciani, si legge: «Campagna no-cpr» e poi «una scelta puramente etica» che un altro dottore commenterebbe invitando alla «tattica». Il piano di questi medici chiaramente scritto era quello di «procedere compatti con dissenso informato» perché, si legge ancora, «se siamo compatti non potranno sospendere tutti».
Conversazioni, che se fossero confermate, sarebbero di una gravità inaudita, come commentato dallo stesso Sottile che le ha sottoposte al ministro dell’Interno. «In alcuni casi al medico veniva fornito il certificato medico già stampato con cui, senza neanche fare specificazione, si dichiarava la non idoneità del migrante», ha commentato Piantedosi, lasciando intendere che questo sistema, probabilmente, è molto più diffuso di quanto non si creda.
Nelle conversazioni, infatti, viene fuori anche il modulo prestampato per certificare le inidoneità. «Fate circolare il modulo preparato per Ravenna?», viene chiesto. Risponde una delle indagate: «Va riadattato, però, non copiato», perché, mette in guardia gli altri medici, «ci sono stati problemi con la Questura». E ancora un altro «bisogna riscrivere tutto a mano?». Risposta: «Si, riscriverlo volta per volta modificandolo».
Si diagnosticano perlopiù malattie infettive. Come la cistite che, come ricorda il ministro, era la patologia che venne riconosciuta al reo confesso Emilio Gabriel Velazco, il cinquantasettenne peruviano che ha strangolato Aurora Livoli a Milano il 29 dicembre 2025. Uno dei moltissimi casi di migranti con precedenti su cui pende un decreto di espulsione, giudicati non idonei. Sempre sulle chat si legge: «La novità della consulenza psichiatrica». Qui i dottori esprimono disappunto davanti alla possibilità che venga richiesta anche una consulenza psichiatrica, come ulteriore step da superare nella visita richiesta. E aggiungono infatti: «Mi pare che l’azienda voglia renderci la non idoneità un percorso ad ostacoli, lungo, stancante, così da disincentivare».
A Ravenna sui 64 stranieri destinati alla detenzione amministrativa prima del rimpatrio, 34 sono stati dichiarati non idonei ai Cpr e rimessi in libertà con certificazioni mediche ritenute dubbie. Più della metà. Solo venti di loro sono stati dichiarati idonei e inviati in uno dei centri per l’espulsione. Gli altri dieci avrebbero rifiutato di sottoporsi alla visita, tornando così in strada anche loro. Liberi di circolare e di continuare a delinquere. Inoltre sembra che nessuno di questi non idonei, giudicati quindi malati, sia stato preso in cura presso una struttura pubblica. Difficile credere che si siano rivolti a medici privati. Più facile credere che non fossero realmente malati.
Non solo chat, ma anche intercettazioni ambientali, la più sconvolgente, come già scritto: «Lo mettiamo in c**o a questi sbirri di m**da». Ma c’è anche dell’altro come riporta il Resto del Carlino: «Non sono d’accordo a dare a priori la non idoneità. Se non ci sono ragioni specifiche, io non lo farò», risponde un medico alle pressioni di altri. Il 12 marzo ci sarà l’interrogatorio di garanzia che avrebbe dovuto tenersi due mattine fa, ma ci sono circa 400 pagine di informativa di Sco e squadra Mobile a cui si aggiungono appunto, i file con le conversazioni. Ravenna potrebbe essere il caso zero di un sistema capillare che coinvolge tutto il sistema dei rimpatri.
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Ansa
La perizia sui telefoni degli agenti coinvolti conferma che non ci fu speronamento né tentativo di insabbiare la verità. E i carabinieri erano sinceramente provati.
A un anno e mezzo dalla notte milanese del 24 novembre 2024, quella dell’inseguimento dello scooter Tmax guidato da Fares Bouzidi terminato con lo schianto in via Ripamonti all’angolo con via Quaranta e con la morte di Ramy Elgaml, l’inchiesta giudiziaria è ancora aperta e continua a esaminare uno dei punti più discussi: cosa accadde davvero negli ultimi istanti dell’inseguimento.
Per chiarire questi aspetti la Procura ha disposto una consulenza tecnica sui telefoni dei carabinieri presenti durante l’intervento. L’analisi, affidata dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano all’ingegner Marco Tinti (società Donexit), con la collaborazione della dottoressa Gaia Calamari, aveva l’obiettivo di verificare se dalle conversazioni emergessero elementi diversi rispetto alla dinamica già ricostruita.
Al netto di frasi a tratti ruvide, tipiche di conversazioni informali tra colleghi dopo un intervento svolto nell’adempimento del proprio dovere, dalle chat non emerge alcun indizio di depistaggi. Al contrario, si legge nella relazione, «le comunicazioni hanno confermato la dinamica dell’incidente»: in particolare l’auto dei carabinieri non ha effettuato manovre di speronamento nei confronti del Tmax. Un punto centrale, perché proprio lo speronamento è stato per mesi al centro delle polemiche. La relazione precisa, infatti, che l’unico tentativo di contatto emerso dalle conversazioni riguarda una fase precedente della fuga, durante l’inseguimento in centro, e non provocò la caduta dello scooter.
La stessa ricostruzione compare in un messaggio vocale riportato nella consulenza: «Non c’è stato nessun speronamento, c’è stato un inseguimento… questo ha perso il controllo in Ripamonti angolo Quaranta ed è volato per aria». E ancora: «La nostra autoradio, all’atto della frenata sulle strisce, è andata liscia e ha travolto il semaforo, quindi non c’è nessuno speronamento».
Nel messaggio emerge anche il rammarico per un tentativo precedente di bloccare lo scooter: «L’unico speronamento che c’è stato l’ho fatto io in via Moscova… se mi entrava la manovra erano tutti e due sani e salvi». Nelle chat emerge anche il lato umano della vicenda. In una conversazione privata un militare racconta alla compagna la reazione di un collega subito dopo i fatti: «È scoppiato a piangere a un certo punto». Altrove compare la consapevolezza delle conseguenze giudiziarie - «Perché ora lo indagano per omicidio colposo» - e un’amarezza diffusa dopo l’incidente: «Da oggi in poi per me possono scappare». Sono riflessioni confidenziali tra colleghi.
In una chat emerge anche un gesto significativo. Il carabiniere alla guida dell’auto ringrazia per il sostegno ma scrive: «Quei soldi metteteli all’Onomac (l’Opera che sostiene gli orfani dei carabinieri, ndr). Loro hanno più bisogno di me».
La consulenza affronta anche il tema dei presunti video dell’incidente: citati nelle chat ma mai trovati. Né risultano video di dashcam o bodycam, mentre le cancellazioni di messaggi vengono indicate dai consulenti come una pratica abituale dell’utente e non collegata ai fatti.
Dalle chat non emergono prove di depistaggi né di uno speronamento deliberato. L’inchiesta, a oltre un anno e mezzo dai fatti, prosegue con l’ipotesi di omicidio stradale con contestazione di eccesso colposo nell’adempimento del dovere: la Procura dovrà decidere se disporre nuovi accertamenti, chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione.
Nelle conversazioni resta soprattutto il rammarico di chi pensa che fermare quello scooter prima avrebbe potuto cambiare il corso di quella notte.
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