Spesso per comprendere il mondo è molto più utile soffermarsi su dettagli concreti che su ampie analisi ipotetiche, anche perché quel particolare tipo di spacciatore di analisi ipotetiche che prende il nome di «esperto» quasi sempre non porta argomenti reali ma chiama i propri auspici «verità».
E non è quindi un caso se ciò che sta avvenendo in alcune zone della Francia stia attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo, tanto da portare la Bbc a dedicarvi un approfondimento che sta producendo emulazione in tutta Europa.
Stiamo parlando dell’iniziativa che prende il nome di Le Canon Français e che consiste nell’organizzazione di «banchetti giganti» - banquets géants: l’equivalente delle sagre italiane - in varie regioni della Francia, di solito in luoghi storici e suggestivi. I partecipanti pagano una quota d’iscrizione che si aggira sui 70 euro e hanno un pranzo tradizionale a base di prodotti e vini del terroir senza limitazioni di quantità. L’atmosfera è conviviale, contraddistinta dal canto spontaneo di motivi della tradizione francese, dalla presenza di gruppi di musica popolare e, ultimamente, di sempre più frequentatori in abiti tradizionali regionali.
L’obiettivo è valorizzare il patrimonio gastronomico e culturale francese, la convivialità reale e le radici locali in opposizione alla socialità digitale, ma col passare del tempo il fenomeno è talmente cresciuto da rappresentare ormai una vera e propria occasione di rilancio dell’agricoltura e dell’enogastronomia locale innescando meccanismi virtuosi di produzione e vendita e di conseguente valorizzazione del territorio e contrasto al degrado.
Fino a qui rimarremmo dalle parti delle sagre italiane - vera eccellenza mondiale - e si tratterebbe soltanto di un «ritorno» a ciò che nelle campagne di tutta Italia (e spesso anche in Francia) avveniva fino a una trentina di anni fa. Ma saremmo ingenui se credessimo che qualcuno non trovasse in queste iniziative motivo di scandalo politico e di indignazione morale.
Ebbene sì, il partito di Mélenchon e tutto il carrozzone della sinistra woke francese - la stessa che, in combutta con i vescovi, ha concesso pochi giorni fa a Barbara Butch, la «sacerdotessa» della parodia dell’Ultima cena alle Olimpiadi di Parigi, alcune chiese per allestire installazioni sui temi omotransessuali - ha individuato nei banchetti di Le Canon Français una vera e propria emergenza politica. Le accuse sollevate sono di «manifestazioni razziste e non inclusive», di «violenza simbolica verso i musulmani» per la presenza di piatti a base di maiale e di «discorsi razzisti» che si terrebbero durante i banchetti, tanto da arrivare a sporgere varie deliranti denunce che purtroppo hanno trovato accoglimento da parte della magistratura nei casi di Caen e Quimper.
Ed eccoci dunque giunti all’occasione di comprensione sociologica basata su piccoli episodi simbolici: in Francia due mondi si stanno ormai costituendo nelle forme dell’irriducibilità dell’uno nell’altro, ma mentre il mondo della normalità si limita a esistere e a compiere il più sano, primario, sacro, tradizionale e innocuo dei comportamenti umani - la convivialità - l’altro mondo non riesce ormai più a uscire dal proprio avvitamento psicotico fatto di empatia suicida, pedagogismo isterico e nichilismo totalizzante. Da un lato si vede la Francia rurale che si abbevera all’acqua pura della tradizione, trasformando la convivialità in reali momenti di gioia comunitaria; dall’altro lato alcune persone incapaci di accettare la presenza dell’altro da sé invocano il rinnegamento obbligato per legge delle proprie radici culturali con gli auspici dell’imam della Grande Moschea di Parigi che definisce i menù a base di maiale «un atto di esclusione simbolica» - e ciò senza riflettere su come questa affermazione potrebbe porsi nei confronti del Ramadan nelle scuole. In realtà questa iniziativa - al di là delle polemiche dei matti che come sempre portano il successo a tutto ciò che attaccano - è il segnale di una profonda risposta di civiltà, in particolare da parte dei giovani che stanno sviluppando meccanismi sociali di immunizzazione prefigurando una rigenerazione culturale spontanea basata sull’idea di tradizione non come reliquia ma come forza viva di resistenza.
In fondo è ciò che sta accadendo tra i giovani cattolici di tutto il mondo in relazione alla riscoperta del Rito antico della messa o al sempre maggiore rifiuto dei meccanismi folli d assurdamente infondati che regolano i programmi universitari o i criteri di selezione ai corsi. Si stanno creando, in modi diversi e necessariamente legati alle tradizioni che i vari contesti geografici, etnici e culturali ispirano, delle vere e proprie oasi di vitalità, di risposta e di rinascita nei confronti di una cappa ideologica giunta ormai al limite di sopportazione. E ciò non può non riportarci alla vecchia e santa idea che ricostruì l’Europa dopo le invasioni barbariche, a quella «opzione Benedetto» che vide, a partire da Subiaco, Montecassino, Norcia, Cluny, i luoghi di ritiro e preservazione delle forze spirituali che costituiscono l’uomo in quanto tale. Un uomo che, rigenerato dopo la barbarie e il caos, seppe preservare e riproporre la civiltà non per «dovere morale» ma perché così funziona il mondo.
Il fatto che in California lo spoglio elettorale abbia caratteristiche da terzo mondo non è poi così grave.
L’ingiustizia espande il suo potere indefinitamente quando non trova un ostacolo che la fermi e l’assetto sociale e politico dei luoghi in cui governa il partito unico - dalla Corea del Nord alla California - necessita di conteggi di schede che durano dieci giorni e durante i quali, a ogni aggiornamento, le percentuali del candidato che deve perdere diminuiscono sempre più sulla spinta di sempre nuove schede postali, come nella Georgia del 2020. Estremamente più grave è, invece, ciò che sta accadendo nella povera Gran Bretagna. Là il caso di Henry Nowak ci mostra come la società occidentale per come delineata dalla sinistra globalista sia giunta al suo esito finale. E mentre un broglio elettorale è la cosa più concreta del mondo, una cosa che chi la commette dice semplicemente che non lo sta facendo e quando il vincitore è proclamato chi si è visto si è visto, sir Keir Starmer che attacca sia Nigel Farage, sia Elon Musk, sia il vicepresidente Usa, JD Vance, perché a suo dire starebbero tutti «politicizzando la vicenda del povero giovane morto per un tragico errore», fornisce agli inglesi e al mondo la possibilità di comprendere che ciò che si sta affermando non è una semplice menzogna da politici ma una precisa concezione filosofica.
Un boomer che dice «non usiamo le tragedie per dividere la società» non sapendo che ci sono almeno venti video di lui che nel 2020 strumentalizzava la vicenda di George Floyd con tanto di inginocchiata a favore di telecamere alla quale ben pochi si sono sottratti anche qui in Italia, non è semplicemente ridicolo o grottesco, è qualcosa di molto di più e molto peggio. Il fatto che in questo momento ci siano politici che non si vergognano di dire che mentre le vite dei neri contano, quelle dei bianchi non contano, che è stato giusto montare un movimento mondiale con tanto di Ong internazionale che governa i flussi di denaro per dire Black lives matter e allo stesso modo è stato opportuno cercare di censurare per cinque mesi l’episodio che ha visto morire Henry Nowak, prima accoltellato da un sikh con regolare coltello rituale e poi lasciato dissanguarsi dalla polizia accorsa sul posto perché gli agenti hanno creduto all’assassino che affermava di essere stato «vittima di razzismo», non rappresenta una questione soltanto sociale, né culturale né tantomeno politica. Siamo qui di fronte a un passaggio puramente filosofico: alla questione del rapporto con il Male.
Le società occidentali dopo venticinque anni di globalismo progressista hanno imboccato la strada paventata da Eric Voegelin e si sono convinte della sostanziale correttezza dell’impianto politico gnostico: il Male è qualcosa di derivante da «ignoranza», da «errori», da comportamenti che la politica deve individuare e che deve curare. Una volta eliminato tutto il «disagio sociale» ci sarà il paradiso in terra e se qualcuno non è d’accordo è un fascista e va rieducato o espulso o incarcerato o ucciso (in fondo Charlie Kirk non «se l’è cercata»?). Se la realtà fa il dispetto di contraddire questa visione del mondo allora molto semplicemente sbaglia la realtà o, più precisamente, il processo di educazione complessiva dell’universo non è ancora giunto al paradiso in terra e ogni tanto accadono incidenti di percorso che devono essere negati o nascosti.
Ecco perché le morti che sostengono questa visione del mondo devono essere celebrate e fatte strumento di rieducazione universale mentre le morti che contraddicono questa visione del mondo devono essere interpretate: disagio psichico, malattia mentale, disagio sociale, povertà, conseguenze del patriarcato, conseguenze del suprematismo bianco, razzismo, mancata integrazione, mancata accoglienza. E mentre un enorme Parastato gramsciano viene allestito per gestire e curare tutti questi incidenti di percorso, tanto da renderli talmente necessari che quando i razzisti non ci sono bisogna sostenere economicamente le iniziative del Ku Klux Klan, i fatti possono, anzi devono, essere sacrificati e negati perché esiste un Bene superiore al quale sacrificarli. Alla base di questa visione della società sta l’idea che il Male sia «politicamente superabile» e non sia affatto un elemento costitutivo e inalienabile della realtà, della società e dell’uomo. Si sta quindi rifiutando l’idea tragica del mondo e si sta sposando in tutto e per tutto quel Progressismo illuminista che è alla base di ogni totalitarismo, come il Novecento ci ha ampiamente mostrato.
Ma proprio qui arriva la tragica novità: mentre l’idea di «paradiso in terra» da imporre con le rieducazioni, i campi di concentramento e i gulag proveniva sempre da un’idea di Stato totalitaria che rivendicava la propria superiorità sulle «democrazie borghesi», negli ultimi anni, e più precisamente da dopo la pandemia, stiamo assistendo all’assunzione di queste idee e di queste prassi da parte degli Stati democratici e dei settori più «illuminati» degli stessi, quelli che parlano di «obsolescenza della democrazia» se vince Donald Trump e che ti dicono che se manifesti per Henry Nowak devi andare in galera ma chi bruciava Minneapolis per Floyd voleva solo giustizia. Qualcosa però non sta funzionando: il gregge è stato tosato troppe volte.
Non si tratta di arroganza ma di idiozia e sono due cose molto diverse: l’arroganza proviene dall’eccesso di confidenza mentre l’idiozia dall’incapacità di comprendere le cose.
Il sindaco di Seattle, la socialista dichiarata Katie Wilson, quando ha saputo che Jeff Bezos e tutto l’indotto di Amazon si sarebbero trasferiti in Florida a causa dell’aumento delle tasse «contro i ricchi», ha fatto un discorso alla Seattle University per dire che nessuno sentirà la loro mancanza: «Ciao ciao Jeff, vai pure». La base imponibile a bilancio, in una città con un debito di 500 milioni di dollari, è ora sovrastimata del 30%, il 36% degli uffici sono attualmente sfitti, si sono persi in un giorno 2.400 posti di lavoro, le licenze commerciali sono in calo del 40% e le persone in stato di povertà aumentate del 26%. Lo stesso esodo di ricchi si sta verificando nella New York di Zohran Mamdani il quale ha pensato bene di attuare la politica di «tolleranza sociale» nei confronti del crimine diffuso e, allo stesso tempo, ha aperto due enormi supermercati comunali a prezzi calmierati; il risultato è stata la fuga sia dei piccoli negozi, per l’impennata di furti, sia delle grandi catene che non ritengono più New York una città sostenibile.
Da anni le aziende della Silicon Valley stanno abbandonando la California di Gavin Newsom per il Texas e le ultime proposte di considerare «ad alto reddito» persone con un patrimonio personale complessivo di un milione di dollari ha provocato addirittura la protesta di alcune star di Hollywood. I casi citati non sono casuali: essi rappresentano le tre aree storicamente amministrate dalla sinistra, una volta liberal e oggi woke, dalle quali gli americani se ne stanno andando per dirigersi in stati governati dai repubblicani.
Questo fenomeno caratterizza da sempre la società americana e prende il nome di «votare con le ruote»: nella nazione della «nuova frontiera», le persone ritengono fondamentale il poter scegliere il luogo migliore dove vivere senza indulgere eccessivamente nell’idea di radici territoriali. Ci troviamo, però, di fronte non solo a una forte accentuazione del fenomeno bensì a un vero e proprio cambio del suo significato. Nell’attuale assetto postdemocratico, le istituzioni formali persistono ma il potere decisionale effettivo si mostra in maniera sempre più immediata nelle élite che detengono il reale potere. In questo quadro il meccanismo di partecipazione perde di significato non solo reale ma anche simbolico e diviene, così, centrale il ricorso a una scelta che sappia fornire al cittadino un tangibile risultato politico.
Secondo il modello di Albert O. Hirschman, quando la credibilità si erode e la partecipazione si rivela inefficace, gli attori razionali scelgono l’«uscita», cioè il disimpegno, la delusione, il distacco, la disillusione, in una sola parola: l’astensione. Ma i corpi elettorali ridotti alla metà degli aventi diritto avevano senso quando ancora nell’elettorato esisteva la fiducia in una sorta di «rete costituzionale» o culturale che garantiva gli elementi minimi di appartenenza alla società. Se l’imposizione fiscale diviene talmente pesante da rendere impossibile il proseguimento della propria attività ecco che anche l’ultima fiducia alla base della coesione sociale viene meno ed il cittadino ricorre all’unico atto realmente politico a sua disposizione: se ne va. Lo spostamento geografico, residenziale o aziendale, diviene così il vero voto, l’unico segnale capace di produrre conseguenze immediate sulla propria vita, superando di fatto i limiti intrinseci del circuito rappresentativo democratico di tipo novecentesco. Di fronte a una prospettiva politica che si rifà in pratica al socialismo reale, basata sull’odio dei ricchi e tassazioni dichiaratamente punitive, il clima ideologico percepito diviene quello dell’esproprio proletario e dell’abolizione della proprietà privata, tutte cose, del resto, di cui Mamdani ha parlato in campagna elettorale.
In assenza di coercizione totalitaria, tuttavia, in assenza di un «muro di Berlino» che impedisca la messa in salvo, ecco che i cittadini semplicemente esercitano l’unica arma politica rimasta a loro disposizione, quella dello spostamento. Apparentemente non si tratta di una novità, da sempre le persone si sono spostate per cercare migliori condizioni fiscali, solo che si è sempre trattato dei ricchi. La grande novità sta, oggi, nell’estensione a tutte le fasce popolari di questa opzione: il livello raggiunto dall’ideologia progressista ha esteso l’arma dello spostamento ben oltre la sfera economica. Scuole permeate da priorità woke e gender, con programmi scolastici che condannano le competenze cognitive a favore di approcci inclusivi, politiche «a favore delle minoranze» che altro non sono che discriminazione antibianca, tolleranza selettiva della criminalità e dinamiche di immigrazione di massa vissute come sostituzione demografica e culturale, obbligano chiunque, a prescindere dal proprio ceto, a valutare lo spostamento verso contesti semplicemente «normali».
Ancora una volta assistiamo alle dinamiche dei due mondi: dopo l’instaurazione e il riconoscimento ci troviamo ora nella fase della separazione grazie alla quale vedremo quale dei due mondi è destinato a sopravvivere.





