In attesa dell’enciclica di cui si sta parlando da qualche mese negli ambienti vaticani, il Papa rivolge alla Conferenza episcopale francese riunita in sessione plenaria un messaggio a proposito del tema Liturgia e Tradizione, confortando le attese che buona parte della Chiesa cattolica nutriva dal giorno della sua elezione.
Tutti si aspettavano che Leone XIV sanasse la dolorosa questione delle discriminazioni nei confronti dei cattolici che frequentano il Rito antico della messa o Vetus Ordo o messa tridentina, il quale rappresentò l’oggetto del primo motu proprio emanato da Benedetto XVI appena salito al trono, quel Summorum pontificum che, dopo decenni di statuto incerto, proibizioni e abusi punitivi, ribadiva la piena legittimità del Rito antico e dell’ultima edizione del Messale preconciliare «mai abrogato». Proprio con questa espressione Benedetto XVI intese ribadire un concetto teologico molto chiaro e una norma canonica altrettanto innegabile: la Chiesa non può contraddire la Tradizione e nessuna norma può abrogare ciò che è stato costituito come «inemendabile» ex cathedra come San Pio V fece a proposito della forma canonica della messa cattolica con l’enciclica Quo primum tempore nel 1570. E malgrado quanto sostenuto da qualche liturgista improvvisato, rimasto di moda giusto nel periodo di Santa Marta, mai nessuno, tantomeno il Concilio, ha sostenuto che il Rito antico non valesse più e che la nuova messa postconciliare fosse l’unica valida e lecita. Bergoglio, che di liturgia poco si interessava e che sul tema fu severo censore, consigliato da chi sosteneva che a frequentare la messa in latino fossero i suoi nemici politici che «mormoravano contro di lui», irritualmente e sorprendentemente mise in discussione le profonde e sagge conclusioni del suo predecessore con il motu proprio Traditionis Custodes, facendo tornare sostanzialmente il Rito antico a una condizione giuridica strettamente postconciliare previo permesso esplicito dei vescovi per ogni celebrazione e rendendo pressoché impossibile la somministrazione dei sacramenti nonché annullando i riti della Settimana santa. È però anche vero che -narrano le cronache di Santa Marta - quando qualche zelante consigliere sottopose a Bergoglio l’atto finale per la proibizione definitiva del Rito antico perché «frequentato da troppi giovani», il gesuita drizzò le orecchie e di fronte a tanta ostentata urgenza si rifiutò di firmare, intuendo che le ragioni della politica sopravanzavano quelle della liturgia e della Chiesa.
Ieri Leone XIV ha usato parole molto chiare parlando appunto di «ferita dolorosa riguardante la celebrazione della messa, sacramento stesso dell’unità», dichiarandosi «particolarmente attento» di fronte al fenomeno della crescita delle comunità tradizionaliste ed auspicando «un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità; un modo di guardare che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede». Ancora una volta Leone XIV dimostra tutta la sua competenza affrontando il cuore della questione per come fu presentato da Marcel Lefebvre a Paolo VI in termini sostanzialmente incontestabili: «Santità, perché tolleranza con tutti tranne che con noi?». Leone XIV auspica «soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio», sbilanciandosi direttamente sul tema come mai nessun pontefice postconciliare ha fatto in termini così diretti. E lo ha fatto citando lo stesso Concilio, proprio secondo gli aspetti che nel corso dei decenni si sono mostrati maggiormente funzionali a tutti coloro che si sono visti autorizzati alle più varie e spesso fantasiose sperimentazioni.
Stando strettamente al richiamo di Leone XIV, per come inteso dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, nulla osterebbe affinché, ovunque vi fosse un’esigenza pastorale, si usasse il Rito antico senza limiti fin da ora, ma sarebbe ingenuo cadere in facili ottimismi ignorando la contrarietà di molti episcopati e le resistenze degli ultimi modernisti in Curia. Questa rinnovata ermeneutica dell’accoglienza ha un chiaro significato pastorale ed è quello del filo che dalla commissione Ecclesia Dei istituita da Giovanni Paolo II ha poi proseguito nell’apertura di Benedetto XVI e viene oggi riannodato attraverso la riacquisita centralità della norma «lex orandi, lex credendi» che i milioni di frequentatori del Vetus Ordo nel mondo stanno ribadendo con la loro presenza e le loro adesioni.
La scelta della Francia non è stata un caso: Francia, Stati Uniti e Italia sono infatti i luoghi dove la rinascita liturgica cattolica è più presente, una rinascita che, al contrario di quanto poteva avvenire anni fa, non rappresenta più una semplice zattera di sopravvivenza e di preservazione di un antico tesoro ma si pone ormai ovunque come vero e proprio motivo di interesse e stimolo anche per tutti coloro che non possono non sentirsi toccati dal sacro pur vivendo nel mondo del nichilismo instaurato.
Come accade sempre nei convegni accademici, i momenti più interessanti non sono le prolusioni ma i capannelli finali o le cene, quando le discussioni diventano più autentiche e ricche. Le recenti Conferenze sull’Anticristo di Peter Thiel a Roma non hanno fatto eccezione e, tra i vari temi trattati dopo il momento centrale, è emerso quello del mondo universitario come realtà ormai destinata al declino. Secondo Thiel, che sostiene questa tesi sin dai tempi di Stanford, l’università non rappresenta più il luogo privilegiato della ricerca intesa in senso ampio, bensì un’istituzione concettualmente obsoleta, momento terminale del percorso dell’Universitas medievale e del modello ottocentesco humboldtiano.
Il primo problema individuato da Thiel consiste nella progressiva erosione del dialogo interdisciplinare tra le varie facoltà, una volta simbolo stesso dell’idea di contaminazione dei saperi e di stimolo reciproco. Fisica e filosofia, economia e antropologia, biologia e storia operano oggi come entità isolate, prive di un linguaggio comune e di un orizzonte condiviso, e ciò a causa della specializzazione estrema imposta dal modello filosofico positivista-marxista del Secondo novecento, sfociato nella conseguenza pratica della produzione di pubblicazioni sempre più settoriali e specifiche finalizzate a carriere interne e presidio dei temi. Qualcuno mise in guardia sul fatto che «la scienza non pensa», e l’aver negato l’idea di pensiero unificante giunge oggi al suo approdo finale: il sapere inteso come insieme di discipline tecniche ha volutamente rigettato la domanda sul senso complessivo per concentrarsi sull’accumulazione di dati, producendo così l’inevitabile e prevista frammentazione. Ad oggi l’università non è più in grado di formare élite capaci di pensiero sintetico ma iperspecialisti funzionali al mercato e incapaci di affrontare sia le questioni più ampie sia le necessarie sintesi alla base della creatività teoretica.
Su un quadro già minato nelle sue radici filosofiche, nell’ultimo decennio si è poi abbattuta la tempesta carnascialesca del woke, che ha sfigurato programmi universitari, cattedre e facoltà inducendo lo studio obbligatorio di conoscenze di tipo sostanzialmente religioso basate sul fine ideologico di creare nuove generazioni subordinate a dogmi politici globalisti. Oggi in ambito accademico gli argomenti decisivi dal punto di vista politico, filosofico, sociologico o psicologico non possono accedere ufficialmente alla cosiddetta «ricerca empirica» ma devono aderire a un quadro normativo predefinito: dati biologici sul sesso, studi sulla genetica del quoziente intellettivo o valutazioni comparative tra fonti energetiche vengono respinti non per insufficienza metodologica ma per incompatibilità ideologica. La cancel culture non rappresenta un fenomeno marginale ma un meccanismo sistemico di controllo epistemico e, se è vero che la verità è un «esercito di metafore», l’assetto woke dell’università contemporanea decide quali metafore sono ammesse e quali devono essere espulse.
Thiel ha sintetizzato questa evoluzione definendo il woke come «il nuovo comunismo» e osservando che, al pari della lotta di classe marxista, i «nuovi diritti» sostituiscono l’indagine aperta basata sul reale attraverso un criterio di ortodossia. A questo proposito Thiel si rifà alla sua idea negativa di katechon e usa l’università come metafora del sapere trattenuto dall’ideologia che ha come esito il proseguimento del nichilismo e il freno al salto quantico che guida da sempre le scoperte umane: ciò che Thiel chiama salto «da zero a uno».
Qui si tocca un tema politico fondamentale - reso evidente peraltro anche qui in Italia dall’esito del referendum - che consiste nell’idea di «conservatorismo degli assetti di potere» la cui radice si trova proprio nell’idea di sapere non più inteso come «scoperta» ma come dispositivo di controllo. E non è certo un caso se non soltanto nelle discipline umanistiche si registra una stagnazione ormai consolidata - i filosofi parlano ancora di «postmodernità» e di «pensiero analitico» come trent’anni fa - ma anche nella punta teoretica avanzata della meccanica quantistica ci si ritrova su argomenti stagnanti e problemi insoluti ormai da anni. Di fronte a un simile blocco sistemico, Thiel esclude la possibilità di una riforma graduale: l’unica via percorribile è un salto culturale trainato da nuove realtà che nascano al di fuori del vecchio mondo accademico. Esperimenti concreti come le fellowship, che implichino totale libertà scientifica, o la nascita di nuovi istituti indipendenti rappresentano i segni di una possibile rinascita, ma sul piano sistemico occorrono misure più radicali: la rottura del monopolio del titolo di studio, il superamento del finanziamento pubblico centralizzato e la creazione di «antiuniversità» come sta accadendo in alcuni casi anche in Europa. Ma sopra tutto ciò aleggia la grande ipoteca dell’Intelligenza artificiale: nell’intervista del 2024 con Tyler Cowen, Thiel osservava che l’Ia renderà obsoleti i «filtri matematici» tradizionali delle ammissioni alle facoltà scientifiche ma, per quanto riguarda invece l’essenza stessa del pensiero umano, e cioè la facoltà intuitiva che seleziona e modella le idee, non è possibile pensare che un Large Language Model possa giungere all’originalità della scoperta, ed è proprio su questo punto che l’università può essere ripensata dalle fondamenta.
Antonio Gramsci aveva capito tutto: per cambiare il mondo bisogna occupare i posti di potere. Ma ora che l'occupazione è avvenuta, nelle scuole e università, nella magistratura e nei media, secondo Boni Castellane, della rivoluzione non è rimasta traccia. È rimasto solo il dominio.





