In una delle ennesime casualità della narrazione globale, sia un intellettuale che fa il politico come Richard Dawkins, sia un politico che fa l’intellettuale come Walter Veltroni, decidono in maniera casualmente coordinata che sia giunto il momento di dialogare con l’Intelligenza artificiale - entrambi con la stessa, quella più «di sinistra» - simulando una sorta di Test di Turing per capire fino a che punto l’IA possa essere un interlocutore dell’uomo.
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
Proprio nel momento meno previsto il sentimento diffuso, il clima culturale, il sistema simbolico che governano le masse smettono di accettare una narrazione e di colpo la rigettano smascherandola come oppressiva, disonesta ed ambigua.
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
I media novecenteschi, quasi tutti schierati convintamente a sinistra, hanno tutto l’interesse a derubricare l’ennesimo tentato omicidio politico avvenuto negli Stati Uniti come qualcosa di usuale, come una parte fisiologica della dialettica politica.
Eppure ancora una volta, dopo la pallottola che aveva colpito di striscio Donald Trump in campagna elettorale e dopo quella che ha ucciso Charlie Kirk, stiamo assistendo allo spettacolo della violenza omicida completamente metabolizzata e resa componente etica da un mondo a se stante che per caratteristiche e dinamiche somiglia sempre più a un manicomio. Ma non a un manicomio criminale con i pazienti idrofobi, sedati e costretti nelle camicie di forza, piuttosto ad uno di quegli istituti di cura così sereni e tranquilli nei quali i pazienti indugiano in attività ricreative insieme alle infermiere.
Occorre prendere atto che ciò a cui si sta assistendo è qualcosa che ormai va oltre la contrapposizione politica e che travalica lo schema di violenza estrema tipicamente novecentesco che vedeva l’analisi marxista-leninista della società centralizzare l’idea di violenza come strumento necessario ai fini rivoluzionari. Secondo lo schema terroristico le forze che facevano uso dell’omicidio politico ne rivendicavano la funzione senza negarne l’essenza problematica: le armi dovevano essere impugnate per mere esigenze rivoluzionarie accettando, allo stesso tempo, di considerare i crimini come passaggi necessari per giungere al bene supremo. Oggi l’esito polarizzante cui è giunta la sinistra statunitense oltrepassa l’idea stessa di «fine rivoluzionario» e stabilisce per la violenza estrema una vera e propria accettazione etica priva di tragicità e priva, soprattutto, di consapevolezza.
La scomparsa o la marginalizzazione delle posizioni di «sinistra civile» ha riscritto i termini del dibattito e della comunicazione rendendo efficaci unicamente gli argomenti che hanno come punto di caduta l’eliminazione fisica del nemico. Questo assetto ha un nome preciso, un nome che già da qualche tempo viene sussurrato ma che ormai raggiunge aspetti di vera a propria evidenza oggettiva: guerra civile. Una guerra civile perpetua a bassa intensità che si nutre, e non è certo un caso, dei sostegni che le stesse Ong di sinistra hanno diretto - come recenti inchieste giudiziarie stanno svelando - alle più estreme e folkloristiche organizzazioni di estrema destra, una su tutte il Ku Klux Klan.
Tale dinamica autoalimentante ha reso impossibile ogni correzione interna e ha reso illegittimo ogni orizzonte di coappartenenza nazionale per tutti coloro che non si schierano attivamente e con la massima violenza, verbale o fisica, dalla parte «giusta». Al punto in cui si è giunti, lo stesso Partito democratico statunitense non può più nemmeno imboccare la strada che scelse il Pci dissociandosi dalle Brigate rosse giacché la netta maggioranza dell’elettorato progressista si percepisce ormai in stato di guerra permanente e il freno non funziona più. Il risultato è una radicalizzazione endogena: ogni critica interna viene letta come tradimento, come concessione al nemico totale, in una spirale che rende impossibile la distinzione tra dissenso e incitazione. La sequenza mentale di Cole Allen, l’attentatore di Washington che ha scritto un «manifesto» per spiegare il proprio gesto, rappresenta il diagramma perfetto della psicosi collettiva progressista. In esso si denuncia il complottismo mentre si costruisce l’intera narrazione sui complotti alimentati dai media nei confronti di Trump riproducendo esattamente quel comportamento patologico che un tempo la psichiatria classificava come «dissociazione». In una sorta di delirio neomanicheo l’attentatore arriva a scrivere che non può tollerare che Trump, con le proprie azioni, «macchi le sue mani» classificandosi così come uno di quei «vendicatori psicotici» una volta casi isolati ma oggi innumerevoli ed immersi in un immenso brodo di coltura alimentato dai media e fatto esplodere dai social.
Nel profilo individuale dell’attentatore si trova tutta l’inquietante documentazione dello stato di conflitto permanente nel quale si trova la società americana: un individuo altamente scolarizzato, non isolato e la cui vita e le affermazioni sui social si sovrappongono perfettamente a quelle di milioni di altri individui a lui simili. Proprio qui, in questa non eccezionalità di un omicida politico, sta il punto della questione che deve indurre necessariamente a due riflessioni ormai ineludibili: la prima, su quali e quante siano le responsabilità di media e figure di vertice che hanno alimentato per anni la narrazione della guerra civile - Cole Allen è anche un attivista «No Kings» - sino a giungere all’ipernormalizzazione delle devianze psichiche intese a volte come ulteriori «nuovi diritti» da proteggere e coltivare.
In secondo luogo, appare ormai ineludibile riflettere sulla deriva di massa, dagli insegnanti ai più innocui bibliotecari, della normalizzazione dell’omicidio politico, non più appannaggio esclusivo di dostoevskijani gruppi terroristici. Tutto ciò sta rendendo la sinistra politica che ha accettato di espellere l’idea stessa di «convivenza civile» non più una forza di compensazione dei conflitti ma un vero e proprio problema sociale.





