Da quando, con la Pandemia, l’Occidente ha scelto di instaurare la biopolitica, sempre più persone si sono viste costrette a utilizzare categorie novecentesche per comprendere eventi di nuovo tipo, frutto di dinamiche altre, inedite e sino a quel momento soltanto ipotizzate.
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Mentre Leone XIV in visita apostolica in Spagna si reca a pregare nella Cattedrale di Santa Croce a Barcellona rendendo omaggio al Crocifisso di Lepanto, quello imbarcato sulla nave ammiraglia della flotta spagnola durante la battaglia del 1571, la Conferenza episcopale italiana rende note le «Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale», un documento che desta ben più di un interrogativo.
Non è possibile infatti non scorgere in esso un lessico dai connotati improntati ad un velato immanentismo dove le «relazioni reali e vitali tra battezzati» vengono ricondotte a «corresponsabilità differenziata» e a «modi evangelici di rapportarsi tra uomini e donne» e dove il termine «evangelico» diventa mera etichetta di correttezza relazionale, mentre svanisce il riferimento alla comunione trinitaria come principio trascendente.
L’accento viene posto quindi non più sulla partecipazione all’Essere divino ma sull’esigenza orizzontale di «quote rosa» e di pari rappresentanza, esattamente come nei protocolli politicamente corretti delle aziende e delle istituzioni pubbliche. Una Chiesa che ci ha ormai abituato all’inclusività come criterio-guida accetta di essere ridotta a un «luogo di relazioni» analogo a un centro culturale laico, dove la missione evangelica si traduce in discernimento collettivo anziché in annuncio kerygmatico.
Singolare come mentre il Papa nei suoi interventi e nei suoi gesti mostri di comprendere le dinamiche urgenti e tragiche del mondo postcristiano, alcune Conferenze episcopali sembrino ferme agli anni Settanta dello scorso secolo, in costante ricerca di quella «attuazione del Concilio» che, se intesa secondo linee ambigue, non può che portare agli stessi esiti fallimentari cui le varie confessioni evangeliche sono andate incontro negli ultimi anni. Il documento parla poi di «forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali» e invoca «forme di esercizio pastorale in équipe» con «presenza delle donne in ruoli di autorità e di guida», configurando così una critica esplicita alla struttura gerarchico-sacramentale cattolica la quale - ci imbarazza doverlo ricordare - è stata istituita da Cristo stesso e incessantemente confermata dalla Chiesa nel corso dei secoli.
Sembra quasi che qualcuno auspichi il passaggio dall’auctoritas alla pura potestas democratica dove l’autorità non è più derivata dall’ordine sacro ma dal consenso assembleare, esattamente come nelle Chiese riformate che hanno già abolito l’episcopato monocratico - quello strano riferimento viene proprio da qui - pensando ad una sinodalità che diventa sinonimo di «democratizzazione interna», con il rischio concreto di trasformare il vescovo in moderatore di assemblea e il presbitero in facilitatore di processi. E chissà che quel clericalismo che si vuole decostruire non venga trasferito proprio a quei laici «coinvolti nel processo» facendone così dei chierici-laici che del clericalismo e delle sue dinamiche mostrano da anni di essere edotti. Del resto la Germania con il «Synodaler Weg» e lo stesso Belgio, hanno già sperimentato esattamente questo modello, con donne co-presidenti di consigli diocesani e relativo calo verticale delle messe domenicali, evidenziando come il modello di una Chiesa-centro culturale che amministra discorsi invece di sacramenti sia destinato a farsi circolo sempre più piccolo e percepito come inutile. Ma forse l’aspetto più preoccupante di questa impostazione sta nel rivolgersi pertinacemente e costantemente solo a chi già condivide il paradigma sinodale ignorando la massa silenziosa di cattolici tradizionali, rurali, anziani, e soprattutto escludendo i giovani che del Concilio mai hanno sentito parlare e che vorrebbero invece sentir parlare di Dio, Cristo, giudizio, morte, resurrezione, salvezza, civiltà cattolica e valori.
Forse occorre ricordare che la Chiesa non è un partito che corteggia la sua base elettorale ma il «sacramento universale di salvezza», come ci ricorda la Lumen Gentium, e forse ridurla a spazio sicuro per minoranze ideologiche significa trasformarla in una sorta di setta neopelagiana. Curioso che una realtà tutto sommato viva come quella italiana insegua altre esperienze sinodali in piena crisi quando invece i dati Istat 2025 e le rilevazioni Cei interne mostrano che la pratica religiosa regge solo nelle diocesi più tradizionali mentre le parrocchie «sinodali» perdono costantemente fedeli. Senza dimenticare, infine, che nel frattempo il ritorno al Rito antico, specialmente tra i giovani, cresce del 18% all’anno suggerendo che forse l’auspicio più grande di tutti sarebbe quello di giungere a una definitiva riconciliazione tra tutte le varie anime che la Chiesa ha suscitato a partire dalla metà del secolo scorso, tornando a essere semplicemente quella di sempre.
Spesso per comprendere il mondo è molto più utile soffermarsi su dettagli concreti che su ampie analisi ipotetiche, anche perché quel particolare tipo di spacciatore di analisi ipotetiche che prende il nome di «esperto» quasi sempre non porta argomenti reali ma chiama i propri auspici «verità».
E non è quindi un caso se ciò che sta avvenendo in alcune zone della Francia stia attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo, tanto da portare la Bbc a dedicarvi un approfondimento che sta producendo emulazione in tutta Europa.
Stiamo parlando dell’iniziativa che prende il nome di Le Canon Français e che consiste nell’organizzazione di «banchetti giganti» - banquets géants: l’equivalente delle sagre italiane - in varie regioni della Francia, di solito in luoghi storici e suggestivi. I partecipanti pagano una quota d’iscrizione che si aggira sui 70 euro e hanno un pranzo tradizionale a base di prodotti e vini del terroir senza limitazioni di quantità. L’atmosfera è conviviale, contraddistinta dal canto spontaneo di motivi della tradizione francese, dalla presenza di gruppi di musica popolare e, ultimamente, di sempre più frequentatori in abiti tradizionali regionali.
L’obiettivo è valorizzare il patrimonio gastronomico e culturale francese, la convivialità reale e le radici locali in opposizione alla socialità digitale, ma col passare del tempo il fenomeno è talmente cresciuto da rappresentare ormai una vera e propria occasione di rilancio dell’agricoltura e dell’enogastronomia locale innescando meccanismi virtuosi di produzione e vendita e di conseguente valorizzazione del territorio e contrasto al degrado.
Fino a qui rimarremmo dalle parti delle sagre italiane - vera eccellenza mondiale - e si tratterebbe soltanto di un «ritorno» a ciò che nelle campagne di tutta Italia (e spesso anche in Francia) avveniva fino a una trentina di anni fa. Ma saremmo ingenui se credessimo che qualcuno non trovasse in queste iniziative motivo di scandalo politico e di indignazione morale.
Ebbene sì, il partito di Mélenchon e tutto il carrozzone della sinistra woke francese - la stessa che, in combutta con i vescovi, ha concesso pochi giorni fa a Barbara Butch, la «sacerdotessa» della parodia dell’Ultima cena alle Olimpiadi di Parigi, alcune chiese per allestire installazioni sui temi omotransessuali - ha individuato nei banchetti di Le Canon Français una vera e propria emergenza politica. Le accuse sollevate sono di «manifestazioni razziste e non inclusive», di «violenza simbolica verso i musulmani» per la presenza di piatti a base di maiale e di «discorsi razzisti» che si terrebbero durante i banchetti, tanto da arrivare a sporgere varie deliranti denunce che purtroppo hanno trovato accoglimento da parte della magistratura nei casi di Caen e Quimper.
Ed eccoci dunque giunti all’occasione di comprensione sociologica basata su piccoli episodi simbolici: in Francia due mondi si stanno ormai costituendo nelle forme dell’irriducibilità dell’uno nell’altro, ma mentre il mondo della normalità si limita a esistere e a compiere il più sano, primario, sacro, tradizionale e innocuo dei comportamenti umani - la convivialità - l’altro mondo non riesce ormai più a uscire dal proprio avvitamento psicotico fatto di empatia suicida, pedagogismo isterico e nichilismo totalizzante. Da un lato si vede la Francia rurale che si abbevera all’acqua pura della tradizione, trasformando la convivialità in reali momenti di gioia comunitaria; dall’altro lato alcune persone incapaci di accettare la presenza dell’altro da sé invocano il rinnegamento obbligato per legge delle proprie radici culturali con gli auspici dell’imam della Grande Moschea di Parigi che definisce i menù a base di maiale «un atto di esclusione simbolica» - e ciò senza riflettere su come questa affermazione potrebbe porsi nei confronti del Ramadan nelle scuole. In realtà questa iniziativa - al di là delle polemiche dei matti che come sempre portano il successo a tutto ciò che attaccano - è il segnale di una profonda risposta di civiltà, in particolare da parte dei giovani che stanno sviluppando meccanismi sociali di immunizzazione prefigurando una rigenerazione culturale spontanea basata sull’idea di tradizione non come reliquia ma come forza viva di resistenza.
In fondo è ciò che sta accadendo tra i giovani cattolici di tutto il mondo in relazione alla riscoperta del Rito antico della messa o al sempre maggiore rifiuto dei meccanismi folli d assurdamente infondati che regolano i programmi universitari o i criteri di selezione ai corsi. Si stanno creando, in modi diversi e necessariamente legati alle tradizioni che i vari contesti geografici, etnici e culturali ispirano, delle vere e proprie oasi di vitalità, di risposta e di rinascita nei confronti di una cappa ideologica giunta ormai al limite di sopportazione. E ciò non può non riportarci alla vecchia e santa idea che ricostruì l’Europa dopo le invasioni barbariche, a quella «opzione Benedetto» che vide, a partire da Subiaco, Montecassino, Norcia, Cluny, i luoghi di ritiro e preservazione delle forze spirituali che costituiscono l’uomo in quanto tale. Un uomo che, rigenerato dopo la barbarie e il caos, seppe preservare e riproporre la civiltà non per «dovere morale» ma perché così funziona il mondo.





