I cattolici presenti nell’attuale amministrazione Usa, probabilmente quella con più cattolici della storia, si stanno trovando in singolare contrapposizione con gli esponenti del «protestantesimo sionista» e non certo per motivi squisitamente religiosi quanto per le implicazioni geopolitiche che le convinzioni basate sul dispensazionalismo generano.
Dopo l’eccellente inquadramento della questione politica fatto da Martino Cervo, potrebbe essere interessante approfondire l’impostazione teologica, e i rischi connessi, che anima questa particolare posizione in seno al movimento evangelico statunitense. Con il termine «dispensazionalismo» si intende una particolare corrente teologica, nata nell’Ottocento in ambito quasi esclusivamente americano, che rappresenta una delle forme più influenti di interpretazione letteralista della Bibbia, con particolare attenzione all’Antico testamento. Fondato da John Nelson Darby, il dispensazionalismo deve il suo nome all’idea secondo la quale la Storia sarebbe divisa in «dispense» (o capitoli): sette periodi distinti in cui Dio tratta l’umanità secondo regole diverse generando così i diversi periodi storici. La novità più radicale è la distinzione netta e permanente tra Israele, cui spetta la promessa di dominio terreno «divina e perciò irrevocabile», e la Chiesa intesa come prefigurazione momentanea ed esemplificativa degli Ultimi tempi.
Quella che nacque come corrente ermeneutica si impose presto presso tutte le principali confessioni protestanti americane come la lettura principale della Bibbia, in particolare dei passi di più difficile interpretazione, sino ad assumere nel Novecento connotati apertamente sionisti in quanto l’istituzione dello Stato d’Israele viene vista come il compimento di una delle «dispense» della Storia. A causa della centralizzazione, tipicamente luterana, della Lettera ai Romani, tutto il protestantesimo americano legge non solo sé stesso come «la nuova Israele» alla conquista della «città sulla collina» ma, in particolare, considera gli ebrei tuttora «popolo eletto» malgrado il non riconoscimento di Cristo e legge tale rifiuto come una necessità provvidenziale in funzione apocalittica.
Su questo punto si gioca tutta la delicata questione del «sionismo evangelico» e cioè dell’idea in base alla quale per ottemperare al proprio ruolo apocalittico i cristiani devono riconoscere a Israele la preminenza nel dominio «su ciò che è stato loro promesso» (la terra) mentre devono tenere per sé l’aspirazione per «il Regno dei cieli». Così facendo, si compirà l’Apocalisse, Israele edificherà il terzo Tempio e Cristo tornerà nella sua seconda e ultima venuta durante la quale anche gli ebrei lo potranno riconoscere come Messia giacché i segni richiesti per tale riconoscimento saranno realizzati dall’avvenuta ricostituzione del Regno d’Israele e nulla si frapporrà più alla «fine dei tempi».
Guardandoci bene dall’affrontare qui gli aspetti scritturistici, ermeneutici e teologici della questione - e limitandoci, in attesa della sua beatificazione prevista per settembre, a citare il vescovo americano Fulton John Sheen: «Grazie a Dio sono cattolico» - non possiamo fare a meno di notare come tale impostazione teologica si sia fatta, in più di un esponente del governo Usa tra cui lo stesso Pete Hegseth, vera e propria motivazione geopolitica. Ritenere, infatti, che sia un obbligo religioso dei cristiani sostenere sempre e comunque Israele nella sua politica estera, corre il rischio di portare ad una sorta di neopelagianesimo, cioè di «autosalvezza». Secondo questa prospettiva, infatti, l’uomo opera la propria redenzione senza attendere la Grazia ma, anzi, imponendo il proprio disegno con la forza, giungendo a considerare il sacrificio degli altri - le vittime dei conflitti bellici - come prezzo necessario per «indurre» la venuta del Messia. In quest’ottica non sarebbe dunque Dio a salvare l’uomo nella storia, ma sarebbe la storia, e la potenza militare, a confermare l’elezione divina.
In questa ennesima riproposizione del messianismo, i fatti del presente sarebbero sempre e comunque giustificati dal futuro, un futuro che, se ancora non si è realizzato, è perché non si è portato sino alle estreme conseguenze basate sui fatti del presente. E non è un caso se a fuoriuscire da questo circolo vizioso la Chiesa cattolica abbia provveduto da tempo non soltanto, con Tommaso e Agostino, riconoscendo alla guerra la natura di «conseguenza del peccato» e mai di «strumento eletto», ma accettando per sé quel ruolo di «trattenitrice del male» di cui si parla nella Seconda lettera di San Paolo agli Efesini e che già Carl Schmitt riconobbe nella sua declinazione politica.
Si spiegano, dunque, così gli attacchi che alcuni esponenti del governo Usa hanno condotto prima al cattolicesimo e poi al Papa, giacché il realismo cattolico non può non porsi naturalmente contro ogni messianismo politico, non può sottrarsi dal riconoscere che ogni salvezza conquistata sulla Terra non è altro che escatologia immanentizzata, cioè il solito tentativo di dire che se non c’è niente oltre il mondo allora la salvezza è la conquista dei beni terreni, del potere e della forza, tutti segni della benedizione di Dio. Lo stesso discorso che qualcuno fece a Cristo dal pinnacolo del Tempio.
In un recente intervento Leone XIV affronta il tema decisivo del ruolo del digitale e dell’Intelligenza artificiale nella vita delle persone e lo fa mostrando sensibilità molto attuali proprio nel momento in cui il dibattito teorico sulla questione si divide tra «eticisti», «apocalittici» e «accelerazionisti».
Occorre tuttavia prendere atto che se da una parte l’intenzione di introdurre barriere etiche a monte sconta il difetto del dover necessariamente fidarsi degli architetti dei modelli che governano le Ia, anche e soprattutto nei casi in cui l’introduzione di barriere etiche confligga con l’efficacia dei risultati operativi attesi, e se la visione apocalittica non produce in effetti alcun risultato concreto se non il consegnare l’Ia nelle mani di coloro che mostrano le peggiori intenzioni in termini di nichilismo e di deriva transumanista, la soluzione forse consiste nel creare, al di fuori del mondo digitale, delle «isole di sopravvivenza» nelle quali formare gli strumenti critici e gli antidoti concettuali imprescindibili per poter pensare di affrontare il nuovo mondo costruito con l’Ia e dall’Ia. E siamo confortati nel sapere che anche il Santo Padre indica sostanzialmente in questi termini l’approccio più corretto alla questione.
Di fronte al rischio della bolla autoreferenziale e alla deriva poststrutturalista della sostituzione del mondo reale con il mondo dei simulacri, proprio per come lo previde Jean Baudrillard, ci troviamo oggi di fronte al rischio di una realtà mediatizzata che sostituisce l’esperienza diretta, trasformando così implicitamente la verità in prodotto algoritmico. Nelle parole del Papa la sfera pubblica diviene in questo modo l’insieme di sfere private collettive, le cosiddette «camere dell’eco», dove l’altro viene primariamente riconosciuto come minaccia e non come interlocutore. Tale deriva non è scevra da conseguenze antropologiche e siamo certi che Leone XIV, nel momento in cui denuncia questo rischio, abbia ben presente il discorso levinasiano della perdita dell’incontro con il volto dell’altro. Il rischio ormai è che non esista più alcun altro né alcun volto, il tutto sostituito da dinamiche che parlano il linguaggio telematico del like, del blocco o dell’attacco al nemico disumanizzato, sempre più inerendo alle dinamiche tipiche dell’odio tribale.
In tutto ciò, oltre al rischio di tribalismo orizzontale, appare con molta chiarezza il rischio di controllo verticale dei contenuti e di contraffazione del dato del reale in funzione narrativa. Mentre appare sempre più irrilevante il ruolo degli autonominati «fact checker», si sta delineando la vera questione del rapporto con la verità: cosa, cioè, sia in grado di arrivare nell’ambiente digitale e, soprattutto, come, in che forma e secondo quali tempi. Il grande tema del deep fake appare ormai ineludibile, a maggior ragione considerando i tempi di miglioramento costante delle Ia, e ciò non solo e non tanto dal lato dell’utenza dal basso quanto da quello delle agenzie di validazione ormai in grado di sostenere le narrazioni funzionali attraverso la costruzione dal nulla di eventi complessi, di persone apparentemente «reali» ma inesistenti e di ambienti digitali volutamente ambigui, al fine di creare il senso di derealizzazione necessario al controllo esteso delle masse.
Quando il Papa parla di «ridefinizione della realtà consensuale» non possiamo non pensare alle conseguenze più pericolose di norme come lo stesso Digital Service Act dell’Unione europea, la legge che Emmanuel Macron sta utilizzando non solo per proibire inutilmente l’accesso ai social ai minori ma per introdurre un sostanziale regime di sorveglianza statale su tutti i contenuti presenti in Rete. Ed eccoci così giunti proprio a quell’iperreale di cui parlava Baudrillard, quell’ambiente basato sulla replica digitale del verosimile, funzionale alla sostituzione del reale con il «dover essere» ideologico. In questo modo la realtà stessa può essere presentata come «violenza» e l’assurdo può assurgere a obiettivo politico o a «nuova normalità», il tutto senza mai abbandonare l’ottica del controllo. Ed è proprio in questo contesto che affiora quella che forse è l’unica possibile soluzione: non la continua rincorsa proibizionista o l’iper-regolazione statale, così cara alla Ue e volta sostanzialmente al rafforzamento del controllo, ma una vera e propria inversione d’uso: un concepire l’ambiente digitale non come nativo, un prendere atto che la definizione di «nativi digitali» non designa un vantaggio ma uno svantaggio, e un costruire di conseguenza ambiti reali e preliminari, mai abolibili e sempre pronti all’accoglimento, nei quali costruire l’arsenale di strumenti critici atti alla comprensione, alla decostruzione e all’utilizzo consapevole del mondo digitale, in particolare dell’IA.
La preservazione di una sfera - pubblica e privata - offline, che impedisca al «totalitarismo soft» delle narrazioni verticali di estendere il proprio dominio sino all’abolizione del reale. Non ci stupisce che il pensiero del Successore di Pietro vada in questa direzione, anche perché la Salvezza o è reale o non è.
Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.





