L’Odissea stile woke sarà un flop nelle sale ma il vero obiettivo è ingigantire il nemico
Si sta sviluppando un interessante ed indicativo dibattito a proposito della resa cinematografica dell’Odissea operata da Christopher Nolan, in uscita per luglio a ridosso delle celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario dell’Indipendenza americana.
Il dibattito inerente il film travalica il significato puramente cinematografico e si pone come vera e propria questione culturale. L’Odissea di Nolan appare come la grande epopea che avrebbe dovuto celebrare l’instaurazione del potere woke se avesse vinto Kamala Harris. Un’epopea il cui significato non consiste semplicemente nella «resa Netflix» di un racconto per come siamo stati abituati negli ultimi anni, con i promemoria gender e la cancel culture che sbucano in ogni vicenda storica, ma un’impresa ben più ideologicamente ambiziosa, un’impresa che consiste nel prendere uno dei testi fondanti la cultura occidentale e riscriverlo secondo i criteri dettati dal sistema dei «nuovi diritti».
L’Odissea di Nolan prevede che la parte di Elena di Troia, uno dei pochissimi personaggi descritti fisicamente da Omero e definita dall’appellativo «leukolenos» (dalle bianche braccia), più volte tratteggiata come «bionda», sia impersonata da Lupita Nyong’o, sconosciuta attrice keniana che oltre al ruolo di Elena fa anche quello di sua sorella Clitemnestra - altra forzatura di Nolan in quanto non vi è nessuna sovrapponibilità tra le due figure ma non scendiamo troppo in dettagli omerici. Il ruolo di Achille, l’eroe virile e guerriero, simbolo della forza e dell’eccellenza fisica, il semidio vulnerabile solo nel tallone, è stato affidato ad Ellen Page, l’attrice già utilizzata da Nolan in Inception che nel frattempo ha intrapreso un percorso di transizione sessuale chimica e chirurgica ed ora si presenta al pubblico come Elliot Page. Si tratta di una figura esilissima e dall’aspetto particolarmente fragile la cui scelta nel ruolo di Achille non può non essere apertamente provocatoria. Nella parte del bardo Demodoco, il cantore omerico che recita poesie epiche alla corte dei Feaci, è stato scelto il rapper afroamericano Travis Scott, unica scelta sulla quale lo stesso Nolan si è già pronunciato affermando che «il rap è l’equivalente moderno della poesia orale antica» con buona pace di tutte le considerazioni sull’«appropriazione culturale» che ci siamo sorbiti negli ultimi anni. La traduzione sulla quale Nolan si è basato per la resa cinematografica è quella di Emily Wilson, una sorta di Michela Murgia inglese che nel fornire una versione già ampiamente stroncata dai grecisti per palesi errori di traduzione, ha rivendicato l’uso militante dell’epica antica in chiave di «riscrittura dei ruoli sessuali e lotta al patriarcato».
Stabilito dunque che non andremo a vedere questo film, veniamo ora alla questione veramente interessante: perché un regista del peso di Christopher Nolan si assume un rischio economico e di carriera così alto dopo i fallimenti di The Marvels, Biancaneve, Lightyear, Strange World, Ghostbusters 2, Eternals, Charlie’s Angels e delle serie televisive The Acolyte (Star Wars), She-Hulk, Rings of Power, Velma, Willow, Batwoman, Cowboy Bebop, Santa Inc. e molti altri, per perdite stimate complessive delle «versioni woke», considerando tutto l’indotto, che si aggirano attorno ai dieci miliardi di dollari. La risposta immediata si trova nelle regole «inclusive» imposte dall’amministrazione Biden per chiunque voglia partecipare alla competizione per gli Oscar: a partire dal 2020, infatti, l’Academy ha lanciato gli «Standard di Rappresentanza e Inclusione» i quali richiedono che i film soddisfino almeno due di quattro criteri di diversità riguardanti razza, etnia, genere, orientamento sessuale e disabilità nei ruoli sullo schermo e nella squadra creativa. Un kolossal come l’Odissea non può certo pensare di essere escluso dalla corsa agli Oscar, seppure ormai l’effetto sia molto ridimensionato, e qualsiasi produzione pone come condizione la partecipazione alla gara per erogare i fondi. Ma questa ragione, sicuramente fondata, non è sufficiente per spiegare le quasi sicure perdite che potranno oscillare dall’ingente al catastrofico. Ancora una volta siamo di fronte all’enigma di Dylan Mulvaney, il trans che fu scelto come testimonial dalla birra Bud per portarla praticamente sull’orlo del fallimento.
Per comprendere queste dinamiche apparentemente assurde occorre ricordare il concetto leninista di «potenzialità rivoluzionaria dei conflitti» attorno al quale si fonda tutto il sistema di narrazione woke. Come stiamo assistendo in questi giorni il dibattito generato dall’Odissea di Nolan non è finalizzato a semplice «ragebait» o a strategie di marketing, in quanto le profondissime polarizzazioni di pubblico prodotte sono nemiche delle vendite; le evidenti e marcate provocazioni producono, invece, quell’insieme di scandalo, vittime e «discriminazioni» che giustificano l’esistenza di un apparato burocratico-ideologico il cui fine è estrarre dal corpo sociale la materia prima del risentimento e della spaccatura per alimentarsi e fornire servizi.
In pratica non esistono differenze sostanziali tra lo strame fatto dell’Odissea di Omero e le Ong di sinistra che finanziano o sostengono di nascosto gruppi come il Ku Klux Klan: entrambi creano o amplificano artificialmente il nemico necessario per giustificare la propria funzione, i propri finanziamenti e il proprio potere. Non si persegue la risoluzione ma la perpetuazione del conflitto senza il quale il Parastato gramsciano perderebbe la propria giustificazione esistenziale. Appare dunque chiaro che ogni forza produttiva, in questo caso l’industria cinematografica, può essere subordinata ai supremi interessi del Parastato. Dopodiché le perdite verranno accollate agli azionisti preservando così quell’assetto politico complessivo che ha scelto e collocato le figure apicali di quelle stesse aziende.
In una delle ennesime casualità della narrazione globale, sia un intellettuale che fa il politico come Richard Dawkins, sia un politico che fa l’intellettuale come Walter Veltroni, decidono in maniera casualmente coordinata che sia giunto il momento di dialogare con l’Intelligenza artificiale - entrambi con la stessa, quella più «di sinistra» - simulando una sorta di Test di Turing per capire fino a che punto l’IA possa essere un interlocutore dell’uomo.
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
Proprio nel momento meno previsto il sentimento diffuso, il clima culturale, il sistema simbolico che governano le masse smettono di accettare una narrazione e di colpo la rigettano smascherandola come oppressiva, disonesta ed ambigua.
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.





