Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante.
Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
L’episodio di Modena ha tutte le caratteristiche per rappresentare un punto di svolta nell’immaginario italiano. Nell’immediatezza del fatto l’utilizzo politico delle circostanze ha già scavato il solco, ha già indicato i ruoli di «buoni» e «cattivi» e ciò che pare essere venuto ormai meno è non solo la riflessione pacata ma l’interesse per le posizioni altrui.
Malgrado la sinistra provi a dire il contrario, gli «sciacalli» non sono quelli che indicano nell’immigrazionismo e nel fallimento dell’idea di integrazione il problema, gli «sciacalli» sono quelli che di fronte a una tentata strage secondo modalità oggettivamente «terroristiche» - che poi siano religiosamente ispirate o frutto soltanto di «frustrazione sociale» questo lo indagheranno i tribunali - si precipitano ad affermare che il colpevole è cittadino italiano, è laureato, aveva «problemi psichici» e che quindi è colpa del governo che non stanzia abbastanza fondi per le strutture di sostegno ai numerosi e sempre nuovi disagi che ogni giorno vengono scoperti.
I fondi pubblici non bastano mai, le strutture non bastano mai, l’integrazione non basta mai e se qualcosa capita che dimostra il fallimento di queste strutture allora «ci vogliono più strutture». Mentre la Casa Bianca ha adottato dichiaratamente la politica della «Remigrazione» - come attestato dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato dell’11 maggio 2026 («Our goal is not to “manage” migration, but to foster remigration») e dalla riorganizzazione del Bureau of population, refugees, and migration con la creazione di un apposito «Office of remigration», mostrando risultati concreti di oltre 2,5 milioni di rimpatri totali (più di 605.000 deportazioni forzate e 1,9 milioni di auto-rimpatri) e il primo saldo migratorio negativo negli Stati Uniti dal Dopoguerra - l’Unione europea rimane l’ultima grande entità occidentale prigioniera del dogma immigrazionista, isolandosi di fatto dal resto del mondo e confermando la propria sudditanza ideologica a un globalismo postnazionale che la trascina nell’irrilevanza esemplarmente descritta dall’incontro a Bruxelles tra la Ue e i Talebani afghani mentre Donald Trump e Xi Jinping si incontrano per riscrivere gli equilibri globali.
E provando la sensazione di abitare la retroguardia del mondo, l’episodio di Modena si pone come rivelatore ontologico di una vera e propria frattura in seno alla società. Il fatto che si stiano contrapponendo due narrazioni inconciliabili - una basata sull’ideale della povera vittima che vuole investire i passanti perché «non siamo stati in grado di integrarlo» e l’altra fondata sull’idea che un attestato di cittadinanza non trasforma automaticamente un soggetto culturalmente incompatibile in un italiano - dimostra che il fenomeno migratorio ha ormai superato il piano sociologico, assumendo un peso esistenziale che rende sterile ogni mediazione. L’idea stessa del «poteva capitare a chiunque» in base alla quale saremmo di fronte a un soggetto neutro, impersonale, il quale inspiegabilmente vuole uccidere qualcuno e per il quale ogni altra considerazione e valutazione sarebbe indice di «razzismo», non si concilia con l’impostazione esattamente opposta, impersonata quando si tratta, ad esempio, di «patriarcato», un fenomeno che i sociologi definiscono inesistente ma per il quale, invece, quando viene evocato partono le fiaccolate e la pretesa che tutti gli italiani maschi si sentano in colpa e chiedano espiazione. Ebbene, di fronte a una contrapposizione così frontale occorre prendere atto dell’inefficacia del processo dialettico basato su una società che condivide se non altro l’idea elementare di «accaduto». Venuto a mancare un orizzonte nazionale comune non esiste più sintesi, non esiste più un «terzo elemento superatore» tra chi imputa agli autoctoni la mancata integrazione degli immigrati e chi subisce i danni casuali della violenza. La tesi e l’antitesi restano irriducibili perché fondate su due ontologie politiche antitetiche: universalismo astratto da una parte ed empirismo concreto dall’altra. L’immigrazionismo cessa così di essere un problema amministrativo, umanitario o genericamente gestionale, ma diviene un conflitto permanente nel quale il nemico non è negoziabile dialetticamente e dove ogni pretesa di confronto tende in realtà a un’espulsione dell’altro dal contesto sociale. Ci troviamo dunque un passo oltre il confronto, un passo oltre il dibattito, ci troviamo nella condizione in cui ogni ulteriore sforzo di ricomposizione della questione assume i contorni dell’abbandono al demone della dialettica e forse, per non esacerbare ulteriormente lo scontro, occorrerà semplicemente prendere atto dell’esistenza di tale irriducibilità.
Ed è proprio qui, però, che deve agire la politica, se ancora non è diventata pura tecnocrazia: se esiste ancora l’idea di «ricomposizione democratica» allora chi ha ottenuto la maggioranza anche e soprattutto per affrontare i danni dell’immigrazionismo deve, con semplicità ed efficacia, procedere al taglio dei fondi che sostengono un sistema in costante e inesorabile espansione, consapevole del fatto che questa è l’unica strada pacifica e legittima per contrapporsi a un parastato gramsciano la cui costante espansione obbligata ha ormai superato i limiti di sostenibilità.





