I media novecenteschi, quasi tutti schierati convintamente a sinistra, hanno tutto l’interesse a derubricare l’ennesimo tentato omicidio politico avvenuto negli Stati Uniti come qualcosa di usuale, come una parte fisiologica della dialettica politica.
Eppure ancora una volta, dopo la pallottola che aveva colpito di striscio Donald Trump in campagna elettorale e dopo quella che ha ucciso Charlie Kirk, stiamo assistendo allo spettacolo della violenza omicida completamente metabolizzata e resa componente etica da un mondo a se stante che per caratteristiche e dinamiche somiglia sempre più a un manicomio. Ma non a un manicomio criminale con i pazienti idrofobi, sedati e costretti nelle camicie di forza, piuttosto ad uno di quegli istituti di cura così sereni e tranquilli nei quali i pazienti indugiano in attività ricreative insieme alle infermiere.
Occorre prendere atto che ciò a cui si sta assistendo è qualcosa che ormai va oltre la contrapposizione politica e che travalica lo schema di violenza estrema tipicamente novecentesco che vedeva l’analisi marxista-leninista della società centralizzare l’idea di violenza come strumento necessario ai fini rivoluzionari. Secondo lo schema terroristico le forze che facevano uso dell’omicidio politico ne rivendicavano la funzione senza negarne l’essenza problematica: le armi dovevano essere impugnate per mere esigenze rivoluzionarie accettando, allo stesso tempo, di considerare i crimini come passaggi necessari per giungere al bene supremo. Oggi l’esito polarizzante cui è giunta la sinistra statunitense oltrepassa l’idea stessa di «fine rivoluzionario» e stabilisce per la violenza estrema una vera e propria accettazione etica priva di tragicità e priva, soprattutto, di consapevolezza.
La scomparsa o la marginalizzazione delle posizioni di «sinistra civile» ha riscritto i termini del dibattito e della comunicazione rendendo efficaci unicamente gli argomenti che hanno come punto di caduta l’eliminazione fisica del nemico. Questo assetto ha un nome preciso, un nome che già da qualche tempo viene sussurrato ma che ormai raggiunge aspetti di vera a propria evidenza oggettiva: guerra civile. Una guerra civile perpetua a bassa intensità che si nutre, e non è certo un caso, dei sostegni che le stesse Ong di sinistra hanno diretto - come recenti inchieste giudiziarie stanno svelando - alle più estreme e folkloristiche organizzazioni di estrema destra, una su tutte il Ku Klux Klan.
Tale dinamica autoalimentante ha reso impossibile ogni correzione interna e ha reso illegittimo ogni orizzonte di coappartenenza nazionale per tutti coloro che non si schierano attivamente e con la massima violenza, verbale o fisica, dalla parte «giusta». Al punto in cui si è giunti, lo stesso Partito democratico statunitense non può più nemmeno imboccare la strada che scelse il Pci dissociandosi dalle Brigate rosse giacché la netta maggioranza dell’elettorato progressista si percepisce ormai in stato di guerra permanente e il freno non funziona più. Il risultato è una radicalizzazione endogena: ogni critica interna viene letta come tradimento, come concessione al nemico totale, in una spirale che rende impossibile la distinzione tra dissenso e incitazione. La sequenza mentale di Cole Allen, l’attentatore di Washington che ha scritto un «manifesto» per spiegare il proprio gesto, rappresenta il diagramma perfetto della psicosi collettiva progressista. In esso si denuncia il complottismo mentre si costruisce l’intera narrazione sui complotti alimentati dai media nei confronti di Trump riproducendo esattamente quel comportamento patologico che un tempo la psichiatria classificava come «dissociazione». In una sorta di delirio neomanicheo l’attentatore arriva a scrivere che non può tollerare che Trump, con le proprie azioni, «macchi le sue mani» classificandosi così come uno di quei «vendicatori psicotici» una volta casi isolati ma oggi innumerevoli ed immersi in un immenso brodo di coltura alimentato dai media e fatto esplodere dai social.
Nel profilo individuale dell’attentatore si trova tutta l’inquietante documentazione dello stato di conflitto permanente nel quale si trova la società americana: un individuo altamente scolarizzato, non isolato e la cui vita e le affermazioni sui social si sovrappongono perfettamente a quelle di milioni di altri individui a lui simili. Proprio qui, in questa non eccezionalità di un omicida politico, sta il punto della questione che deve indurre necessariamente a due riflessioni ormai ineludibili: la prima, su quali e quante siano le responsabilità di media e figure di vertice che hanno alimentato per anni la narrazione della guerra civile - Cole Allen è anche un attivista «No Kings» - sino a giungere all’ipernormalizzazione delle devianze psichiche intese a volte come ulteriori «nuovi diritti» da proteggere e coltivare.
In secondo luogo, appare ormai ineludibile riflettere sulla deriva di massa, dagli insegnanti ai più innocui bibliotecari, della normalizzazione dell’omicidio politico, non più appannaggio esclusivo di dostoevskijani gruppi terroristici. Tutto ciò sta rendendo la sinistra politica che ha accettato di espellere l’idea stessa di «convivenza civile» non più una forza di compensazione dei conflitti ma un vero e proprio problema sociale.
I cattolici presenti nell’attuale amministrazione Usa, probabilmente quella con più cattolici della storia, si stanno trovando in singolare contrapposizione con gli esponenti del «protestantesimo sionista» e non certo per motivi squisitamente religiosi quanto per le implicazioni geopolitiche che le convinzioni basate sul dispensazionalismo generano.
Dopo l’eccellente inquadramento della questione politica fatto da Martino Cervo, potrebbe essere interessante approfondire l’impostazione teologica, e i rischi connessi, che anima questa particolare posizione in seno al movimento evangelico statunitense. Con il termine «dispensazionalismo» si intende una particolare corrente teologica, nata nell’Ottocento in ambito quasi esclusivamente americano, che rappresenta una delle forme più influenti di interpretazione letteralista della Bibbia, con particolare attenzione all’Antico testamento. Fondato da John Nelson Darby, il dispensazionalismo deve il suo nome all’idea secondo la quale la Storia sarebbe divisa in «dispense» (o capitoli): sette periodi distinti in cui Dio tratta l’umanità secondo regole diverse generando così i diversi periodi storici. La novità più radicale è la distinzione netta e permanente tra Israele, cui spetta la promessa di dominio terreno «divina e perciò irrevocabile», e la Chiesa intesa come prefigurazione momentanea ed esemplificativa degli Ultimi tempi.
Quella che nacque come corrente ermeneutica si impose presto presso tutte le principali confessioni protestanti americane come la lettura principale della Bibbia, in particolare dei passi di più difficile interpretazione, sino ad assumere nel Novecento connotati apertamente sionisti in quanto l’istituzione dello Stato d’Israele viene vista come il compimento di una delle «dispense» della Storia. A causa della centralizzazione, tipicamente luterana, della Lettera ai Romani, tutto il protestantesimo americano legge non solo sé stesso come «la nuova Israele» alla conquista della «città sulla collina» ma, in particolare, considera gli ebrei tuttora «popolo eletto» malgrado il non riconoscimento di Cristo e legge tale rifiuto come una necessità provvidenziale in funzione apocalittica.
Su questo punto si gioca tutta la delicata questione del «sionismo evangelico» e cioè dell’idea in base alla quale per ottemperare al proprio ruolo apocalittico i cristiani devono riconoscere a Israele la preminenza nel dominio «su ciò che è stato loro promesso» (la terra) mentre devono tenere per sé l’aspirazione per «il Regno dei cieli». Così facendo, si compirà l’Apocalisse, Israele edificherà il terzo Tempio e Cristo tornerà nella sua seconda e ultima venuta durante la quale anche gli ebrei lo potranno riconoscere come Messia giacché i segni richiesti per tale riconoscimento saranno realizzati dall’avvenuta ricostituzione del Regno d’Israele e nulla si frapporrà più alla «fine dei tempi».
Guardandoci bene dall’affrontare qui gli aspetti scritturistici, ermeneutici e teologici della questione - e limitandoci, in attesa della sua beatificazione prevista per settembre, a citare il vescovo americano Fulton John Sheen: «Grazie a Dio sono cattolico» - non possiamo fare a meno di notare come tale impostazione teologica si sia fatta, in più di un esponente del governo Usa tra cui lo stesso Pete Hegseth, vera e propria motivazione geopolitica. Ritenere, infatti, che sia un obbligo religioso dei cristiani sostenere sempre e comunque Israele nella sua politica estera, corre il rischio di portare ad una sorta di neopelagianesimo, cioè di «autosalvezza». Secondo questa prospettiva, infatti, l’uomo opera la propria redenzione senza attendere la Grazia ma, anzi, imponendo il proprio disegno con la forza, giungendo a considerare il sacrificio degli altri - le vittime dei conflitti bellici - come prezzo necessario per «indurre» la venuta del Messia. In quest’ottica non sarebbe dunque Dio a salvare l’uomo nella storia, ma sarebbe la storia, e la potenza militare, a confermare l’elezione divina.
In questa ennesima riproposizione del messianismo, i fatti del presente sarebbero sempre e comunque giustificati dal futuro, un futuro che, se ancora non si è realizzato, è perché non si è portato sino alle estreme conseguenze basate sui fatti del presente. E non è un caso se a fuoriuscire da questo circolo vizioso la Chiesa cattolica abbia provveduto da tempo non soltanto, con Tommaso e Agostino, riconoscendo alla guerra la natura di «conseguenza del peccato» e mai di «strumento eletto», ma accettando per sé quel ruolo di «trattenitrice del male» di cui si parla nella Seconda lettera di San Paolo agli Efesini e che già Carl Schmitt riconobbe nella sua declinazione politica.
Si spiegano, dunque, così gli attacchi che alcuni esponenti del governo Usa hanno condotto prima al cattolicesimo e poi al Papa, giacché il realismo cattolico non può non porsi naturalmente contro ogni messianismo politico, non può sottrarsi dal riconoscere che ogni salvezza conquistata sulla Terra non è altro che escatologia immanentizzata, cioè il solito tentativo di dire che se non c’è niente oltre il mondo allora la salvezza è la conquista dei beni terreni, del potere e della forza, tutti segni della benedizione di Dio. Lo stesso discorso che qualcuno fece a Cristo dal pinnacolo del Tempio.
In un recente intervento Leone XIV affronta il tema decisivo del ruolo del digitale e dell’Intelligenza artificiale nella vita delle persone e lo fa mostrando sensibilità molto attuali proprio nel momento in cui il dibattito teorico sulla questione si divide tra «eticisti», «apocalittici» e «accelerazionisti».
Occorre tuttavia prendere atto che se da una parte l’intenzione di introdurre barriere etiche a monte sconta il difetto del dover necessariamente fidarsi degli architetti dei modelli che governano le Ia, anche e soprattutto nei casi in cui l’introduzione di barriere etiche confligga con l’efficacia dei risultati operativi attesi, e se la visione apocalittica non produce in effetti alcun risultato concreto se non il consegnare l’Ia nelle mani di coloro che mostrano le peggiori intenzioni in termini di nichilismo e di deriva transumanista, la soluzione forse consiste nel creare, al di fuori del mondo digitale, delle «isole di sopravvivenza» nelle quali formare gli strumenti critici e gli antidoti concettuali imprescindibili per poter pensare di affrontare il nuovo mondo costruito con l’Ia e dall’Ia. E siamo confortati nel sapere che anche il Santo Padre indica sostanzialmente in questi termini l’approccio più corretto alla questione.
Di fronte al rischio della bolla autoreferenziale e alla deriva poststrutturalista della sostituzione del mondo reale con il mondo dei simulacri, proprio per come lo previde Jean Baudrillard, ci troviamo oggi di fronte al rischio di una realtà mediatizzata che sostituisce l’esperienza diretta, trasformando così implicitamente la verità in prodotto algoritmico. Nelle parole del Papa la sfera pubblica diviene in questo modo l’insieme di sfere private collettive, le cosiddette «camere dell’eco», dove l’altro viene primariamente riconosciuto come minaccia e non come interlocutore. Tale deriva non è scevra da conseguenze antropologiche e siamo certi che Leone XIV, nel momento in cui denuncia questo rischio, abbia ben presente il discorso levinasiano della perdita dell’incontro con il volto dell’altro. Il rischio ormai è che non esista più alcun altro né alcun volto, il tutto sostituito da dinamiche che parlano il linguaggio telematico del like, del blocco o dell’attacco al nemico disumanizzato, sempre più inerendo alle dinamiche tipiche dell’odio tribale.
In tutto ciò, oltre al rischio di tribalismo orizzontale, appare con molta chiarezza il rischio di controllo verticale dei contenuti e di contraffazione del dato del reale in funzione narrativa. Mentre appare sempre più irrilevante il ruolo degli autonominati «fact checker», si sta delineando la vera questione del rapporto con la verità: cosa, cioè, sia in grado di arrivare nell’ambiente digitale e, soprattutto, come, in che forma e secondo quali tempi. Il grande tema del deep fake appare ormai ineludibile, a maggior ragione considerando i tempi di miglioramento costante delle Ia, e ciò non solo e non tanto dal lato dell’utenza dal basso quanto da quello delle agenzie di validazione ormai in grado di sostenere le narrazioni funzionali attraverso la costruzione dal nulla di eventi complessi, di persone apparentemente «reali» ma inesistenti e di ambienti digitali volutamente ambigui, al fine di creare il senso di derealizzazione necessario al controllo esteso delle masse.
Quando il Papa parla di «ridefinizione della realtà consensuale» non possiamo non pensare alle conseguenze più pericolose di norme come lo stesso Digital Service Act dell’Unione europea, la legge che Emmanuel Macron sta utilizzando non solo per proibire inutilmente l’accesso ai social ai minori ma per introdurre un sostanziale regime di sorveglianza statale su tutti i contenuti presenti in Rete. Ed eccoci così giunti proprio a quell’iperreale di cui parlava Baudrillard, quell’ambiente basato sulla replica digitale del verosimile, funzionale alla sostituzione del reale con il «dover essere» ideologico. In questo modo la realtà stessa può essere presentata come «violenza» e l’assurdo può assurgere a obiettivo politico o a «nuova normalità», il tutto senza mai abbandonare l’ottica del controllo. Ed è proprio in questo contesto che affiora quella che forse è l’unica possibile soluzione: non la continua rincorsa proibizionista o l’iper-regolazione statale, così cara alla Ue e volta sostanzialmente al rafforzamento del controllo, ma una vera e propria inversione d’uso: un concepire l’ambiente digitale non come nativo, un prendere atto che la definizione di «nativi digitali» non designa un vantaggio ma uno svantaggio, e un costruire di conseguenza ambiti reali e preliminari, mai abolibili e sempre pronti all’accoglimento, nei quali costruire l’arsenale di strumenti critici atti alla comprensione, alla decostruzione e all’utilizzo consapevole del mondo digitale, in particolare dell’IA.
La preservazione di una sfera - pubblica e privata - offline, che impedisca al «totalitarismo soft» delle narrazioni verticali di estendere il proprio dominio sino all’abolizione del reale. Non ci stupisce che il pensiero del Successore di Pietro vada in questa direzione, anche perché la Salvezza o è reale o non è.





