In un recente intervento Leone XIV affronta il tema decisivo del ruolo del digitale e dell’Intelligenza artificiale nella vita delle persone e lo fa mostrando sensibilità molto attuali proprio nel momento in cui il dibattito teorico sulla questione si divide tra «eticisti», «apocalittici» e «accelerazionisti».
Occorre tuttavia prendere atto che se da una parte l’intenzione di introdurre barriere etiche a monte sconta il difetto del dover necessariamente fidarsi degli architetti dei modelli che governano le Ia, anche e soprattutto nei casi in cui l’introduzione di barriere etiche confligga con l’efficacia dei risultati operativi attesi, e se la visione apocalittica non produce in effetti alcun risultato concreto se non il consegnare l’Ia nelle mani di coloro che mostrano le peggiori intenzioni in termini di nichilismo e di deriva transumanista, la soluzione forse consiste nel creare, al di fuori del mondo digitale, delle «isole di sopravvivenza» nelle quali formare gli strumenti critici e gli antidoti concettuali imprescindibili per poter pensare di affrontare il nuovo mondo costruito con l’Ia e dall’Ia. E siamo confortati nel sapere che anche il Santo Padre indica sostanzialmente in questi termini l’approccio più corretto alla questione.
Di fronte al rischio della bolla autoreferenziale e alla deriva poststrutturalista della sostituzione del mondo reale con il mondo dei simulacri, proprio per come lo previde Jean Baudrillard, ci troviamo oggi di fronte al rischio di una realtà mediatizzata che sostituisce l’esperienza diretta, trasformando così implicitamente la verità in prodotto algoritmico. Nelle parole del Papa la sfera pubblica diviene in questo modo l’insieme di sfere private collettive, le cosiddette «camere dell’eco», dove l’altro viene primariamente riconosciuto come minaccia e non come interlocutore. Tale deriva non è scevra da conseguenze antropologiche e siamo certi che Leone XIV, nel momento in cui denuncia questo rischio, abbia ben presente il discorso levinasiano della perdita dell’incontro con il volto dell’altro. Il rischio ormai è che non esista più alcun altro né alcun volto, il tutto sostituito da dinamiche che parlano il linguaggio telematico del like, del blocco o dell’attacco al nemico disumanizzato, sempre più inerendo alle dinamiche tipiche dell’odio tribale.
In tutto ciò, oltre al rischio di tribalismo orizzontale, appare con molta chiarezza il rischio di controllo verticale dei contenuti e di contraffazione del dato del reale in funzione narrativa. Mentre appare sempre più irrilevante il ruolo degli autonominati «fact checker», si sta delineando la vera questione del rapporto con la verità: cosa, cioè, sia in grado di arrivare nell’ambiente digitale e, soprattutto, come, in che forma e secondo quali tempi. Il grande tema del deep fake appare ormai ineludibile, a maggior ragione considerando i tempi di miglioramento costante delle Ia, e ciò non solo e non tanto dal lato dell’utenza dal basso quanto da quello delle agenzie di validazione ormai in grado di sostenere le narrazioni funzionali attraverso la costruzione dal nulla di eventi complessi, di persone apparentemente «reali» ma inesistenti e di ambienti digitali volutamente ambigui, al fine di creare il senso di derealizzazione necessario al controllo esteso delle masse.
Quando il Papa parla di «ridefinizione della realtà consensuale» non possiamo non pensare alle conseguenze più pericolose di norme come lo stesso Digital Service Act dell’Unione europea, la legge che Emmanuel Macron sta utilizzando non solo per proibire inutilmente l’accesso ai social ai minori ma per introdurre un sostanziale regime di sorveglianza statale su tutti i contenuti presenti in Rete. Ed eccoci così giunti proprio a quell’iperreale di cui parlava Baudrillard, quell’ambiente basato sulla replica digitale del verosimile, funzionale alla sostituzione del reale con il «dover essere» ideologico. In questo modo la realtà stessa può essere presentata come «violenza» e l’assurdo può assurgere a obiettivo politico o a «nuova normalità», il tutto senza mai abbandonare l’ottica del controllo. Ed è proprio in questo contesto che affiora quella che forse è l’unica possibile soluzione: non la continua rincorsa proibizionista o l’iper-regolazione statale, così cara alla Ue e volta sostanzialmente al rafforzamento del controllo, ma una vera e propria inversione d’uso: un concepire l’ambiente digitale non come nativo, un prendere atto che la definizione di «nativi digitali» non designa un vantaggio ma uno svantaggio, e un costruire di conseguenza ambiti reali e preliminari, mai abolibili e sempre pronti all’accoglimento, nei quali costruire l’arsenale di strumenti critici atti alla comprensione, alla decostruzione e all’utilizzo consapevole del mondo digitale, in particolare dell’IA.
La preservazione di una sfera - pubblica e privata - offline, che impedisca al «totalitarismo soft» delle narrazioni verticali di estendere il proprio dominio sino all’abolizione del reale. Non ci stupisce che il pensiero del Successore di Pietro vada in questa direzione, anche perché la Salvezza o è reale o non è.
Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
Grave errore sottovalutare la follia e l’idiozia, soprattutto nei contesti sociali, politici e ideologici. La follia e l’idiozia non arrivano a manifestarsi se sono effettivamente tali, si disperdono prima, svaniscono nel loro caos entropico, si chiudono negli angoli dai quali il pensiero reso meccanismo malfunzionante non riesce a uscire.
Una recente inchiesta di Fox News ha svelato che la California del governatore Gavin Newsom ha deciso di finanziare tramite Medi-Cal procedure di cambio di sesso per immigrati irregolari e senza tetto, definendo tale iniziativa un’emergenza che le tasse dei cittadini devono coprire. Mentre emergono sempre nuovi studi sui danni delle transizioni e si contano sempre più sentenze di risarcimento per chi si è pentito delle cure per il «cambio di sesso», mentre i tassi di detransizione tra i giovani sono in continua crescita, mentre viene documentata l’assenza di benefici misurabili dei bloccanti puberali e si affermano le comorbilità psichiatriche non risolte, le strutture californiane per il cambio di sesso addirittura riconfigurano la propria offerta ampliandola alle marginalità sociali estreme sino ad arrivare a coprire il cosiddetto «gender care» senza limiti di status di cittadinanza per 1,7 milioni di persone.
Sono centinaia di migliaia i sedicenti «migranti trans» che arrivano a San Francisco per accedere gratuitamente a interventi di varia natura, non solo chirurgica o ormonale ma anche di semplice supporto psicologico esteso a tempo indeterminato. Tale situazione complessiva ravvisa vari elementi di apparente follia, dal considerare prioritario il cambio di sesso nei confronti della mancanza di un alloggio o di cibo, al fatto di impostare il welfare di uno Stato sul costante premio all’immigrazione irregolare, sino al ritenere irrilevante il deficit mostruoso del bilancio dello Stato destinato ormai al default. Gavin Newsom è dunque un folle o esiste una spiegazione per tutto ciò? E in generale questo tipo di decisioni, anche se non portate all’estremo come in California, sono da considerarsi sintomi di distacco dalla realtà, come nel caso del funzionario della Casa Bianca che rubava le valigie, oppure esiste un modo per spiegare quanto succede? Il sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, che dice che criticare la Sharia dovrebbe essere un reato mentre criticare il Vangelo è un atto di emancipazione, è pazzo, sta facendo campagna elettorale per Bardella o esiste un preciso motivo che spinge questi esponenti di vertice della sinistra globalista a imboccare la strada della contraddizione palese?
Per capire questo mistero dobbiamo pensare che l’immigrazionismo non miri ad alcuna «società ideale» basata sul meticciato o sul «superamento delle differenze», ma a fornire materia prima a un parastato gramsciano che vive di welfare, sanità, Ong, fondi condizionali e «lotta all’odio». Un parastato interamente retto su personale politicamente motivato che ha ormai raggiunto dimensioni enormi per ampiezza d’ambito, numero di addetti e costi complessivi; un vero e proprio Stato parallelo che si occupa di funzioni primarie per impieghi di bilancio e che, se sommato al Terzo settore inteso in senso ampio, alla cultura e al sistema scolastico a tutti i suoi livelli, lavora sulla base di sinergie ideologiche.
E se gli apparati dello Stato, ancor prima e ancor più dei vertici politici che in questa visione complessiva appaiono come secondari, sono saldamente controllati, il personale impiegato è in continua espansione e le iniziative di contorno incessantemente finanziate dagli enti locali, rimane una sola variabile assolutamente decisiva, irrinunciabile e sulla quale si fonda tutto: la materia prima, vale a dire ciò che Martin Heidegger a proposito degli effetti della Tecnica sull’uomo chiamava «riduzione a Bestand» cioè riqualificazione degli esseri umani a «magazzino» o «carburante».
Le politiche no border in California non hanno come fine l’integrazione o la soluzione dell’«emergenza gender» tra i senzatetto, ma la fornitura di materia prima a cliniche che altrimenti chiuderebbero per calo di domanda causata dal cambio dell’immaginario collettivo. E questo schema - qui messo alla prova da circostanze estreme - vale per ogni momento di «assurdità» applicata alla politica. L’Unione europea, ad esempio, ha appena presentato l’Anti-Racism strategy 2026-2030 dichiarando l’antirazzismo «priorità assoluta», strutturale e trasversale, superando persino i temi energetici ed estendendo l’approccio di sorveglianza a pensiero ed espressione ad ogni ambito «sensibile».
Appare di oggettiva evidenza che, proprio mentre si ipotizzano i razionamenti di carburante, ribadire la priorità della lotta ai «meme razzisti online» non è indice di follia politica ma anche qui di necessità. L’Ue ha la necessità di ribadire la centralità degli apparati sorti attorno al tema del «contrasto al razzismo» perché prioritario è giustificare il numero di addetti dedicati al tema, l’indotto legale e burocratico e i fondi stanziati per sostenere l’apparato. Si comprenderà così che se è vero che senza benzina le auto non vanno è allo stesso modo vero che senza materia prima anche gli apparati di gestione ideologica della società si bloccano. In fondo si sta parlando degli stessi meccanismi.





