Proprio nel momento meno previsto il sentimento diffuso, il clima culturale, il sistema simbolico che governano le masse smettono di accettare una narrazione e di colpo la rigettano smascherandola come oppressiva, disonesta ed ambigua.
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
I media novecenteschi, quasi tutti schierati convintamente a sinistra, hanno tutto l’interesse a derubricare l’ennesimo tentato omicidio politico avvenuto negli Stati Uniti come qualcosa di usuale, come una parte fisiologica della dialettica politica.
Eppure ancora una volta, dopo la pallottola che aveva colpito di striscio Donald Trump in campagna elettorale e dopo quella che ha ucciso Charlie Kirk, stiamo assistendo allo spettacolo della violenza omicida completamente metabolizzata e resa componente etica da un mondo a se stante che per caratteristiche e dinamiche somiglia sempre più a un manicomio. Ma non a un manicomio criminale con i pazienti idrofobi, sedati e costretti nelle camicie di forza, piuttosto ad uno di quegli istituti di cura così sereni e tranquilli nei quali i pazienti indugiano in attività ricreative insieme alle infermiere.
Occorre prendere atto che ciò a cui si sta assistendo è qualcosa che ormai va oltre la contrapposizione politica e che travalica lo schema di violenza estrema tipicamente novecentesco che vedeva l’analisi marxista-leninista della società centralizzare l’idea di violenza come strumento necessario ai fini rivoluzionari. Secondo lo schema terroristico le forze che facevano uso dell’omicidio politico ne rivendicavano la funzione senza negarne l’essenza problematica: le armi dovevano essere impugnate per mere esigenze rivoluzionarie accettando, allo stesso tempo, di considerare i crimini come passaggi necessari per giungere al bene supremo. Oggi l’esito polarizzante cui è giunta la sinistra statunitense oltrepassa l’idea stessa di «fine rivoluzionario» e stabilisce per la violenza estrema una vera e propria accettazione etica priva di tragicità e priva, soprattutto, di consapevolezza.
La scomparsa o la marginalizzazione delle posizioni di «sinistra civile» ha riscritto i termini del dibattito e della comunicazione rendendo efficaci unicamente gli argomenti che hanno come punto di caduta l’eliminazione fisica del nemico. Questo assetto ha un nome preciso, un nome che già da qualche tempo viene sussurrato ma che ormai raggiunge aspetti di vera a propria evidenza oggettiva: guerra civile. Una guerra civile perpetua a bassa intensità che si nutre, e non è certo un caso, dei sostegni che le stesse Ong di sinistra hanno diretto - come recenti inchieste giudiziarie stanno svelando - alle più estreme e folkloristiche organizzazioni di estrema destra, una su tutte il Ku Klux Klan.
Tale dinamica autoalimentante ha reso impossibile ogni correzione interna e ha reso illegittimo ogni orizzonte di coappartenenza nazionale per tutti coloro che non si schierano attivamente e con la massima violenza, verbale o fisica, dalla parte «giusta». Al punto in cui si è giunti, lo stesso Partito democratico statunitense non può più nemmeno imboccare la strada che scelse il Pci dissociandosi dalle Brigate rosse giacché la netta maggioranza dell’elettorato progressista si percepisce ormai in stato di guerra permanente e il freno non funziona più. Il risultato è una radicalizzazione endogena: ogni critica interna viene letta come tradimento, come concessione al nemico totale, in una spirale che rende impossibile la distinzione tra dissenso e incitazione. La sequenza mentale di Cole Allen, l’attentatore di Washington che ha scritto un «manifesto» per spiegare il proprio gesto, rappresenta il diagramma perfetto della psicosi collettiva progressista. In esso si denuncia il complottismo mentre si costruisce l’intera narrazione sui complotti alimentati dai media nei confronti di Trump riproducendo esattamente quel comportamento patologico che un tempo la psichiatria classificava come «dissociazione». In una sorta di delirio neomanicheo l’attentatore arriva a scrivere che non può tollerare che Trump, con le proprie azioni, «macchi le sue mani» classificandosi così come uno di quei «vendicatori psicotici» una volta casi isolati ma oggi innumerevoli ed immersi in un immenso brodo di coltura alimentato dai media e fatto esplodere dai social.
Nel profilo individuale dell’attentatore si trova tutta l’inquietante documentazione dello stato di conflitto permanente nel quale si trova la società americana: un individuo altamente scolarizzato, non isolato e la cui vita e le affermazioni sui social si sovrappongono perfettamente a quelle di milioni di altri individui a lui simili. Proprio qui, in questa non eccezionalità di un omicida politico, sta il punto della questione che deve indurre necessariamente a due riflessioni ormai ineludibili: la prima, su quali e quante siano le responsabilità di media e figure di vertice che hanno alimentato per anni la narrazione della guerra civile - Cole Allen è anche un attivista «No Kings» - sino a giungere all’ipernormalizzazione delle devianze psichiche intese a volte come ulteriori «nuovi diritti» da proteggere e coltivare.
In secondo luogo, appare ormai ineludibile riflettere sulla deriva di massa, dagli insegnanti ai più innocui bibliotecari, della normalizzazione dell’omicidio politico, non più appannaggio esclusivo di dostoevskijani gruppi terroristici. Tutto ciò sta rendendo la sinistra politica che ha accettato di espellere l’idea stessa di «convivenza civile» non più una forza di compensazione dei conflitti ma un vero e proprio problema sociale.
I cattolici presenti nell’attuale amministrazione Usa, probabilmente quella con più cattolici della storia, si stanno trovando in singolare contrapposizione con gli esponenti del «protestantesimo sionista» e non certo per motivi squisitamente religiosi quanto per le implicazioni geopolitiche che le convinzioni basate sul dispensazionalismo generano.
Dopo l’eccellente inquadramento della questione politica fatto da Martino Cervo, potrebbe essere interessante approfondire l’impostazione teologica, e i rischi connessi, che anima questa particolare posizione in seno al movimento evangelico statunitense. Con il termine «dispensazionalismo» si intende una particolare corrente teologica, nata nell’Ottocento in ambito quasi esclusivamente americano, che rappresenta una delle forme più influenti di interpretazione letteralista della Bibbia, con particolare attenzione all’Antico testamento. Fondato da John Nelson Darby, il dispensazionalismo deve il suo nome all’idea secondo la quale la Storia sarebbe divisa in «dispense» (o capitoli): sette periodi distinti in cui Dio tratta l’umanità secondo regole diverse generando così i diversi periodi storici. La novità più radicale è la distinzione netta e permanente tra Israele, cui spetta la promessa di dominio terreno «divina e perciò irrevocabile», e la Chiesa intesa come prefigurazione momentanea ed esemplificativa degli Ultimi tempi.
Quella che nacque come corrente ermeneutica si impose presto presso tutte le principali confessioni protestanti americane come la lettura principale della Bibbia, in particolare dei passi di più difficile interpretazione, sino ad assumere nel Novecento connotati apertamente sionisti in quanto l’istituzione dello Stato d’Israele viene vista come il compimento di una delle «dispense» della Storia. A causa della centralizzazione, tipicamente luterana, della Lettera ai Romani, tutto il protestantesimo americano legge non solo sé stesso come «la nuova Israele» alla conquista della «città sulla collina» ma, in particolare, considera gli ebrei tuttora «popolo eletto» malgrado il non riconoscimento di Cristo e legge tale rifiuto come una necessità provvidenziale in funzione apocalittica.
Su questo punto si gioca tutta la delicata questione del «sionismo evangelico» e cioè dell’idea in base alla quale per ottemperare al proprio ruolo apocalittico i cristiani devono riconoscere a Israele la preminenza nel dominio «su ciò che è stato loro promesso» (la terra) mentre devono tenere per sé l’aspirazione per «il Regno dei cieli». Così facendo, si compirà l’Apocalisse, Israele edificherà il terzo Tempio e Cristo tornerà nella sua seconda e ultima venuta durante la quale anche gli ebrei lo potranno riconoscere come Messia giacché i segni richiesti per tale riconoscimento saranno realizzati dall’avvenuta ricostituzione del Regno d’Israele e nulla si frapporrà più alla «fine dei tempi».
Guardandoci bene dall’affrontare qui gli aspetti scritturistici, ermeneutici e teologici della questione - e limitandoci, in attesa della sua beatificazione prevista per settembre, a citare il vescovo americano Fulton John Sheen: «Grazie a Dio sono cattolico» - non possiamo fare a meno di notare come tale impostazione teologica si sia fatta, in più di un esponente del governo Usa tra cui lo stesso Pete Hegseth, vera e propria motivazione geopolitica. Ritenere, infatti, che sia un obbligo religioso dei cristiani sostenere sempre e comunque Israele nella sua politica estera, corre il rischio di portare ad una sorta di neopelagianesimo, cioè di «autosalvezza». Secondo questa prospettiva, infatti, l’uomo opera la propria redenzione senza attendere la Grazia ma, anzi, imponendo il proprio disegno con la forza, giungendo a considerare il sacrificio degli altri - le vittime dei conflitti bellici - come prezzo necessario per «indurre» la venuta del Messia. In quest’ottica non sarebbe dunque Dio a salvare l’uomo nella storia, ma sarebbe la storia, e la potenza militare, a confermare l’elezione divina.
In questa ennesima riproposizione del messianismo, i fatti del presente sarebbero sempre e comunque giustificati dal futuro, un futuro che, se ancora non si è realizzato, è perché non si è portato sino alle estreme conseguenze basate sui fatti del presente. E non è un caso se a fuoriuscire da questo circolo vizioso la Chiesa cattolica abbia provveduto da tempo non soltanto, con Tommaso e Agostino, riconoscendo alla guerra la natura di «conseguenza del peccato» e mai di «strumento eletto», ma accettando per sé quel ruolo di «trattenitrice del male» di cui si parla nella Seconda lettera di San Paolo agli Efesini e che già Carl Schmitt riconobbe nella sua declinazione politica.
Si spiegano, dunque, così gli attacchi che alcuni esponenti del governo Usa hanno condotto prima al cattolicesimo e poi al Papa, giacché il realismo cattolico non può non porsi naturalmente contro ogni messianismo politico, non può sottrarsi dal riconoscere che ogni salvezza conquistata sulla Terra non è altro che escatologia immanentizzata, cioè il solito tentativo di dire che se non c’è niente oltre il mondo allora la salvezza è la conquista dei beni terreni, del potere e della forza, tutti segni della benedizione di Dio. Lo stesso discorso che qualcuno fece a Cristo dal pinnacolo del Tempio.





