I media che non parlano del rapporto su Anthony Fauci rilasciato dal direttore dell’Intelligence Usa Tulsi Gabbard sono gli stessi che non fanno menzione della condanna a 24 anni per l’ex ministro del governo Sánchez, José Luis Ábalos e sono sempre gli stessi che fischiettano di fronte al ritiro del passaporto per la moglie di Sánchez, viste le gravi accuse in ordine all’uso di fondi pubblici destinati alla sua Ong.
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
Da quando, con la Pandemia, l’Occidente ha scelto di instaurare la biopolitica, sempre più persone si sono viste costrette a utilizzare categorie novecentesche per comprendere eventi di nuovo tipo, frutto di dinamiche altre, inedite e sino a quel momento soltanto ipotizzate.
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Mentre Leone XIV in visita apostolica in Spagna si reca a pregare nella Cattedrale di Santa Croce a Barcellona rendendo omaggio al Crocifisso di Lepanto, quello imbarcato sulla nave ammiraglia della flotta spagnola durante la battaglia del 1571, la Conferenza episcopale italiana rende note le «Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale», un documento che desta ben più di un interrogativo.
Non è possibile infatti non scorgere in esso un lessico dai connotati improntati ad un velato immanentismo dove le «relazioni reali e vitali tra battezzati» vengono ricondotte a «corresponsabilità differenziata» e a «modi evangelici di rapportarsi tra uomini e donne» e dove il termine «evangelico» diventa mera etichetta di correttezza relazionale, mentre svanisce il riferimento alla comunione trinitaria come principio trascendente.
L’accento viene posto quindi non più sulla partecipazione all’Essere divino ma sull’esigenza orizzontale di «quote rosa» e di pari rappresentanza, esattamente come nei protocolli politicamente corretti delle aziende e delle istituzioni pubbliche. Una Chiesa che ci ha ormai abituato all’inclusività come criterio-guida accetta di essere ridotta a un «luogo di relazioni» analogo a un centro culturale laico, dove la missione evangelica si traduce in discernimento collettivo anziché in annuncio kerygmatico.
Singolare come mentre il Papa nei suoi interventi e nei suoi gesti mostri di comprendere le dinamiche urgenti e tragiche del mondo postcristiano, alcune Conferenze episcopali sembrino ferme agli anni Settanta dello scorso secolo, in costante ricerca di quella «attuazione del Concilio» che, se intesa secondo linee ambigue, non può che portare agli stessi esiti fallimentari cui le varie confessioni evangeliche sono andate incontro negli ultimi anni. Il documento parla poi di «forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali» e invoca «forme di esercizio pastorale in équipe» con «presenza delle donne in ruoli di autorità e di guida», configurando così una critica esplicita alla struttura gerarchico-sacramentale cattolica la quale - ci imbarazza doverlo ricordare - è stata istituita da Cristo stesso e incessantemente confermata dalla Chiesa nel corso dei secoli.
Sembra quasi che qualcuno auspichi il passaggio dall’auctoritas alla pura potestas democratica dove l’autorità non è più derivata dall’ordine sacro ma dal consenso assembleare, esattamente come nelle Chiese riformate che hanno già abolito l’episcopato monocratico - quello strano riferimento viene proprio da qui - pensando ad una sinodalità che diventa sinonimo di «democratizzazione interna», con il rischio concreto di trasformare il vescovo in moderatore di assemblea e il presbitero in facilitatore di processi. E chissà che quel clericalismo che si vuole decostruire non venga trasferito proprio a quei laici «coinvolti nel processo» facendone così dei chierici-laici che del clericalismo e delle sue dinamiche mostrano da anni di essere edotti. Del resto la Germania con il «Synodaler Weg» e lo stesso Belgio, hanno già sperimentato esattamente questo modello, con donne co-presidenti di consigli diocesani e relativo calo verticale delle messe domenicali, evidenziando come il modello di una Chiesa-centro culturale che amministra discorsi invece di sacramenti sia destinato a farsi circolo sempre più piccolo e percepito come inutile. Ma forse l’aspetto più preoccupante di questa impostazione sta nel rivolgersi pertinacemente e costantemente solo a chi già condivide il paradigma sinodale ignorando la massa silenziosa di cattolici tradizionali, rurali, anziani, e soprattutto escludendo i giovani che del Concilio mai hanno sentito parlare e che vorrebbero invece sentir parlare di Dio, Cristo, giudizio, morte, resurrezione, salvezza, civiltà cattolica e valori.
Forse occorre ricordare che la Chiesa non è un partito che corteggia la sua base elettorale ma il «sacramento universale di salvezza», come ci ricorda la Lumen Gentium, e forse ridurla a spazio sicuro per minoranze ideologiche significa trasformarla in una sorta di setta neopelagiana. Curioso che una realtà tutto sommato viva come quella italiana insegua altre esperienze sinodali in piena crisi quando invece i dati Istat 2025 e le rilevazioni Cei interne mostrano che la pratica religiosa regge solo nelle diocesi più tradizionali mentre le parrocchie «sinodali» perdono costantemente fedeli. Senza dimenticare, infine, che nel frattempo il ritorno al Rito antico, specialmente tra i giovani, cresce del 18% all’anno suggerendo che forse l’auspicio più grande di tutti sarebbe quello di giungere a una definitiva riconciliazione tra tutte le varie anime che la Chiesa ha suscitato a partire dalla metà del secolo scorso, tornando a essere semplicemente quella di sempre.





