Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.
Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.
Domenico Morrone, 15 anni in galera, faceva il pescatore. Daniele Barillà, 7 anni e mezzo di detenzione, era un piccolo imprenditore. Saverio De Sario, per tre anni privato della libertà, faceva l’autotrasportatore, mentre Giuseppe Lastella, che ha scontato una pena di 11 anni prima di essere ritenuto innocente, aveva un autosalone. Poi c’è Giuseppe Giuliana, 9 anni di calvario di penitenziario in penitenziario, bracciante agricolo. Potrei continuare, perché la lista è lunga. Dal 1991 sono stati più di 33.000 gli errori giudiziari e fra loro i politici o i ricchi sono una minoranza. La maggioranza, al contrario, è gente comune, spesso povera gente, che non ha neppure la possibilità di pagare un avvocato di grido o anche solo uno che si prenda a cuore la questione. Perché quasi sempre non serve un principe del foro per smontare le accuse, basterebbero un bravo pm e un giudice scrupoloso, che si leggessero le carte e che verificassero prove e testimonianze.
Nel caso di Beniamino Zuncheddu il solo accusatore era un altro pastore che aveva visto l’assassino, descrivendolo in un primo momento come alto e con il volto travisato con una calza da donna. Ma poi un investigatore lo convinse che l’uomo era basso, a viso scoperto e somigliava proprio a Zuncheddu, così nonostante sette persone avessero giurato che stava con loro in un altro posto, il povero pastore fu condannato. Forse qualche magistrato di quelli che si occuparono del suo caso è stato accusato di negligenza? No, hanno fatto tutti una tranquilla carriera. Loro promossi, per merito o anzianità; Zuncheddu in galera a consumare, da innocente, la sua vita.
È qui il nocciolo della questione: se il Csm è la cassa di compensazione per carriere e sanzioni, con una spartizione fra correnti, è ovvio che il magistrato responsabile di un errore, di una mancata scarcerazione o di aver ignorato prove o testimonianze a discarico dell’accusato, non pagherà mai. La lottizzazione non premia il merito, ma l’amico, il compagno di cordata. E così è stato ed è.
Molti anni fa gli italiani votarono in massa per la responsabilità civile dei magistrati, cioè per far pagare a chi indossa la toga l’errore compiuto. Beh, a fronte di 33.000 orrori giudiziari e di un risarcimento che nell’ultimo trentennio è costato alle casse dello Stato 1,2 miliardi di lire, sapete quanti sono i magistrati chiamati a rispondere del proprio operato mettendo mano al portafogli? Uno. Sì avete letto bene. Uno solo ha pagato, gli altri sono rimasti impuniti anche dal punto di vista del loro patrimonio.
Quando si entra nei tribunali si legge una scritta che vale per tutti, medici, giornalisti, ingegneri, politici e gente comune: tutti gli italiani sono uguali davanti alla legge. E allora perché il magistrato che sbaglia è più uguale degli altri?
Se io sbaglio un articolo e diffamo qualcuno ne rispondo penalmente e civilmente, anche se il mio è un reato colposo e non doloso. E allora perché chi indossa la toga resta impunito?
Dicono poi che la separazione delle carriere serva a punire i magistrati. Una balla: serve a sanzionare chi sbaglia e a restituire indipendenza, autonomia (dalle correnti) e autorevolezza alla maggior parte di pm e giudici che fanno diligentemente il loro lavoro.
Dicono anche che questa è la riforma di Gelli e di Berlusconi. Menzogne: questa è la legge che avrebbe voluto Indro Montanelli, che del Cavaliere dopo la sua discesa in campo non era certo amico. Il video integrale lo trovate online, qui io riporto l’essenziale: «Sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un autogoverno di controllo e soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che non risponde a nessuno dei suoi errori, spesso catastrofici. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io voglio che i magistrati paghino». Sono passati più di quarant’anni da quando pronunciò queste parole. Forse il 22 e 23 marzo è la volta buona per riuscire a metterle in pratica.




