Chissà se le istituzioni abruzzesi possono ritenersi soddisfatte: i bambini della (fu) famiglia nel bosco sono separati dalla mamma, che forse più avanti potranno incontrare ma che intanto è lontana. In compenso però guardano i cartoni animati e hanno scoperto quanto possa essere affascinante uno smartphone. Speriamo che al più presto li dotino di un tablet, così finalmente potranno rincoglionirsi come tutti i bambini normali.
Per ora sembrano essere questi i grandi risultati del trattamento che il tribunale dei minori dell’Aquila ha riservato ai tre piccoli Trevallion. A cui va aggiunto il fatto che i piccini sono evidentemente iperattivi, provati dalla situazione che li hanno costretti a vivere. Ieri il Garante dell’infanzia Marina Terragni ha potuto incontrarli nella casa protetta di Vasto da cui una settimana fa è stata allontanata mamma Catherine. Ha giocato con loro, anche se non è facilissimo avvicinarli: sono diffidenti, e chi non lo sarebbe nei loro panni? Certo, sarebbe stato decisamente meglio se avesse potuto vederli assieme a un esperto, un professionista come Vittorino Andreoli ad esempio, ma il tribunale, incredibilmente, non lo ha permesso. Del resto ieri in molti hanno disertato l’appuntamento. Curiosamente, non era presente Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha messo in moto tutta la macchina. La signora pare che avesse un appuntamento, però non si è presentata. Davvero singolare: il Garante nazionale dell’infanzia si presenta e l’assistente sociale non si fa trovare?
Del resto sembra che a Vasto siano tutti terrorizzati dai giornalisti. Insistono solo su questo, sulla presunta invadenza della stampa. La D’Angelo giorni fa si è rannicchiata coperta da un cappuccio nella Bmw del marito per sfuggire alle telecamere. I responsabili della struttura di accoglienza scambiano cordialità con i cronisti presenti da settimane sul posto ma poi lamentano la troppa esposizione. E dire che in quella casa è stata perfino fatta entrare una troupe della Rai, e tutti i protagonisti della vicenda non hanno lesinato interviste. I gestori della struttura, in ogni caso, ieri sono apparsi concilianti, forse per non fare brutta figura con l’autorità minorile. Bravi, ma potevano pensarci prima di frignare per i comportamenti nervosi della mamma a cui hanno levato i cuccioli.
Con i giornalisti, Marina Terragni ha cercato di calmare gli animi. «Mi auguro che questa storia possa risolversi velocemente, con il minor danno possibile per i piccoli. Vengo qui come se fossi una bambina che rappresenta l’interesse dei bambini», ha detto prima di entrare nella struttura. «Non voglio assolutamente dare la croce agli assistenti sociali, ma sicuramente esiste un problema di formazione. Si ritrovano spesso a che fare con situazioni molto delicate senza avere gli strumenti adeguati. In questo caso c’era anche un gap linguistico e culturale che potrebbe aver complicato la vicenda. Quando lo Stato, rappresentato da un’assistente sociale, si avvicina a una famiglia deve adattarsi, ci dev’essere competenza per capire. Se si crea tra loro una difficoltà insuperabile, magari si prova a cambiare l’assistente sociale. Come usciranno i bimbi quando usciranno da qui? Traumatizzati, ma non lo dico io, lo dicono i luminari della psichiatria di questo Paese».
Solo che a quei luminari non è stato concesso di accompagnarla in visita a Vasto. Chissà come mai. «Nel mio mondo ideale», ha continuato Terragni, «lo Stato prende in carico l’intero nucleo, tutte le volte che è possibile, gli dà non un antagonista ma una specie di familiare, di amico, che segue la famiglia ed entra a far parte del loro menage correggendo la rotta dove va fatto».
Al termine della visita, il Garante di fatto ha confermato il suo precedente parere. «Bisogna che ci mettiamo tutti con il massimo impegno per vedere di risolvere una situazione che continua a sembrare, confermo l’impressione, sproporzionata nel suo esito rispetto alle ragioni iniziali», ha detto. «Sono entrata qui e già da tempo avevo la sensazione che il difetto stia nel manico di questa vicenda, cioè che probabilmente non ha funzionato qualcosa proprio nei primissimi mesi in cui l’assistente sociale ha preso in carico questa famiglia. Lì le cose si sono messe in un modo storto e non si sono più raddrizzate. Avrei voluto parlare con l’assistente sociale, purtroppo qui non è venuta, avevamo un appuntamento telefonico, però poi mi ha detto che non poteva parlarmi».
Dopo mamma Catherine, sembra proprio che anche l’assistente sociale si sia allontanata dalla casa. Ma solo per un giorno, e di sua volontà, senza provvedimenti del tribunale.




