E se riportassimo a casa, subito, tutti i 2.500 militari italiani attualmente sparsi tra Kuwait, Iraq, Qatar, Libano, e Giordania? La domanda, almeno quella, si impone dopo l’attacco dell’altra sera alla nostra base di Erbil, nel Kurdistan iracheno (che solo per un soffio non ha fatto vittime) e alla luce della reiterata e condivisa posizione del governo e di tutte le forze politiche, secondo la quale l’Italia non prende parte a questa guerra e non intende parteciparvi in futuro.
Però avere in zona 2.500 potenziali bersagli, di fronte all’evidente volontà iraniana di allargare quanto più possibile il conflitto, non è precisamente una garanzia di non esservi trascinati. E quindi chiedersi se sia opportuno, se il gioco valga la candela, non è ozioso.
Anche perché, fatti salvi l’impegno e la riconosciuta professionalità delle nostre truppe, l’utilità delle missioni a cui partecipano non è sempre immediatamente evidente, per usare un eufemismo.
Prendiamo per esempio la forza di interposizione Unifil presente in Libano da quasi 50 anni e alla quale partecipiamo fin dall’inizio allo scopo, tra l’altro, di definire e garantire il rispetto del confine tra Israele e Libano in modo da favorire il raggiungimento di una tregua stabile e pacifica tra i due Paesi e con il mandato di «prendere tutte le azioni necessarie» affinché l’area non venga «utilizzata per operazioni ostili di nessun tipo», nonché il compito di assistere il governo legittimo «per impedire che armi e materiali siano importati in Libano». Il fallimento è, ed è sempre stato, clamoroso: le milizie sciite di Hezbollah hanno potuto fare il bello e il cattivo tempo, scavando tunnel sotto il naso dei soldati Onu e spesso facendosi scudo delle loro postazioni per lanciare attacchi contro Israele. Il cui esercito, a sua volta, non si è fatto scrupolo di prevaricare i caschi blu, mettendone anche a repentaglio l’incolumità, quando ha dovuto reagire ai terroristi.
Adesso quello sud-libanese è tornato a essere un fronte caldissimo: ha senso, date le premesse, lasciarvi una guarnigione priva di regole di ingaggio adeguate a un teatro bellico, esponendola a rischi sostanzialmente inutili? E questo vale ovviamente anche per le altre basi sparse nel raggio d’azione dei missili degli ayatollah. In quella di Erbil il contingente italiano (che ora il governo vuole ritirare «provvisoriamente») è impegnato soprattutto nella formazione delle forze di sicurezza locali, nell’ambito dei programmi di contrasto al terrorismo e di rafforzamento istituzionale: addestramento, consulenza operativa e supporto tecnico in un avamposto nelle zone in cui si muove quel che resta dell’Isis. È questa davvero una priorità, nel preciso momento in cui i pasdaran hanno messo le nostre divise nel mirino? Forse no. E identico discorso si può fare per quelle in Kuwait e in Qatar.
Sia chiaro, qui nessuno intende sostenere che l’Italia non debba assumersi le sue responsabilità sullo scacchiere internazionale. E non sfugge, naturalmente, che tali impegni talvolta debbano passare attraverso le nostre forze armate. Ci sentiamo senz’altro di supportare una operazione con un obiettivo chiaro e mezzi adeguati come Aspides, che pattuglia il Mar Rosso per impedire agli Huthi di bloccare la navigazione commerciale diretta (anche) verso il nostro Paese. Quella è una missione concreta a difesa degli interessi nazionali, che potrebbe replicarsi nello Stretto di Hormuz, dove pure i pericoli sarebbero evidentemente ancora maggiori, ma il risultato atteso di importanza straordinaria. Diverso, ci pare, è fare i bersagli mobili senza avere la possibilità di incidere veramente su quanto avviene e, anzi, esponendo l’Italia al rischio di ritrovarsi suo malgrado costretta a reagire e quindi a partecipare a questa guerra che, dalla Meloni alla Schlein, nessuno vuole. Riportiamo a casa i nostri ragazzi.
No, dai: non può essere lui. Davvero ha intimato a Giorgia Meloni di «non commentare fatti che avvengono in altri Paesi»? Macron? Il presunto Napoleone che, pur di non affrontare i disastri in casa propria, non fa altro che ficcare il naso in quelle altrui? Dagli Usa alla Groenlandia, dall’Ucraina a Gaza, dall’India alla Cina è tutto un interventismo macroniano. Epperò, improvvisamente, ecco che Emmanuel scopre il riserbo, il colpo di reni sovranista: «Lasciate che tutti restino a casa e le pecore saranno ben custodite», è la spiritosaggine dietro la quale il presidente francese prova vanamente a celare la stizza.
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
Il condirettore della Verità Massimo De’ Manzoni intervista il generale Vannacci su Ucraina, remigrazione e tensioni politiche italiane.





