E d’improvviso, un martedì di maggio, la sinistra scoprì che i bambini sottratti a forza ai genitori dallo Stato - attraverso i suoi bracci operativi: tribunali e assistenti sociali – sono un problema. Un grosso problema. Che richiede interventi urgenti, anzi immediati.
«Quanto accaduto a Monteverde, con il prelevamento di una bambina di 6 anni eseguito a scuola con l’intervento della forza pubblica e il successivo allontanamento dalla madre, impone un immediato chiarimento istituzionale», tuona la deputata del Pd, nonché moglie del potente Dario Franceschini, Michela Di Biase, che ha presentato un’interrogazione ai ministri della Giustizia, Carlo Nordio, e della Salute, Orazio Schillaci. «Restituite Stella alla madre», «Gualtieri sei il tutore, riportala a casa», «Giù le mani dai bambini», le fanno eco le onorevoli Laura Boldrini, Marianna Madia e Stefania Ascari e le senatrici Valeria Valente, Cecilia D’Elia e Ilaria Cucchi.
Tutte con cartelli e striscioni in Campidoglio. «Siamo qui con Differenza donna per protestare contro questa decisione di prelevare forzosamente questa bambina dalla madre per portarla nella casa del padre», spiega la Boldrini. Per la senatrice Valente «questo caso ha assunto contorni preoccupanti, con un provvedimento del giudice minorile che ci appare a oggi veramente abnorme. Sappiamo bene che le decisioni della magistratura spettano alla magistratura ma ci sentiamo in questo caso di contestarle». Sulla stessa linea Marianna Madia: «Siamo profondamente addolorati e sconvolti per quello che è successo. Una bambina che violentemente è stata tolta alla sua mamma ma non ne capiamo le ragioni». Per Ilaria Cucchi «in tutta questa vicenda voglio che sia chiaro che chi ci rimette, la vera vittima, è questa bambina di 6 anni, la quale viene sottoposta a un possibile trauma enorme, irreversibile e io credo che su questo non si possa far finta di nulla. Al di là della vicenda giudiziaria, sulla quale ritengo che ci siano delle enormi anomalie, il benessere dei bambini viene prima di tutto. I bambini vanno ascoltati».
Tutte considerazioni di buon senso e in larga parte condivisibili. Tanto che le avrete già lette su questo giornale, per esempio a proposito della famiglia del bosco. Peccato che, in quel caso, le stesse persone che ora protestano per Stella si fossero schierate come un sol uomo contro i Trevallion e a fianco di magistrati e assistenti sociali, sebbene costoro anche allora avessero «violentemente tolto i figli ai loro genitori», sottoponendo i bambini a un «trauma enorme, irreversibile» e guardandosi bene dall’ascoltarli, visto che essi volevano e vogliono soltanto stare a casa loro con mamma e papà.
Che cosa è successo? Come mai un rovesciamento di posizioni così radicale? Forse perché nella vicenda della famiglia del bosco i primi politici nazionali a muoversi erano stati quelli di destra e dunque bisognava sostenere la tesi opposta? Considerando il riflesso pavloviano che anima quotidianamente gli esponenti della sinistra italiana, in effetti non è un’ipotesi da scartare. Ma naturalmente c’è di più. C’è che in quei giorni stava già partendo la campagna referendaria sulla riforma della giustizia e non si poteva assolutamente mettere in dubbio l’operato dei magistrati: avessero anche messo agli arresti la Madonna della Pietà di Michelangelo, sospettandola dell’omicidio del figlio, bisognava dire che probabilmente avevano le loro buone ragioni.
E forse c’è un motivo ulteriore. E cioè che nel caso di Stella si tratta di una famiglia già disgregata, a proposito della quale si può prendere le parti della madre contro il padre sicuramente portatore insano di patriarcato. Nel caso dei Trevallion, invece, si tratta di restituire i figli ai loro genitori uniti, ricostituendo un nucleo che non si assoggetta allo stile di vita gradito allo Stato etico/sovietico che ha in mente la sinistra. Per la quale una famiglia tradizionale con mamma, papà e bambini è, nella migliore delle ipotesi, un anacronismo.
Riccardo Ruggeri: «Nel lavoro scoppia la bolla dell’IA. Indicazioni per non saltare in aria»
Riccardo Ruggeri, ex grande manager internazionale, giornalista, editore, scenarista, prestigiosa firma della Verità, studioso di modelli organizzativi avanzati. Ed è in quest’ultima veste che ti ho chiesto questa intervista. Lo scorso anno avevo partecipato a uno dei tuoi Chiostri Idea che avevi tenuto a Milano. Si percepiva che stavi lavorando a una filiera molto innovativa basata sul presupposto che ci saranno giganteschi mutamenti di modello organizzativo di ogni genere che mi avevi anticipato. Dopo aver letto i tuoi ultimi Camei, ti faccio una domanda secca e immagino inopportuna. Supponiamo per un attimo che il presidente Meloni ti chiedesse una consulenza sull’applicazione allo Stato del tuo modello: Idea + IA + Nuovo equilibrato contratto sociale.
«Le risponderei che sarebbe un’ottima Idea e che dovrebbe partire subito inserendo questo tema al centro del suo programma della prossima legislatura, ricordandole che sarà, che piaccia o meno, dominata da IA. Prima però dovrebbe entrare, tecnicamente, nel problema. Suggerirei di partire, ragionando da scenarista, in un caso infinitesimo, recentissimo, paradigmatico. Quello di Investcloud-trasferimento digitale di servizi finanziari: è la sede italiana di una piccola (6-9 milioni di dollari di fatturato a livello mondo) multinazionale tascabile americana. L’organico della sede italiana è di un Ceo, sette funzionari, 29 impiegati in gran parte laureati, specie ingegneri. Chiude perché tutti e 37 vengono sostituiti da un algoritmo. La nostra classica risposta politico-sindacale (“mettiamoli in cassa integrazione”) non si può applicare perché il Ceo non scappa in Bangladesh o in Serbia, semplicemente chiude e perde il posto pure lui. Nel frattempo, le 7 Sorelle (Nvidia, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Apple, Tesla/X) e tutte le altre cugine procedono a pesanti licenziamenti che durano da un paio d’anni a botte del 20% alla volta. Sono tutti posti di lavoro sostituibili da IA. E curiosamente le motivazioni sono tutte uguali e chiarissime. Questa la locuzione scelta, immagino congiuntamente da tutti i loro uffici legali e stampa: “Siamo in grado di creare più software, cioè più prodotti, in meno tempo e con meno lavoro convenzionale”. Di più: “Investiamo questi risparmi da ristrutturazione per finanziare i nostri futuri data center”. Che fa Wall Street? Li premia valutando che spenderanno 700 miliardi nel 2026, il 75% in più del 2025!».
Che significato ha questo modello congiunto di comunicazione?
«È evidente la loro strategia: visto che l’implementazione radicale di IA la iniziano loro stessi nelle loro aziende, si candidano come consulenti per questo modello a livello mondo. Non è più possibile raccattare quattrini con la pubblicità, quindi si trasformeranno in società di consulenza per applicare IA nelle aziende e nello Stato a fronte di ricchi contratti. Come avviene oggi per i vari McKinsey e relative filiere. Essendo vissuto negli anni Ottanta-Novanta del Novecento come Ceo, quando avvenne la grande purga verso la classe operaia con l’eliminazione del lavoro manuale causa robot, per me è tutto un déjà vu».
Allora millantavano che si sarebbero creati altri posti di lavoro più qualificati.
«E io scrissi che non si sarebbe verificato quello che i teorici del Ceo capitalism (non ho mai capito se in buona o cattiva fede) sostenevano allora: l’innovazione uccide sì posti di lavoro però, non subito, ma nel medio periodo ne crea di nuovi a più alto contenuto professionale. In realtà era una menzogna, quello convenzionale emigrò in Asia e Sudamerica, il nuovo lavoro rimase qua ma divenne povero, creando quindi una nuova povertà, però garantita (caso Fiat Mirafiori, 18 anni in cassa integrazione!). Questa nuova attività la chiamarono Gig economy».
I plebei, già. Nei tuoi ultimi Camei scrivi però che «l’attuale ristrutturazione a mezzo IA eliminerà il lavoro della classe patrizia». Sarà così?
«Sì! E questo sarà proprio il problema. È in quest’ottica da piazzista per l’implementazione di IA che devi leggere il viaggio a Roma di Peter Thiel e il suo dilemma cultural-religioso: “Vuoi la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone oppure vuoi il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift”? E si risponde: l’America deve perseguire una terza via. È quello che le 7 Sorelle americane (e cugine varie) stanno facendo sul mondo del business, imponendo IA nel modello organizzativo a livello statale e aziendale. Per questo l’ho definito piazzista, non certo in termini dispregiativi».
Seguendo il ragionamento di Peter Thiel e tuo, mi domando: come la pensa su IA quell’Anticristo di Xi Jinping?
«Xi è all’avanguardia. Nel 2016 ha disegnato il ruolo di IA dandogli dignità umana e trasformandolo in un cittadino cinese a tutti gli effetti, secondo questo programma:
1) Pianificazione in tre fasi per raggiungere nel 2020 un “livello avanzato”, nel 2025 ottenere “grandi scoperte”, nel 2030 diventare “leader globale di IA”.
2) Investire 400 miliardi di dollari all’anno.
3) Integrazione di IA in ogni settore economico e sociale, dalla produzione intelligente alla medicina e, udite udite, fino alla governance sociale, parola colta per dire sorveglianza.
4) Creare un ecosistema di Stato pubblico-privato con piattaforme condivise.
5) Una notazione a margine: le pubblicazioni scientifiche cinesi (quelle pubblicabili, sia chiaro) hanno eguagliato quelle di America, Regno Unito ed Europa messe insieme».
C’è qualche alternativa? Il tuo modello organizzativo Idea ci può aiutare?
«Per Idea ho seguito un altro percorso: far precedere all’applicazione di IA un nuovo modello organizzativo estremamente semplificato, esente dai tabernacoli secondari (quelli che contengono ostie scadute o decomposte). Quindi l’implementazione di IA deve avvenire seguendo un percorso innovativo, l’unico in grado di gestire un evento come sarebbe, provate a immaginarlo, in contemporanea, lo scoppio di un uragano, uno tsunami, un terremoto. Credo l’unica modalità in grado di affrontarlo sia la filiera Idea + IA + Nuovo contratto sociale».
Torniamo alla mia domanda iniziale, se Giorgia Meloni ti chiedesse: «Vorrei conoscere un suo parere su come affrontare in termini tecno-politici lo scoppio della grande bolla di IA che, secondo quanto lei ha scritto, sarà contemporaneamente un uragano, uno tsunami e un terremoto»?
«Risponderei così: “Il potere lo si può gestire in termini ideologici o politici o religiosi (e si può essere scelti da un board di ottimati o dagli elettori con elezioni più o meno manipolate) ma l’execution deve avvenire sempre e soltanto scegliendo un certo tipo di modello organizzativo e un leader coerente allo stesso, ma con comportamenti basati sulla più spinta possibile determinazione. Per esempio, le leadership europee, culturalmente convinte di avere il miglior modello organizzativo esistente al mondo - in realtà un falso storico - tenderanno a resistere in tutti i modi (con normative castranti) a IA e all’innovazione organizzativa che è il brodo di cultura di IA. Conoscendo l’America, immagino che si accorgeranno (anzi, se ne sono già accorti) che la teoria dei finti pesi/contrappesi e la finta teoria del diritto internazionale, con questa tecnologia non sono più praticabili. Andranno al potere i padroni dell’Intelligenza artificiale, i Thiel, che si avvarranno di “presidenti cartonati” . Tutto è già successo, se sostituisci a IA quello che in America si chiama l’apparato industriale-finanziario-militare- Corte Suprema. A cui devi aggiungere, in posizione dominante, le 7 Sorelle di IA.
Mi chiedi cosa suggerirei al presidente Meloni? Prepararsi ad applicare dalla prossima legislatura il modello Idea + IA + Nuovo contratto sociale all’attuale modello organizzativo dello Stato».
Come. Potresti approfondire?
«Iniziando da quattro ministeri strategici (Interni, Giustizia, Finanze, Sanità) per risolvere in termini organizzativi i problemi legati a sicurezza, giustizia, tasse, salute. E spiegare prima ai cittadini cosa significa e i sacrifici da fare. Sacrifici che saranno a favore dei loro figli e nipoti oggi tanto penalizzati proprio da noi adulti e vecchi.
Ovviamente non posso spiegare a te e ai tuoi lettori, cosa intendo operativamente e nei dettagli, cosa comporta applicare il modello organizzativo Idea + IA + Nuovo patto sociale. Sarebbero seghe mentali fra intellettuali. Lo farò solo con un interlocutore che abbia il potere di decidere se applicarlo o meno, quali costi politici è disposto ad assumersi, eccetera eccetera. Ma stai tranquillo: non succederà, e io mi terrò in berta il mio modello organizzativo “innocente”. Finirà che ci scriverò il solito libretto che leggeranno solo quattro gatti, congratulandosi con grandi pacche sulle spalle».
Scusa se insisto. Non ti chiedo, conoscendoti, i dettagli dell’applicazione Idea + IA + Nuovo contratto sociale. Ma in cosa consiste il ruolo organizzativo che ti sei disegnato?
«Sono convinto che, a insaputa di molti, specie ai vertici delle grandi organizzazioni umane di quello che chiamiamo pomposamente Occidente, siamo già entrati in una condizione atmosferica politica-economica-culturale riconducibile al suddetto “uragano-tsunami-terremoto”. Avendo studiato questo momento per tutta la vita, ho costituito, nell’ambito formale di Grantorino Libri, un’attività di consulenza totalmente destrutturata (di qui il nome di Chiostro di riflessione) dove io, su richiesta, decido a chi fornirla. Adotto questa priorità: prima i vertici di organizzazioni statali e piccole-medie aziende, escludendo le grandi, non essendo con la maggior parte dei loro Ceo intellettualmente sulla stessa lunghezza d’onda. Io scelgo il cliente e non viceversa. Come ovvio, la mia attività, e quella di chi desidera lavorare con me, è totalmente gratuita, secondo il principio che seguo da 20 anni: “Quando non c’è passaggio di denaro, Agenzia delle entrate e Magistratura sono garantite per definizione”. E io lavoro sereno».
E se riportassimo a casa, subito, tutti i 2.500 militari italiani attualmente sparsi tra Kuwait, Iraq, Qatar, Libano, e Giordania? La domanda, almeno quella, si impone dopo l’attacco dell’altra sera alla nostra base di Erbil, nel Kurdistan iracheno (che solo per un soffio non ha fatto vittime) e alla luce della reiterata e condivisa posizione del governo e di tutte le forze politiche, secondo la quale l’Italia non prende parte a questa guerra e non intende parteciparvi in futuro.
Però avere in zona 2.500 potenziali bersagli, di fronte all’evidente volontà iraniana di allargare quanto più possibile il conflitto, non è precisamente una garanzia di non esservi trascinati. E quindi chiedersi se sia opportuno, se il gioco valga la candela, non è ozioso.
Anche perché, fatti salvi l’impegno e la riconosciuta professionalità delle nostre truppe, l’utilità delle missioni a cui partecipano non è sempre immediatamente evidente, per usare un eufemismo.
Prendiamo per esempio la forza di interposizione Unifil presente in Libano da quasi 50 anni e alla quale partecipiamo fin dall’inizio allo scopo, tra l’altro, di definire e garantire il rispetto del confine tra Israele e Libano in modo da favorire il raggiungimento di una tregua stabile e pacifica tra i due Paesi e con il mandato di «prendere tutte le azioni necessarie» affinché l’area non venga «utilizzata per operazioni ostili di nessun tipo», nonché il compito di assistere il governo legittimo «per impedire che armi e materiali siano importati in Libano». Il fallimento è, ed è sempre stato, clamoroso: le milizie sciite di Hezbollah hanno potuto fare il bello e il cattivo tempo, scavando tunnel sotto il naso dei soldati Onu e spesso facendosi scudo delle loro postazioni per lanciare attacchi contro Israele. Il cui esercito, a sua volta, non si è fatto scrupolo di prevaricare i caschi blu, mettendone anche a repentaglio l’incolumità, quando ha dovuto reagire ai terroristi.
Adesso quello sud-libanese è tornato a essere un fronte caldissimo: ha senso, date le premesse, lasciarvi una guarnigione priva di regole di ingaggio adeguate a un teatro bellico, esponendola a rischi sostanzialmente inutili? E questo vale ovviamente anche per le altre basi sparse nel raggio d’azione dei missili degli ayatollah. In quella di Erbil il contingente italiano (che ora il governo vuole ritirare «provvisoriamente») è impegnato soprattutto nella formazione delle forze di sicurezza locali, nell’ambito dei programmi di contrasto al terrorismo e di rafforzamento istituzionale: addestramento, consulenza operativa e supporto tecnico in un avamposto nelle zone in cui si muove quel che resta dell’Isis. È questa davvero una priorità, nel preciso momento in cui i pasdaran hanno messo le nostre divise nel mirino? Forse no. E identico discorso si può fare per quelle in Kuwait e in Qatar.
Sia chiaro, qui nessuno intende sostenere che l’Italia non debba assumersi le sue responsabilità sullo scacchiere internazionale. E non sfugge, naturalmente, che tali impegni talvolta debbano passare attraverso le nostre forze armate. Ci sentiamo senz’altro di supportare una operazione con un obiettivo chiaro e mezzi adeguati come Aspides, che pattuglia il Mar Rosso per impedire agli Huthi di bloccare la navigazione commerciale diretta (anche) verso il nostro Paese. Quella è una missione concreta a difesa degli interessi nazionali, che potrebbe replicarsi nello Stretto di Hormuz, dove pure i pericoli sarebbero evidentemente ancora maggiori, ma il risultato atteso di importanza straordinaria. Diverso, ci pare, è fare i bersagli mobili senza avere la possibilità di incidere veramente su quanto avviene e, anzi, esponendo l’Italia al rischio di ritrovarsi suo malgrado costretta a reagire e quindi a partecipare a questa guerra che, dalla Meloni alla Schlein, nessuno vuole. Riportiamo a casa i nostri ragazzi.





