Riccardo Ruggeri: «Nel lavoro scoppia la bolla dell’IA. Indicazioni per non saltare in aria»
Riccardo Ruggeri, ex grande manager internazionale, giornalista, editore, scenarista, prestigiosa firma della Verità, studioso di modelli organizzativi avanzati. Ed è in quest’ultima veste che ti ho chiesto questa intervista. Lo scorso anno avevo partecipato a uno dei tuoi Chiostri Idea che avevi tenuto a Milano. Si percepiva che stavi lavorando a una filiera molto innovativa basata sul presupposto che ci saranno giganteschi mutamenti di modello organizzativo di ogni genere che mi avevi anticipato. Dopo aver letto i tuoi ultimi Camei, ti faccio una domanda secca e immagino inopportuna. Supponiamo per un attimo che il presidente Meloni ti chiedesse una consulenza sull’applicazione allo Stato del tuo modello: Idea + IA + Nuovo equilibrato contratto sociale.
«Le risponderei che sarebbe un’ottima Idea e che dovrebbe partire subito inserendo questo tema al centro del suo programma della prossima legislatura, ricordandole che sarà, che piaccia o meno, dominata da IA. Prima però dovrebbe entrare, tecnicamente, nel problema. Suggerirei di partire, ragionando da scenarista, in un caso infinitesimo, recentissimo, paradigmatico. Quello di Investcloud-trasferimento digitale di servizi finanziari: è la sede italiana di una piccola (6-9 milioni di dollari di fatturato a livello mondo) multinazionale tascabile americana. L’organico della sede italiana è di un Ceo, sette funzionari, 29 impiegati in gran parte laureati, specie ingegneri. Chiude perché tutti e 37 vengono sostituiti da un algoritmo. La nostra classica risposta politico-sindacale (“mettiamoli in cassa integrazione”) non si può applicare perché il Ceo non scappa in Bangladesh o in Serbia, semplicemente chiude e perde il posto pure lui. Nel frattempo, le 7 Sorelle (Nvidia, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Apple, Tesla/X) e tutte le altre cugine procedono a pesanti licenziamenti che durano da un paio d’anni a botte del 20% alla volta. Sono tutti posti di lavoro sostituibili da IA. E curiosamente le motivazioni sono tutte uguali e chiarissime. Questa la locuzione scelta, immagino congiuntamente da tutti i loro uffici legali e stampa: “Siamo in grado di creare più software, cioè più prodotti, in meno tempo e con meno lavoro convenzionale”. Di più: “Investiamo questi risparmi da ristrutturazione per finanziare i nostri futuri data center”. Che fa Wall Street? Li premia valutando che spenderanno 700 miliardi nel 2026, il 75% in più del 2025!».
Che significato ha questo modello congiunto di comunicazione?
«È evidente la loro strategia: visto che l’implementazione radicale di IA la iniziano loro stessi nelle loro aziende, si candidano come consulenti per questo modello a livello mondo. Non è più possibile raccattare quattrini con la pubblicità, quindi si trasformeranno in società di consulenza per applicare IA nelle aziende e nello Stato a fronte di ricchi contratti. Come avviene oggi per i vari McKinsey e relative filiere. Essendo vissuto negli anni Ottanta-Novanta del Novecento come Ceo, quando avvenne la grande purga verso la classe operaia con l’eliminazione del lavoro manuale causa robot, per me è tutto un déjà vu».
Allora millantavano che si sarebbero creati altri posti di lavoro più qualificati.
«E io scrissi che non si sarebbe verificato quello che i teorici del Ceo capitalism (non ho mai capito se in buona o cattiva fede) sostenevano allora: l’innovazione uccide sì posti di lavoro però, non subito, ma nel medio periodo ne crea di nuovi a più alto contenuto professionale. In realtà era una menzogna, quello convenzionale emigrò in Asia e Sudamerica, il nuovo lavoro rimase qua ma divenne povero, creando quindi una nuova povertà, però garantita (caso Fiat Mirafiori, 18 anni in cassa integrazione!). Questa nuova attività la chiamarono Gig economy».
I plebei, già. Nei tuoi ultimi Camei scrivi però che «l’attuale ristrutturazione a mezzo IA eliminerà il lavoro della classe patrizia». Sarà così?
«Sì! E questo sarà proprio il problema. È in quest’ottica da piazzista per l’implementazione di IA che devi leggere il viaggio a Roma di Peter Thiel e il suo dilemma cultural-religioso: “Vuoi la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone oppure vuoi il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift”? E si risponde: l’America deve perseguire una terza via. È quello che le 7 Sorelle americane (e cugine varie) stanno facendo sul mondo del business, imponendo IA nel modello organizzativo a livello statale e aziendale. Per questo l’ho definito piazzista, non certo in termini dispregiativi».
Seguendo il ragionamento di Peter Thiel e tuo, mi domando: come la pensa su IA quell’Anticristo di Xi Jinping?
«Xi è all’avanguardia. Nel 2016 ha disegnato il ruolo di IA dandogli dignità umana e trasformandolo in un cittadino cinese a tutti gli effetti, secondo questo programma:
1) Pianificazione in tre fasi per raggiungere nel 2020 un “livello avanzato”, nel 2025 ottenere “grandi scoperte”, nel 2030 diventare “leader globale di IA”.
2) Investire 400 miliardi di dollari all’anno.
3) Integrazione di IA in ogni settore economico e sociale, dalla produzione intelligente alla medicina e, udite udite, fino alla governance sociale, parola colta per dire sorveglianza.
4) Creare un ecosistema di Stato pubblico-privato con piattaforme condivise.
5) Una notazione a margine: le pubblicazioni scientifiche cinesi (quelle pubblicabili, sia chiaro) hanno eguagliato quelle di America, Regno Unito ed Europa messe insieme».
C’è qualche alternativa? Il tuo modello organizzativo Idea ci può aiutare?
«Per Idea ho seguito un altro percorso: far precedere all’applicazione di IA un nuovo modello organizzativo estremamente semplificato, esente dai tabernacoli secondari (quelli che contengono ostie scadute o decomposte). Quindi l’implementazione di IA deve avvenire seguendo un percorso innovativo, l’unico in grado di gestire un evento come sarebbe, provate a immaginarlo, in contemporanea, lo scoppio di un uragano, uno tsunami, un terremoto. Credo l’unica modalità in grado di affrontarlo sia la filiera Idea + IA + Nuovo contratto sociale».
Torniamo alla mia domanda iniziale, se Giorgia Meloni ti chiedesse: «Vorrei conoscere un suo parere su come affrontare in termini tecno-politici lo scoppio della grande bolla di IA che, secondo quanto lei ha scritto, sarà contemporaneamente un uragano, uno tsunami e un terremoto»?
«Risponderei così: “Il potere lo si può gestire in termini ideologici o politici o religiosi (e si può essere scelti da un board di ottimati o dagli elettori con elezioni più o meno manipolate) ma l’execution deve avvenire sempre e soltanto scegliendo un certo tipo di modello organizzativo e un leader coerente allo stesso, ma con comportamenti basati sulla più spinta possibile determinazione. Per esempio, le leadership europee, culturalmente convinte di avere il miglior modello organizzativo esistente al mondo - in realtà un falso storico - tenderanno a resistere in tutti i modi (con normative castranti) a IA e all’innovazione organizzativa che è il brodo di cultura di IA. Conoscendo l’America, immagino che si accorgeranno (anzi, se ne sono già accorti) che la teoria dei finti pesi/contrappesi e la finta teoria del diritto internazionale, con questa tecnologia non sono più praticabili. Andranno al potere i padroni dell’Intelligenza artificiale, i Thiel, che si avvarranno di “presidenti cartonati” . Tutto è già successo, se sostituisci a IA quello che in America si chiama l’apparato industriale-finanziario-militare- Corte Suprema. A cui devi aggiungere, in posizione dominante, le 7 Sorelle di IA.
Mi chiedi cosa suggerirei al presidente Meloni? Prepararsi ad applicare dalla prossima legislatura il modello Idea + IA + Nuovo contratto sociale all’attuale modello organizzativo dello Stato».
Come. Potresti approfondire?
«Iniziando da quattro ministeri strategici (Interni, Giustizia, Finanze, Sanità) per risolvere in termini organizzativi i problemi legati a sicurezza, giustizia, tasse, salute. E spiegare prima ai cittadini cosa significa e i sacrifici da fare. Sacrifici che saranno a favore dei loro figli e nipoti oggi tanto penalizzati proprio da noi adulti e vecchi.
Ovviamente non posso spiegare a te e ai tuoi lettori, cosa intendo operativamente e nei dettagli, cosa comporta applicare il modello organizzativo Idea + IA + Nuovo patto sociale. Sarebbero seghe mentali fra intellettuali. Lo farò solo con un interlocutore che abbia il potere di decidere se applicarlo o meno, quali costi politici è disposto ad assumersi, eccetera eccetera. Ma stai tranquillo: non succederà, e io mi terrò in berta il mio modello organizzativo “innocente”. Finirà che ci scriverò il solito libretto che leggeranno solo quattro gatti, congratulandosi con grandi pacche sulle spalle».
Scusa se insisto. Non ti chiedo, conoscendoti, i dettagli dell’applicazione Idea + IA + Nuovo contratto sociale. Ma in cosa consiste il ruolo organizzativo che ti sei disegnato?
«Sono convinto che, a insaputa di molti, specie ai vertici delle grandi organizzazioni umane di quello che chiamiamo pomposamente Occidente, siamo già entrati in una condizione atmosferica politica-economica-culturale riconducibile al suddetto “uragano-tsunami-terremoto”. Avendo studiato questo momento per tutta la vita, ho costituito, nell’ambito formale di Grantorino Libri, un’attività di consulenza totalmente destrutturata (di qui il nome di Chiostro di riflessione) dove io, su richiesta, decido a chi fornirla. Adotto questa priorità: prima i vertici di organizzazioni statali e piccole-medie aziende, escludendo le grandi, non essendo con la maggior parte dei loro Ceo intellettualmente sulla stessa lunghezza d’onda. Io scelgo il cliente e non viceversa. Come ovvio, la mia attività, e quella di chi desidera lavorare con me, è totalmente gratuita, secondo il principio che seguo da 20 anni: “Quando non c’è passaggio di denaro, Agenzia delle entrate e Magistratura sono garantite per definizione”. E io lavoro sereno».
E se riportassimo a casa, subito, tutti i 2.500 militari italiani attualmente sparsi tra Kuwait, Iraq, Qatar, Libano, e Giordania? La domanda, almeno quella, si impone dopo l’attacco dell’altra sera alla nostra base di Erbil, nel Kurdistan iracheno (che solo per un soffio non ha fatto vittime) e alla luce della reiterata e condivisa posizione del governo e di tutte le forze politiche, secondo la quale l’Italia non prende parte a questa guerra e non intende parteciparvi in futuro.
Però avere in zona 2.500 potenziali bersagli, di fronte all’evidente volontà iraniana di allargare quanto più possibile il conflitto, non è precisamente una garanzia di non esservi trascinati. E quindi chiedersi se sia opportuno, se il gioco valga la candela, non è ozioso.
Anche perché, fatti salvi l’impegno e la riconosciuta professionalità delle nostre truppe, l’utilità delle missioni a cui partecipano non è sempre immediatamente evidente, per usare un eufemismo.
Prendiamo per esempio la forza di interposizione Unifil presente in Libano da quasi 50 anni e alla quale partecipiamo fin dall’inizio allo scopo, tra l’altro, di definire e garantire il rispetto del confine tra Israele e Libano in modo da favorire il raggiungimento di una tregua stabile e pacifica tra i due Paesi e con il mandato di «prendere tutte le azioni necessarie» affinché l’area non venga «utilizzata per operazioni ostili di nessun tipo», nonché il compito di assistere il governo legittimo «per impedire che armi e materiali siano importati in Libano». Il fallimento è, ed è sempre stato, clamoroso: le milizie sciite di Hezbollah hanno potuto fare il bello e il cattivo tempo, scavando tunnel sotto il naso dei soldati Onu e spesso facendosi scudo delle loro postazioni per lanciare attacchi contro Israele. Il cui esercito, a sua volta, non si è fatto scrupolo di prevaricare i caschi blu, mettendone anche a repentaglio l’incolumità, quando ha dovuto reagire ai terroristi.
Adesso quello sud-libanese è tornato a essere un fronte caldissimo: ha senso, date le premesse, lasciarvi una guarnigione priva di regole di ingaggio adeguate a un teatro bellico, esponendola a rischi sostanzialmente inutili? E questo vale ovviamente anche per le altre basi sparse nel raggio d’azione dei missili degli ayatollah. In quella di Erbil il contingente italiano (che ora il governo vuole ritirare «provvisoriamente») è impegnato soprattutto nella formazione delle forze di sicurezza locali, nell’ambito dei programmi di contrasto al terrorismo e di rafforzamento istituzionale: addestramento, consulenza operativa e supporto tecnico in un avamposto nelle zone in cui si muove quel che resta dell’Isis. È questa davvero una priorità, nel preciso momento in cui i pasdaran hanno messo le nostre divise nel mirino? Forse no. E identico discorso si può fare per quelle in Kuwait e in Qatar.
Sia chiaro, qui nessuno intende sostenere che l’Italia non debba assumersi le sue responsabilità sullo scacchiere internazionale. E non sfugge, naturalmente, che tali impegni talvolta debbano passare attraverso le nostre forze armate. Ci sentiamo senz’altro di supportare una operazione con un obiettivo chiaro e mezzi adeguati come Aspides, che pattuglia il Mar Rosso per impedire agli Huthi di bloccare la navigazione commerciale diretta (anche) verso il nostro Paese. Quella è una missione concreta a difesa degli interessi nazionali, che potrebbe replicarsi nello Stretto di Hormuz, dove pure i pericoli sarebbero evidentemente ancora maggiori, ma il risultato atteso di importanza straordinaria. Diverso, ci pare, è fare i bersagli mobili senza avere la possibilità di incidere veramente su quanto avviene e, anzi, esponendo l’Italia al rischio di ritrovarsi suo malgrado costretta a reagire e quindi a partecipare a questa guerra che, dalla Meloni alla Schlein, nessuno vuole. Riportiamo a casa i nostri ragazzi.
No, dai: non può essere lui. Davvero ha intimato a Giorgia Meloni di «non commentare fatti che avvengono in altri Paesi»? Macron? Il presunto Napoleone che, pur di non affrontare i disastri in casa propria, non fa altro che ficcare il naso in quelle altrui? Dagli Usa alla Groenlandia, dall’Ucraina a Gaza, dall’India alla Cina è tutto un interventismo macroniano. Epperò, improvvisamente, ecco che Emmanuel scopre il riserbo, il colpo di reni sovranista: «Lasciate che tutti restino a casa e le pecore saranno ben custodite», è la spiritosaggine dietro la quale il presidente francese prova vanamente a celare la stizza.
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.





