Il condirettore della Verità Massimo De’ Manzoni intervista il generale Vannacci su Ucraina, remigrazione e tensioni politiche italiane.
Il condirettore della Verità Massimo De’ Manzoni intervista il generale Vannacci su Ucraina, remigrazione e tensioni politiche italiane.
Guido Guidesi (Ansa)
L’assessore: «Il costo della vita non è uguale ovunque, le soluzioni nazionali non sono eque. Se non si differenziano salari e strumenti a livello regionale, il rischio è una contrazione dei consumi e meno crescita. Ci vuole un dibattito al governo».
Il costo della vita a Milano è maggiore del 10% rispetto a quello di Roma e Firenze, mentre rispetto a Palermo e Napoli la differenza supera il 50%. A dirlo è un recente studio dell’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, firmato da Carlo Cottarelli. Numeri che spingono l’assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia a lanciare un vero e proprio allarme: «Bisogna differenziare gli stipendi in base al territorio o si rischia un calo dei consumi generale e quindi meno produzione e meno Pil».
Assessore Guidesi, i contratti nazionali non bastano più per rispondere all’aumento dell’inflazione?
«Il primo passo è fare una segnalazione chiara, ed è il ruolo che sto cercando di svolgere come “ambasciatore del territorio”. Oggi si utilizzano strumenti e soluzioni omogenee su tutto il territorio nazionale, ma l’impatto dell’inflazione e il costo della vita non sono uguali ovunque. Questo rende quelle soluzioni, nei fatti, non eque. È una questione che deve diventare oggetto di un vero dibattito politico nazionale».
Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale. Non è sufficiente?
«Sono molto d’accordo sull’intervento sul cuneo fiscale, è un passo nella giusta direzione. Ma dobbiamo essere onesti: la diminuzione del cuneo ha un impatto diverso sull’aumento del potere d’acquisto a seconda dei territori. Se il costo della vita è più alto, il beneficio reale per famiglie e lavoratori è minore. L’omologazione delle misure produce effetti molto diversi».
Può fare un esempio concreto?
«Il buono pasto, per esempio, ha un potere “disciplinare” e un valore reale molto diverso da zona a zona. In alcune aree copre un pasto, in altre solo una parte. È evidente che questi strumenti andrebbero calibrati tenendo conto delle differenze territoriali».
Quanto pesa ancora l’inflazione sull’economia reale?
«Siamo molto preoccupati. È vero che l’inflazione si è stabilizzata, ma il picco c’è stato e resta. Gli aumenti dei prezzi, a partire dai costi energetici, non sono scomparsi. Il costo della vita rimane elevato e temiamo una contrazione dei consumi nei prossimi mesi, con conseguenze dirette sull’economia».
Bisogna tornare alle vecchie gabbie salariali?
«Questo non sta a me deciderlo. Le soluzioni tecniche - che siano contratti territoriali, indicizzazioni o altri strumenti - devono emergere da un dibattito politico serio e responsabile. Io non propongo scorciatoie ideologiche, ma la presa d’atto di una realtà economica diversa da territorio a territorio».
La contrattazione di secondo livello nel privato non risponde già a questa esigenza?
«In parte funziona, ma non basta. È spesso legata alla singola azienda, alla sua capacità e sensibilità, e interviene su servizi o benefit specifici. Il tema del costo della vita, però, resta aperto. Per questo chiedo che la questione rientri nella discussione nazionale, non solo aziendale».
Ma le Regioni possono intervenire direttamente?
«No, non abbiamo la leva fiscale. Non possiamo affrontare da soli il tema del costo della vita più alto. Anche il welfare aziendale dipende dalla forza delle singole imprese, che fanno già molto e di cui siamo orgogliosi. O si consente alle Regioni di intervenire attraverso l’autonomia e il federalismo fiscale oppure se ne occupi lo Stato a livello nazionale».
Cosa rischia il Paese se non si interviene?
«Il rischio è una compressione dei consumi. E quando i consumi si fermano, ci sono conseguenze economiche dirette, anche sul Pil. La Lombardia contribuisce in modo determinante al Pil italiano: metterla nelle condizioni di continuare a farlo conviene a tutti».
Gli imprenditori cosa vi dicono?
«Che stanno già facendo la loro parte, ma i costi delle imprese sono cambiati radicalmente. Penso all’energia: prima poteva incidere per il 10% sul bilancio, oggi anche per il 40%. Continueranno a fare il possibile, ma serve un’azione pubblica e politica di accompagnamento».
Cercherà una sponda anche con le parti sociali?
«Porterò il tema al tavolo della competitività lombardo. Al di là delle appartenenze politiche, è evidente che scelte diverse producono risultati diversi. Qui non si tratta di bandiere, ma di realismo economico».
Pnrr e federalismo fiscale possono essere una risposta?
«Entro giugno ci sono scadenze importanti, anche sul Pnrr e sul federalismo fiscale. Se questi strumenti serviranno a dare risposte concrete ai territori, bene. Altrimenti è indispensabile che il Governo si occupi direttamente del tema. Non si può far finta che questa situazione non esista. Noi continueremo ad alimentare il dibattito, come un vero “sindacato del territorio”».
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Ma il vero problema restano gli inattivi saliti al 33,7%, oltre 31.000 persone in più.
Nel quarto trimestre 2025 il Pil italiano è salito dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% in termini tendenziali. L’andamento ha portato la crescita media del 2025 a +0,7% rispetto al 2024, nonostante tre giornate lavorative in meno.Il dato è importante perché nel confronto con il documento programmatico di finanza pubblica di ottobre la crescita reale del 2025 era indicata a +0,5%.
In concreto, la spinta dell’economia appare relativamente diffusa: l’Istat segnala una crescita in tutti i principali comparti, con un contributo più evidente di agricoltura e industria. Dal lato della domanda, il profilo è più sbilanciato: la componente nazionale (al lordo delle scorte) ha contribuito positivamente, mentre la domanda estera netta ha inciso negativamente. In sostanza, la chiusura d’anno poggia più su consumi e investimenti domestici che su un traino del commercio estero. Il segno meno dell’estero netto indica che nel 2026 un recupero dell’export, o una minore pressione delle importazioni, sarà cruciale: affidarsi solo alla domanda interna rende la crescita più fragile. Non poco.
Guardando al 2026, la «variazione acquisita» è +0,3%: se dunque in tutti i trimestri 2026 il Pil registrasse crescita nulla, l’anno chiuderebbe comunque a +0,3% nella media. Nel Dpfp l’obiettivo programmatico è +0,7%: per colmare i quattro decimi mancanti serve dunque una dinamica congiunturale aggiuntiva che, in ordine di grandezza, equivale a circa +0,1% a trimestre lungo l’anno.
La situazione dell’economia italiana, insomma, appare moderatamente incoraggiante e questo si riflette anche sul mercato del lavoro. Anche se non è oro tutto quello che luccica. A dicembre 2025 gli occupati sono diminuiti di 20.000 unità (-0,1%) e il tasso di occupazione è sceso al 62,5%. Il vero problema resta quello dell’inattività, salita al 33,7% (+31.000). La disoccupazione complessiva è invece calata al 5,6%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004, ma quella giovanile è risalita al 20,5% (+1,4 punti).
Il calo mensile dell’occupazione ha riguardato soprattutto uomini, dipendenti a termine e le classi tra 25 e 34 e tra 35 e 49 anni. I disoccupati sono invece diminuiti tra donne e professionisti di oltre 25 anni, mentre sono cresciuti tra uomini e lavoratori tra i 15 e i 24 anni. Sul quarto trimestre rispetto al precedente gli occupati sono cresciuti dello 0,3% (+74.000), le persone in cerca di lavoro sono scese del 5,3% (-81.000) e gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono cresciuti dello 0,3% (+34.000).
Nel confronto annuo, l’occupazione è aumentata di 62.000 unità (+0,3%), anche se ne è cambiata la composizione: cresciuti i dipendenti permanenti (+161.000) e gli autonomi (+147.000), mentre sono scesi i dipendenti a termine (-245.000). Rispetto a dicembre 2024, le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 229.000 unità (-13,8%) e gli inattivi 15-64 sono saliti di 163.000 unità (+1,3%).
La fotografia di fine 2025 è insomma coerente con un’economia che rallenta senza fermarsi: crescita positiva ma «bassa» e occupazione che, nel saldo annuo, si sposta verso posizioni più stabili. Il banco di prova del 2026 è trasformare l’aumento dello 0,3% in un sentiero vicino allo 0,7% senza far crescere ulteriormente l’inattività e senza lasciare il peso dell’aggiustamento sulle fascie più giovani.
Come ha spiegato Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, centro studi sul diritto del lavoro, si tratta del secondo mese consecutivo di crescita dell’inattività, dopo l’aumento già registrato a novembre. «La diminuzione della disoccupazione», sottolinea l’esperto, «va quindi interpretata con cautela: una parte del miglioramento deriva dal fatto che più persone smettono di cercare lavoro e scivolano nell’inattività».
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Oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
L’ex membro della Banca centrale americana prenderà a maggio il posto di Powell, scelto dal tycoon nel 2017. Salvo poi attaccarlo per non aver abbassato in fretta i tassi d’interesse. Crollano oro e argento.
Donald Trump non rinuncia alla sorpresa. La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, a partire da maggio, è il classico compromesso dopo il fragore degli ultimi mesi al quale il presidente non rinuncia mai. Warsh è considerato una colomba con artigli ancora ben visibili.
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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