La sinistra per il Sì diventa così un moto insurrezionale contro i dogmi che imbrigliano il campo largo. Un messaggio chiaro e forte a Elly Schlein che gioca ancora a fare a gara con Giuseppe Conte per intestarsi un’eventuale vittoria che miri a un illusorio avviso di sfratto al governo.
Alla Camera nasce l’intergruppo per il Sì. Oltre al Pd, ci sono dentro esponenti di Azione, +Europa e Italia Viva oltre al Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin che dice: «Qui non si vota sul governo Meloni ma su una riforma che condividiamo».
Il leader di Azione, Carlo Calenda, non ha dubbi: «La riforma era nel nostro programma». E la neo calendiana Elisabetta Gualmini, dopo l’addio al Pd, gli va dietro insieme alla collega Valentina Grippo. «Sono sempre stato favorevole a questa riforma, anche quando ero nella Margherita o nel Pd», conferma l’altro calendiano Ettore Rosato.
Nel gruppo anche Benedetto Della Vedova, +Europa, ex radicale, puro pedigree garantista: «La riforma è radicale, liberale, antiautoritaria, più di sinistra che di destra».
Molti anche gli esponenti di Italia Viva per il Sì, da quando Matteo Renzi ha dato libertà di voto, riservandosi lui di prendere una posizione a ridosso dell’urna, a partire dalla presidente dei senatori, Raffaella Paita e dal renziano Roberto Giachetti: «È una battaglia che porto avanti da trent’anni, ho auspicato venisse approvata con Berlusconi», commenta.
Molti dem sudano freddo. Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato del Pd, è in prima linea per spiegare le ragioni del Sì. «Con il Sì completiamo il giusto processo rimasto incompiuto. Non un disegno contro la magistratura, ma una coerenza attesa. Separare le carriere per rafforzare la terzietà del giudice», dichiara.
Nel Pd pesa soprattutto l’adesione all’intergruppo della vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, enfant prodige della Margherita, cresciuta, nel mito di Ciriaco De Mita, che da mesi non le manda a dire a Schlein. «Questa riforma riguarda concretamente la vita delle persone. E io credo che sia molto importante provare a discutere nel merito», recita in un video social visto come un atto di insubordinazione alla linea dettata dalla segretaria Pd.
Pur votando contro il governo Meloni si espone per il Sì anche Augusto Barbera, 87 anni, ex presidente della Consulta, ex parlamentare Pci-Pds ed ex (per una breve parentesi) ministro con Ciampi.
Il leader di Democrazia sovrana popolare, Marco Rizzo, sceglie un intervento social per annunciare il suo Sì raccontando del furto alla moglie nella metropolitana di Milano «e non ditemi che non c’entra nulla perché se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro. Basta, ci siamo rotti le scatole».
Ma a mandare su tutte le furie gli ultras del No è Giuliano Pisapia, l’ex sindaco arancione di Milano che strappò la città, dopo anni di dominio, al centrodestra. Da stimato avvocato penalista, figlio di Gian Domenico Pisapia, uno degli artefici del codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989, che introdusse il rito accusatorio, dice che voterà Sì. Ha prevalso l’avvocato sul politico beccandosi anche una sequela di insulti dai dem.
Impegnato per la campagna del Sì anche il presidente dell’associazione di area di centrosinistra Libertà eguale, Enrico Morando, già senatore Pds-Ds, viceministro con i governi Renzi e Gentiloni e fondatore del Pd: «Bisogna votare sul testo e non sul contesto. Non abbiamo alcuna intenzione di sostenere il governo Meloni, ma essendo in gioco il testo e non il contesto questa è una buona riforma che ne completa altre di cui la sinistra è stata protagonista».
Insieme a lui tanti volti noti ex Pds-Ds, come la filosofa e storica, Claudia Mancina, componente della direzione del Pd, e poi Chicco Testa, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Umberto Ranieri, Nicola Latorre, Mario Oliverio che portano sul fronte del Sì la cultura politica della Quercia. Tra questi c’è l’ex ministro dell’Interno nonché figura chiave del governo D’Alema, Marco Minniti, il quale ritiene che «questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura».
Ma il Sì viene pronunciato anche dall’ex senatore Giorgio Tonini, fondatore del Pd e tra i principali ispiratori del Lingotto, e Tommaso Nannicini, ex parlamentare dem ed esponente di spicco del think thank a supporto del governo Renzi. A favore del Sì, gli ex parlamentari dem, Anna Paola Concia e Stefano Esposito. Per confermare la riforma del governo anche l’ex ministro dell’Interno del governo Prodi, Enzo Bianco e, dalla Cgil, il sindacalista Michele Magno.
Nell’opposizione il Sì più netto arriva dal Psi: «Non si tratta solo di una scelta politica ma di una posizione coerente con la storia della comunità socialista», dice il segretario Enzo Maraio. Idem da socialisti di oggi e di ieri, da Bobo Craxi a Fabrizio Cicchitto.
Riformisti e progressisti non accettano di essere inquadrati in una minoranza della minoranza.