
Che trappolone. I pm di Milano vogliono aprire il telefono dell’ex direttore generale del Tesoro, Marcello Sala, per verificare se ci sono sms o chat con alcuni ministri e parlamentari. Sognano di capire se c’è qualcosa di interessante sull’inchiesta aperta dalla Procura meneghina per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza relativa alla cessione del 15% di azioni Mps da parte del ministero dell’Economia nel novembre 2024. La cosa strana è che nella lettera inviata dai pm Pellicano-Gaglio-Polizzi ai presidenti di Camera e Senato si indicano già i nomi di chi avrebbe interloquito con l’allora gran capo della struttura di via XX Settembre ora presidente di Nexi. Si tratta dei deputati Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, Federico Freni, sottosegretario all’Economia e candidato per andare a guidare la Consob, Maurizio Leo, viceministro dell’Economia, Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e Giulio Centemero, ex tesoriere leghista. La lista prosegue con i senatori Matteo Salvini, leader della Lega, vicepremier e ministro dei Trasporti, Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Massimiliano Romeo, capogruppo leghista, e Antonio Misiani, già viceministro Pd dell’Economia.
Tutti questi signori hanno l’immunità, per cui qualsiasi procedimento nei loro confronti dovrebbe passare da una richiesta formale di sospensione dello scudo parlamentare. Le toghe però la prendono larga: «Solo in caso di accertamento della reale esistenza di comunicazioni» di Sala con questi parlamentari, «e della loro rilevanza per la prova dei reati per i quali si indaga», si leggeva ieri in una anticipazione del Corriere della Sera, i pm preventivano che «ai fini della loro acquisizione sarebbe necessaria ulteriore autorizzazione del Parlamento nel rispetto dell'articolo 68 della Costituzione».
Già oggi si «terrà un ufficio di presidenza della Giunta» per le autorizzazioni a procedere «per stabilire i successivi passaggi tecnici. Sarà necessario anche un coordinamento con l’analogo organismo del Senato», ha fatto sapere con una nota il presidente della Giunta di Montecitorio, Devis Dori, che fa parte di Avs.
Al di là però dei tecnicismi e delle tempistiche, il tema è politico. In primis segnalando i nomi, dove è lampante che l’unico di opposizione è Misiani. Il quale ha subito fatto sapere che «non ho alcuna obiezione rispetto a quanto richiesto dai pm di Milano. È indispensabile che la magistratura faccia piena luce su questa vicenda, come abbiamo costantemente chiesto in questi mesi». Prima di lui il vicepresidente del M5s, Mario Turco ha colto la palla al balzo per chiedere che «la Commissione d’inchiesta sulle banche» di cui lui fa parte «proceda senza indugi all'audizione di Giorgetti, Sala e Freni». M5s - ha aggiunto - «avanzerà formalmente questa richiesta, alla luce dei nuovi sviluppi dell’inchiesta sul presunto concerto tra Caltagirone, Milleri (Delfin) e Lovaglio (Mps) nell’acquisto di pacchetti azionari del Monte dei Paschi ceduti dal Mef a fine 2024 e nella successiva scalata della banca senese a Mediobanca e, a cascata, a Generali».
Alt, però il presunto concerto, ovvero un accordo tra venditore e acquirenti del 15% di Mps - operazione avvenuta con una procedura accelerata il 13 novembre 2024, con il supporto di Banca Akros - è già stato smentito da una approfondita relazione Consob, frutto di una indagine interna portata avanti dagli sceriffi della Borsa e conclusasi a settembre, quindi un mese e mezzo prima dell’inchiesta della Procura. Ma soprattutto l’ipotesi di concerto fra Delfin e Caltagirone è crollata poche settimana fa durante l’assemblea di Montepaschi - la prima dopo l’offerta che ha portato Mediobanca sotto il controllo di Siena - nella quale Lovaglio è stato rivotato come amministratore delegato, col sostegno decisivo di Delfin, mentre Caltagirone puntava su un altro candidato per la guida di Mps. Altro che concerto...
Il voto dell’assemblea ha spento le voci di chi ipotizzava trame oscure, legami politici o altro, ma fatalità ora c’è questa lettera dei pm milanesi per vedere il ruolo della politica sulla cessione di un pacchetto chiave della banca più antica d’Italia, che per altro era finita in mano allo Stato per colmare i disastri della storica gestione sinistra dell’istituto.
Ora se il Parlamento dice sì alle richieste delle toghe distrugge le prerogative parlamentari, se dice no l’opposizione griderà facendo presagire che il governo copre chissà che interessi. La verità è che era ovvio ci fosse una interlocuzione tra esponenti del governo e la banca, dato appunto che il primo azionista era il Tesoro. Però se passa il concetto che gli sms tra un ministro e un manager di una società controllata dallo Stato debbano diventare di pubblico dominio, allora è il Grande Fratello: la sicurezza della Repubblica sarebbe a rischio. Sarebbe giusto ascoltare un vertice tra Mattarella e Garofani sulla Difesa o tra il capo dello Stato e Macron sulla guerra? La trasparenza è fondamentale, il gossip però è un’altra cosa.






