È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, simbolo nerazzurro tra anni Settanta e Ottanta. Talento puro e uomo autentico, non il più vincente né il più celebrato, Brera lo soprannominò «Driblossi», mentre l'avvocato Prisco disse che «il pallone giocava con lui». Iconico l'episodio del doppio rigore sbagliato con lo Slovan Bratislava.
Bandiera dell’Inter e icona del calcio italiano fra gli anni Settanta e Ottanta. Nella notte tra martedì 5 maggio e mercoledì 6, Evaristo Beccalossi se n’è andato. Aveva 69 anni, e ne avrebbe compiuti 70 tra pochi giorni.
Un'emorragia cerebrale a gennaio 2025, con 47 giorni di coma e una lunga riabilitazione a Brescia, nella sua città, protetto dai familiari, dagli amici e da qualche compagno di squadra che non l’ha mai abbandonato. Come Alessandro Altobelli, sempre presente anche nei momenti più difficili.
Era uno dei numeri 10 più amati, e non solo dai tifosi nerazzurri. Non uno dei più vincenti né uno dei più celebrati dalla critica. Ma un calciatore di indubbio talento, e un uomo di straordinaria simpatia e autenticità.
Alcuni calciatori si ricordano per i trofei. Altri, invece, per quello che erano e per le emozioni che trasmettevano. Il Becca – così veniva chiamato – faceva parte della seconda categoria, anche se di trofei ne aveva vinti, eccome. Con l'Inter dal 1978 al 1984 216 presenze, 37 reti, uno scudetto nel 1979-80 sotto la guida tecnica di Eugenio Bersellini, una Coppa Italia nel 1981-82, le semifinali di Coppa dei Campioni nel 1980-81. I tifosi dell’Inter ricordano in particolare una doppietta nel derby vinto 2-0 il 28 ottobre 1979, decisivo per l’esito finale vittorioso di quel campionato. Lo incitavano, cantando a squarciagola: «Evaristo, Evaristo, non lo ferma neanche Cristo». Il mitico giornalista sportivo Gianni Brera lo aveva spiritosamente soprannominato «Driblossi», a testimonianza delle sue rare doti tecniche. Persino l’avvocato Peppino Prisco, storico dirigente e vicepresidente dell’Inter, lo aveva così poeticamente elogiato: «Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l'accarezzava riempiendolo di coccole».
Ma la scena che lo ha reso immortale non è una rete o un trofeo, quanto piuttosto un curioso aneddoto di una domenica di Coppa delle Coppe. 15 settembre 1982, l’Inter affrontava a San Siro lo Slovan Bratislava. Durante la partita, Beccalossi sbagliò un rigore. Poi, sette minuti dopo, altro rigore per i nerazzurri. Il Becca si presentò di nuovo sul dischetto, pensando di rimediare all’errore. Il comico Paolo Rossi, grande tifoso nerazzurro, ha fatto di questo episodio un monologo che il tempo non ha consumato. «Lo tiro io», disse fieramente Beccalossi. E risbagliò. Era quello, il Becca. Un uomo capace di prendersi le responsabilità, di sbagliare due volte di fila davanti a tutto uno stadio e di non spostarsi di un centimetro.
«Ci sembra impossibile, Evaristo era uno di noi»: comincia così il comunicato dell'Inter, che lo saluta a pochi giorni dalla conquista del 21° scudetto. Il club ricorda i riccioli che ciondolavano sulle spalle, l'era Bersellini, il tifo che lo aveva eletto a simbolo di quegli anni. La sua incrollabile fede nerazzurra è tutta racchiusa in questa frase, che risale a una recente intervista: «La cosa più bella era che il popolo interista si identificava in noi».
Dopo il calcio, aveva lavorato come opinionista televisivo, poi come capo delegazione delle giovanili della Federcalcio. È sempre rimasto nel mondo che lo aveva reso grande, e che lui amava alla follia. Fino al triste e prematuro epilogo, che non ne cancella la grandezza ma ne rafforza il ricordo.



