Zoran Mamdani viene eletto sindaco di New York sulla base di una piattaforma politica socialista, promette mezzi pubblici gratis, alloggi gratis, requisizione delle case ai ricchi, aumento delle tasse. In meno di tre mesi è costretto ad affrontare i buchi di bilancio, non riesce a dare copertura economica a nessuna delle sue promesse, i ricchi se ne vanno in Florida per non essere tassati, la criminalità aumenta e gli unici risultati politici concreti sono la nomina di due comunisti nella sua giunta: la responsabile dell’Office to Protect Tenants, Cea Weaver, nota per aver detto che il possesso di una casa è segno di «suprematismo bianco» ma la cui famiglia possiede una casa di campagna a Nashville del valore di due milioni di dollari (e quando le hanno fatto notare la contraddizione si è messa a piangere), e il rapper Mysonne Linen nel Criminal Legal System Committee, già condannato per due rapine a mano armata per un totale di sette anni di carcere, a definitiva conferma che l’unico effettivo potere che un politico può esercitare è quello di nomina.
Donald Trump stravince le elezioni proponendo l’ambiziosa piattaforma neoisolazionista elaborata dalla Heritage Foundation sull’idea di «America first» e rinnegando il ruolo di «poliziotto del mondo» che i Neocon avevano ritagliato agli Usa ma non può fare a meno di affiancare Israele in un conflitto che oggettivamente coinvolge gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Allo stesso modo - e forse in maniera ancora più paradossale - la legge sull’obbligo di cittadinanza per il voto negli Usa gode dell’approvazione popolare generale quanto poche altre leggi nella storia ma trova difficoltà a superare l’ostruzionismo di quattro lobbisti repubblicani che siedono in Senato e non ne consentono l’iter. Lo stesso si può dire per situazioni analoghe in Italia o in altri Paesi europei, tanto che la discrepanza tra promesse elettorali e loro effettivo mantenimento è divenuta la caratteristica distintiva della democrazia dei nostri giorni.
Per contrastare l’astensionismo la politica ricorre a programmi e campagne elettorali massimaliste, le uniche in grado di mobilitare l’opinione pubblica, e una volta giunta al potere si trova costretta, strutturalmente più che per scelta, ad affrontare problemi reali fornendo soluzioni di mediazione che contraddicono le promesse elettorali. Tale dinamica ha assunto ormai le caratteristiche del circolo vizioso e più un governo delude più vi dovrà essere una campagna elettorale massimalista i cui temi saranno poi destinati a essere ignorati deludendo ancora di più l’elettorato. Ogni governo di sinistra, per aggregare il voto «indignato», deve basarsi su piattaforme sempre più estremiste e surreali le cui linee-guida saranno destinate a cadere di fronte alle costrizioni sistemiche connaturate agli attuali assetti, ottenendo così il risultato di aggravare i problemi per i quali ci si era presentati come la soluzione.
Anche la destra risente di dinamiche analoghe riattualizzando le considerazioni di Max Weber sulla «tragicità del potere»: Trump incarna perfettamente la tensione tragica weberiana tra un candidato che promette un nuovo ruolo per la propria nazione, riesce a ottenere grandi risultati in quella direzione, ma non può sottrarsi, nei momenti di crisi, alla logica di potenza ontologicamente legata alla nazione che presiede. O si resta fedeli alla convinzione e si fallisce nella conduzione dello Stato, oppure ci si assume la responsabilità del governo e si tradisce la promessa fatta agli elettori.
Non si tratta di un fallimento contingente ma del riproporsi in tutta la sua chiarezza della struttura tragica del politico dopo che i dispositivi novecenteschi dello Stato keynesiano-fordista e dei «blocchi contrapposti» l’avevano occultata. A mostrare tutti i propri limiti sono dunque i due tratti distintivi della democrazia novecentesca: il mito della rappresentatività e della «delega democratica», annullate dalla divergenza tra propaganda e necessità di Stato, e il mito dello Stato sociale, mandato in crisi dall’immigrazionismo. A quanto pare la nuova forma-Stato del globalismo non è compatibile né con la democrazia rappresentativa né con il welfare e ciò ci porta ancora una volta fuori da un Novecento che si rivela sempre più come una parentesi della storia giacché al suo tramonto ritornano intatti i temi politologici di cent’anni fa.
Rieccoci, dopo un secolo, a dover riflettere sulla funzione del suffragio universale, sul ruolo dei partiti di massa, sul rapporto tra sovranità popolare ed enti internazionali, sulla dialettica tra istanze nazionali e interessi economici. Eccoci dunque, soprattutto, tornare ai due grandi temi che dominavano il dibattito di un secolo fa: il ruolo delle élite all’interno delle democrazie rappresentative e la contrapposizione tra visione formale della democrazia, secondo la quale le norme bastano a far funzionare lo Stato, e quella sostanziale secondo la quale la democrazia rappresentativa può esistere solo se sono soddisfatti i prerequisiti di omogeneità culturale e nazionale di una comunità votante. Le questioni non risolte tornano come nemesi: ci troviamo proprio in questo punto.



