
Ottant’anni di Repubblica. Ma che bellezza! Certo che il 2 giugno è stata una grande festa impregnata di retorica, come avrebbe potuto non esserlo: ottant’anni dal famoso referendum monarchia/repubblica; ottant’anni dall’elezione della Costituente; ottant’anni dal primo suffragio universale, visto che proprio il 2 giugno 1946 le donne debuttavano nelle cabine elettorali.
Ma in questo trionfo retorico si è creato un corto circuito, di cui la penna più illustre è stata quella di Paolo Mieli. L’ex direttore del Corriere ha ipotizzato, proprio su quel giornale, un «2 giugno europeo». Cosa c’entra una parata con la ricorrenza del giorno in cui l’Italia decise di darsi una forma repubblicana? Il significato è chiaro: una volta scelta la Repubblica, dobbiamo essere pronti, oggi come allora, a difenderla. Armi in pugno, se necessario. Stesso discorso per la «seconda Patria a cui abbiamo liberamente deciso di appartenere: l’Europa». Ancora: «Gioverebbe forse che, in tempi come questi, le parate militari, pur nella forma italiana di festa di popolo, avessero carattere europeo e si svolgessero a turno nelle capitali del continente». Non vorrei che si sovrapponessero alcuni piani: il 2 giugno non è la festa delle Forze armate, che cade il 4 novembre, giorno della fine della Grande guerra; il 2 giugno è la celebrazione della scelta fatta dal popolo su quale forma di governo dare all’Italia dopo il fascismo. Scelta compiuta con voto referendario, libero e aperto a tutti i cittadini senza distinzioni di sesso e censo. La forza del 2 giugno non sta nella parata militare, ma nella sottolineatura di quel che i padri costituenti fissarono all’articolo 1: la sovranità - concetto pregno di significato - appartiene al popolo, nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa.
La forza della Repubblica non è il suo esercito ma è il popolo sovrano, quello che si mise in fila per votare. Per tutti questi motivi, la traslazione dello spirito del 2 giugno in un contesto europeo è non solo azzardata ma assolutamente impropria. Mieli - in buona fede - eccede nella lettura europeista laddove parla di Europa come seconda patria «a cui abbiamo liberamente deciso di appartenere»: e quando mai? A nessun italiano è stato mai chiesto, nelle stesse forme con cui fu chiesto nel 1946 - cioè con un referendum - se volesse rinunciare alla sovranità nazionale per costruire una sovranità europea. A dirla tutta, nemmeno è stato mai chiesto se volesse passare dalla propria moneta all’euro. In questi anni è stata compiuta una «pedagogia manipolatoria» all’insegna del miracolismo europeo: con l’euro non avremo più guerre; finiranno gli sprechi della casta italiana; saranno abbattute le frontiere, eccetera. Non voglio entrare nello specifico di quella propaganda (che tra l’altro non è mai finita, come dimostra il prezioso libro scritto da Thomas Fazi La macchina della propaganda europea), quanto fermarmi al valore simbolico appena festeggiato: il referendum come strumento pienamente partecipativo, senza limiti di sesso e di censo, e vincolante, per decidere tra monarchia e repubblica, e sulla composizione della Costituente. Dopo il fascismo e dopo la guerra, il popolo tornava centrale, di più: sovrano. In un momento delicatissimo si scelse di includere il popolo, di affidargli il futuro dell’Italia! È questa investitura popolare a legittimare l’Italia repubblicana e democratica.
Cosa c’è invece di popolare nell’Unione europea? Nulla. Allora perché dobbiamo abusare di espressioni tipo «seconda Patria a cui abbiamo liberamente deciso di appartenere»? Perché ci ostiniamo a parlare di legittimazione popolare quando invece è stata un’operazione - tra l’altro mal riuscita - compiuta dall’alto, da quelle che oggi chiameremmo (magari impropriamente) élite. L’Unione europea non ha forza popolare, non ha legittimazione dal basso; e questa è la sua maledizione. Ecco perché l’esercizio di Mieli è un arbitrio che lo storico non si può permettere; gli concediamo l’ardore della visione europeista, ma resta disancorata dai fatti. Voglio ricordare che, nei casi in cui Francia e Olanda fecero votare sui Trattati, il popolo ne respinse il contenuto. Poi fu fatto rientrare dalla finestra con forza.
Quanto alla solita annotazione che la Costituzione non prevede l’opzione referendaria in materia di trattati internazionale, mi permetto di rilevare che nemmeno il referendum britannico Leave/Remain lo era: si trattava di una consultazione assolutamente non vincolante e informale. Eppure David Cameron si dimise e ordinò che si incardinasse la Brexit come da volere del popolo. Lo stesso popolo che oggi pare rinnovare la fiducia a Nigel Farage, mister Brexit. Allora la questione è: chi ha paura del popolo? Se la risposta è: nessuno, allora il 2 giugno europeo diventi la data di un grande referendum: volete lo Stato nazionale o volete gli Stati Uniti d’Europa? Si sciolga il nodo gordiano e giochiamo a carte scoperte. Chi ci sta? (Nessuno).






