
Flash mob, reazioni convulse per le indagini in corso, richieste di firme in difesa «dell’autonomia medica e del diritto alla salute», la Cisl che si unisce al coro degli indignati. Aumentano i toni allarmistici per l’inchiesta avviata dalla Procura di Ravenna nei confronti di sei medici, che avrebbero rilasciato certificati di non idoneità al rimpatrio a favore di extracomunitari.
I camici bianchi del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci sono indagati per aver dato parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. L’ipotesi di reato è falso ideologico continuato in concorso. I medici, secondo i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza, nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026 avrebbero consapevolmente firmato certificati incompleti o addirittura arbitrari per attestare la non idoneità all’espulsione, e ostacolarla.
Ieri si sono svolti diversi sit-in di solidarietà davanti a ospedali dell’Emilia-Romagna, con esibizione di cartelli e striscioni fuori misura. Da «Cpr uguale lager» a «Siamo sanitari, non gangster», la reazione del mondo sanitario della Regione rossa è stata spropositata. Sulla vicenda è intervenuta anche Emergency, con un post dal titolo La cura non è un reato dove si definisce la perquisizione e l’indagine «un grave attacco all’autonomia medica e al diritto alla salute garantito dalla Costituzione».
Il sindacato Cisl medici si è detto profondamente preoccupato: «Vogliamo ribadire con forza che l’atto medico ha come unico scopo la cura della persona e di conseguenza deve essere compiuto in totale autonomia e libertà». L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha ricordato che «le inidoneità certificate dai medici non sono “arbitrarie”, ma fondate su dati clinici».
Ovviamente, la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che già nel 2024 invitava i medici a non mandare i migranti nei Cpr, ha espresso «piena solidarietà ai colleghi indagati, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni di un sistema che vorrebbe la medicina asservita a discutibili decisioni politiche». Ne avessimo visto uno solo, di quei manifesti, in sostegno dei medici che agivano secondo scienza e coscienza nel curare dal Covid, non limitandosi a «Tachipirina e vigile attesa». Lo slogan urlato ieri «La cura non è reato», forse non valeva in emergenza sanitaria? Ci fosse stato solo un millesimo dello sdegno manifestato in questi giorni, per richiamare allora anche i diritti e doveri dei dottori a esentare dal vaccino persone che presentavano controindicazioni o erano dubbiose, forse la considerazione dei cittadini verso i medici non si sarebbe così incrinata.
La sinistra è unita nel contestare le indagini. A partire da Marco Montanari, medico oncologo ed ex consigliere comunale del Pd, che davanti all’ospedale di Ravenna ha letto una lettera in cui tra l’altro affermava: «Il giorno in cui ho scoperto di dovere rendere conto alla giustizia, ho vacillato». Lo stesso medico si era lamentato con Il resto del Carlino: «Poi ci sono state perquisizioni domiciliari. Il tutto con modalità che solitamente si riservano a chi è sospettato di aver commesso reati violenti».
Le perquisizioni furono fatte anche nelle case di medici, alcuni finiti poi radiati, perché non consigliavano il vaccino Covid ai loro pazienti o perché postavano «Il vaccino rende liberi» con la foto dell’ingresso di Auschwitz, come ebbe «l’impudenza» di fare Ennio Caggiano, medico di base di Camponogara, nel Veneziano. Il tentativo di paragonare i Cpr ai lager, invece, oggi non indigna.
Ouidad Bakkali, deputata del Pd, era presente alla protesta e ha persino annunciato che il suo partito «ha depositato una interrogazione parlamentare sulla questione». Il sindaco dem di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha dichiarato: «In un Paese “normale” le forze di polizia si devono occupare di sicurezza, i medici di salute, chi indaga di giustizia e chi governa dovrebbe fare in modo che i diritti delle persone, così come quelli degli operatori di polizia e sanitari, vengano garantiti». In questo modo, ha avvalorato la tesi che sta circolando sulla correttezza dell’operato dei sei medici.
Il primo cittadino non ha perso l’occasione per accusare l’esecutivo di «propaganda», di non riuscire a «governare il fenomeno» per l’arrivo a Ravenna, ieri, della nave Ong tedesca Solidaire con a bordo 120 migranti. Circolavano anche volantini di Fondamenta-Alleanza verdi e sinistra.
Anche il presidente della Regione, Michele de Pascale, ha preso una posizione netta: «I professionisti e le professioniste che lavorano nel Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna devono sapere che, anche davanti a legittime attività di indagine, la loro Regione e la loro comunità hanno fiducia in loro fino a che non venga provato il contrario».
Nel diluvio di esternazioni, sconcerta soprattutto la posizione espressa da Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri. «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», ha dichiarato uno dei principali fustigatori dei dottori che avevano a cuore la salute dei pazienti, non il diktat vaccinale.







