Di Matteo rinnega le critiche alle correnti
Nino Di Matteo (Imagoeconomica)

Immaginate la seguente scena. Un disgraziato finisce sotto inchiesta, il pm lo interroga e gli chiede conto del contenuto di una certa intercettazione e lui risponde piccato: «Ma come si permette? Lei sta strumentalizzando le mie parole». E il pm: «Mi scusi, come non detto, inchiesta chiusa, arrivederci, mi saluti i suoi». Vi sembra possibile? Impossibile, eppure è proprio quello che i leader del fronte del No al referendum stanno pretendendo se messi di fronte alle loro lampanti e documentate contraddizioni. «Lei strumentalizza» è la nuova parola d’ordine di questi signori.

La pronuncia Marco Travaglio quando gli si mostra un recente video in cui sostiene che il sorteggio dei membri del Csm è l’unico modo per risanare il sistema giudiziario; lo dice il procuratore Gratteri quando gli si mostra il suo intervento su La7 in cui parla della separazione delle carriere come atto necessario per fare funzionare la giustizia; e buon ultimo arriva Nino Di Matteo, il super pm antimafia a cui il ministro Nordio nelle scorse ore ha preso in prestito una sua pronuncia tombale: «Il Csm è un sistema para-mafioso». Più precisamente Di Matteo disse, nel 2019, riferendosi al Csm: «L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo para-mafioso». Il concetto – mai smentito – mi sembra espresso in modo chiaro, non equivocabile e quindi non strumentalizzabile. Uno può dire: be’, che c’entra, da allora sono passati sette anni, saranno accaduti dei fatti che gli hanno fatto cambiare idea. Se Di Matteo ha cambiato idea, cosa possibile, lo ha fatto nelle ultime settimane perché in queste ore di aspra polemica è sfuggita una notizia che lo inchioda alle sue parole. È infatti il pomeriggio del 21 ottobre 2025 – parliamo di soli tre mesi e qualche giorno fa – quando Di Matteo affida alle agenzie di stampa la sua decisione di dimettersi dall’Associazione nazionale magistrati. Con questa motivazione non equivocabile: «Ho progressivamente nel tempo maturato la decisione con molta amarezza: non mi sento parte di una associazione all’interno della quale continuano a trovare spazio logiche di appartenenza correntizia e di opportunità politica che non ho mai condiviso e che in passato, anche da membro del Consiglio superiore della magistratura, ho cercato in tutti i modi di contrastare».

Insomma, altro che strumentalizzazione: Di Matteo è certamente convinto – al punto da dimettersi dall’Anm – che l’attuale sistema giudiziario sia una cloaca per di più infetta. Perché allora si inalberi se qualcuno ricorda il suo pensiero non è chiaro, perché voti No al referendum che quel sistema vuole riformare è una contraddizione che evidentemente nasconde qualcosa d’altro. Ipotizzo: meglio stare nella palude che sì fa schifo ma dove ognuno di noi può fare i fatti propri che uscire all’aria aperta dove tutti ti vedono e giudicano. Passi che un giornalista – vedi Travaglio – menta su una verità che lo riguarda, ma se a negare la verità sono due dei più importanti magistrati d’Italia – Gratteri e Di Matteo – significa una sola cosa: non siamo in un Paese ben messo in quanto a trasparenza e coerenza dei suoi guardiani di giustizia.

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